“Io ricordo. Ricordo lo sterminio di zingari, omosessuali, , comunisti . Ricordo Sabra e Shatila ricordo il continuo sterminio nel nome di un capitalismo assassino. Ricordo i nostri compagni uccisi e torturati..Io ricordo.. ma voi che ricordate?” (Bandacorbari)
di Maddalena Robin
Anche quest’anno è arrivata la “Giornata della Memoria”, dedicata ai 6 milioni di ebrei morti nei campi di concentramento, sterminio e lavoro durante il nazismo. Anche quest’anno non una parola è stata detta o scritta sui milioni di non ebrei (comunisti, omosessuali, rom e sinti; ma anche semplici cittadini italiani, francesi, polacchi, ungheresi …), che pure seguirono la stessa fine.
Dovremmo esserci abituati, ma non ci riusciamo e nemmeno ci rassegniamo. Non è tollerabile accettare l’ipocrisia ed il revisionismo di chi, ancor oggi, rifiuta il fatto (e sottolineo fatto) che le stragi non furono solo quelle del nazismo, ma che atrocità analoghe furono commesse dagli eserciti italiani e che anche oggi la pulizia etnica è drammaticamente presente in molta parte del mondo.
Per il primo caso, noi sappiamo per certo che, quanto ad efferatezza, i crimini di guerra compiuti dall’Italia prima e durante la seconda guerra mondiale sono stati in varie occasioni non meno terribili di quelli commessi da altre potenze espansionistiche e coloniali. E, quanto all’internamento dei civili, sappiamo pure che non sempre questo si è limitato alla routine dettata dalle contingenze belliche. Accanto all’internamento “canonico” rivolto ai “sudditi nemici”, il fascismo ne mise in atto un altro, caratterizzato dall’esteso ed improprio uso politico-repressivo del provvedimento, che colpiva i militanti antifascisti e, soprattutto, gli “allogeni” della Venezia Giulia e i cittadini delle nazioni occupate: basta pensare, ad esempio, ai crimini  commessi da Graziani, che fu artefice degli enormi campi impiantati nel golfo della Sirte, tra il 1930 ed il 1933, dove trovarono la morte metà dei 100.000 libici sradicati dal Gebel, e al quale nel 2012 è stato dedicato un monumento nel comune di Affile, in provincia di Roma (quel monumento è tutt’ora lì, emblema della connivenza con le stragi fasciste di ogni istituzione e di ogni parlamentare italiano.
 
partigiani Jugoslavi alla fucilazione
Oppure ricordare il grande massacratore generale Roatta, comandante del Corpo Truppe Volontarie italiane nella guerra civile spagnola, al fianco degli insorti nazionalisti guidati da Franco, ideatore del piano per uccidere i fratelli Rosselli, assassinati in Francia nel 1937 e la cui “Circolare 3C”, emanata in qualità di comandante dell’esercito italiano nella provincia di Lubiana, nel 1942, equivale ad una dichiarazione di guerra contro la popolazione slovena civile, del tutto simile a quelle impartite dai comandanti tedeschi: rappresaglie, incendi di case e villaggi, esecuzioni sommarie, raccolta e uccisione di ostaggi, internamenti nei campi di concentramento di Rab e Gonars: “(…) Se necessario, non rifuggire da usare crudeltà. Deve essere una pulizia completa. Abbiamo bisogno di internare tutti gli abitanti e mettere le famiglie italiane al loro posto” e ancora ‘’(…)l’internamento può essere esteso… sino allo sgombero di intere regioni, come ad esempio la Slovenia. In questo caso si tratterebbe di trasferire, al completo, masse ragguardevoli di popolazione… e di sostituirle in loco con popolazioni italiane’’ Roatta non fu mai processato, al contrario fu sempre protetto da quelle stesse istituzioni repubblicane, che invece si accaniscono a riempire le aule dei tribunali e le carceri con chi ruba un pezzo di pane o tira un sasso e manifesta per la difesa dei propri diritti.
Per quanto riguarda il presente, ricordiamo la pulizia etnica praticata dalla Cina, che sta lentamente ma inesorabilmente cancellando la popolazione tibetana, la sua tradizione e sua storia; ma soprattutto pensiamo ad Israele. Lo stato sionista da 45 anni sta sterminando con calma e metodicità la popolazione palestinese e lo fa sistematicamente, in perfetto stile nazista, prendendosi le loro terre per costruire illegalmente le colonie e, di fatto, aggregare al proprio Stato altro territorio. La prima azione in questo senso fu nel 1967, con la “Guerra dei Sei Giorni”: per proseguire con la successiva guerra dello Yom Kippur, nel 1973 e con il conseguente trattato di Camp David del 1974, ottenendo in tal modo il controllo della Palestina. E da allora il controllo è diventato sempre più totale: le città palestinesi sono distrutte e le colonie israeliane si moltiplicano, in numero ed in dimensione.

Non solo: Israele si è appropriato delle sorgenti e ha proibito ai palestinesi la coltivazione dei terreni (ogni coltivazione che è avviata viene immediatamente punita dall’esercito israeliano, che arrivando all’alba, sfonda la porta, arresta tutti gli occupanti della casa, compresi donne e bambini, e procede alla distruzione del terreno con un carro armato).
Ancora più drammatica la situazione a Gaza, che è completamente circondata dal cosiddetto “muro di difesa” israeliano, i cui accessi sono tutti bloccati e che l’ha trasformata in una immensa prigione per oltre un milione di palestinesi. Anche lo sbocco verso il mare è impraticabile a causa delle motovedette israeliane, che abbordano o affondano qualsiasi mezzo lasci la riva e spesso sparano cannonate contro chi cammina sulla spiaggia.
Cos’è questo se non un campo di concentramento? Quale differenza c’è tra un bambino polacco che nel 1941 moriva nel ghetto di Varsavia, mentre i nazisti stavano al di là del muro che lo chiudeva, e un bambino palestinese che oggi muore a Gaza, mentre i soldati israeliani stanno al di là del muro che la chiude?
Questa visione distorta della realtà è il risultato di una campagna martellante da parte del governo israeliano e dei governi ad esso alleati (italiano tra i primi) per mettere a tacere qualsiasi critica contro Israele o le sue politiche. Diversi anni fa, in una riunione di strategia tenutasi al ministero degli affari esteri israeliano, fu inventato un “nuovo antisemitismo”, che sfruttava in modo conscio e deliberato l’antisemitismo per fini di pubbliche relazioni israeliane. Questo “nuovo antisemitismo” afferma che “ogni critica mossa contro Israele è anche antisemita”.
Concludo questa nota con una lettera importante, scritta dallo scrittore ebreo francese, Jean-Moïse Braitberg al presidente dello Stato di Israele; una lettera intitolata “Cancellate il nome di mio nonno da Yad Vashe” («Le Monde», 28 gennaio 2009)
Signor Presidente dello Stato di Israele, vi scrivo perché voi interveniate presso chi di dovere affinché venga cancellato dal Memoriale di Yad Vashem, dedicato alla memoria delle vittime ebree del nazismo, il nome di mio nonno, Moshe Brajtberg, morto nelle camere a gas di Treblinka nel 1943, come quello di altri membri della mia famiglia deportati e morti nei differenti campi nazisti durante la seconda guerra mondiale. Vi chiedo di acconsentire alla mia richiesta, signor presidente, perché quanto è successo a Gaza, e più in generale, la sorte toccata al popolo arabo della Palestina da sessanta anni in qua, ha screditato ai miei occhi Israele come centro della memoria del male fatto agli ebrei, e dunque all’umanità intera. Vedete, fin dalla mia infanzia, io ho vissuto circondato da sopravvissuti ai campi della morte. Ho visto i numeri tatuati sulle loro braccia, ho ascoltato il racconto delle torture, ho conosciuto i lutti indicibili e ho condiviso i loro incubi. Bisognava, cosi mi hanno insegnato, che questi crimini non si ripetessero mai più; perché mai più doveva accadere che uomini, forti della loro appartenenza ad una etnia o ad una religione avessero in disprezzo altri uomini, e si facessero beffe dei loro diritti più elementari come quello di vivere una vita dignitosa in sicurezza, libertà, e con la luce, sia pur lontana di un futuro di serenità e di prosperità. Ma, signor presidente, io devo constatare che nonostante le decine di risoluzioni prese dalla Comunità internazionale, malgrado la palese evidenza dell’ingiustizia perpetrata nei confronti del popolo palestinese dal 1948, nonostante le speranze sorte a Oslo e nonostante il riconoscimento del diritto degli ebrei israeliani a vivere in pace e in sicurezza, sovente ribaditi dall’Autorità palestinese, le sole risposte date dai governi successivi del vostro paese sono state la violenza, il sangue versato, la reclusione, i controlli incessanti, la colonizzazione e i saccheggi.
Mi direte, signor presidente, che è legittimo, per il vostro paese, difendersi da chi lancia razzi su Israele, o contro i kamikaze che uccidono molti israeliani innocenti. A ciò risponderò dicendo che il mio sentimento di umanità non varia a seconda della cittadinanza delle vittime. Invece, signor presidente, voi dirigete le sorti di un paese che pretende, non soltanto rappresentare gli ebrei nel loro complesso, ma anche la memoria di quelli che furono le vittime del nazismo. Questo mi riguarda ed è per me insopportabile. Conservando nel Memorial di Yad Vashem, nel cuore dello Stato ebreo, il nome dei miei congiunti, il vostro Stato tiene prigioniera la mia memoria familiare dietro il filo spinato del sionismo per farne l’ostaggio di una cosiddetta autorità morale che commette ogni giorno quel crimine abominevole che è la negazione della giustizia. Quindi, per favore, cancellate il nome di mio nonno del santuario dedicato alla crudeltà fatta agli ebrei perché essa non giustifichi più quella fatta ai palestinesi.
Con i miei rispettosi saluti
Jean-Moïse Braitberg (scrittore)
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