Archivio per la categoria ‘Crimini dell’imperialismo’

L’intero mondo, intorno a me, esplose e il mio piccolo mondo mi crollò addosso. Non dovevo aspettare che la TV raccontasse la storia perché ora era davanti al mio uscio. Belfast bruciava … (Bobby Sands)

Belfast ti accoglie con il fascino di Cary Grant. Ti invita ammiccante e scanzonata nel traffico cittadino e dello shopping, ti mostra i suoi gioielli: il verde delle colline e in lontananza i cantieri nautici, dove fu costruito il Titanic, orgoglio e rammarico di questa terra. Ti sorride, ma sotto il vestito impeccabile della moderna City, che ha dato i natali a Van Morrison e a George Best, si nascondono ancora le cicatrici di un conflitto … Belfast non si visita, a Belfast si fa esperienza.
Belfast è una delle quattro “B” (con Beirut, Baghdad e Bosnia) che, in tempi non lontani, ai viaggiatori era consigliato di evitare.
Belfast è una guerra che da oltre trent’anni continua a segnare i destini del Nord Irlanda e che prosegue anche oggi, seppur in maniera subdola e silenziosa, come fuoco sotto la cenere.
Per definirla sono state usati termini come “cattolici” e “protestanti”, nel tentativo (riuscito) di ridurre ad una natura settaria un conflitto, le cui radici affondano invece nel colonialismo, nel prevalere del più forte sul più debole, nelle lotte per i diritti civili.
È concettualmente difficile immaginarsi il colonialismo come qualcosa che può essere contestualizzato nel proprio continente: le colonizzazioni, infatti, sono sempre intese come un movimento, che si sviluppa secondo direttrici che portano i popoli europei ad occupare terre lontane; ma se proviamo a immaginarci che colonizzatori e colonizzati si trovino a meno di 400km di distanza gli uni dagli altri allora ecco la storia della Gran Bretagna e dell’Irlanda del Nord.
Quelle radici partono già dal XVII secolo e tutto è iniziato, sin da subito, come una guerra anti-coloniale e non come un conflitto di religioni: durante il regno di Giacomo I, tutti i possedimenti dei regnanti irlandesi, delle potenti dinastie O’Neill ed O’Donnell, così come di coloro che li avevano supportati, furono confiscate e riassegnate ai nuovi coloni/colonizzatori. I “governatori britannici”, così venivano chiamati i colonizzatori, che erano in gran maggioranza inglesi e scozzesi. Le terre espropriate raggiungevano la ragguardevole cifra di circa duemila chilometri quadrati. Gli insediamenti di coloni Inglesi in suolo irlandese si chiamarono Plantations e la Plantation of Ulster fu la maggiore di tutte. Lo scopo di tale operazione fu di prevenire ogni successiva ribellione, dato che il Nord era stata l’area dell’isola irlandese, che più aveva contrastato il dominio inglese nel secolo precedente.
Belfast è “The Troubles”: qualcuno continua a chiamarli disordini quei 30 anni di guerra tra protestanti e cattolici, un modo per definirla una guerra a bassa intensità, nonostante vi siano morte 3.700 persone di entrambe le parti, con una media agghiacciante di due morti a settimana. Agli inizi degli anni ’60, Belfast era una città fantasma, dove si poteva morire per poco; per il semplice fatto di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Una violenza cieca che poteva, davvero, colpire chiunque. Uno dei luoghi chiave degli scontri fu Bombay Street. I troubles esplosero proprio qui, nel 1969, quando le squadre degli lealisti attaccarono e distrussero le case degli indipendentisti. In questi vicoli segnati oggi da un reticolato alto nove metri, ogni pietra ricorda come ogni casa si trasformò allora in una trincea.
Le forze paramilitari lealiste, con la complicità dell’esercito inglese, attaccavano in modo sistematico non solo i membri dell’IRA, ma anche semplici cittadini colpevoli solo di essere cattolici o repubblicani. In particolare, a metà anni Settanta, divenne noto il gruppo degli “Shankill Butchers” – I Macellai di Shankill – un’unità dell’UVF (Ulster Volunteer Force )di Shankill Road che, sotto la guida del famigerato Lenny Murphy (in seguito ucciso dall’IRA), rapiva e uccideva cittadini cattolici tagliando loro la gola dopo averli orribilmente torturati e mutilati. Alla violenza settaria degli estremisti protestanti rispondeva l’IRA, i cui militanti, in quegli anni, ingaggiavano quasi tutti i giorni scontri a fuoco contro l’esercito britannico nelle strade di Belfast e Derry e colpivano i loro cosiddetti «obiettivi economici» con bombe. Nell’insieme, oltre 1.500 persone furono uccise per violenza politica e religiosa a Belfast tra il 1969 e il 2001.
Belfast è 40 anni di Muri. Il primo muro fu costruito a soli otto anni dalla costruzione di quello di Berlino. I muri sono parte integrante della città, uno dei suoi simboli; si ergono immutati i muri, parenti stretti di quelli di Gaza e della Cisgiordania; muri di campi di concentramento, coperti di graffiti in onore dei lealisti incappucciati dell’Ulster o dei martiri repubblicani dell’Ira.
Così come tendiamo a proiettare lontano da noi il colonialismo, allo stesso modo non ci immaginiamo che una città come Belfast possa essere divisa da un muro e da cancelli. Il muro è quello della pace, (ce ne sono 88 in Irlanda del Nord e il loro compito è di dividere indipendentisti da lealisti: i loro quartieri, le loro chiese, le loro scuole); a West Belfast lungo la “Peace Line”, che si distende per quattro chilometri, ci sono sei cancelli, che si alzano per sei metri, ogni entrata/uscita è composta da due cancelli separati da qualche metro di terra di nessuno, servono a separare Shankill Road, quartiere lealista, da Falls Road, il quartiere a maggioranza repubblicana e indipendentista: Il cancello attraverso il quale siamo passati noi, chiude ogni sera alle 19:30, quello da cui siamo tornati in Falls Road chiude invece alle 21:30, sapere che ogni maledetta notte si attua questo coprifuoco ci riempie di una rabbia sorda e ringhiante.
Belfast è il taxi nero, che ci trasporta lungo la Peace line, cupe cancellate alte fino a dieci metri, meta di un turismo della memoria, di cui anche noi oggi facciamo parte, con la volontà di entrare dentro questo pezzo di storia, così recente da non essere studiata, così imbarazzante da non essere insegnata, così importante da non poter essere ignorata.
Durante i Troubles, era stata vietata la circolazione dei classici bus nella zona indipendentista, dopo che alcuni combattenti li avevano usati come barricate bloccando le strade, facendone veri e propri posti di blocco dietro cui nascondersi dai proiettili dalle forze dell’ordine e lanciare pietre; gli abitanti di quelle strade sarebbero stati costretti a prendere il bus nella zona lealista, correndo gravi pericoli, fu così che decisero di acquistare alcuni black taxi, che divennero l’unico mezzo di trasporto collettivo per tornare a casa dal centro (omologati per sei passeggeri, ne trasportavano fino a 12). Il sorriso triste ma allo stesso tempo orgoglioso di Paul, il nostro tassista, mentre ci mostra il lasciapassare blu del suo taxi, sopravvissuto ai Troubles, e ci racconta dei rischi che gli autisti correvano mentre accompagnavano a casa i lavoratori è coinvolgente al punto da essere straziante.
Belfast è il miglio verde della collina di Crumlin Road. La prigione di Crumlin Road (gli irlandesi la chiamano Crumlin Road Gaol) fu costruita in epoca vittoriana, progettata per essere un vero simbolo di potere ed ordine. È un luogo in cui il dolore e le sofferenze inflitti hanno tolto il fiato alla libertà e alla felicità. Nei suoi 150 di attività ha visto tra le sue mura assassini, ladri e poveracci, bambini e malati mentali. Negli anni ’70 e ’80 si è riempita di prigionieri legati ai Troubles, ma anche di persone trascinate in carcere da sospetti e dicerie. Nel Crum furono impiccate 17 persone, 15 delle quali sepolte in tombe anonime fra le sue mura.
Belfast È la lotta per conservare lo status di prigioniero politico nelle prigioni di Long Kesh e di Maze, dentro ai famigerati blocchi H, contro la strategia di criminalizzazione del movimento repubblicano, attuata dal governo britannico, che mirava a presentare i detenuti repubblicani dell’IRA e dell’INLA come dei criminali comuni privi di qualsiasi motivazione politica.
Nel 1976 i detenuti repubblicani, che furono trasferiti negli H-Blocks e ai quali fu imposto di indossare l’uniforme carceraria prevista per i criminali comuni, si opposero a questo nuovo regime e, rifiutandosi di indossare la divisa, si coprirono solo con una coperta, dando vita alla blanket protest, affrontando i rigori del freddo e il divieto ad incontrare i familiari (senza divisa non era permesso accedere alle visite dall’esterno); nel 1978, per protestare contro la brutalità dei secondini, che li assalivano quando si recavano ai bagni, i prigionieri si rifiutarono di svuotare i propri buglioli, spalmando i propri escrementi sui muri delle celle e buttando l’urina sotto la fessura delle porte, dando inizio così alla dirty protest; quando, nonostante le pressioni provenienti da molti ambienti europei e di oltre atlantico, il governo britannico guidato da Margaret Thatcher si rifiutò ostinatamente di arrivare ad un qualsiasi compromesso con i detenuti, dopo più di 4 anni vissuti nudi con solo una coperta addosso e in mezzo ai propri escrementi, questi decisero di risolvere la questione drasticamente e annunciarono uno sciopero della fame. Il 27 ottobre cominciarono lo sciopero che durò fino al 18 dicembre quando, dopo 53 giorni di digiuno, ormai in fin di vita, decisero terminare lo sciopero sulla base di un confuso documento fatto arrivare attraverso intermediari dal governo britannico.
Nel 1981; i prigionieri decisero di cominciare un nuovo sciopero della fame, avanzando cinque richieste, che divennero note come Five Demands tese a sottolineare lo stato di prigioniero politico:
– Diritto di indossare i propri vestiti e non la divisa carceraria.
– Diritto di non svolgere il lavoro carcerario.
– Diritto di libera associazione con gli altri detenuti durante le ore d’aria.
– Diritto di avere reintegrata la remissione di metà della pena, (che avevano perduto in conseguenza delle proteste).
– Diritto di ricevere pacchi settimanali, posta e di poter usufruire di attività ricreative.
A differenza del primo sciopero della fame non avrebbero cominciato il digiuno in gruppo ma singolarmente, a intervalli regolari, per prolungare l’impatto sull’opinione pubblica e per mantenere alta la pressione sul governo britannico.
Il primo a rifiutare il cibo, il 1º marzo 1981, fu Bobby Sands, seguito, il 15 marzo da Francis Hughes, e una settimana dopo da Raymond McCreesh e da Patsy O’Hara. Sands morì il 5 maggio 1981, dopo 66 giorni di digiuno e fu sostituito nel digiuno da Joe McDonnell. Il 12 maggio morì Francis Hughes e il 21 maggio, morirono a poche ore di distanza l’uno dall’altro McCreesh e O’Hara; Tutti furono sostituiti da altri detenuti. Al dolore delle famiglie di aver perso i loro cari, si aggiunse la rabbia nel momento in cui gli vennero restituiti i corpi, che presentavano i segni di percosse ricevute quando erano già privi di vita.
Belfast è Brendan Hughes, Tommy McKearney, Sean McKenna, Leo Green, Raymond McCartney, Tom McFeeley, John Nixon, Mairéad Farrell, Mary Doyle e Mairéad Nugent.
Belfast è Bobby Sands, Francis Hughes, Raymond McCreesh, Patsy O’Hara, Joe McDonnell, Martin Hurson, Kevin Lynch, Kieran Doherty, Thomas McElwee, Mickey Devine.
Belfast è ogni uomo e ogni donna che, in qualsiasi parte del mondo, ha messo la propria vita in secondo piano rispetto alla lotta per la libertà.
Belfast è una città duplice e doppia, come lo era Berlino un tempo. Una città che divide coscienze politiche e opinioni morali. Odio, scontri, lotte dure sono meno visibili oggi, rispetto agli anni 70’ e 80’, gli anni di Bobby Sands e dei suoi compagni di lotta, gli anni in cui un Bono meno corrotto (o forse meno sputtanato?) cantava “How long, How long must we sing that song”. Eppure uscendo dalla stazione di Belfast, oggi 23 febbraio 2019, i miei occhi hanno visto quella città tanto letta e tanto vista nei film: hanno visto le scuole avvolte nel filo spinato con le entrate divise tra ragazze e ragazzi, i blindati e gli elicotteri che in quegli anni infestavano la città. Hanno visto una città che non c’è più, perché da allora, Belfast si è frammentata sempre di più, anno dopo anno, seguendo il tracciato dei cingolati militari. Ogni volta la città ha cambiato la sua morfologia, prendendo la forma di un labirinto che, come un tubo flessibile, modifica il suo percorso.
Fino ad una quindicina di anni fa, in Falls Road era pericoloso anche solamente camminare, perché gli “squadroni della morte” protestanti sceglievano le vittime a caso, fra i passanti, spesso sparando da auto in corsa. Oggi è un luogo più tranquillo, un museo a cielo aperto, dove però le auto della polizia sono ancora Land Rover blindati … dove abbattere i muri fa ancora paura e dove, al calar del buio, le auto non vanno più da una parte all’altra. Chi si chiama Patrick resterà a Falls road, chi George a Shankill road.
Belfast è la città che ha dato i natali a George Best e in cui, nel 2010, il Belfast City Council , come parte del progetto Peace III per contrastare il settarismo, aveva pagato 1.500 sterline dei contribuenti per i materiali da utilizzare in un murales in memoria di George Best nella zona protestante.
Belfast è la città in cui una domenica di settembre del 2013 (nel 50° anniversario della prima partita di George Best con il Manchester United), quel murales scomparve, per essere definitivamente sostituito da un paramilitare armato dell’UVF; accanto al bandito incappucciato spicca con macabro cinismo la citazione di Martin Luther King che recita: “La libertà non è mai concessa liberamente dall’oppressore, deve essere richiesta dagli oppressi”.
Belfast è il raggio di sole che disegna arabeschi tra le nuvole del cielo d’Irlanda in un sabato di febbraio. Belfast è il mio compleanno in questo 2019

 

“Ora mi trovo nel Blocco H, dove mi rifiuto di cambiare per adeguarmi a coloro che mi opprimono, mi torturano, mi tengono prigioniero e vogliono disumanizzarmi. Al pari dell’allodola non ho alcun bisogno di cambiare. È la mia ideologia politica e i miei principi che i miei carcerieri vogliono mutare. Hanno distrutto il mio corpo e attentato alla mia dignità. Se fossi un prigioniero comune mi presterebbero pochissima, o addirittura nessuna attenzione, ben sapendo che mi conformerei ai loro capricci istituzionali. Ho perso oltre due anni di condono. Non me ne importa nulla. Sono stato privato dei miei vestiti e rinchiuso in una cella fetida e vuota, dove mi hanno fatto patire la fame, picchiato e torturato. Come l’allodola, anch’io ho paura che alla fine possano uccidermi. Ma, oso dirlo, allo stesso modo della mia piccola amica possiedo lo spirito di libertà, che non può essere soppresso neppure con il più orrendo dei maltrattamenti. Certamente posso essere ucciso, ma, fintantoché rimango vivo, resto quel che sono, un prigioniero politico di guerra, e nessuno può cambiare questo.“

(Bobby Sands)

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Avevano lasciato l’Italia ed erano arrivati in America nel 1908, Sacco aveva diciassette anni, Vanzetti venti, senza conoscersi fra loro.

Vanzetti scrisse: “Al centro immigrazione, ebbi la prima sorpresa. Gli emigranti venivano smistati come tanti animali. Non una parola di gentilezza, di incoraggiamento, per alleggerire il fardello di dolori che pesa così tanto su chi è appena arrivato in America . Dove potevo andare? Cosa potevo fare? Quella era la Terra promessa. Il treno della sopraelevata passava sferragliando e non rispondeva niente. Le automobili e i tram passavano oltre senza badare a me“.

Bartolomeo e Nicola, appena arrivati, per non morire di fame, dovettero cominciar subito ad elemosinare  un lavoro qualsiasi, a qualsiasi paga – domandando di porta in porta con quel poco di inglese che conoscevano.

Vanzetti lavorò qua e là: in trattorie, in una cava, in un’acciaieria, in una fabbrica di cordami (la Plymouth Cordage Company, oggi consociata della RAMJAC). Ogni momento libero lo dedicava  alla sua formazione; studiò Marx e Darwin e Victor Hugo e Gor’kij e Tolstoj e Zola e Dante. Nel 1916 guidò uno sciopero contro la fabbrica di cordami. Era sulle liste nere dei datori di lavoro, sicché alla fine, per sopravvivere, si mise a fare il pescivendolo.
Sacco, che in Italia aveva fatto il calzolaio, trovò un posto in una fabbrica di calzature a Milford, nel Massachusetts. Lavorava sei giorni la settimana, dieci ore al giorno. Svolgeva attività politica e sindacale, teneva discorsi dava contributi in denaro e organizzava manifestazioni per un salario più alto e migliori condizioni di lavoro; nel 1916 per tali attività fu arrestato.

Fu nel 1916, quando si unirono ad un gruppo di anarchici italo americani che riparavano in Messico per non partecipare alla Grande Guerra, che Sacco e Vanzetti si conobbero bene. Entrambi, infatti, che ben conoscevano la brutalità del padronato, erano consapevoli  che i campi di battaglia altro non sono se non  luoghi di pericoloso e odioso lavoro, dove pochi sovrintendenti controllano lo spreco di milioni di vite allo scopo di far soldi. Quando tornarono nel Massachusetts, erano inclusi nell’elenco segreto compilato dal dipartimento di Giustizia: la lista degli stranieri che non facevano mistero di quanto trovavano ingiusta, insincera, sfruttatrice ed ignorante la cosiddetta Terra promessa. Iniziarono ad essere pedinati da spie del governo.

Incluso nella lista era anche un tipografo a nome Andrea Salsedo, amico di Vanzetti, che fu arrestato a New York da agenti federali, senza specifiche accuse, e tenuto isolato per otto settimane. Il 3 maggio 1920 Salsedo fu spinto da una finestra al quattordicesimo piano, dove avevano sede certi uffici del dipartimento di Giustizia.

Vanzetti organizzò un comizio per chiedere che fosse aperta un’inchiesta sull’arresto e sulla morte di Salsedo ma prima che il comizio avesse luogo, lui e Sacco furono arrestati per attività sovversive. Il loro reato era il possesso da parte di entrambi di una rivoltella e per Vanzetti anche il possesso di alcuni appunti da destinarsi alla tipografia per l’annuncio del comizio: rischiavano fino a un anno di carcere.
Mentre erano in stato di arresto, furono anche accusati di due omicidi rimasti irrisolti: il cassiere e una guardia giurata di un calzaturificio, che, circa un mese prima, erano stati uccisi durante una rapina a South Braintree (Massachusetts) . La pena per questo reato era la sedia elettrica.

Vanzetti, fu anche accusato di un tentativo di rapina a Bridgewater sempre nel Massachusetts. Processato, fu riconosciuto colpevole così, ancora prima che lui e Sacco fossero processati per duplice omicidio, Vanzetti era già stato etichettato come noto criminale.
Il giudice che diresse il processo per la tentata rapina, Webster Thayer disse alla giuria: “Quest’uomo, benché potrebbe non aver effettivamente commesso il reato contestatogli, è tuttavia moralmente colpevole, poiché è un nemico giurato delle nostre vigenti Istituzioni”. (Citazione tratta da “ Labor’s Untold Story” di Richard O. Boyer e Herbert M. Morais (ed. United Front, San Francisco 1955).

Webster Thayer  fu lo stesso giudice che nel luglio 1923 diresse il processo per omicidio e condannò Sacco e Vanzetti a morte.

La condanna palesemente ingiusta provocò proteste in tutto il mondo. Il carattere puramente indiziario delle prove addotte contro i due anarchici italiani dimostraronosenza ombra di dubbio la faziosità della corte, dettata da motivi politici e razziali. Molti famosi intellettuali, compresi Albert Einstein, Dorothy Parker, Edna St. Vincent Millay, Bertrand Russell, John Dewey, George Bernard Shaw, John Dos Passos, Upton Sinclair, H. G. Wells sostennero una campagna per giungere a un nuovo processo; l’iniziativa non produsse, tuttavia, alcun risultato rilevante.

L’indignazione del mondo intero costrinse le varie istituzioni giudiziarie degli USA a rinviare la sentenza. Proclami, associazioni, petizioni appositamente fondate si levarono in difesa dei condannati ma la richiesta di riaprire il caso fu sistematicamente rifiutata, anche quando un altro detenuto, condannato a morte, li scagionò confessando di aver preso parte alla rapina in cui erano morte le due guardie giurate.

Save_Sacco_and_Vanzetti

sacco_vanzetti04L’affaire Sacco e Vanzetti divenne planetario: “Mai ci saremmo aspettati, in vita nostra,” disse Vanzetti, “di poter compiere un tale lavoro in favore della tolleranza, della giustizia, della comprensione reciproca fra gli uomini, come ora vuole il caso che compiamo.”

Quando il verdetto di morte fu reso noto, si tenne una manifestazione davanti al palazzo del governo, a Boston. La manifestazione durò ininterrottamente per dieci giorni, fino alla data dell’esecuzione, quel giorno il corteo attraversò il fiume e le strade sterrate fino alla prigione di Charlestown. La polizia e la guardia nazionale li attendevano con le mitragliatrici puntate verso i manifestanti che chiedevano giustizia.
Davanti alla prigione fu srotolato un enorme striscione sul quale erano dipinte le parole che il giudice Webster Thayer aveva detto a un amico poco dopo aver emesso la sentenza di morte per Sacco e Vanzetti: “Hai visto che cosa gli ho fatto a quei due bastardi anarchici, l’altro giorno?

La sentenza di assassinio sulla sedia elettrica fu eseguita a Charlestown il 23 agosto 1927 alle 0,19 Nicola Sacco, alle 0,26 Bartolomeo Vanzetti.

DAL BLOG "LA RESISTENZA TRADITA"

17 OTTOBRE 1961: PARIGI, IL MASSACRO DIMENTICATO DEGLI ALGERINI

Pubblicato il da kiba1957

 

17octobre61matraque-6fdf4-96780Durante gli anni settanta e ottanta il ricordo del 17 ottobre 1961 è stato avvolto da uno spesso silenzio. Chi ricordava che un giorno di autunno uomini, donne e bambini che manifestavano disarmati per le strade di Parigi sono stati uccisi dalla polizia a colpi di bastone, gettati vivi nella Senna, ritrovati impiccati nei boschi? “Dal diciannovesimo secolo è stata una delle poche volte in cui la polizia ha sparato su degli operai a Parigi”, constata lo storico Benjamin Stora. Nelle settimane successive decine di cadaveri di algerini con il volto tumefatto furono ripescati nella Senna. Stora stima che la repressione abbia fatto un centinaio di morti, lo storico inglese Jim House parla di “almeno” 120-130 persone, mentre per Jean-Luc Einaudi, autore de La bataille de Paris, sarebbero più di 150.
Quel giorno i “francesi musulmani di Algeria” manifestavano su richiesta della federazione francese dell’Fln contro il coprifuoco imposto dal prefetto di Parigi Maurice Papon. Più di 20mila persone sfilavano pacificamente per le strade del quartiere latino, sui Grands Boulevards, vicino agli Champs Elysées. La reazione della polizia fu di una violenza inaudita. Gli agenti li attendevano all’uscita della metropolitana e per strada per picchiarli e insultarli. “I più deboli venivano picchiati a morte, l’ho visto con i miei occhi”, ha raccontato Saad Ouazen nel 1997. Anche se non avevano opposto alcuna resistenza, decine di manifestanti furono uccisi a colpi d’arma da fuoco, altri annegati nella Senna. In totale più di 11mila algerini furono arrestati e trasferiti nel palazzo dello sport o allo stadio Pierre de Coubertin.mattanza-14d51
Furono ammassati per diversi giorni in condizioni igieniche spaventose e picchiati dai poliziotti, che li chiamavano “sporchi arabi”. Al palazzo dello sport i prigionieri terrorizzati non osavano neanche andare al bagno, perché la maggior parte di quelli che lo avevano fatto erano stati uccisi. Il giorno dopo la prefettura contò ufficialmente tre morti, due algerini e un francese. La bugia diventò ufficiale e ben presto fu coperta dal silenzio. Un silenzio che durerà per più di venti anni.
Questa lunga rimozione del massacro del 17 ottobre non stupisce Stora. “In quegli anni c’era un’enorme ignoranza per quello che veniva definito l’indigeno o l’immigrato, cioè l’altro. Quando si ha questa percezione del mondo, come ci si può interessare agli immigrati che vivono nelle bidonville della regione parigina? Gli algerini erano gli ‘invisibili’ della società francese”.
A questa indifferenza dell’opinione pubblica si aggiunse nei mesi successivi l’opera di dissimulazione condotta dai poteri pubblici. Le testimonianze che rimettono in discussione la versione ufficiale sono censurate. L’amnistia che accompagna l’indipendenza dell’Algeria nel 1962 mette definitivamente fine alla vicenda nella società francese. Tutte le denunce vengono archiviate.
Ma nonostante il silenzio, la memoria di quel 17 ottobre sopravvive, frammentata, divisa, sotterranea. Una memoria che, ovviamente, rimane viva negli immigrati algerini della regione parigina. “Questi uomini parlavano fra loro, ma pochi hanno trasmesso la memoria di quell’avvenimento ai figli”, spiega lo storico inglese Jim House. “Negli anni ottanta sapevano che i loro figli sarebbero rimasti in Francia e hanno paura di compromettere il loro futuro raccontando le violenza subite dalla polizia”.
Si dovrà arrivare all’età adulta della seconda generazione dell’immigrazione algerina per veder cambiare questa situazione. Questi ragazzi hanno frequentato la scuola pubblica, sono elettori e cittadini francesi, ma hanno l’intuizione che i pregiudizi e gli sguardi di disprezzo di cui sono vittime sono legati alla guerra d’Algeria.
A poco a poco la memoria si risveglia. Negli anni ottanta Jean-Luc Einaudi avvia un immenso lavoro di ricerca. Quando il suo libro esce, nel trentesimo anniversario del 17 ottobre, è un trauma. La Bataille de Paris, che riprende ora per ora lo svolgimento dei fatti e il silenzio che ne è seguito, ha suscitato un acceso dibattito sulla repressione degli algerini.
Con questo libro e altri, la memoria del 17 ottobre 1961 comincia ad avere un suo posto nello spazio pubblico. Due documentari hanno in seguito alimentato questa memoria: Le silence du fleuve, di Agnès Denis e Mehdi Lallaoui nel 1991, e Une journée portée disparue, di Philip Brooks e Alan Hayling. Tuttavia le autorità hanno continuato a rimanere fedeli alla versione ufficiale.
Dopo gli storici e i militanti della memoria, è la volta della giustizia: durante il processo aMaurice Papon nel 1997, i magistrati si soffermano a lungo sul 17 ottobre 1961. In un incontro con Jean-Luc Einaudi, l’ex prefetto ammette “15-20 morti” nel corso di quella “triste serata”, ma li attribuisce a regolamenti di conti fra algerini. Per la prima volta il potere fa un gesto: il primo ministro Lionel Jospin apre gli archivi. Basandosi sul solo registro di ingresso dell’Istituto medico-legale – la maggior parte degli archivi della prefettura e della brigata fluviale erano misteriosamente scomparsi – nel 1998 lo storico arriva a contare almeno 32 morti accertati.
Due anni dopo Papon denuncia Einaudi per diffamazione. Questa volta Papon ammette una trentina di morti, ma il tribunale gli dà torto. Rendendo omaggio al carattere “serio, pertinente e completo” del lavoro di Einaudi, i giudici constatano che “numerosi membri delle forze dell’ordine hanno agito con estrema violenza, in preda a una volontà di rappresaglia”.
La versione ufficiale del 17 ottobre ormai fa acqua da tutte le parti, ed è arrivato il momento della commemorazione. In occasione del 40° anniversario, nel 2001, il sindaco di Parigi Bertrand Delanoë ha deposto sul ponte di Saint-Michel una targa “in memoria dei numerosi algerini uccisi durante la sanguinosa repressione della pacifica

"Qui si annegano algerini", Parigi, Quai de Conti, lungo la Senna, 1961

manifestazione del 17 ottobre 1961″. Nella regione parigina una ventina di targhe o di steli commemorative hanno introdotto nella memoria collettiva questi giorni di autunno. Il puzzle della memoria collettiva ha finito per ricomporsi, ma per molti manca ancora una tessera fondamentale: il riconoscimento dello stato.                                                                     Solo il 18 ottobre del 2011 François Hollande riconosce per la prima volta i fatti avvenuti 51 anni prima con questa dichiarazione: “Il 17 ottobre 1961 degli algerini che manifestavano per il diritto all’indipendenza sono stati uccisi in una sanguinosa repressione. La Repubblica riconosce con lucidità questi fatti. 51 anni dopo questa tragedia, rendo omaggio alla memoria delle vittime”.
Il breve comunicato di Hollande evita il “pentimento”, ma anche di fare riferimento al numero dei morti o di citare i responsabili della “sanguinosa repressione”. Ma per l’opposizione è già troppo. Il presidente del gruppo Ump all’Assemblea, Christian Jacob, afferma che “è intollerabile mettere in causa la polizia repubblicana e, attraverso essa, la Repubblica tutta intera”. Proteste anche da parte delle associazioni dei rimpatriati (i “pieds noirs”). L’Algeria, invece, si è felicitata per la presa di posizione di Hollande, considerata un passo avanti nel riconoscimento dei crimini commessi durante la guerra d’Algeria. Fino a pochi anni fa, la Francia non parlava di “guerra”, ma solo di “avvenimenti d’Algeria”.

Il massacro di Parigi del 17 ottobre 1961 aspetta ancora verità e giustizia. Una vicenda orribile insabbiata e dimenticata, una macchia di sangue secco sui pantaloni in stile coloniale forse non ancora del tutto dismessi (Libia, Costa d’Avorio… Siria?) dalla Francia. Ufficialmente, il male è e resta solo nazifascismo. I crimini coloniali non sono all’ordine del giorno nella giustizia francese e nemmeno in quella europea… e forse non lo saranno mai.

Ariane Chemin, http://www.voxeurop.eu/

Per approfondire:http://www.monde-diplomatique.it/

http://17octobre1961.free.fr/

Le foto inedite: http://www.lemonde.fr/

 Bahiano di nascita e con padre italiano, Carlos Marighella fu un esponente di spicco del Partito comunista brasiliano sin dagli anni della dittatura di Getulio Vargas (1930-1945).

Militante attivo ed agguerrito, svolse incessantemente la sua attività sia in parlamento, quando, nel breve periodo che seguì l’immediato dopoguerra, il Pcb venne legalizzato, sia in clandestinità, dopo l’allineamento del Brasile alla politica degli Stati Uniti in seguito all’avvento della guerra fredda.

Nel 1964, un colpo di Stato, appoggiato dagli Stati Uniti, instaurò in Brasile una feroce dittatura militare, che soppresse i partiti politici tradizionali, ridusse drasticamente il diritto di voto ed abolì, di fatto, tutti i diritti civili, precipitando il paese in un clima di terrore.

In questo periodo iniziarono i contrasti tra il Partito comunista brasiliano e Carlos Marighella, il quale, allineato su posizioni castriste, criticava l’incapacità del partito di realizzare un’efficace battaglia contro il regime dittatoriale e vedeva nella lotta armata l’unica soluzione per la drammatica situazione brasiliana.

I rapporti si ruppero definitivamente quando, in contrasto con la linea ufficiale del Partito comunista brasiliano, Marighella si recò all’Avana per partecipare alla Prima Conferenza dell’Olas (agosto 1967).

Le critiche che egli rivolse, in sede di congresso, all’inattività del Pcb ed il suo appoggio incondizionato alla strategia castrista, ebbero per conseguenza l’espulsione di Marighella dal partito. A Cuba, Marighella visse il clima euforico dell’imminente sconfitta delle truppe statunitensi in Vietnam, ma anche l’amara delusione, dopo avere creduto nella possibilità di creare nell’America Latina e nel terzo mondo ‘uno, due, mille Vietnam’, della cattura e dell’assassinio di Ernesto Che Guevara. Visse la profonda tristezza del popolo cubano in quelle meste giornate dell’8 e 9 ottobre 1967. Poi tornò in Brasile e dalla teoria passò all’azione. Era già un uomo maturo di 56 anni, ma non si arrendeva.

Fedele ai propri principi internazionalisti ed antimperialisti, dall’Avana Marighella inviò numerosi messaggi al popolo brasiliano ed ai rivoluzionari di tutto il continente, nei quali sosteneva la necessità, per i popoli latino-americani, di solidarizzare con la rivoluzione cubana ed attuare “la strategia globale” della guerra di guerriglia contro l’imperialismo nordamericano: “La Conferenza dell’Olas è l’appello più serio e più importante all’unità dei popoli latino-americani, che devono opporre una strategia globale alla strategia globale dell’imperialismo nord-americano. Il nostro appoggio alla Conferenza dell’Olas, significa che comprendiamo la necessità della mutua solidarietà tra i popoli latino-americani, per la lotta armata, e specialmente per la guerra di guerriglia come unica forma di giungere alla liberazione nazionale del nostro popolo”[ C. Marighella, “Dichiarazioni all’Avana”, in Discorsi e documenti politici per la guerriglia in Brasile, Milano, Jaca Book, 1969, pp. 28-29.] L’adesione, alla teoria castro-guevariana della guerriglia è chiaramente espressa nella lettera che, sempre in quei giorni, Marighella scrisse a Fidel Castro: “Il cammino che ho scelto è quello dell’incorporazione alla lotta guerrigliera, nel cuore dell’area rurale, integrandomi definitivamente alla Rivoluzione Latino-Americana, convinto come sono che la guerriglia è l’unico modo di unire i rivoluzionari brasiliani e condurre il nostro popolo alla conquista del potere”.[Ivi, p. 35]

Dopo il suo rientro in Brasile, Marighella fondò l’Azione di Liberazione Nazionale (ALN) e, pur mantenendo fermi i propri propositi di collaborazione con Cuba, si orientò verso un programma di lotta che comprendeva anche un ampio utilizzo della guerriglia urbana.

Sebbene cronologicamente successiva all’esperienza dei Tupamaros in Uruguay, più che una «svolta» vera e propria, la scelta di Marighella rappresentò il punto di transizione tra la guerriglia contadina, come era stata originariamente concepita da Castro e Guevara, e la guerriglia urbana praticata dai Tupamaros.

Il superamento della strategia fidelista, consisteva innanzi tutto nella concezione che il rivoluzionario brasiliano aveva della guerriglia, la quale non doveva essere né “cospirazione, né insurrezione immediata”, bensì “resistenza clandestina” e “lotta armata del popolo” in una “guerra prolungata”.[Ivi, pp. 94-95]

Inoltre, diversamente dai rivoluzionari cubani, Marighella, pur considerando la popolazione contadina “l’ago della bilancia” attribuì un ruolo importante alla classe operaia ed al movimento degli studenti: “Il principio strategico principale della lotta guerrigliera è che questa non può avere conseguenze e carattere decisivi nella guerra rivoluzionaria, se non si realizza e consolida l’alleanza armata degli operai e dei contadini, alla quale si devono unire gli studenti”. [C. Marighella, “Problemi e principi strategici”, in Discorsi e documenti politici, op. cit., p. 136]

La strategia di lotta guerrigliera elaborata da Carlos Marighella prevedeva tre fasi fondamentali, di durata non prevedibile: una prima fase di “pianificazione e preparazione”, caratterizzata da un rigoroso segreto, cui sarebbe seguita una fase di “avvio e sopravvivenza”, da svolgersi nell’area urbana e, infine, la “trasformazione della guerriglia in guerra di manovra” attraverso la formazione dell’esercito rivoluzionario. [C. Marighella, “Alcune questioni sulla guerriglia in Brasile” in Discorsi e documenti politici, op. cit., pp. 78-89]

Il fronte principale, quello cui spettava la funzione strategica, rimaneva quello della guerriglia rurale, mentre la città avrebbe costituito “l’area di lotta complementare in cui la guerriglia urbana svolge un ruolo tattico”. [C. Marighella, “Sull’unità dei rivoluzionari”, in Discorsi e documenti politici, op. cit., p. 108]

In altri termini, la città avrebbe dovuto fornire assistenza logistica ed essere, contemporaneamente, un teatro di lotta secondario a sostegno della guerriglia rurale ed il terreno sul quale attuare la propaganda armata.

A questo scopo, Marighella teorizzò tre fronti urbani di lotta, ognuno dei quali aveva competenze specifiche (la guerriglia vera e propria, l’organizzazione di scioperi e manifestazioni contro la dittatura ed il sostegno logistico).

Le regole ed i principi, che i tre fronti di lotta urbana dovevano seguire, sono stati accuratamente sistematizzati da Marighella nel Minimanuale del guerrigliero urbano, un opuscolo scritto nel giugno 1969 poi pubblicato e diffuso clandestinamente in tutto il mondo.

In esso, oltre a fornire una serie di regole pratiche per la realizzazione della guerriglia urbana e un elenco dei principali modi d’azione del guerrigliero (fra i quali la propaganda armata, il sequestro, il sabotaggio, le imboscate, gli espropri ecc.) il rivoluzionario brasiliano indicava anche quelle che lui riteneva dovessero essere le caratteristiche umane e psicologiche del guerrigliero urbano, richiamandosi agli stessi imperativi di coraggio moralità e coerenza, ai quali aveva fatto riferimento, nei suoi scritti Ernesto Guevara.

Nel programma elaborato da Carlos Marighella, le azioni violente ed i disordini nelle aree urbane, avrebbero provocato l’inasprimento della repressione, che, a sua volta, avrebbe generato maggiore violenza. In questo modo, il governo sarebbe stato costretto ad attuare misure sempre più aggressive e ciò gli avrebbe definitivamente alienato le masse: “…En cuanto una parte razonable de la población comienza a tomar en serio la acción del guerrillero urbano, su éxito está garantizado. … Para el gobierno no hay otra alternativa sino intensificar la represión. …La situación política en el país se transforma en situación militar, en la cual los gorilas aparecen cada vez más como los responsables de todos los desaciertos y violencias, mientras las dificultades en la vida del peublo se vuelven verdaderamente catastróficas. …Son esas circunstancias desastrosas para la dictatura las que permiten a los revolucionarios desencadenar la guerrilla rural, en medio del incremento incontrolable de la rebelión urbana”. [C. Marighella, “Minimanual del guerrillero urbano”, in C. Marighela, Acción libertadora, Paris, F. Maspero, 1970, pp. 142-143]

A livello nazionale, l’obiettivo principale di Marighella fu quello di unire i vari gruppi dissidenti dei partiti della sinistra e la componente cristiana rivoluzionaria, in un fronte unico che avrebbe rappresentato “un considerevole rafforzamento della guerra rivoluzionaria del popolo brasiliano contro i suoi nemici”. [C. Marighella, “Sull’unità dei rivoluzionari”, in Discorsi e documenti politici, op. cit., p. 107]

A causa della diversità ideologica degli aderenti all’ALN, non venne mai elaborato un programma dettagliato della rivoluzione, l’idea di Marighella era che, partendo dalla comune volontà di liberarsi dalla dittatura e dall’imperialismo nordamericano, i vari gruppi sarebbero dovuti passare immediatamente all’azione. Il vero programma rivoluzionario sarebbe stato prodotto dalla prassi: “La nostra strategia è partire immediatamente per l’azione, per la lotta armata. Il concetto teorico che ci guida è che l’azione fa l’avanguardia…Il tavolo delle discussioni non è più capace oggi di unire i rivoluzionari. Quello che unisce i rivoluzionari brasiliani è il passare all’azione; e l’azione è la guerriglia …[dalla quale] la avanguardia rivoluzionaria brasiliana … sorgerà come, quando e dove i gorilla e gli imperialisti degli USA meno se lo aspettano”. [C. Marighella, “Dichiarazione del gruppo comunista di São Paulo”, in Discorsi e documenti politici, op. cit., p. 72]

Insofferente a qualsiasi forma di burocratismo, Marighella aveva una concezione libertaria dell’organizzazione, che lo spinse a teorizzare lo “spontaneismo armato”, in base al quale veniva lasciata ai “gruppi di fuoco” completa autonomia e libera disposizione delle armi e del denaro ottenuti nel corso delle azioni.

L’organizzazione, il cui nucleo centrale era direttamente aperto verso l’esterno, era esposta ad un reclutamento senza discriminazioni né filtri, che rese agevole l’infiltrarsi nell’ALN di agenti della repressione con enorme costo di vite. Compresa quella dello stesso Marighella, trucidato in un agguato dalla polizia politica brasiliana il 4 novembre del 1969, (alle otto di mattina, al numero 806 di Alameda Casa Branca, a São Paulo. L’operazione fu coordinata dal famigerato Sérgio Paranhos Fleury), e quella del suo successore Joaquim Camara Ferreira, assassinato l’anno successivo.

L’attività del gruppo guerrigliero ALN fu molto intensa ma altrettanto breve e ciò fu dovuto sia al carattere particolarmente violento e repressivo del governo brasiliano, sia a quello ugualmente agguerrito e determinato dei rivoluzionari, che portarono, fin dall’inizio, ad un livello di scontro molto alto, al quale i guerriglieri non furono in grado di resistere.

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http://marxists.anu.edu.au/portugues/marighella/index.htm

http://www.desaparecidospoliticos.org.br/detalhes1.asp?id=85

http://www.facasper.com.br/cultura/site/ensaio.php?tabela=&id=80

Minimanuale del guerrigliero urbano

“Io ricordo. Ricordo lo sterminio di zingari, omosessuali, , comunisti . Ricordo Sabra e Shatila ricordo il continuo sterminio nel nome di un capitalismo assassino. Ricordo i nostri compagni uccisi e torturati..Io ricordo.. ma voi che ricordate?” (Bandacorbari)
di Maddalena Robin
Anche quest’anno è arrivata la “Giornata della Memoria”, dedicata ai 6 milioni di ebrei morti nei campi di concentramento, sterminio e lavoro durante il nazismo. Anche quest’anno non una parola è stata detta o scritta sui milioni di non ebrei (comunisti, omosessuali, rom e sinti; ma anche semplici cittadini italiani, francesi, polacchi, ungheresi …), che pure seguirono la stessa fine.
Dovremmo esserci abituati, ma non ci riusciamo e nemmeno ci rassegniamo. Non è tollerabile accettare l’ipocrisia ed il revisionismo di chi, ancor oggi, rifiuta il fatto (e sottolineo fatto) che le stragi non furono solo quelle del nazismo, ma che atrocità analoghe furono commesse dagli eserciti italiani e che anche oggi la pulizia etnica è drammaticamente presente in molta parte del mondo.
Per il primo caso, noi sappiamo per certo che, quanto ad efferatezza, i crimini di guerra compiuti dall’Italia prima e durante la seconda guerra mondiale sono stati in varie occasioni non meno terribili di quelli commessi da altre potenze espansionistiche e coloniali. E, quanto all’internamento dei civili, sappiamo pure che non sempre questo si è limitato alla routine dettata dalle contingenze belliche. Accanto all’internamento “canonico” rivolto ai “sudditi nemici”, il fascismo ne mise in atto un altro, caratterizzato dall’esteso ed improprio uso politico-repressivo del provvedimento, che colpiva i militanti antifascisti e, soprattutto, gli “allogeni” della Venezia Giulia e i cittadini delle nazioni occupate: basta pensare, ad esempio, ai crimini  commessi da Graziani, che fu artefice degli enormi campi impiantati nel golfo della Sirte, tra il 1930 ed il 1933, dove trovarono la morte metà dei 100.000 libici sradicati dal Gebel, e al quale nel 2012 è stato dedicato un monumento nel comune di Affile, in provincia di Roma (quel monumento è tutt’ora lì, emblema della connivenza con le stragi fasciste di ogni istituzione e di ogni parlamentare italiano.
 
partigiani Jugoslavi alla fucilazione
Oppure ricordare il grande massacratore generale Roatta, comandante del Corpo Truppe Volontarie italiane nella guerra civile spagnola, al fianco degli insorti nazionalisti guidati da Franco, ideatore del piano per uccidere i fratelli Rosselli, assassinati in Francia nel 1937 e la cui “Circolare 3C”, emanata in qualità di comandante dell’esercito italiano nella provincia di Lubiana, nel 1942, equivale ad una dichiarazione di guerra contro la popolazione slovena civile, del tutto simile a quelle impartite dai comandanti tedeschi: rappresaglie, incendi di case e villaggi, esecuzioni sommarie, raccolta e uccisione di ostaggi, internamenti nei campi di concentramento di Rab e Gonars: “(…) Se necessario, non rifuggire da usare crudeltà. Deve essere una pulizia completa. Abbiamo bisogno di internare tutti gli abitanti e mettere le famiglie italiane al loro posto” e ancora ‘’(…)l’internamento può essere esteso… sino allo sgombero di intere regioni, come ad esempio la Slovenia. In questo caso si tratterebbe di trasferire, al completo, masse ragguardevoli di popolazione… e di sostituirle in loco con popolazioni italiane’’ Roatta non fu mai processato, al contrario fu sempre protetto da quelle stesse istituzioni repubblicane, che invece si accaniscono a riempire le aule dei tribunali e le carceri con chi ruba un pezzo di pane o tira un sasso e manifesta per la difesa dei propri diritti.
Per quanto riguarda il presente, ricordiamo la pulizia etnica praticata dalla Cina, che sta lentamente ma inesorabilmente cancellando la popolazione tibetana, la sua tradizione e sua storia; ma soprattutto pensiamo ad Israele. Lo stato sionista da 45 anni sta sterminando con calma e metodicità la popolazione palestinese e lo fa sistematicamente, in perfetto stile nazista, prendendosi le loro terre per costruire illegalmente le colonie e, di fatto, aggregare al proprio Stato altro territorio. La prima azione in questo senso fu nel 1967, con la “Guerra dei Sei Giorni”: per proseguire con la successiva guerra dello Yom Kippur, nel 1973 e con il conseguente trattato di Camp David del 1974, ottenendo in tal modo il controllo della Palestina. E da allora il controllo è diventato sempre più totale: le città palestinesi sono distrutte e le colonie israeliane si moltiplicano, in numero ed in dimensione.

Non solo: Israele si è appropriato delle sorgenti e ha proibito ai palestinesi la coltivazione dei terreni (ogni coltivazione che è avviata viene immediatamente punita dall’esercito israeliano, che arrivando all’alba, sfonda la porta, arresta tutti gli occupanti della casa, compresi donne e bambini, e procede alla distruzione del terreno con un carro armato).
Ancora più drammatica la situazione a Gaza, che è completamente circondata dal cosiddetto “muro di difesa” israeliano, i cui accessi sono tutti bloccati e che l’ha trasformata in una immensa prigione per oltre un milione di palestinesi. Anche lo sbocco verso il mare è impraticabile a causa delle motovedette israeliane, che abbordano o affondano qualsiasi mezzo lasci la riva e spesso sparano cannonate contro chi cammina sulla spiaggia.
Cos’è questo se non un campo di concentramento? Quale differenza c’è tra un bambino polacco che nel 1941 moriva nel ghetto di Varsavia, mentre i nazisti stavano al di là del muro che lo chiudeva, e un bambino palestinese che oggi muore a Gaza, mentre i soldati israeliani stanno al di là del muro che la chiude?
Questa visione distorta della realtà è il risultato di una campagna martellante da parte del governo israeliano e dei governi ad esso alleati (italiano tra i primi) per mettere a tacere qualsiasi critica contro Israele o le sue politiche. Diversi anni fa, in una riunione di strategia tenutasi al ministero degli affari esteri israeliano, fu inventato un “nuovo antisemitismo”, che sfruttava in modo conscio e deliberato l’antisemitismo per fini di pubbliche relazioni israeliane. Questo “nuovo antisemitismo” afferma che “ogni critica mossa contro Israele è anche antisemita”.
Concludo questa nota con una lettera importante, scritta dallo scrittore ebreo francese, Jean-Moïse Braitberg al presidente dello Stato di Israele; una lettera intitolata “Cancellate il nome di mio nonno da Yad Vashe” («Le Monde», 28 gennaio 2009)
Signor Presidente dello Stato di Israele, vi scrivo perché voi interveniate presso chi di dovere affinché venga cancellato dal Memoriale di Yad Vashem, dedicato alla memoria delle vittime ebree del nazismo, il nome di mio nonno, Moshe Brajtberg, morto nelle camere a gas di Treblinka nel 1943, come quello di altri membri della mia famiglia deportati e morti nei differenti campi nazisti durante la seconda guerra mondiale. Vi chiedo di acconsentire alla mia richiesta, signor presidente, perché quanto è successo a Gaza, e più in generale, la sorte toccata al popolo arabo della Palestina da sessanta anni in qua, ha screditato ai miei occhi Israele come centro della memoria del male fatto agli ebrei, e dunque all’umanità intera. Vedete, fin dalla mia infanzia, io ho vissuto circondato da sopravvissuti ai campi della morte. Ho visto i numeri tatuati sulle loro braccia, ho ascoltato il racconto delle torture, ho conosciuto i lutti indicibili e ho condiviso i loro incubi. Bisognava, cosi mi hanno insegnato, che questi crimini non si ripetessero mai più; perché mai più doveva accadere che uomini, forti della loro appartenenza ad una etnia o ad una religione avessero in disprezzo altri uomini, e si facessero beffe dei loro diritti più elementari come quello di vivere una vita dignitosa in sicurezza, libertà, e con la luce, sia pur lontana di un futuro di serenità e di prosperità. Ma, signor presidente, io devo constatare che nonostante le decine di risoluzioni prese dalla Comunità internazionale, malgrado la palese evidenza dell’ingiustizia perpetrata nei confronti del popolo palestinese dal 1948, nonostante le speranze sorte a Oslo e nonostante il riconoscimento del diritto degli ebrei israeliani a vivere in pace e in sicurezza, sovente ribaditi dall’Autorità palestinese, le sole risposte date dai governi successivi del vostro paese sono state la violenza, il sangue versato, la reclusione, i controlli incessanti, la colonizzazione e i saccheggi.
Mi direte, signor presidente, che è legittimo, per il vostro paese, difendersi da chi lancia razzi su Israele, o contro i kamikaze che uccidono molti israeliani innocenti. A ciò risponderò dicendo che il mio sentimento di umanità non varia a seconda della cittadinanza delle vittime. Invece, signor presidente, voi dirigete le sorti di un paese che pretende, non soltanto rappresentare gli ebrei nel loro complesso, ma anche la memoria di quelli che furono le vittime del nazismo. Questo mi riguarda ed è per me insopportabile. Conservando nel Memorial di Yad Vashem, nel cuore dello Stato ebreo, il nome dei miei congiunti, il vostro Stato tiene prigioniera la mia memoria familiare dietro il filo spinato del sionismo per farne l’ostaggio di una cosiddetta autorità morale che commette ogni giorno quel crimine abominevole che è la negazione della giustizia. Quindi, per favore, cancellate il nome di mio nonno del santuario dedicato alla crudeltà fatta agli ebrei perché essa non giustifichi più quella fatta ai palestinesi.
Con i miei rispettosi saluti
Jean-Moïse Braitberg (scrittore)

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Tutti pronti a versare le convenzionali  lacrime su quei corpi allineati come bestie al macello e su quegli altri, quelli che il mare si è portato via e che non troveremo mai.
Il “cordoglio nazionale” non si farà sfuggire l’ennesima occasione di mostrarsi in tutto il suo rigore sui media.
Politici, opinionisti, sociologi, giornalisti e tutta la genia di menti deboli, che invadono le nostre vite, stanno arrancando ansiosi di guadagnarsi un piccolo spazio mediatico per mostrare il loro “trasecolato rammarico”e, soprattutto, la loro “integra indignazione”.
Ma nessuno di questi dirà mai che quei corpi (e gli altri oltre diecimila che sono stati assassinati negli ultimi venti anni) sono vittime di leggi infami come la Bossi-Fini (ex Turco-Napolitano), varate per bloccare (loro dicono regolamentare)  i flussi dei migranti, vittime di questo Mare Nostrum fatto di navi militari, frontiere assassine e pallottole e così pieno ormai di morte da domandarsi come facciamo a guardarlo senza urlare di orrore e dolore.
Assassinate anche da noi, dalla nostra indifferenza dalla nostra incapacità di combattere e di abbattere quelle maledette frontiere, che servono solo agli stati ed al capitale e nelle quali nessun essere umano che voglia dirsi tale può riconoscersi.

Mercoledì 2 ottobre 1968, Città del Messico

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L’oscurità genera la violenza
e la violenza ha bisogno di oscurità
per diventare crimine.
Per questo il due di ottobre attese la sera
perchè nessuno vedesse la mano che impugnava
l’arma, ma solo i colpi che sparò.
[Memorial de Tlatelolco di Rosario Castellanos]

La “Noche Triste” iniziò con un lancio di bengala. Quando la loro luce illuminò la notte, diecimila persone alzarono lo sguardo spaventate e cominciarono a correre.
Erano soprattutto studenti e, con loro, operai, lavoratori, uomini e donne, madri con i bambini in braccio, ragazzini ed anziani, tutti seduti a terra per partecipare all’assemblea indetta dagli studenti, che davano voce alla loro protesta. C’erano poi i venditori ambulanti, coloro che in piazza ci abitavano e quelli che, per curiosità, erano andati a “dare un’occhiata”.
Fino a quel momento l’atmosfera era stata abbastanza tranquilla, nonostante la massiccia presenza della polizia, dell’esercito e delle unità antiguerriglia urbana, che avevano organizzato un massiccio spiegamento di forze.
Gli interventi si stavano succedendo dalle 5 e mezzo del pomeriggio, il contingente operaio dei ferrocarrileros, con gli striscioni in appoggio alla lotta del Movimento Studentesco, era già entrato nella piazza fra gli applausi della folla e ormai si era fatto buio. Sul palco c’era Vega, uno studente dell’Istituto Politecnico nazionale, che comunicava indicazioni organizzative sulla marcia di protesta, che si sarebbe tenuta il giorno successivo, quando la notte divenne giorno. Un giorno cattivo e crudo alla luce dei bengala.
fr-sabra-et-shatilaLa gente spaventata aveva appena iniziato a correre, quando esplosero i primi spari. Una corsa inutile, perché tutte le uscite dalla piazza erano presidiate dalle forze armate. Il fuoco intensificò la sua potenza e, per 29 lunghissimi minuti fu l’inferno: fuoco serrato da tutti i lati e dall’alto di un edificio della Unidad de Tlatelolco, raffiche ininterrotte di mitragliatrici dai carri armati e dai blindati, che avanzavano impietosamente sulla piazza.
L’«Excélsior» di giovedì 3 ottobre 1968 scrisse: “nessuno vide da dove partirono i primi spari. Però la maggioranza dei manifestanti assicurano che i soldati iniziarono a sparare senza alcun preavviso[…]” e prosegue “Si calcola che parteciparono almeno 5000 soldati e molti agenti di polizia, quasi tutti in baiti civili. Come contrassegno avevano un fazzoletto avvolto nella mano destra. Così si identificavano l’un l’altro per non spararsi a vicenda […] il fuoco intenso durò 29 minuti. Poi gli spari decrebbero, senza però cessare […] l’esercito impedì di fotografare i corpi delle vittime rimaste sulla piazza”
Il massacro fu giustificato da tutti i settori governamentali, i più beceri con eclatanti dichiarazioni pubbliche, gli altri con un profondo silenzio complice. Nessuna voce ufficiale di protesta si levò contro la strage di Tlatelolco. I documenti ufficiali parlarono di 39 morti ma sulla piazza si seccò il sangue calpestato di centinaia di persone: studenti, uomini, donne bambini e anziani. Eduardo Galeano ha scritto: “il 2 ottobre 1968 a Tlatelolco le scarpe lasciavano impronte di sangue sul suolo”.
Su quel sangue nacque il gruppo armato “Liga 23 septiembre” e i movimenti guerriglieri che poi si rifugiarono nelle montagne del sud est. Il leader più conosciuto di quest’epoca fu Lucio Cabanas che con il suo gruppo sequestrò il governatore dello Stato del Guerrero. Uno dei primi rapimenti politici, fu risolto brutalmente dall’esercito nel 1974.
L’eco della strage fu enorme in tutto il mondo. Innumerevoli manifestazioni studentesche furono organizzate in Europa e negli Usa in solidarietà con gli studenti messicani.
1342083708385smith___carlosmediaMa gli echi internazionali del massacro, l’indignazione, le proteste, le manifestazioni in tutto il mondo non impedirono comunque la regolare apertura dei giochi olimpici, che iniziarono a Città del Messico il 12 ottobre 1968, dieci giorni dopo la strage di Tlatelolco.
Furono le olimpiadi più politicizate della storia, agli echi del massacro si unì la lotta dei neri americani, il cui momento più significativo fu il pugno alzato guantato di nero (simbolo della lotta delle Black Panters) di Tommie Smith e John Carlos immobili sul podio dei vincitori.