Archivio dell'autore

Banksy-Parigi

Il risultato elettorale di ieri vede la lega come il partito vincente, con più del 34 per cento delle adesioni tra i votanti (56,09% degli aventi diritto).
Chi compone questa misera maggioranza? Non i padroni, non l’alta borghesia; è nei quartieri più degradati delle nostre città, dove regnano l’ignoranza e l’anomia, che il fascismo, l’intolleranza e il razzismo sono più presenti.
Chi ha letto la storia della Comune di Parigi ricorda che i comunardi furono sconfitti e assassinati anche da quella accozzaglia di delinquenti, ladruncoli, truffatori, che costituiva il Lumpenproletariat, che furono assoldati dalla borghesia, per marciare contro la parte più sana del popolo francese: gli operai.
Ricordo che Karl Marx sosteneva al riguardo: “Il sottoproletariato è anch’egli come la borghesia un nemico pericoloso della classe operaia”.
Lenin con altre parole sosteneva: “Per abbattere i padroni, prima bisogna eliminare i loro servi, cioè quella massa di gente senza idee e senza principi”.
Al lumpenproletariat si unisce l’uomo qualunque, il borghese piccolo piccolo, il pensatore monodimensionale, che pensa quello che i media gli comandano di pensare, quello che ama “ordine e disciplina” ed ha paura/orrore del diverso da sé.
Se permettiamo all’ignoranza e al qualunquismo di sopravvivere i ducetti come salvini (la minuscola non è un refuso) hanno vita facile.
“La scheda o il fucile” diceva MalcomX nel 1964, se non sono tempi per il fucile, certo non ci serve la scheda elettorale. Torniamo nelle strade, nelle fabbriche, nelle scuole a dialogare con la gente contro ogni forma di razzismo, xenofobia, sessismo, contro ogni forma di fascismo. Pratichiamo l’autodifesa con i fatti e con le parole. La bellezza è nelle strade.

20190517_142525

 

Addio a Nanni Balestrini

Pubblicato: 05/20/2019 in Compagni
Tag:

Ciao Nanni, guarda le nostre fiaccole che ti salutano

“Abbiamo fatto i buchi in tutte le reti e poi abbiamo fatto le fiaccole. le fiaccole si facevano con pezzi di lenzuoli legati stretti e poi imbevuti d’olio e allora anche lì all’ora stabilita nel mezzo della notte tutti accendevano l’olio delle fiaccole e infilavano questi fuochi nel buchi delle grate ma anche li non c’era nessuno che li vedeva, le fiaccole bruciavano a lungo doveva essere un bello spettacolo da fuori tutti quei fuochi tremolanti sul muro nero del carcere in mezzo a quella distesa sconfinata ma gli unici che potevano vedere la fiaccolata erano i pochi automobilisti che sfrecciavano piccoli lontanissimi sul nastro nero dell’autostrada a qualche chilometro dal carcere, o forse un aeroplano, che passa su in alto, ma quelli volano altissimi lassù nel cielo nero silenzioso e non vedono niente” (Nanni Balestrini -Gli invisibili-)

“Finché ancora tempo,mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
vorrei una notte di maggio
una di queste notti
sul lungosenna Voltaire
baciarti sulla bocca
e andando poi a Notre-Dame
contempleremmo il suo rosone
e a un tratto serrandoti a me
di gioia paura stupore
piangeresti silenziosamente
e le stelle piangerebbero
mischiate alla pioggia fine.” (Nazim Hikmet )

15 aprile 2019, ore 18.50: un terribile incendio è scoppiato nella cattedrale di Notre-Dame, ci sono volute più di 9 ore di furioso combattimento da parte di quasi 400 pompieri per domare la forza delle fiamme; la flèche (la grande guglia) e due terzi del tetto sono bruciati, all’interno è crollata parte della volta. Mentre scrivo ancora sono in corso le indagini per valutare quali siano i reali danni alla struttura e le origini dell’incendio.

Che sia stato errore umano o fatalità poco importa, un patrimonio dell’umanità è scomparso per sempre e nessuna ricostruzione potrà mai compensare la perdita, solo la nostra memoria lo preserverà e allora affido la mia a queste magnifiche parole:

 

Estratti da “Notre Dame de Paris” – Victor Hugo 1831

Notre Dame Cathedral at dusk in Paris, France

“L’immensa chiesa di Notre-Dame stagliando contro il cielo stellato la sagoma nera delle sue due torri, dei suoi fianchi di pietra e della sua groppa mostruosa, sembrava un’enorme sfinge a due teste seduta al centro della città. […]

Vasta sinfonia di pietra, per così dire; opera colossale di un uomo e di un popolo, unica e al tempo stesso complessa come l’Iliade e i Romanceros di cui è sorella; prodotto prodigioso del contributo di tutte le energie di un’epoca, ove su ogni pietra si vede impressa in cento modi diversi la fantasia dell’operaio disciplinata dal genio dell’artista; sorta di creazione umana, in poche parole, potente e feconda come la creazione divina a cui sembra aver strappato il suo duplice carattere: la varietà e l’eternità. […]

Ogni faccia, ogni pietra del venerabile monumento è una pagina non solo della storia del paese, ma anche della storia della scienza e dell’arte. […]

I grandi edifici, come le grandi montagne, sono opera dei secoli. […] L’uomo, l’artista, l’individuo svaniscono su queste grandi masse senza nome d’autore; l’intelligenza umana vi si riassume e vi si totalizza. Il tempo è l’architetto, il popolo è il muratore. […]

La chiesa di Notre-Dame di Parigi è certamente ancora oggi un maestoso e sublime edificio. Ma, per quanto bella si sia conservata col passare del tempo, è difficile non sospirare e non indignarsi di fronte alla degradazione e alle innumerevoli mutilazioni che il tempo e gli uomini alternativamente hanno inferto al venerabile monumento, senza rispetto per Carlomagno che ne aveva posto la prima pietra, né per Filippo Augusto che ne aveva posto l’ultima, […]

Sul volto di questa vecchia regina delle nostre cattedrali, accanto ad una ruga si trova sempre una cicatrice. Tempus edax, homo edacior, espressione che tradurrei volentieri così: il tempo è cieco, l’uomo è stupido. […]

Notre-Dame di Parigi non è per niente quel che si può dire un monumento completo, definito, classificato. Non è più una chiesa romanica, non è ancora una chiesa gotica. Questo edificio non è un tipo esemplare di architettura. Notre-Dame di Parigi non ha per nulla, come l’abbazia di Tournus, la grave e massiccia quadratura, la volta ampia e rotonda, la glaciale nudità, la semplicità maestosa degli edifici che hanno l’arco a tutto sesto come principio generatore. Non è, come la cattedrale di Bruges, il prodotto magnifico, leggero, multiforme, ridondante, denso, lussureggiante dell’ogiva. Impossibile classificarla in quell’antica famiglia di chiese tetre, misteriose, basse e come schiacciate dall’arco a tutto sesto. […]

Notre-Dame è un edificio della transizione. L’architetto sassone aveva appena eretto i primi pilastri della navata, quando l’ogiva che arrivava dalla crociata è venuta a posarsi da conquistatrice su quei larghi capitelli romanici che avrebbero dovuto sostenere solo archi a tutto sesto. L’ogiva, padrona da quel momento, ha costruito il resto della chiesa. Tuttavia, all’inizio inesperta e timida, essa si svasa, si allarga, si contiene, e non osa ancora slanciarsi in guglie e pinnacoli come farà più tardi in tante meravigliose cattedrali. Sembra risentire della vicinanza delle pesanti colonne romaniche. […]

Esistono sicuramente poche pagine architettoniche più belle di questa facciata sulla quale, successivamente e insieme, i tre portali incavati ad ogiva, il cordone ricamato fiancheggiato dalle sue due finestre laterali come il prete dal diacono e dal sottodiacono, l’alta e fragile loggia di archi trilobati che sostiene una pesante piattaforma sulle sue sottili colonnette, infine le due nere e massicce torri con le loro tettoie di ardesia, parti armoniose di un magnifico insieme, sovrapposte in cinque giganteschi piani, si sviluppano sotto lo sguardo, in gran numero ma ordinatamente, con i loro multiformi particolari di statuaria, di scultura e di cesellatura, potentemente armonizzati alla tranquilla grandezza dell’insieme. […]

C’è un’ora precisa in cui bisogna ammirare il portale di Notre-Dame. È il momento in cui il sole, che si appresta a tramontare, guarda quasi in faccia la cattedrale. I suoi raggi, sempre più orizzontali, si ritirano lentamente dal selciato della piazza e risalgono lungo lo strapiombo della facciata sulla quale fanno risaltare in un gioco di chiaroscuro le mille rientranze della scultura, mentre il grande rosone centrale fiammeggia come un occhio di ciclope infiammato dai riverberi della fucina.”

 

“lavorato per 13 anni nell’alta ristorazione: ho fatto il cameriere, il sommelier, il cuoco. Mi sono avvicinato alla causa curda – ricordava Orsetti – perché mi convincevano gli ideali che la ispirano, vogliono costruire una società più giusta e più equa. L’emancipazione della donna, la cooperazione sociale, l’ecologia sociale e, naturalmente, la democrazia. Per questi ideali sarei stato pronto a combattere anche altrove, in altri contesti. Poi è scoppiato il caos ad Afrin e ho deciso di venire qui per aiutare la popolazione civile a difendersi … Io non ho nessuna remora morale, sto facendo la cosa giusta, sono a posto con la mia coscienza. Siamo qua e qua resteremo fino all’ultimo. Un po’ perché non c’è nient’altro da fare, un po’ perché è la cosa giusta da fare. Combattiamo”. Lorenzo Orsetti (da un’intervista rilasciata al Corriere Fiorentino)

Ciao, se state leggendo questo messaggio è segno che non sono più a questo mondo.
Beh non rattristatevi più di tanto, mi sta bene così; non ho rimpianti, sono morto facendo quello che ritenevo più giusto, difendendo i più deboli e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, uguaglianza e libertà. Quindi nonostante questa prematura dipartita, la mia vita resta comunque un successo e sono quasi certo che me ne sono andato con il sorriso sulle labbra. Non avrei potuto chiedere di meglio.
Vi auguro tutto il bene possibile e spero che anche voi un giorno (se non l’avete già fatto) decidiate di dare la vita per il prossimo, perché solo così si cambia il mondo. Solo sconfiggendo l’individualismo e l’egoismo in ciascuno di noi si può fare la differenza. Sono tempi difficili, lo so, ma non cedete alla rassegnazione, non abbandonate la speranza; mai! neppure un attimo.
Anche quando tutto sembra perduto, e i mali che affliggono l’uomo e la terra sembrano insormontabili, cercate di trovare la forza, di infonderla nei vostri compagni.
È proprio nei momenti più bui che la vostra luce serve.
E ricordate sempre che ‘ogni tempesta comincia con una singola goccia’. Cercate di essere voi quella goccia.
Vi amo tutti spero farete tesoro di queste parole. Serkeftin!
Orso,
Tekoser,
Lorenzo

Lorenzo Orsetti, detto Orso, “”, 33 anni di Firenze , combattente internazionale delle YPG è caduto durante uno scontro a fuoco in un’imboscata tesa dai miliziani di Daesh nella zona di Baghuz, nel nord-est della Siria dove le forze rivoluzionarie stanno completando l’annientamento dell’Isis.
(La lettera è stata pubblicata da Claudio Locatelli, gestore della pagina Facebook “Il giornalista combattente” https://www.facebook.com/Claudio-Locatelli-Il-giornalista-combattente-1918536748367010/)

L’intero mondo, intorno a me, esplose e il mio piccolo mondo mi crollò addosso. Non dovevo aspettare che la TV raccontasse la storia perché ora era davanti al mio uscio. Belfast bruciava … (Bobby Sands)

Belfast ti accoglie con il fascino di Cary Grant. Ti invita ammiccante e scanzonata nel traffico cittadino e dello shopping, ti mostra i suoi gioielli: il verde delle colline e in lontananza i cantieri nautici, dove fu costruito il Titanic, orgoglio e rammarico di questa terra. Ti sorride, ma sotto il vestito impeccabile della moderna City, che ha dato i natali a Van Morrison e a George Best, si nascondono ancora le cicatrici di un conflitto … Belfast non si visita, a Belfast si fa esperienza.
Belfast è una delle quattro “B” (con Beirut, Baghdad e Bosnia) che, in tempi non lontani, ai viaggiatori era consigliato di evitare.
Belfast è una guerra che da oltre trent’anni continua a segnare i destini del Nord Irlanda e che prosegue anche oggi, seppur in maniera subdola e silenziosa, come fuoco sotto la cenere.
Per definirla sono state usati termini come “cattolici” e “protestanti”, nel tentativo (riuscito) di ridurre ad una natura settaria un conflitto, le cui radici affondano invece nel colonialismo, nel prevalere del più forte sul più debole, nelle lotte per i diritti civili.
È concettualmente difficile immaginarsi il colonialismo come qualcosa che può essere contestualizzato nel proprio continente: le colonizzazioni, infatti, sono sempre intese come un movimento, che si sviluppa secondo direttrici che portano i popoli europei ad occupare terre lontane; ma se proviamo a immaginarci che colonizzatori e colonizzati si trovino a meno di 400km di distanza gli uni dagli altri allora ecco la storia della Gran Bretagna e dell’Irlanda del Nord.
Quelle radici partono già dal XVII secolo e tutto è iniziato, sin da subito, come una guerra anti-coloniale e non come un conflitto di religioni: durante il regno di Giacomo I, tutti i possedimenti dei regnanti irlandesi, delle potenti dinastie O’Neill ed O’Donnell, così come di coloro che li avevano supportati, furono confiscate e riassegnate ai nuovi coloni/colonizzatori. I “governatori britannici”, così venivano chiamati i colonizzatori, che erano in gran maggioranza inglesi e scozzesi. Le terre espropriate raggiungevano la ragguardevole cifra di circa duemila chilometri quadrati. Gli insediamenti di coloni Inglesi in suolo irlandese si chiamarono Plantations e la Plantation of Ulster fu la maggiore di tutte. Lo scopo di tale operazione fu di prevenire ogni successiva ribellione, dato che il Nord era stata l’area dell’isola irlandese, che più aveva contrastato il dominio inglese nel secolo precedente.
Belfast è “The Troubles”: qualcuno continua a chiamarli disordini quei 30 anni di guerra tra protestanti e cattolici, un modo per definirla una guerra a bassa intensità, nonostante vi siano morte 3.700 persone di entrambe le parti, con una media agghiacciante di due morti a settimana. Agli inizi degli anni ’60, Belfast era una città fantasma, dove si poteva morire per poco; per il semplice fatto di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Una violenza cieca che poteva, davvero, colpire chiunque. Uno dei luoghi chiave degli scontri fu Bombay Street. I troubles esplosero proprio qui, nel 1969, quando le squadre degli lealisti attaccarono e distrussero le case degli indipendentisti. In questi vicoli segnati oggi da un reticolato alto nove metri, ogni pietra ricorda come ogni casa si trasformò allora in una trincea.
Le forze paramilitari lealiste, con la complicità dell’esercito inglese, attaccavano in modo sistematico non solo i membri dell’IRA, ma anche semplici cittadini colpevoli solo di essere cattolici o repubblicani. In particolare, a metà anni Settanta, divenne noto il gruppo degli “Shankill Butchers” – I Macellai di Shankill – un’unità dell’UVF (Ulster Volunteer Force )di Shankill Road che, sotto la guida del famigerato Lenny Murphy (in seguito ucciso dall’IRA), rapiva e uccideva cittadini cattolici tagliando loro la gola dopo averli orribilmente torturati e mutilati. Alla violenza settaria degli estremisti protestanti rispondeva l’IRA, i cui militanti, in quegli anni, ingaggiavano quasi tutti i giorni scontri a fuoco contro l’esercito britannico nelle strade di Belfast e Derry e colpivano i loro cosiddetti «obiettivi economici» con bombe. Nell’insieme, oltre 1.500 persone furono uccise per violenza politica e religiosa a Belfast tra il 1969 e il 2001.
Belfast è 40 anni di Muri. Il primo muro fu costruito a soli otto anni dalla costruzione di quello di Berlino. I muri sono parte integrante della città, uno dei suoi simboli; si ergono immutati i muri, parenti stretti di quelli di Gaza e della Cisgiordania; muri di campi di concentramento, coperti di graffiti in onore dei lealisti incappucciati dell’Ulster o dei martiri repubblicani dell’Ira.
Così come tendiamo a proiettare lontano da noi il colonialismo, allo stesso modo non ci immaginiamo che una città come Belfast possa essere divisa da un muro e da cancelli. Il muro è quello della pace, (ce ne sono 88 in Irlanda del Nord e il loro compito è di dividere indipendentisti da lealisti: i loro quartieri, le loro chiese, le loro scuole); a West Belfast lungo la “Peace Line”, che si distende per quattro chilometri, ci sono sei cancelli, che si alzano per sei metri, ogni entrata/uscita è composta da due cancelli separati da qualche metro di terra di nessuno, servono a separare Shankill Road, quartiere lealista, da Falls Road, il quartiere a maggioranza repubblicana e indipendentista: Il cancello attraverso il quale siamo passati noi, chiude ogni sera alle 19:30, quello da cui siamo tornati in Falls Road chiude invece alle 21:30, sapere che ogni maledetta notte si attua questo coprifuoco ci riempie di una rabbia sorda e ringhiante.
Belfast è il taxi nero, che ci trasporta lungo la Peace line, cupe cancellate alte fino a dieci metri, meta di un turismo della memoria, di cui anche noi oggi facciamo parte, con la volontà di entrare dentro questo pezzo di storia, così recente da non essere studiata, così imbarazzante da non essere insegnata, così importante da non poter essere ignorata.
Durante i Troubles, era stata vietata la circolazione dei classici bus nella zona indipendentista, dopo che alcuni combattenti li avevano usati come barricate bloccando le strade, facendone veri e propri posti di blocco dietro cui nascondersi dai proiettili dalle forze dell’ordine e lanciare pietre; gli abitanti di quelle strade sarebbero stati costretti a prendere il bus nella zona lealista, correndo gravi pericoli, fu così che decisero di acquistare alcuni black taxi, che divennero l’unico mezzo di trasporto collettivo per tornare a casa dal centro (omologati per sei passeggeri, ne trasportavano fino a 12). Il sorriso triste ma allo stesso tempo orgoglioso di Paul, il nostro tassista, mentre ci mostra il lasciapassare blu del suo taxi, sopravvissuto ai Troubles, e ci racconta dei rischi che gli autisti correvano mentre accompagnavano a casa i lavoratori è coinvolgente al punto da essere straziante.
Belfast è il miglio verde della collina di Crumlin Road. La prigione di Crumlin Road (gli irlandesi la chiamano Crumlin Road Gaol) fu costruita in epoca vittoriana, progettata per essere un vero simbolo di potere ed ordine. È un luogo in cui il dolore e le sofferenze inflitti hanno tolto il fiato alla libertà e alla felicità. Nei suoi 150 di attività ha visto tra le sue mura assassini, ladri e poveracci, bambini e malati mentali. Negli anni ’70 e ’80 si è riempita di prigionieri legati ai Troubles, ma anche di persone trascinate in carcere da sospetti e dicerie. Nel Crum furono impiccate 17 persone, 15 delle quali sepolte in tombe anonime fra le sue mura.
Belfast È la lotta per conservare lo status di prigioniero politico nelle prigioni di Long Kesh e di Maze, dentro ai famigerati blocchi H, contro la strategia di criminalizzazione del movimento repubblicano, attuata dal governo britannico, che mirava a presentare i detenuti repubblicani dell’IRA e dell’INLA come dei criminali comuni privi di qualsiasi motivazione politica.
Nel 1976 i detenuti repubblicani, che furono trasferiti negli H-Blocks e ai quali fu imposto di indossare l’uniforme carceraria prevista per i criminali comuni, si opposero a questo nuovo regime e, rifiutandosi di indossare la divisa, si coprirono solo con una coperta, dando vita alla blanket protest, affrontando i rigori del freddo e il divieto ad incontrare i familiari (senza divisa non era permesso accedere alle visite dall’esterno); nel 1978, per protestare contro la brutalità dei secondini, che li assalivano quando si recavano ai bagni, i prigionieri si rifiutarono di svuotare i propri buglioli, spalmando i propri escrementi sui muri delle celle e buttando l’urina sotto la fessura delle porte, dando inizio così alla dirty protest; quando, nonostante le pressioni provenienti da molti ambienti europei e di oltre atlantico, il governo britannico guidato da Margaret Thatcher si rifiutò ostinatamente di arrivare ad un qualsiasi compromesso con i detenuti, dopo più di 4 anni vissuti nudi con solo una coperta addosso e in mezzo ai propri escrementi, questi decisero di risolvere la questione drasticamente e annunciarono uno sciopero della fame. Il 27 ottobre cominciarono lo sciopero che durò fino al 18 dicembre quando, dopo 53 giorni di digiuno, ormai in fin di vita, decisero terminare lo sciopero sulla base di un confuso documento fatto arrivare attraverso intermediari dal governo britannico.
Nel 1981; i prigionieri decisero di cominciare un nuovo sciopero della fame, avanzando cinque richieste, che divennero note come Five Demands tese a sottolineare lo stato di prigioniero politico:
– Diritto di indossare i propri vestiti e non la divisa carceraria.
– Diritto di non svolgere il lavoro carcerario.
– Diritto di libera associazione con gli altri detenuti durante le ore d’aria.
– Diritto di avere reintegrata la remissione di metà della pena, (che avevano perduto in conseguenza delle proteste).
– Diritto di ricevere pacchi settimanali, posta e di poter usufruire di attività ricreative.
A differenza del primo sciopero della fame non avrebbero cominciato il digiuno in gruppo ma singolarmente, a intervalli regolari, per prolungare l’impatto sull’opinione pubblica e per mantenere alta la pressione sul governo britannico.
Il primo a rifiutare il cibo, il 1º marzo 1981, fu Bobby Sands, seguito, il 15 marzo da Francis Hughes, e una settimana dopo da Raymond McCreesh e da Patsy O’Hara. Sands morì il 5 maggio 1981, dopo 66 giorni di digiuno e fu sostituito nel digiuno da Joe McDonnell. Il 12 maggio morì Francis Hughes e il 21 maggio, morirono a poche ore di distanza l’uno dall’altro McCreesh e O’Hara; Tutti furono sostituiti da altri detenuti. Al dolore delle famiglie di aver perso i loro cari, si aggiunse la rabbia nel momento in cui gli vennero restituiti i corpi, che presentavano i segni di percosse ricevute quando erano già privi di vita.
Belfast è Brendan Hughes, Tommy McKearney, Sean McKenna, Leo Green, Raymond McCartney, Tom McFeeley, John Nixon, Mairéad Farrell, Mary Doyle e Mairéad Nugent.
Belfast è Bobby Sands, Francis Hughes, Raymond McCreesh, Patsy O’Hara, Joe McDonnell, Martin Hurson, Kevin Lynch, Kieran Doherty, Thomas McElwee, Mickey Devine.
Belfast è ogni uomo e ogni donna che, in qualsiasi parte del mondo, ha messo la propria vita in secondo piano rispetto alla lotta per la libertà.
Belfast è una città duplice e doppia, come lo era Berlino un tempo. Una città che divide coscienze politiche e opinioni morali. Odio, scontri, lotte dure sono meno visibili oggi, rispetto agli anni 70’ e 80’, gli anni di Bobby Sands e dei suoi compagni di lotta, gli anni in cui un Bono meno corrotto (o forse meno sputtanato?) cantava “How long, How long must we sing that song”. Eppure uscendo dalla stazione di Belfast, oggi 23 febbraio 2019, i miei occhi hanno visto quella città tanto letta e tanto vista nei film: hanno visto le scuole avvolte nel filo spinato con le entrate divise tra ragazze e ragazzi, i blindati e gli elicotteri che in quegli anni infestavano la città. Hanno visto una città che non c’è più, perché da allora, Belfast si è frammentata sempre di più, anno dopo anno, seguendo il tracciato dei cingolati militari. Ogni volta la città ha cambiato la sua morfologia, prendendo la forma di un labirinto che, come un tubo flessibile, modifica il suo percorso.
Fino ad una quindicina di anni fa, in Falls Road era pericoloso anche solamente camminare, perché gli “squadroni della morte” protestanti sceglievano le vittime a caso, fra i passanti, spesso sparando da auto in corsa. Oggi è un luogo più tranquillo, un museo a cielo aperto, dove però le auto della polizia sono ancora Land Rover blindati … dove abbattere i muri fa ancora paura e dove, al calar del buio, le auto non vanno più da una parte all’altra. Chi si chiama Patrick resterà a Falls road, chi George a Shankill road.
Belfast è la città che ha dato i natali a George Best e in cui, nel 2010, il Belfast City Council , come parte del progetto Peace III per contrastare il settarismo, aveva pagato 1.500 sterline dei contribuenti per i materiali da utilizzare in un murales in memoria di George Best nella zona protestante.
Belfast è la città in cui una domenica di settembre del 2013 (nel 50° anniversario della prima partita di George Best con il Manchester United), quel murales scomparve, per essere definitivamente sostituito da un paramilitare armato dell’UVF; accanto al bandito incappucciato spicca con macabro cinismo la citazione di Martin Luther King che recita: “La libertà non è mai concessa liberamente dall’oppressore, deve essere richiesta dagli oppressi”.
Belfast è il raggio di sole che disegna arabeschi tra le nuvole del cielo d’Irlanda in un sabato di febbraio. Belfast è il mio compleanno in questo 2019

 

“Ora mi trovo nel Blocco H, dove mi rifiuto di cambiare per adeguarmi a coloro che mi opprimono, mi torturano, mi tengono prigioniero e vogliono disumanizzarmi. Al pari dell’allodola non ho alcun bisogno di cambiare. È la mia ideologia politica e i miei principi che i miei carcerieri vogliono mutare. Hanno distrutto il mio corpo e attentato alla mia dignità. Se fossi un prigioniero comune mi presterebbero pochissima, o addirittura nessuna attenzione, ben sapendo che mi conformerei ai loro capricci istituzionali. Ho perso oltre due anni di condono. Non me ne importa nulla. Sono stato privato dei miei vestiti e rinchiuso in una cella fetida e vuota, dove mi hanno fatto patire la fame, picchiato e torturato. Come l’allodola, anch’io ho paura che alla fine possano uccidermi. Ma, oso dirlo, allo stesso modo della mia piccola amica possiedo lo spirito di libertà, che non può essere soppresso neppure con il più orrendo dei maltrattamenti. Certamente posso essere ucciso, ma, fintantoché rimango vivo, resto quel che sono, un prigioniero politico di guerra, e nessuno può cambiare questo.“

(Bobby Sands)

lolli905Quelli come noi, extraterrestri che sono precipitati in un mondo estraneo al loro cuore, si guardano intorno spaesati, a volte, incazzati, spesso, e si domandano: chi è  il pazzo? Io o tutti loro? Lottano, combattono a morsi per costruire una vita, che sia degna di questo nome: un’Isola Verde. Non ho mai inteso l’Isola Verde come follia, ho sempre pensato che fosse quel mondo migliore che da sempre cerchiamo di costruire e che gli altri, la moltitudine a una dimensione che popola questa marcia società, ciechi e sordi alla vita vera, non riescono a vedere. Mi piace pensare che Claudio non sia morto, che sia partito e ora sia lì a godersi la Vita, la Terra, la Luna e l’Abbondanza.

Vivere costa fatica, quando la vita è tutti i giorni uguale

Vivere costa fatica, quando dai giorni non nasce nient’altro che male
Ditemi come si fa, a vivere tutta la vita in questa città
Di giorno sudore d’attrezzi, di notte cercar nelle strade le donne coi prezzi
Arriva un mattino improvviso, una luce strana che entra da una finestra
E sotto è sparito il cortile, c’è un’isola verde che tinge i miei occhi di festa
Nessuno avrebbe esitato, a volare felice incontro ad un sogno così
E l’aria riempie il palato, la terra raccoglie le ossa di un uomo impazzito
Mi chiamano pazzo perché, ho sempre in mente di andarmene dalla città
Di andarmene a vivere là, nell’isola verde della mia felicità
Laggiù mi aspetta Maria, la donna che ho sempre sognato e non è stata mia
Mi aspetta dentro una casa, piena di luci, di fiori, dipinta di rosa
Laggiù mi aspettano giorni, pieni di sole, colore e di allegria
Laggiù saprei dimenticare, i muri guardiani che oggi mi fan compagnia
Ma, non vogliono ch’io viva là, nell’isola verde della mia felicità
Vogliono che viva qui, vestito di bianco e costretto a rispondere si
Aggiungo in coda un bell’articolo di Girolamo De Michele:
http://www.euronomade.info/?p=10976

“Prendere a calci un fascista è stata la cosa migliore che ho fatto in tutta la mia carriera […]avrei dovuto calciare più forte. Non posso pentirmi. Mi sono sentito benissimo. Ho imparato molto da questo episodio e credo che anche lui “.
Eric Cantona

Eric Cantona nasce a Les Caillols, un sobborgo di Marsiglia il 24 maggio 1966. Les Caillols è un posto speciale, abbarbicato sulle rocce. Città in fuga da se stessa, alberi e profumi di Provenza. A Les Caillols, negli anni Cinquanta, si innamorano i genitori di Cantona. Lui si chiama Albert e ha origini sarde. Lei Eleonore Raurich ed è figlia di rifugiati catalani, Pedro e Paquita. Pedro Raurich, nonno materno di Eric, ha combattuto contro i fascisti di Franco nella guerra civile spagnola degli anni Trenta. Ferito al fegato, è stato internato in un campo. Rilasciato, ha vagato per la Francia, fino a Marsiglia, ultimo approdo. Sardegna più Catalogna e Barcellona. Radici forti, che spiegano i come e i perché dell’Eric che verrà

25 gennaio 1995, durante la partita Crystal Palace e Manchester United, Eric Cantona, che è appena stato espulso, si dirige verso gli spogliatoi; nell’uscire dal terreno, i tifosi del Palace lo insultano. Uno più di altri, Matthew Simmons, ventenne di Thornton Heath, South London. Simmons non ha un passato limpido. Simpatizzante di estrema destra, è stato accusato di aver percosso un benzinaio dello Sri Lanka. Simmons insulta Eric: «Francese figlio di puttana». E Cantona, preoccupato per le condizioni di salute del padre, quel papà che a Les Caillols nei giorni felici dell’infanzia gli ripeteva: «Nella lotta chi colpisce per primo colpisce due volte», stende Simmons con un un calcio volante – subito ribattezzato “colpo di kung fu” – e un pugno che tirato mentre si rialzava. L’episodio fa il giro delle tv del mondo, dall’Alaska all’Australia.

Cantona fu squalificato per 8 mesi dalla Federazione inglese (venne anche rinviato a giudizio e condannato a 120 ore di servizio civile), mentre il tifoso si beccò sette giorni di carcere, gli fu ritirato l’abbonamento al Palace e fu bandito da Selhurst Park.

Ne “Il mio amico Eric” (film del 2009 diretto da Ken Loach) ha interpretato se stesso, nella parte dell’amico invisibile di uno sfigato postino di Manchester, che a un certo punto gli chiede: «Che cosa hai fatto dopo il colpo di kung fu?». Risposta: «La tromba. Ho imparato a suonare la tromba». E via con una dimostrazione pratica, sulle note della Marsigliese.

« Quando i gabbiani seguono il peschereccio è perché pensano che verranno gettate in mare delle sardine. » (Éric Cantona)

download

 

Avevano lasciato l’Italia ed erano arrivati in America nel 1908, Sacco aveva diciassette anni, Vanzetti venti, senza conoscersi fra loro.

Vanzetti scrisse: “Al centro immigrazione, ebbi la prima sorpresa. Gli emigranti venivano smistati come tanti animali. Non una parola di gentilezza, di incoraggiamento, per alleggerire il fardello di dolori che pesa così tanto su chi è appena arrivato in America . Dove potevo andare? Cosa potevo fare? Quella era la Terra promessa. Il treno della sopraelevata passava sferragliando e non rispondeva niente. Le automobili e i tram passavano oltre senza badare a me“.

Bartolomeo e Nicola, appena arrivati, per non morire di fame, dovettero cominciar subito ad elemosinare  un lavoro qualsiasi, a qualsiasi paga – domandando di porta in porta con quel poco di inglese che conoscevano.

Vanzetti lavorò qua e là: in trattorie, in una cava, in un’acciaieria, in una fabbrica di cordami (la Plymouth Cordage Company, oggi consociata della RAMJAC). Ogni momento libero lo dedicava  alla sua formazione; studiò Marx e Darwin e Victor Hugo e Gor’kij e Tolstoj e Zola e Dante. Nel 1916 guidò uno sciopero contro la fabbrica di cordami. Era sulle liste nere dei datori di lavoro, sicché alla fine, per sopravvivere, si mise a fare il pescivendolo.
Sacco, che in Italia aveva fatto il calzolaio, trovò un posto in una fabbrica di calzature a Milford, nel Massachusetts. Lavorava sei giorni la settimana, dieci ore al giorno. Svolgeva attività politica e sindacale, teneva discorsi dava contributi in denaro e organizzava manifestazioni per un salario più alto e migliori condizioni di lavoro; nel 1916 per tali attività fu arrestato.

Fu nel 1916, quando si unirono ad un gruppo di anarchici italo americani che riparavano in Messico per non partecipare alla Grande Guerra, che Sacco e Vanzetti si conobbero bene. Entrambi, infatti, che ben conoscevano la brutalità del padronato, erano consapevoli  che i campi di battaglia altro non sono se non  luoghi di pericoloso e odioso lavoro, dove pochi sovrintendenti controllano lo spreco di milioni di vite allo scopo di far soldi. Quando tornarono nel Massachusetts, erano inclusi nell’elenco segreto compilato dal dipartimento di Giustizia: la lista degli stranieri che non facevano mistero di quanto trovavano ingiusta, insincera, sfruttatrice ed ignorante la cosiddetta Terra promessa. Iniziarono ad essere pedinati da spie del governo.

Incluso nella lista era anche un tipografo a nome Andrea Salsedo, amico di Vanzetti, che fu arrestato a New York da agenti federali, senza specifiche accuse, e tenuto isolato per otto settimane. Il 3 maggio 1920 Salsedo fu spinto da una finestra al quattordicesimo piano, dove avevano sede certi uffici del dipartimento di Giustizia.

Vanzetti organizzò un comizio per chiedere che fosse aperta un’inchiesta sull’arresto e sulla morte di Salsedo ma prima che il comizio avesse luogo, lui e Sacco furono arrestati per attività sovversive. Il loro reato era il possesso da parte di entrambi di una rivoltella e per Vanzetti anche il possesso di alcuni appunti da destinarsi alla tipografia per l’annuncio del comizio: rischiavano fino a un anno di carcere.
Mentre erano in stato di arresto, furono anche accusati di due omicidi rimasti irrisolti: il cassiere e una guardia giurata di un calzaturificio, che, circa un mese prima, erano stati uccisi durante una rapina a South Braintree (Massachusetts) . La pena per questo reato era la sedia elettrica.

Vanzetti, fu anche accusato di un tentativo di rapina a Bridgewater sempre nel Massachusetts. Processato, fu riconosciuto colpevole così, ancora prima che lui e Sacco fossero processati per duplice omicidio, Vanzetti era già stato etichettato come noto criminale.
Il giudice che diresse il processo per la tentata rapina, Webster Thayer disse alla giuria: “Quest’uomo, benché potrebbe non aver effettivamente commesso il reato contestatogli, è tuttavia moralmente colpevole, poiché è un nemico giurato delle nostre vigenti Istituzioni”. (Citazione tratta da “ Labor’s Untold Story” di Richard O. Boyer e Herbert M. Morais (ed. United Front, San Francisco 1955).

Webster Thayer  fu lo stesso giudice che nel luglio 1923 diresse il processo per omicidio e condannò Sacco e Vanzetti a morte.

La condanna palesemente ingiusta provocò proteste in tutto il mondo. Il carattere puramente indiziario delle prove addotte contro i due anarchici italiani dimostraronosenza ombra di dubbio la faziosità della corte, dettata da motivi politici e razziali. Molti famosi intellettuali, compresi Albert Einstein, Dorothy Parker, Edna St. Vincent Millay, Bertrand Russell, John Dewey, George Bernard Shaw, John Dos Passos, Upton Sinclair, H. G. Wells sostennero una campagna per giungere a un nuovo processo; l’iniziativa non produsse, tuttavia, alcun risultato rilevante.

L’indignazione del mondo intero costrinse le varie istituzioni giudiziarie degli USA a rinviare la sentenza. Proclami, associazioni, petizioni appositamente fondate si levarono in difesa dei condannati ma la richiesta di riaprire il caso fu sistematicamente rifiutata, anche quando un altro detenuto, condannato a morte, li scagionò confessando di aver preso parte alla rapina in cui erano morte le due guardie giurate.

Save_Sacco_and_Vanzetti

sacco_vanzetti04L’affaire Sacco e Vanzetti divenne planetario: “Mai ci saremmo aspettati, in vita nostra,” disse Vanzetti, “di poter compiere un tale lavoro in favore della tolleranza, della giustizia, della comprensione reciproca fra gli uomini, come ora vuole il caso che compiamo.”

Quando il verdetto di morte fu reso noto, si tenne una manifestazione davanti al palazzo del governo, a Boston. La manifestazione durò ininterrottamente per dieci giorni, fino alla data dell’esecuzione, quel giorno il corteo attraversò il fiume e le strade sterrate fino alla prigione di Charlestown. La polizia e la guardia nazionale li attendevano con le mitragliatrici puntate verso i manifestanti che chiedevano giustizia.
Davanti alla prigione fu srotolato un enorme striscione sul quale erano dipinte le parole che il giudice Webster Thayer aveva detto a un amico poco dopo aver emesso la sentenza di morte per Sacco e Vanzetti: “Hai visto che cosa gli ho fatto a quei due bastardi anarchici, l’altro giorno?

La sentenza di assassinio sulla sedia elettrica fu eseguita a Charlestown il 23 agosto 1927 alle 0,19 Nicola Sacco, alle 0,26 Bartolomeo Vanzetti.

Un fiammifero per penna
sangue versato in terra per inchiostro
l’involto di una garza dimenticata per foglio.
Ma cosa scrivo?
Forse ho solo tempo per il mio indirizzo.
Strano,l’inchiostro s’è coagulato
Vi scrivo da un carcere in Grecia
Carcere militare di Boiati – isolamento 5 giugno 1971  – Era un sabato scrissi questa poesia subito dopo esser stato selvaggiamente picchiato
(Alexandros Panagulis, Prigione militare di Boiati “Vi Scrivo da un Carcere in Grecia”, 1971)

panagulis

Alexandros Panagulis nacque ad Atene il 2 luglio 1939. Figlio di Atena e Basilio Panagulis, colonnello dell’esercito greco. Studente di ingegneria al Politecnico e membro del Comitato centrale della Federazione giovanile del partito “Unione di Centro”, fondatore e capo di “Resistenza Greca”. Partecipò attivamente alla lotta per il ritorno alla democrazia e contro il regime dei colonnelli. Disertore dopo il colpo di stato di Papadopulos, il 13 agosto 1968 fu autore di un attentato contro il dittatore. Fu arrestato, seviziato e condannato a morte: pena da lui stesso sollecitata durante il processo.
La sentenza a morte non venne mai eseguita: forse per paura che la sua morte lo trasformasse in un eroe, simbolo della lotta contro il Potere, della lotta contro il tiranno. Ma simbolo lo divenne comunque, anche da vivo.

Durante l’arresto Alexandros rifiutò di cooperare con la giunta e fu vittima di atroci torture sia fisiche sia psicologiche. Evase dalla prigione di Bogiati (S.F.B.) il 5 giugno 1969 ma fu presto di nuovo catturato e condotto provvisoriamente al campo di Goudi. Infine fu destinato ad un esilio solitario a Bogiati, dal quale tentò varie volte di evadere senza risultato.
Trascorse cinque anni rinchiuso in una cella di un metro e mezzo per tre, poi Papadopulos gli concesse la grazia. Una volta caduta la Giunta, fu eletto come deputato in Parlamento: ma la sua lotta contro il Potere non era ancora finita: perché in Grecia non si poteva ancora parlare di democrazia. Non dava requie a nessuno, meno che mai al ministro della di Difesa Averoff: uomo che col passato regime aveva tenuto rapporti non chiari.
Alekos sapeva che esistevano documenti in grado di provare l’ex collaborazionismo del ministro, ma due giorni prima della presentazione in Parlamento di quei documenti (1 maggio 1976), rimase ucciso in un incidente automobistico.
Difficile pensare ad una semplice coincidenza. Ai suoi funerali partecipò un milione e mezzo di persone.

fidel-castro-glassesHASTA SIEMPRE FIDEL!(Cellula PCL Michelin)

Non sono serviti 638 attentati per uccidere Fidel Castro Ruz, il lider maximo, comandante in capo della Rivoluzione Cubana, si è spento oggi (alla faccia loro), a 90 anni nel suo letto, circondato dalla sua gente nella sua isola.
Sue non perché di proprietà, sue perché ne ha sempre fatto parte, ed esse in lui si sono sempre riconosciute.

Fidel era l’ultimo grande rivoluzionario, non testimone ma protagonista della rivoluzione anti imperialista, quella che ancora oggi fa una paura tremenda a tutto il capitalismo mondiale, che in tutti questi anni ha fatto di tutto per confinarla e distruggerla.
Fidel è morto con l’embargo imperiale ancora in atto, il vero killer del popolo cubano, ma presentato con il volto della democrazia più bella del mondo.
Fidel è morto, senza chinare mai la testa, dopo che sono passati 10 presidenti yankee che non si sono mai sognati di allentare la morsa su quella piccola isola che resiste, anzi ci hanno persino costruito la prigione più infame della storia, Guantanamo, per ostentare il proprio credo.

Ora non è il tempo di fare le pulci a Fidel e a Cuba, non è proprio il momento, verranno giorni più adatti. Oggi va celebrato il rivoluzionario, quello vero, quello che la storia ha già assolto, perché ne fa parte, a differenza dei giornalisti come Saviano che ormai scrivono un libro come se fosse il cinepanettone di Boldi e De Sica. Ma si sa: quando un Leone muore gli sciacalli vanno sempre a banchettare sul suo cadavere. Ma lui resta un Leone e loro restano degli sciacalli.

Troviamo adatte le parole di Eduardo Galeano per parlare oggi di Fidel, per salutarlo con tutto l’onore e il rispetto che merita, con quel motto che ha fatto battere e che continua a far battere milioni di cuori all’unisono, alzando un pugno chiuso al cielo: Hasta Siempre Comandate!


Eduardo Galeano,”Specchi”

I suoi nemici dicono che è stato un re senza corona e che ha confuso l’unità con l’unanimità.E in questo i suoi nemici hanno ragione.
I suoi nemici dicono che se Napoleone avesse avuto un giornale come il “Gramma”, nessun francese sarebbe stato messo al corrente del disastro di Waterloo.
E in questo i suoi nemici hanno ragionen
I suoi nemici dicono che esercitò il potere parlando molto e ascoltando poco, perchè era più abituato agli echi che alle voci.
E in questo i suoi nemici hanno ragione.
Però i suoi nemici non dicono che non fu per posare davanti alla Storia che mise il petto di fronte ai proiettili quando venne l’invasione,
che affrontò gli uragani da uguale a uguale, da uragano a uragano, che sopravvisse a seicento trentasette attentati, che la sua contagiosa energia fu decisiva per convertire una colonia in una patria e che non fu nè per un artificio del Demonio nè per un miracolo di Dio che questa nuova patria ha potuto sopravvivere a dieci presidenti degli Stati Uniti, che avevano il tovagliolo al collo per mangiarla con coltello e forchetta.
E i suoi nemici non dicono che Cuba è uno dei pochi paesi che non compete per la Coppa del Mondo dello Zerbino.
E non dicono che questa rivoluzione, cresciuta nel castigo, è quello che ha potuto essere e non quello che avrebbe voluto essere. Nè dicono che in gran parte il muro tra il desiderio e la realtà si fece sempre più alto e più largo grazie al blocco imperiale, che affogò lo sviluppo della democrazia cubana, obbligò la militarizzazione della società e concesse la burocrazia, che per ogni soluzione tiene un problema, l’alibi per giustificarsi e perpetuarsi.
E non dicono che considerando tutte le afflizioni, considerando le aggressioni esterne e l’arbitrarietà interna, questa isola rassegnata però testardamente allegra ha generato la società latino-americana meno ingiusta.
E i suoi nemici non dicono che questa impresa fu opera del sacrificio del suo popolo, però anche fu opera dell’ostinata volontà e dell’antiquato senso dell’onore di questo cavaliere che sempre combattè per i vinti, come quel suo famoso collega dei campi di Castilla.