“VLADIMIR ILIC LENIN. Al Partito comunista russo” (di V. Majakovskij)

Pubblicato: 02/19/2014 in Poesia - Letteratura, Vladimir Vladimirovič Majakovskij
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lenin micio[…]

Ho incontrato un operaio analfabeta.
Non sillabava neppure una parola.
Ma aveva sentito la voce di Lenin
ed egli sapeva tutto.

Ho ascoltato
il racconto d’un contadino siberiano:
espropriarono le terre, le difesero con le baionette
e come un paradiso diventò il villaggio.
Essi mai avevano letto Lenin
né ascoltata la sua parola,
ed erano leninisti.

Ho visto montagne senza erbe né fiori.
Soltanto le nuvole pesavano sulle rocce
e nello spazio di cento chilometri
c’era un solo montanaro,
ma sopra il petto, sul vestito di stracci,
gli scintillava il simbolo di Lenin.

[…]

Quando d’un tratto, dietro la Neva,
dalla stazione di Finlandia,
attraverso il quartiere di Vyborg,
sulla città che già nuota in un velo di ghiaccio
rombò un treno blindato
e di nuovo il gelido vento impetuoso
sollevò le schiumose onde
della rivoluzione.
Camicie e berretti invasero la via Liteiny:
“Lenin è con noi, viva Lenin!”
“Compagni!” e sopra le teste degli operai
protese la mano come a indicare una meta:
“Sbarazziamoci della socialdemocrazia,
buttiamo a mare questi stracci ammuffiti!
Abbasso il potere dei conciliatori
e dei capitalisti! Noi siamo la voce profonda
della base popolare, la voce profonda
degli operai di tutta la terra.

Viva il partito che costruisce il comunismo!
Viva l’insurrezione per il potere dei soviet!”
Per la prima volta, davanti alla folla stupita,
qui presso te, è balzata
come una cosa semplice, che si può fare,
l’inaccessibile parola “socialismo”.
Proprio qui, dalle urlanti officine,
illuminando il giro dell’orizzonte,
è apparsa la futura Comune dei lavoratori,
senza borghesi né proletari, senza schiavi e padroni.
Sul groviglio delle ritorte funi
dei conciliatori, le parole di Lenin
furono colpi d’ascia. Il suo discorso
suscitò improvvise grida: “È giusto,
Lenin! Era ora!”.

Il palazzo della Kscesinskaia,
regalatole perché agitava le gambe,
è ora una tuta operaia. Qui dilaga
la moltitudine delle officine
a temprarsi nella fucina di Lenin.
“Mangia ananas, mastica fagiani,
più non ti resta, borghese, un domani!”.
Già ci insinuiamo tra chi siede nei posti padronali:
“Che mangiate? Come vivete?”.
E per provare, nel luglio, gli tastiamo la gola e il pancino.
I denti dei borghesi di colpo si fecero aguzzi:
“Lo schiavo s’è ribellato, battilo a sangue!”.
E puntarono l’arma di Kerenski su Lenin.

Ancora una volta il partito
si ritirò nell’illegalità. Ilic è a Rasliv,
nella Finlandia,
ma non una soffitta né un campo né una capanna
tradirono Lenin a quella banda di vipere!
Lenin non appare ma è vicino.
Da come il lavoro procede
si vede la mente direttiva di Lenin,
la mano di Lenin che guida.

Le parole di Lenin cadono in buona terra,
danno rapidi frutti:
già spalla a spalla con gli operai
stanno milioni di spalle contadine.
E quando alle barricate si giunse,
scegliendo un giorno nella serie dei giorni
Lenin stesso apparve a Pietrogrado:

“Basta, compagni! Troppo a lungo soffrimmo.
Il giogo del capitale, il mostro della fame,
i banditi delle guerre, i ladri interventisti
ci sembreranno più bianchi dei nei
sul corpo rugoso di nonna storia antica.

Basta”.
E guardando di laggiù queste giornate,
vedrai dapprima la testa di Lenin:
il suo pensiero apre una strada di luce
dall’era degli schiavi
ai secoli della Comune.

Passeranno gli anni dei nostri tormenti
e ancora all’estate della Comune,
scalderemo la nostra vita
e la felicità, con dolcezza di frutti giganti,
maturerà sui fiori dell’ottobre.
E chi leggerà le parole di Lenin,
sfogliando le carte gialle dei decreti,
sentirà il sangue battere alle tempie
e salire le lacrime al cuore.

Quando rivedo ciò che ho vissuto
e scavo in quei giorni,
un ricordo mi balena:
fu il 25, il primo giorno.
Con le baionette s’infigge il lampo,
i marinai giocano a palla con le bombe,
nel fragore sussulta palazzo Smonly,
e fra nastri di cartucce
crepitano nell’atrio i mitraglieri.

“Compagni, presto, sulle autoblinde!
Occupate la posta centrale!”.
Gli risponde un marinaio
e scompare, e sotto la lampada, sul suo berretto,
è brillato un nome: Aurora.
Chi si lancia con un ordine
nella mischia,
chi scatta col caricatore sul ginocchio…

E qui, venendo senza rumore,
dal corridoio passò inosservato Lenin.
I soldati che Ilic aveva guidato alla lotta,
non conoscendolo ancora dai ritratti,
accanto a lui si urtavano con grida,
con bestemmie più taglienti dei rasoi.
E in questa bufera di ferro agognata,
Lenin, assorto, camminava,
si fermava, aggrottava le ciglia,
interveniva, con le mani dietro la schiena.

Su qualche ragazzo arruffato,
con le fasce alle gambe,
fissava l’occhio che batte senza sbagliare,
ed era come se il cuore
si estenuasse di sotto alle parole,
come se l’anima svelasse
di sotto l’intrico delle frasi.

Ed io sapevo che tutto era chiarito,
era capito, sapevo che l’occhio di Lenin
coglieva il grido del contadino
e gli urli del fronte,
la volontà delle officine Nobel,
la volontà delle officine Pitilov.
Egli girava nella memoria centinaia di province,
abbracciava un miliardo e mezzo di uomini.
Egli soppesava il mondo nel corso della notte.
E la mattina:
“A tutti, a tutti.
A tutti i fronti rossi di sangue,
a tutti gli schiavi sotto il pugno dei ricchi.
Il potere ai soviet.
La terra ai contadini.
La pace ai popoli.
Il pane agli affamati”.

Questi messaggi lessero i borghesi
e gridarono: “Aspettate,
vi metteremo a posto. Vi faremo sparire la pancia
con argomenti persuasivi”
e chiamano Duchonin e Kornilov,
chiamano Guckov e Kerenski.
Ma i messaggi di Lenin
conquistarono il fronte senza combattere.
Campagne e città inondarono i decreti:
anche gli analfabeti ne ebbero il cuore bruciato.
Sappiamo che loro, non noi,
provarono ciò che poi è accaduto.
Dagli uni agli altri passarono quelle parole,
dai vicini ai lontani, a tutti infiammarono i cuori:
“Pace alle capanne, guerra ai palazzi”.
Si batterono in ogni officina,
sollevando la polvere nelle città,
e dietro il passo di ottobre
arse il falò delle ville nobiliari.

La terra, lettiera sotto la frusta dei padroni,
il contadino la prese, come pagnotta del sacco,
con tutti i suoi ruscelli e le colline,
la seminò cantando e lavorò.
Gli aristocratici, inamidati e occhialuti,
sputando rabbia,
si trascinavano in fuga
là dove ancora hanno qualche valore
i titoli di conte o di barone.
Buon viaggio!

Noi,
anche ad ogni cuoca
insegneremo a dirigere lo Stato.
Al lavoro delle rotative era legata la nostra vita.
Sul fronte volava alle orecchie tedesche
l’invito: “È ora di smetterla,
venite a fraternizzare!”.
Il fronte si dissolveva
Con le lumache dei carri-bestiame:
tanta falla di disertori
non si può chiudere col palmo della mano!
Sembrò ad un tratto che la nostra barchetta sbandasse
e che lo speronato stivale di Guglielmo,
più potente di quello zarista,
dovesse cancellare i confini del nostro potere.

A mantelli sbottonati, vennero i socialrivoluzionari
e coi loro verbali virtuosismi
accalappiarono i disertori
e li spinsero a cavallo con sciabole di latta
contro i prodigi corazzati.
Allora Lenin, in faccia a questi petulanti galletti,
gridò: “Il nostro partito
prenderà su di sé anche l’odiosa tregua di Brest.
Perdiamo spazio, ma guadagnamo tempo.
Ma perché questa tregua non ci strangoli,
perché il tedesco comprenda chi è il suo avversario,
perché non si scordi dei nostri colpi,
con disciplina libera e cosciente,
entrate a far parte dell’esercito rosso”.

Gli storici tireran fuori i manifesti con l’idra zarista
e avranno dei dubbi,
ma noi conoscemmo quell’idra
in grandezza naturale.
“Andremo alla guerra per il potere dei soviet
e moriremo da eroi in questa giusta battaglia!”.
Arriva Denikin, e respingono Denikin.
E appena le pietre dei focolari distrutti sono raccolte,
arriva Wrangel in cambio di Denikin,
ma anche il barone ruzzola lontano.
Arriva Kolciak…
“Ci ridurremo a masticare scorze,
di notte, in riva agli stagni!”
Ma si andava all’assalto
come milioni di stelle rosse
e in ognuna di esse palpitava Lenin
e di ognuno di noi egli prendeva pena
su di un fronte di undicimila verste.

[…]

E da questa bandiera,
da ogni sua piega,
ecco, di nuovo vivo, Lenin ci chiama:
“Proletari, serrate le file
per l’ultimo scontro.
E voi, schiavi, rialzate le schiene e i ginocchi.
Armata proletaria, sorgi e avanza!
Allegra e veloce, viva la nostra rivoluzione!”.
Tra tutte le guerre
che hanno devastato il corso della storia,
questa è l’unica grande giusta guerra.

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commenti
  1. michelechefailprof ha detto:

    Sinceri complimenti da un comunista, da un sincero amante della cultura sovietica, russa, traduttore di russo e amante di Majakovskij. Saluti a pugno chiuso. Posso rubare, vero?

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  2. michelechefailprof ha detto:

    L’ha ribloggato su scuolafinitae ha commentato:
    Generalmente, non mi piace molto ribloggare, anche se l’ho fatto. Non è farina del mio sacco questo post, però è troppo bello. è troppo bello per chi è comunista, per chi non lo è, è troppo bello per chi ama la letteratura russa, per chi ama Majakovskij.

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