La Comune di Parigi (18 marzo – 28 maggio 1871) – “VIVE LA COMMUNE !”

Pubblicato: 03/21/2014 in Comune di Parigi, Marxismo, Rivoluzioni e Rivolte, Uncategorized
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  paris-communeAll’alba del 18 marzo, Parigi fu svegliata da un fragore di tuono: ” Vive la Commune! “. Che cos’è dunque la Comune, questa sfinge che tormenta così seriamente lo spirito dei borghesi?

Affiche_commune_Paris_(1871)” I proletari di Parigi – diceva il Comitato centrale nel suo manifesto del 18 marzo – in mezzo alle disfatte e ai tradimenti delle classi dominanti hanno compreso che è suonata l’ora per essi di salvare la situazione prendendo nelle loro mani la direzione degli affari pubblici … Il proletariato… ha capito che era suo dovere imperioso e suo diritto assoluto prendere nelle sue mani il proprio destino, e di assicurarsene il trionfo impadronendosi del potere “.
Ma la classe operaia non può accontentarsi semplicemente di prendere nelle proprie mani la macchina statale bella e pronta, e di farla funzionare per i propri fini.
Il potere centralizzato dello Stato, con i suoi organi dappertutto presenti: esercito permanente, polizia, burocrazia, clero e magistratura – organi prodotti secondo un piano di divisione sistematica e gerarchica, del lavoro – trae la sua origine dall’epoca della monarchia assoluta, quando servì alla nascente società borghese come un’arma formidabile nelle sue lotte contro il feudalismo. Il suo sviluppo fu però intralciato da ogni sorta di residui medievali: prerogative di nobili e signori, privilegi locali, monopoli municipali e corporativi, Costituzioni provinciali. Il gigantesco colpo di scena della Rivoluzione francese del XVIII secolo spazzò via tutti questi resti di tempi passati, sbarazzando così in un solo colpo il sostrato sociale degli ultimi ostacoli che si frapponevano alla sovrastruttura dell’edificio dello Stato moderno. Questo fu edificato sotto il primo Impero, il quale a sua volta fu il prodotto delle guerre di coalizione della vecchia Europa semifeudale contro la Francia moderna. Durante i successivi régimes, il governo posto sotto il controllo parlamentare, cioè, sotto il diretto controllo delle classi possidenti, non diventò solamente l’incubatrice di enormi debiti nazionali e di imposte schiaccianti; con le sue irresistibili attrattive di posti, guadagni, protezioni, divenne da una parte il pomo della discordia tra le frazioni rivali e gli avventurieri delle classi dirigenti; dall’altra anche il suo carattere politico cambiò di pari passo con le trasformazioni economiche della società. Via via che il progresso della industria moderna sviluppava, allargava, accentuava, l’antagonismo di classe tra capitale e lavoro, il potere dello Stato assumeva sempre più il carattere di una forza pubblica organizzata ai fini dell’asservimento della classe operaia, di un apparato di dominazione di classe.382px-Crane_Vive_la_Commune
Dopo ogni rivoluzione, che segna un progresso nella lotta di classe, il carattere puramente repressivo del potere dello Stato risulta in modo sempre più evidente. La rivoluzione del 1830, trasferì il potere dai grandi proprietari fondiari ai capitalisti, lo trasferì dai più lontani antagonisti degli operai ai loro avversari più diretti. I repubblicani borghesi che, in nome della rivoluzione di Febbraio, si erano impadroniti del potere statale, se ne servirono per provocare i massacri di Giugno, allo scopo di convincere la classe operaia che la Repubblica ” sociale ” stava a significare la Repubblica che assicurava la loro soggezione sociale, e per convincere la massa monarchica della classe borghese e dei grandi proprietari fondiari che poteva tranquillamente lasciare ai borghesi “repubblicani” le cure e le proficue prerogative finanziarie del governo. Tuttavia dopo la loro unica impresa eroica di giugno, ai repubblicani borghesi non rimaneva che retrocedere dalla prima fila alla retroguardia del ” partito dell’ordine ” combinazione formata da tutte le frazioni e fazioni rivali della classe dei profittatori nel loro ormai dichiarato antagonismo con le classi produttrici. La forma più adeguata del loro governo di società per azioni fu la ” Repubblica parlamentare ” con Louis Bonaparte come presidente. Esso fu un regime di aperto terrorismo di classe e di deliberata irrisione alla ” vile multitude “. Se, come diceva Thiers, la Repubblica parlamentare era il regime che “meno divideva [le variopinte frazioni della classe dirigente] “, essa denunciava per contro un abisso tra questa classe e l’intero corpo della società che era escluso dalle sue ristrette file. La loro alleanza rimuoveva gli impedimenti che sotto i precedenti governi erano posti al potere statale dalle divisioni tra le frazioni della classe dirigente. In presenza della minaccia di sollevazione del proletariato, la classe dominante riunita utilizzò il potere dello Stato, senza riguardi e con ostentazione, come pubblico strumento di guerra del Capitale contro il Lavoro. Nella sua ininterrotta crociata contro le masse dei produttori, essa fu però costretta non solo ad attribuire all’esecutivo poteri sempre più vasti, ma in pari tempo a spogliare, l’uno dopo l’altro, la loro stessa fortezza parlamentare – l’Assemblea nazionale – di tutti i suoi mezzi di difesa contro l’esecutivo. L’esecutivo, nella persona di Louis Bonaparte, li mise tutti alla porta. Il frutto naturale della Repubblica del ” partito dell’ordine ” fu il secondo Impero.
L’Impero, con il colpo di Stato come certificato di nascita, il suffragio universale come autenticazione e la sciabola come scettro, pretendeva di poggiare sui contadini, la grande massa di produttori che non era impegnata direttamente nella lotta tra Capitale e lavoro. Pretendeva di salvare la classe operaia mettendo fine al parlamentarismo, e insieme con questo l’aperta sottomissione del governo alle classi possidenti. Pretendeva di salvare le classi possidenti mantenendo la loro supremazia sulla classe operaia. Finalmente pretendeva di realizzare l’unità di tutte le classi risuscitando per tutte la chimera della gloria nazionale. In realtà era l’unica forma di governo possibile in un periodo in cui la borghesia aveva già perduto – e la classe operaia non aveva ancora acquisito – la capacità di governare la nazione. Esso fu salutato in tutto il mondo come il salvatore della società. Sotto il suo dominio la società borghese, liberata da tutte le preoccupazioni politiche, raggiunse uno sviluppo che essa stessa non aveva mai sperato. La sua industria e il suo commercio raggiunsero proporzioni colossali; la truffa finanziaria celebrò orge cosmopolite; la miseria delle masse faceva stridente contrasto con la sfacciata ostentazione di lusso sfrenato, dissoluto e abietto. Il Potere dello Stato, in apparenza in tranquillo equilibrio al disopra della società, era però esso stesso lo scandalo più grande di questa società e in pari tempo il focolaio di tutta la sua corruzione. La sua decomposizione e la decomposizione della società che esso aveva salvaguardato vennero messe a nudo dalle baionette della Prussia, ben disposta a trasferire il centro di gravità di questo regime da Parigi a Berlino. L’imperialismo è la più prostituita e insieme la più recente forma di quel potere statale che la nascente società borghese aveva incominciato a perfezionare come strumento della propria emancipazione dal feudalismo, e che la società borghese aveva infine pienamente trasformato in strumento per l’asservimento del lavoro al Capitale.
La Comune fu la diretta antitesi all’Impero. Il grido di ” Republique sociale “,col quale il proletariato di Parigi aveva iniziato la rivoluzione di Febbraio non esprimeva che una vaga aspirazione ad una Repubblica che non avrebbe dovuto eliminare solamente la forma monarchica del dispotismo di classe, ma lo stesso potere di classe. La Comune fu la forma positiva di questa Repubblica.
Parigi, sede centrale del vecchio potere governativo, e, nello stesso tempo, fortezza sociale della classe operaia francese, era balzata in armi contro il tentativo di Thiers e dei suoi rurali di restaurare e perpetuare il vecchio potere governativo ereditato dall’Impero. Parigi poteva solamente resistere perché, in conseguenza dell’assedio, si era sbarazzata dell’esercito e lo aveva sostituito con una guardia nazionale, la cui massa era costituita da operai. È questo stato di fatto che doveva, ora, essere trasformato in un’istituzione permanente. Il primo decreto della Comune, quindi, fu la soppressione dell’esercito permanente, e la sua sostituzione con il popolo in armi.
La Comune fu composta da consiglieri municipali, eletti a suffragio universale nei diversi circondari di Parigi. Essi erano responsabili e revocabili in qualunque momento. La maggioranza dei suoi membri erano naturalmente operai o rappresentanti riconosciuti della classe operaia. La Comune non doveva essere un organismo parlamentare, ma un organo di lavoro esecutivo e legislativo nello stesso tempo.
Invece di continuare ad essere lo strumento del governo centrale, la polizia fu immediatamente spogliata delle sue attribuzioni politiche e trasformata in strumento della Comune, responsabile dinanzi ad essa e revocabile in qualunque momento. Lo stesso venne fatto per i funzionari di tutte le branche della amministrazione. Dai membri della Comune fino ai gradi subalterni, le pubbliche funzioni venivano retribuite con salari da operai. I diritti acquisiti e le indennità di rappresentanza degli alti funzionari dello Stato scomparvero con i funzionari stessi. Le cariche pubbliche cessarono di essere proprietà private delle creature del governo centrale. Non solo l’amministrazione municipale, ma tutte le altre iniziative fino allora esercitate dallo Stato passarono nelle mani della Comune.
Una volta abolito l’esercito permanente e la polizia, strumenti di potere del vecchio governo, la Comune si preoccupò di spezzare la forza di repressione spirituale, il potere dei preti; decretò la separazione della Chiesa e dello Stato disciogliendo ed espropriando tutte le chiese in quanto ordini possidenti. I sacerdoti furono restituiti al tranquillo riposo della vita privata, per vivere delle elemosine dei fedeli, ad imitazione dei loro predecessori, gli apostoli. La totalità degli istituti di istruzione furono aperti gratuitamente al popolo e liberati in pari tempo da ogni ingerenza della Chiesa e dello Stato. Così non solo l’istruzione fu resa accessibile a tutti, ma la scienza stessa fu liberata dalle catene che le erano state imposte dai pregiudizi di classe e dal potere governativo.
I funzionari della giustizia vennero spogliati di quella finzione di indipendenza che non era servita ad altro che a mascherare la loro vile sottomissione a tutti i vari governi che si erano alternati al potere ai quali, di volta in volta, avevano prestato giuramento di fedeltà per violare in seguito tale giuramento. Come gli altri funzionari pubblici, i magistrati e i giudici dovevano essere elettivi, responsabili e revocabili.
La Comune di Parigi doveva, beninteso, servire di modello a tutti i grandi centri industriali della Francia. Una volta stabilito a Parigi e nei centri secondari il potere della Comune, il vecchio governo centralizzato avrebbe dovuto, anche nelle province, cedere il posto all’autogoverno da parte dei produttori. In un abbozzo sommario dell’organizzazione nazionale che la Comune non ebbe il tempo di sviluppare, è detto espressamente che la Comune doveva essere la forma politica anche del più piccolo villaggio e che nelle regioni rurali l’esercito permanente doveva essere sostituito da una milizia popolare, con un periodo di servizio estremamente breve. Le comuni rurali di ogni distretto dovevano amministrare i loro affari comuni mediante un’assemblea di delegati con sede nel capoluogo, e queste assemblee distrettuali dovevano a loro volta inviare i propri rappresentanti alla delegazione nazionale a Parigi; i delegati dovevano essere revocabili in ogni momento e legati da un mandat imperatif dei propri elettori. Le funzioni, poco numerose, ma importanti, che ancora rimanevano ad un governo centrale, non dovevano essere soppresse, come venne detto falsamente in mala fede, ma dovevano venire assolte da funzionari comunali e quindi strettamente responsabili. L’unità della nazione non doveva essere spezzata, ma doveva al contrario essere riorganizzata dalla Costituzione comunale; doveva diventare una realtà attraverso la distruzione del potere dello Stato che pretendeva essere l’incarnazione di questa unità, ma voleva essere indipendente dalla nazione stessa, e persino superiore ad essa, mentre non costituiva che un’escrescenza parassitaria. Mentre era importante amputare gli organi puramente repressivi del vecchio potere governativo, le sue funzioni legittime dovevano essere strappate a una autorità che usurpava una posizione dominante al di sopra della società stessa, e restituite agli agenti responsabili della società. Invece di decidere una volta ogni tre o sei anni quale membro della classe dirigente dovesse ” rappresentare ” e calpestare il popolo al Parlamento, il suffragio universale doveva servire al popolo costituito in Comuni, così come il suffragio individuale serve ad ogni altro imprenditore in cerca di operai e personale direttivo per i suoi affari. Ed è ben noto che le società, come i singoli imprenditori, quando si tratta di veri affari, sanno generalmente mettere a ogni posto l’uomo adatto, o se una volta tanto commettono un errore, sanno rapidamente come rimediare. D’altra parte nulla poteva essere più estraneo allo spirito della Comune, che mettere al posto del suffragio universale una investitura gerarchica.
È in generale destino di tutte le formazioni storiche interamente nuove di essere prese a torto per riproduzioni di vecchie e anche defunte forme di vita sociale, con le quali possono avere una certa rassomiglianza. Così, di questa nuova Comune, che manda in frantumi il potere dello Stato moderno, si è voluto vedere il richiamo alla vita dei comuni medievali, che prima precedettero questo potere di Stato e poi ne divennero il fondamento stesso.
La Costituzione della Comune è stata presa a torto come un tentativo di spezzare in una federazione di piccoli Stati, come era stata segnata da Montesquieu e dai suoi girondini, quella unità delle grandi nazioni, che, se originariamente è stata realizzata con la violenza, è ora diventata un potente fattore della produzione sociale. L’antagonismo fra la Comune e il potere dello Stato è stato preso a torto come una forma esagerata della vecchia lotta contro l’eccesso di centralizzazione. Particolari circostanze storiche possono avere impedito in altri paesi lo sviluppo classico della forma borghese di governo che si è avuto in Francia, e possono avere permesso, come in Inghilterra, di completare i propri organi centrali dello Stato con corrotte vestries (Assemblee parrocchiali), con consiglieri comunali affaristi, feroci custodi dell’Ufficio di beneficenza nelle città, e con magistrati virtualmente ereditari nelle Contee. La Costituzione della Comune avrebbe restituito al corpo sociale tutte le forze fino allora assorbite dallo Stato parassita che si nutre a spese della società e ne paralizza il libero movimento. Con questo solo fatto avrebbe costituito la base di partenza per la rigenerazione della Francia. La classe media delle città di provincia vide nella Comune un tentativo di restaurare il controllo che il suo ceto aveva esercitato sulle campagne al tempo di Louis-Philippe, e che, sotto Louis-Napoléon, era stato soppiantato dal preteso sopravvento delle campagne sulle città. In realtà la Costituzione della Comune avrebbe messo i produttori rurali sotto la direzione intellettuale dei capoluoghi dei dipartimenti e avrebbe dato a loro la sicurezza di trovare negli operai delle città i naturali garanti dei loro interessi.

KARL MARX  “Indirizzo del consiglio generale dell’Associazione Internazionale dei lavoratori”
CAP. III (parte prima)

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