1534280_10203452368337115_6134615460939844354_nIl 18 aprile 1974, le BR realizzarono l’«Operazione Girasole»: cioè il rapimento del giudice genovese Mario Sossi. Questa impresa, la più importante relativamente al periodo in esame, fu la prima di tale portata a livello nazionale ed inaugurò il passaggio da azioni specificatamente riferite a realtà parziali di fabbrica, ad azioni tese verso finalità politiche generali.

La scelta del bersaglio fu spiegata in un’intervista effettuata da Mario Scialoja nel maggio 1974, dove, alla domanda “perché avete scelto proprio Sossi”, i brigatisti risposero: 1. Perché è contro il gruppo 22 Ottobre che per la prima volta si sono messe a punto le tattiche e le contromosse dell’antiguerriglia. Questi modi di operare del potere ci interessavano particolarmente. Sossi in quanto “uomo del potere” ne era al corrente. Dunque poteva raccontarceli. …  2. Perché Sossi è un magistrato e la magistratura in questo momento è l’anello più debole, anche se il più vivo, della catena del potere. 3. Perché Sossi è un bersaglio dell’odio proletario … essendo stato nella sua pur breve carriera un persecutore fanatico della sinistra rivoluzionaria[1].

Sebbene tutta la sinistra avesse visto una correlazione tra il sequestro di un magistrato e la campagna referendaria allora in pieno svolgimento (accusando le BR di essere dei provocatori al servizio dello schieramento conservatore), l’operazione fu in realtà legata, oltre che alla necessità di acquisire informazioni sulle “tattiche dell’antiguerriglia” e di compiere un’azione di propaganda armata colpendo un personaggio particolarmente inviso, all’esito negativo delle lotte alla Fiat ed all’esigenza di allargare il terreno di scontro al di fuori delle fabbriche, per legittimarsi definitivamente come forza combattente antagonista dello Stato.

1526220_1441587449314661_8186914945288560236_nCosì Moretti descrive alle giornaliste Rossanda e Mosca il «salto politico»: A Torino abbiamo visto come in fabbrica non si va oltre più di tanto. Quale lotta poteva essere più forte di quella dei “Fazzoletti rossi”? Nessuna. È enorme e si dimostra ugualmente senza sbocco, asfittica. Gli operai hanno preso in mano la fabbrica, l’hanno dominata e hanno toccato rapidamente il loro limite. … È la fabbrica che cambia, a monte si opera un processo di ristrutturazione che li mette nell’impossibilità di realizzare alcunché a partire dall’azienda. … Se restiamo inchiodati in fabbrica la forza si trasformerà in impotenza … dobbiamo andare oltre … metterci in grado di pesare sulla scena politica[2].

Le ragioni di questo passaggio furono argomentate nell’opuscolo Contro il neogollismo portare l’attacco al cuore dello Stato, diffuso insieme ai comunicati relativi al sequestro: …se nelle fabbriche l’autonomia operaia è abbastanza forte e organizzata per mantenere uno stato di permanente insubordinazione …, fuori dalla fabbrica essa è ancora debole al punto di non essere in grado di opporre una resistenza agli attacchi della controrivoluzione.
Per questo le forze della controrivoluzione tendono a spostare la contraddizione principale fuori dalle fabbriche e ad impegnare le battaglie decisive per:
– isolare lo scontro di potere dentro le fabbriche …
– prevenire e liquidare la capacità d’iniziativa del movimento rivoluzionario ancor prima che questo si organizzi in un piano di attacco allo Stato. …
Contro ogni tendenza difensivista o liquidazionista che assume la crisi a pretesto per rinunciare alla lotta e cercare il compromesso, abbiamo voluto – colpendo la figura del sostituto procuratore dott. Mario Sossi – colpire un centro vitale del processo di controrivoluzione[3].

L’«operazione Girasole» fu la prima azione armata di un certo rilievo compiuta contro lo Stato, ma fu anche qualcosa di più: in cambio della liberazione di Sossi le Brigate Rosse chiesero la scarcerazione del gruppo «XXII Ottobre»[4], ponendo la questione dei prigionieri e dell’uso politico della giustizia.

Inoltre, sempre nel corso del sequestro Sossi, le BR affinarono la tecnica della gestione politica del sequestro: la «propaganda armata» si modellò sulle reazioni dei media e delle forze politiche, e sulla valutazione della risposta democratica, sfruttandone ogni debolezza.

La «violenza politica organizzata» costituiva, per le Brigate Rosse, il “motore principale”, che avrebbe permesso il transito dal movimento al partito e che, attraverso passaggi progressivi, avrebbe infine condotto all’instaurazione di un potere «nuovo». Il passaggio al «potere politico» significava individuare i propri bersagli non più, o non principalmente sul terreno della produzione (dirigenti industriali, capi e capetti, crumiri e delatori) ma dentro i punti nevralgici della macchina statale.

In questo senso, l’ideologia dei fondatori del partito guerriglia si è rivelata compatta e coerente. Non c’era differenza di principio, infatti, tra bruciare la macchina di un «capetto» di fabbrica o di un sindacalista di destra, rapire un dirigente aziendale o rapire e sottoporre a processo il giudice Sossi.

Tutte queste figure rappresentavano la “personificazione del potere” e la escalation era prevista e motivata dalla volontà di “misurarsi con il potere a tutti i livelli … e dimostrare di saper sopravvivere a questi livelli di scontro”[5]. Scrivono: “Nella fabbrica… il capo del personale è il giudice, quello che può spostare la gente, infliggere punizioni, licenziare. Colpendo lui si paralizza qualunque capacità di risposta aziendale. A livello di fabbrica è perciò il capo del personale che viene fatto oggetto di intimidazioni, attentati, per fargli paura e per far paura a tutti gli altri capi del personale. E lo stesso avviene per i giudici[6].

 

[1] Intervista pubblicata su «L’Espresso», n. 20, 16 maggio 1974, ora in Soccorso Rosso, Brigate Rosse, op. cit., p. 225.

[2] M. Moretti, Brigate Rosse. Una storia italiana, op. cit., pp. 61-62.

[3] Brigate Rosse, Contro il neogollismo portare l’attacco al cuore dello stato, senza luogo, aprile 1974, p. 1 e p. 8.

[4] Formazione dei Gap di Genova, i componenti del gruppo «XXII Ottobre» furono arrestati tutti, nell’arco di pochi giorni, in seguito ad una rapina, compiuta il 26 marzo 1971 ai danni dell’Istituto case popolari di Genova, nel corso della quale rimase ucciso un fattorino. Pubblico ministero al processo era Mario Sossi.

[5] Brigate Rosse, Autointervista, Milano, settembre 1971, p. 11.

[6] Cit. in V. Tessandori, BR imputazione banda armata., op. cit., p. 25.

 

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