11 MARZO 77 Francesco Lorusso assassinato – Non dimenticheremo, non perdoneremo

Pubblicato: 03/10/2014 in Francesco Lorusso, Memoria, Per i compagni assassinati
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08“Alle ore 10 sono stabiliti i funerali del compagno Francesco Lorusso. L’ordinanza del prefetto che vietava ogni tipo di manifestazione nel centro storico, ha impedito l’allestimento di una camera ardente nel centro della città; il funerale si é tenuto alla periferia della città in Piazza della Pace. Per quanto riguarda i partiti: il PCI non ha aderito ufficialmente, il PSI ha mandato una delegazione. Da notare che il sindacato ha indetto un’ora di sciopero con assemblee in fabbrica, proprio in coincidenza con l’orario del funerale… Gli studenti hanno inviato delegazioni nelle più grosse fabbriche, per spiegare l’accaduto e richiedere un prolungamento dello sciopero. Nonostante tutto vi é stata una forte partecipazione da parte di operai, cittadini e studenti.
16Al tentativo di isolamento del funerale, si é sommato lo sciopero dell’ATC, che ha di fatto impedito la partecipazione di molte persone.
Nel pomeriggio gli studenti si sono riuniti al quartiere San Donato per tenere un’assemblea che poi è stata impedita dalla polizia la quale, dopo aver bloccato il ponte, ha circondato il quartiere. Gli studenti allora si sono divisi in delegazioni per fare interventi nelle fabbriche; venivano intanto accuratamente seguiti da elicotteri della polizia. I pullman che andavano verso il centro sono stati fermati dalla polizia che ha fatto scendere con i mitra spianati gli studenti, perquisendoli e fermando chi era senza documenti o in possesso di limoni.
Al termine delle assemblee nelle fabbriche, gli studenti si sono riuniti al cinema Minerva per valutarne i risultati: si é notato un grado notevole di disinformazione tra gli operai su quanto era avvenuto nei giorni precedenti. In assemblea si é inoltre deciso di mandare una delegazione alle Aldini per chiedere agli studenti l’utilizzazione di tre aule come luogo di riaggregazione del movimento”.
Bologna. 14 marzo 1977 (documento del Collettivo di controinformazione del movimento)

BOLOGNA MARZO 1977 … FATTI NOSTRI (AUTORI MOLTI COMPAGNI – BERTANI EDITORE)
“Ora so che era la notte tra il 10 e l’11 marzo. Al mattino ci si doveva vedere, come al solito, in Piazza Verdi, verso le dieci.
Noi non saremmo andati ma é anche difficile spiegare il perché. Eravamo forse stanchi, forse avevamo solo voglia di stare insieme. Certamente non sentivamo sensi di colpa e non eravamo piú “indispensabili”, cioé quasi inutili. Quando ci si ritiene indispensabili, in politica, specialmente quando é vero che lo si é, vuol dire che si lavora al posto di troppi altri che a loro volta non sono affatto indispensabili.
Ma ci eravamo ritrovati in quattro o cinque, passando di casa in casa, non certo per dirci queste cose. E non ricordo neppure quello che ci siamo detti.
Ci siamo tirati degli Optiladon sulla testa, abbiamo fumato, io ho rinunciato a pisciare in camera di Pino perché pensavo fosse un cesso occupato, Paolo e Ivo giocavano ai pesi e alla bilancia, G.B. sbriciava un libro. Cosí fino a giorno, con le mascelle indolenzite e con un grande sonno. Due scompaiono in qualche camera, dove Paola e chissá chi altro dormivano gi dalla sera, G.B. crolla completamente vestito, io metto i calzini fuori dalla finestra e mi butto su un lettino in cucina.

Abbiamo dormito poco. La voce spaventata di Paola sembra a tutti un sogno: fuori piove.
– Francesco chi? Lorusso?
– Gli hanno sparato alla schiena, non parlava piú, gli usciva il sangue dalla bocca. Sono stati i carabinieri.
03– Quei bastardi…
– Hanno detto di chiamarvi. State attenti, qui fuori c’é una 127 piena.
– Usciamo un po’ alla volta in fretta. Datemi dei calzini, i miei sono tutti bagnati.
Mentre si va all’universitá penso alla discussione avuta con Francesco sul servizio d’ordine, che non era mai stato un problema sapere chi aveva ragione. Ogni tanto lo vedo su una carrozzella e allora scuoto la testa e dico che sono scemo. Me lo ricordo sudato, con la camicia bagnata e lo spolverino aperto, che si scappava via insieme.
In via Zamboni ci sono barricate che si susseguono una all’altra, tutte lucide di pioggia; riconosco i tavoli della mensa, le panche di Lettere, i vasi di fiori di Piazza Scaravilli.
Piazza Verdi é un’istantanea terribile che mi spaventa e nello stesso momento mi inghiotte, e non penso piú, vado avanti sbattendo ogni tanto contro qualcuno, senza salutare nessuno, senza che nessuno mi fermi.
Ci sono centinaia di compagni, di studenti, tutti muti, con i capelli bagnati. Qualcuno allinea, facendole tintinnare, decine di bottiglie vuote di diverse dimensioni che vengono riempite di benzina travasata da un enorme contenitore della mensa. Ogni tanto ci si lamenta che il nastro sta per finire, che bisogna andare a prendere altri antivento.
Francesco é morto, e dalle facce si capisce che tutti lo sanno.
Si vedono occhi arrossati ovunque, uno piange da solo davanti a un muro, alcuni vanno avanti e indietro per la piazza, come se cercassero di parlare, ma non ce n’é bisogno. Tutti pensano la stessa cosa.
Nel CPS ci sono compagni buttati sulle sedie, che piangono e si guardono in faccia. Dopo un po’ entra Matteo, quasi sorretto da Paola e da Fernanda che, staccatasi un attimo, mi abbraccia piangendo e mi fa delle domande che non capisco. Matteo non sembra neanche vivo, é pallido, ha la bocca socchiusa. Muove solo gli occhi che in un attimo mi chiedono un sacco di cose.
Arrivano altri compagni e, non so come, si inizia a parlare, in fretta, con una durezza che non so descrivere. Ogni tanto si sente qualcuno che singhiozza.
Nessuno fa grandi discorsi, gli obiettivi sono chiari, un compagno inizia a strappare una bandiera per ricavarne dei fazzoletti. In piazza incontro G.B. che si aggira con un sorriso nervoso in faccia e mi dice che non riesce a fare altro. Vicino a Lettere, un compagno mi ricorda senza cattiveria che avevo quasi litigato con Francesco, un altro mi dice che é stato attaccato un commissariato lí vicino. Nell’aula bianca ci sono altri che discutono nervosamente.
E’ chiaro che vogliamo andare in centro, che vogliamo passare per la Democrazia Cristiana, ma penso che la gente che si sta ammucchiando per via Zamboni non ha bisogno di un tracciato da seguire.
Il corteo si ferma poco dopo e si iniziano a sentire i primi slogan: in testa gridano “guai guai guai a chi ci tocca”. Io sto in coda con un centinaio di compagni dei vari SdO dell’universitá. Ma in mezzo non c’é un corteo da difendere. Passano migliaia di compagni con le tasche piene di sampietrini, tra le file girano sacchetti di bottiglie.
E’ un corteo diverso da quelli fatti solo pochi giorni prima, anche se le facce sono le stesse; il mucchio mobile, festante, che invade i marciapiedi tra le borse della spesa, che invita a parlare con l’ironia e crea un rapporto con tutti. Non é il serpentone che partiva a mezzanotte per tirare giú dal letto quelli che erano abituati ai riti ordinati delle manifestazioni. Sembrava che nessuno volesse tornare a “casa” neanche per un attimo.
I compagni sfilano nei cordoni senza cantare, con una disciplina non guidata. Ma il salto, la differenziazione, non é avvenuto di lato alla voglia di essere soggetti non astratti delle proprie lotte, dei propri movimenti. Ora i sassi, le bottiglie, le barricate, sono di tutti, non c’é niente di nascosto. La retorica commemorativa non percorre neppure per un attimo i gruppi delle facoltá, delle scuole. L’attacco é contro tutti.
Ucciso un compagno, non hanno militarizzato piccoli gruppi, ma hanno dato a tutti la responsabilitá di difendersi e di capire. L’attacco che si prepara é passato attraverso un dibattito politico ancora vacillante, una ricerca promossa dalle case dei compagni, dalle esperienze collettive che avevano ricondotto capillarmente al posto giusto le parole e la critica.
La critica é viva e manifesta; la ricomposizione si manifesta cristallina nella agitazione delle piazze e delle strade e la violenza cresce dentro in un’opposizione radicale simultaneamente pedagogica e non separata.
Questa sensazione l’avevo giá avuta ai cortei del collettivo Jacquerie, nel mio cordone di amici, compagni presenti ora allo stesso modo. La vendetta non puó piú essere fatta di epicitá isolata, ma di assimilazione e di coscienza, di amore e di ricerca di amore.
Mi viene da pensare ai funzionari di partito, ai giocolieri prezzolati delle parole, ai cadaveri ammuffiti degli insegnanti democratici.
La linea di demarcazione é diventata un fossato: tra il cinismo della cultura ufficiale che é l’arroganza del potere, e la forza della vita e delle contraddizioni reali che si agitano e si compongono su mille fronti. 05
Nessuna strada contiene interamente il corteo: quasi per guardarci meglio giriamo per Piazza Maggiore che non basta per farci vedere tutte le facce nascoste dai fazzoletti e dai passamontagna.
A fianco delle lapidi una cinquantina di militanti del PCI che sembrano quasi veri. Ogni loro provocazione é inutile: non esistono nemmeno. Non piove piú. Alla gente che forse spaventata, intontita, se ne sta ammucchiata sui marciapiedi si grida insieme “gente gente gente non state lí a guardare – abbiamo un compagno da vendicare”.
Quando la coda sta per entrare in via Ugo Bassi, da via Marconi si sentono le prime detonazioni,e in pochi secondi la strada si riempie di rumori, di richiami e il fumo si spande per centinaia di metri. I frammenti del corteo diventano macchie nere che si spostano evitando i candelotti che girano sull’asfalto e i fuochi delle bottiglie lanciate.
Ci gridano che la polizia si sta spostando dalla Questura temiamo di essere imbottigliati. A dividerci c’é subito uno sbarramento di fiamme, ma non si puó piú stare lí, c’é tanto di quel fumo che non ci riconosciamo tra di noi. Io e Gigi, che siamo restati indietro crediamo di non farcela a raggiungere gli altri che scappano verso via Indipendenza. Non vediamo assolutamente nulla, ci viene da vomitare, seguiamo la voce di Andrea che grida di aver trovato aria fresca.
Lungo via Indipendenza ci ritroviamo in un centinaio, con le idee poco chiare sul dove andare. Il piccolo gruppo si stira come un elastico in una direzione o in un’altra. Ma tutti abbiamo la sensazione che in tutta la cittá, in tutto il centro, molti gruppi si muovono come il nostro. Non riusciamo a capire se abbiamo vinto, se abbiamo perso, ma nessuno si sente né vinto né vincitore: sappiamo che non é finita cosí.
06All’universitá incrociamo un piccolo spezzone di corteo e aspettiamo insieme notizie dai compagni che girano in bicicletta. Molte notizie arrivano confuse, qualcuno si é provato a seguire le tracce degli scontri, una scia di vetri rotti, frammenti di bottiglie, alettoni di candelotti lacrimogeni.
Alla stazione ci sono degli scontri, molti compagni sono chiusi dentro. Si riparte subito, quasi di corsa. Alla stazione ci sono molti autobus di traverso, un sacco di fumo, non si sa da che parte andare.
Gruppi di carabinieri e poliziotti si spostano velocemente sotto i portici, verso le due uscite. Ma i colpi che subito si sentono non sono dei candelotti. Ci sparano addosso con i moschetti, in tutta la piazza esplodono numerose bottiglie, si libera un’uscita. Io e altri due o tre ci mettiamo a gridare di buttarsi per terra, di strisciare verso le colonne. Uno studente, fuggito dalla stazione ha una crisi isterica: piange, tossisce, racconta che gli hanno sparato addosso con un mitra.
Dal fumo, reso piú spesso dai fari della stazione, si vede uscire piegato sulla bicicletta Maurizio, che agitando un braccio grida a chissá chi di non sparare. Un altro compagno in bicicletta si butta per terra sotto le schegge di muro sollevate da un colpo di moschetto.
Torniamo all’universitá solo quando siamo certi che tutti sono usciti dalla stazione. Si dice che qualcuno é stato arrestato. In Piazza Verdi affluiscono folti gruppi di compagni: siamo tutti stremati, assenti, scossi. Molti girano per la piazza chiedendo di questo e di quello, io chiedo di Sara, di Gigi, di altri amici e solo quando li vedo riesco a sentirmi addosso la stanchezza, la fame, la sete.
Tutti i bar sono chiusi, non c’é neache una fontanella per l’acqua. Molti entrano al “Cantunzein” e dopo un po’ girano pezzi di carne, frutta, bottiglie di vino.
Penso che non é giusto né sbagliato. Nessuno si diverte del saccheggio, si mangia e si beve per tenersi su. Non riesco a parlare con nessuno, non mi va di raccontare e di sentire racconti.
kossigaRiprendo a pensare a Francesco, alla morte, all’assenza, a me. La notte mi ha riportato la paura, gli scricchiolii delle porte. Ogni sigaretta sa di lacrimogeno.”      

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commenti
  1. Fiamma Schiavi ha detto:

    No non ho mai dimenticato.Quella mattina ero lì.Poteva pure toccare a me.Bastardi pezzi di merda!

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  2. kleovis ha detto:

    Vivevo a Firenze. Ci stavamo prepαrando quella sera per il viaggio del giorno dopo, la manifestazione a Roma, quando abbiamo saputo le notizie da Bologna. La rabbia era fortissima ed è esplosa alcune ore dopo, in capitale, quella giornata fortissima che non dimenticherò mai in vita mia. Tanti baci ragazze! grecia vi abbraccia

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