Archivio per la categoria ‘Lotta Armata’

ciao-salvoIl saluto che compagni e amici romani hanno voluto donare ieri a Salvatore Ricciardi è terminato con 16 automezzi della polizia e dei carabinieri, tra cui 7 blindati, intervenuti per bloccare le vie di san Lorenzo, elicotteri che volteggiavano su via dei Volsci, una trentina di persone identificate e il quartiere alle finestre. Una signora con le buste della spesa in mano indignata per l’occupazione poliziesca se n’è andata esclamando: «manco le Brigate rosse». Salvatore Ricciardi si è fatto riconoscere. Immediatamente le cronache online di alcuni giornali e siti di informazione (?), ripresi stamani anche da quotidiani come Repubblica, Giornale Messaggero, hanno diffuso una versione  dei fatti che definire fantasiosa è ancora poco, parlando di un corteo che per alcuni sarebbe partito dalla camera ardente del policlinico Umberto I, dove il corpo di Salvo è stato esposto per l’ultimo saluto di familiari ed amici, per poi dirigersi verso le strade di san Lorenzo fin sotto la sede di Radio Onda Rossa. Qui addirittura ci sarebbe stato un uso degli idranti per disperdere la folla in corteo… Nulla di tutto questo è avvenuto. Non sappiamo come si sia diffusa questa narrazione falsa della mattinata, forse si è trattato di un tentativo di giustificare ex-post l’imponente dispositivo di polizia mobilitato senza motivo sulla scia della circolare del ministero dell’Interno che ha lanciato allarmi contro possibili tensioni sociali e mobilitazioni delle «aree estremiste». Nel corso delle settimane, con un crescendo assai preoccupante, le forze dell’ordine hanno accentuato il loro margine di autonomia interpretativa delle misure restrittive previste nei decreti anticovid, accrescendo l’approccio repressivo rispetto all’iniziale atteggiamento dissuasivo, alimentando paure fantasmatiche per giustificare l’accrescimento del loro ruolo. L’azzeramento degli spazi sociali, la desertificazione urbana, la reclusione abitativa, l’annullamento della dialettica politica e sociale, hanno creato un vuoto che inevitabilmente viene occupato da altre forze. Bisognerà, appena le condizioni sanitarie lo permetteranno, tornare a riprendere le piazze, animare le strade e i marciapiedi, rioccupare la città, ridare vita ad una intensa dialettica sociale e politica.
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Il pugno di Salvo
foto di Valentina Perniciaro – Baruda

Domani, sabato 11 aprile, l’ultimo saluto a Salvatore Ricciardi nel quartiere San Lorenzo. Se non stessimo vivendo questa aberrante situazione di emergenza, lo avremmo accompagnato tutti noi che lo abbiamo incontrato conosciuto e amato, tutti coloro per i quali Salvo era una voce nell’etere, o che hanno letto le sue parole nel blog Contromaelstrom e nei bellissimi libri che ha scritto; saremmo stati in tanti a stringerci attorno a lui.

Questo ci è negato e ci fa soffrire.
Sarebbe bello che domani nelle nostre pagine sui social, nei blog, ovunque la rete ce lo permetta si alzasse un pugno con hashtag #unpugnopersalvo in segno di saluto e rispetto per questo Grande Uomo, che ci ha lasciato ma che sarà per sempre vivo e sorridente nei nostri cuori.
Credo che a Salvo sarebbe piaciuto per questo domani il mio pugno si alzerà.
«Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi,
altri che lottano un anno e sono più bravi,
ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi,
però ci sono quelli che lottano tutta la vita:
essi sono gli indispensabili».
Bertolt Brecht

Era inevitabile che mi tornassero in mente queste parole, perché Salvo, o “il Vecchio” come in molti lo conoscevano, è uno di quelli che per tutta la vita hanno lottato per costruire una società diversa, senza le morti sul lavoro, le galere, la scuola selettiva, le gerarchie e le guerre.

Ha iniziato da giovanissimo, forse istintivamente in un’Italia del dopoguerra, dove chi aveva combattuto per la Resistenza si barcamenava per sopravvivere e dove gli sciacalli del mercato nero ed i fascisti continuavano a spartirsi privilegi e posti di comando, poi in quel famigerato luglio del 1960, il luglio di Tambroni, dei fatti di Genova e della strage di Reggio Emilia.

È stato protagonista delle grandi battaglie sul lavoro, prima in un cantiere edile (stiamo parlando degli scioperi del 1962-63, quando in ballo c’erano la domenica intera di riposo, le otto ore, il salario annuo garantito e la cassa edile) poi come tecnico nelle ferrovie.

Ha svolto un’intensa attività sindacale partendo dalla CGIL fino ad essere uno dei protagonisti della fondazione dei comitati di base dei ferrovieri all’inizio degli anni 70.

Il 67 della Grecia dei colonnelli, le battaglie del ’68, l’autunno caldo, la scelta di lotta armata come militante delle brigate rosse e le lotte contro l’invivibilità dei carceri speciali con la rivolta di Trani, una vita di lotta che non ha mai mostrato stanchezza o cedimenti fino all’ultimo giorno della sua vita.

Tutto questo è Salvo e molto di più, Salvo è un Indispensabile

L’intero mondo, intorno a me, esplose e il mio piccolo mondo mi crollò addosso. Non dovevo aspettare che la TV raccontasse la storia perché ora era davanti al mio uscio. Belfast bruciava … (Bobby Sands)

Belfast ti accoglie con il fascino di Cary Grant. Ti invita ammiccante e scanzonata nel traffico cittadino e dello shopping, ti mostra i suoi gioielli: il verde delle colline e in lontananza i cantieri nautici, dove fu costruito il Titanic, orgoglio e rammarico di questa terra. Ti sorride, ma sotto il vestito impeccabile della moderna City, che ha dato i natali a Van Morrison e a George Best, si nascondono ancora le cicatrici di un conflitto … Belfast non si visita, a Belfast si fa esperienza.
Belfast è una delle quattro “B” (con Beirut, Baghdad e Bosnia) che, in tempi non lontani, ai viaggiatori era consigliato di evitare.
Belfast è una guerra che da oltre trent’anni continua a segnare i destini del Nord Irlanda e che prosegue anche oggi, seppur in maniera subdola e silenziosa, come fuoco sotto la cenere.
Per definirla sono state usati termini come “cattolici” e “protestanti”, nel tentativo (riuscito) di ridurre ad una natura settaria un conflitto, le cui radici affondano invece nel colonialismo, nel prevalere del più forte sul più debole, nelle lotte per i diritti civili.
È concettualmente difficile immaginarsi il colonialismo come qualcosa che può essere contestualizzato nel proprio continente: le colonizzazioni, infatti, sono sempre intese come un movimento, che si sviluppa secondo direttrici che portano i popoli europei ad occupare terre lontane; ma se proviamo a immaginarci che colonizzatori e colonizzati si trovino a meno di 400km di distanza gli uni dagli altri allora ecco la storia della Gran Bretagna e dell’Irlanda del Nord.
Quelle radici partono già dal XVII secolo e tutto è iniziato, sin da subito, come una guerra anti-coloniale e non come un conflitto di religioni: durante il regno di Giacomo I, tutti i possedimenti dei regnanti irlandesi, delle potenti dinastie O’Neill ed O’Donnell, così come di coloro che li avevano supportati, furono confiscate e riassegnate ai nuovi coloni/colonizzatori. I “governatori britannici”, così venivano chiamati i colonizzatori, che erano in gran maggioranza inglesi e scozzesi. Le terre espropriate raggiungevano la ragguardevole cifra di circa duemila chilometri quadrati. Gli insediamenti di coloni Inglesi in suolo irlandese si chiamarono Plantations e la Plantation of Ulster fu la maggiore di tutte. Lo scopo di tale operazione fu di prevenire ogni successiva ribellione, dato che il Nord era stata l’area dell’isola irlandese, che più aveva contrastato il dominio inglese nel secolo precedente.
Belfast è “The Troubles”: qualcuno continua a chiamarli disordini quei 30 anni di guerra tra protestanti e cattolici, un modo per definirla una guerra a bassa intensità, nonostante vi siano morte 3.700 persone di entrambe le parti, con una media agghiacciante di due morti a settimana. Agli inizi degli anni ’60, Belfast era una città fantasma, dove si poteva morire per poco; per il semplice fatto di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Una violenza cieca che poteva, davvero, colpire chiunque. Uno dei luoghi chiave degli scontri fu Bombay Street. I troubles esplosero proprio qui, nel 1969, quando le squadre degli lealisti attaccarono e distrussero le case degli indipendentisti. In questi vicoli segnati oggi da un reticolato alto nove metri, ogni pietra ricorda come ogni casa si trasformò allora in una trincea.
Le forze paramilitari lealiste, con la complicità dell’esercito inglese, attaccavano in modo sistematico non solo i membri dell’IRA, ma anche semplici cittadini colpevoli solo di essere cattolici o repubblicani. In particolare, a metà anni Settanta, divenne noto il gruppo degli “Shankill Butchers” – I Macellai di Shankill – un’unità dell’UVF (Ulster Volunteer Force )di Shankill Road che, sotto la guida del famigerato Lenny Murphy (in seguito ucciso dall’IRA), rapiva e uccideva cittadini cattolici tagliando loro la gola dopo averli orribilmente torturati e mutilati. Alla violenza settaria degli estremisti protestanti rispondeva l’IRA, i cui militanti, in quegli anni, ingaggiavano quasi tutti i giorni scontri a fuoco contro l’esercito britannico nelle strade di Belfast e Derry e colpivano i loro cosiddetti «obiettivi economici» con bombe. Nell’insieme, oltre 1.500 persone furono uccise per violenza politica e religiosa a Belfast tra il 1969 e il 2001.
Belfast è 40 anni di Muri. Il primo muro fu costruito a soli otto anni dalla costruzione di quello di Berlino. I muri sono parte integrante della città, uno dei suoi simboli; si ergono immutati i muri, parenti stretti di quelli di Gaza e della Cisgiordania; muri di campi di concentramento, coperti di graffiti in onore dei lealisti incappucciati dell’Ulster o dei martiri repubblicani dell’Ira.
Così come tendiamo a proiettare lontano da noi il colonialismo, allo stesso modo non ci immaginiamo che una città come Belfast possa essere divisa da un muro e da cancelli. Il muro è quello della pace, (ce ne sono 88 in Irlanda del Nord e il loro compito è di dividere indipendentisti da lealisti: i loro quartieri, le loro chiese, le loro scuole); a West Belfast lungo la “Peace Line”, che si distende per quattro chilometri, ci sono sei cancelli, che si alzano per sei metri, ogni entrata/uscita è composta da due cancelli separati da qualche metro di terra di nessuno, servono a separare Shankill Road, quartiere lealista, da Falls Road, il quartiere a maggioranza repubblicana e indipendentista: Il cancello attraverso il quale siamo passati noi, chiude ogni sera alle 19:30, quello da cui siamo tornati in Falls Road chiude invece alle 21:30, sapere che ogni maledetta notte si attua questo coprifuoco ci riempie di una rabbia sorda e ringhiante.
Belfast è il taxi nero, che ci trasporta lungo la Peace line, cupe cancellate alte fino a dieci metri, meta di un turismo della memoria, di cui anche noi oggi facciamo parte, con la volontà di entrare dentro questo pezzo di storia, così recente da non essere studiata, così imbarazzante da non essere insegnata, così importante da non poter essere ignorata.
Durante i Troubles, era stata vietata la circolazione dei classici bus nella zona indipendentista, dopo che alcuni combattenti li avevano usati come barricate bloccando le strade, facendone veri e propri posti di blocco dietro cui nascondersi dai proiettili dalle forze dell’ordine e lanciare pietre; gli abitanti di quelle strade sarebbero stati costretti a prendere il bus nella zona lealista, correndo gravi pericoli, fu così che decisero di acquistare alcuni black taxi, che divennero l’unico mezzo di trasporto collettivo per tornare a casa dal centro (omologati per sei passeggeri, ne trasportavano fino a 12). Il sorriso triste ma allo stesso tempo orgoglioso di Paul, il nostro tassista, mentre ci mostra il lasciapassare blu del suo taxi, sopravvissuto ai Troubles, e ci racconta dei rischi che gli autisti correvano mentre accompagnavano a casa i lavoratori è coinvolgente al punto da essere straziante.
Belfast è il miglio verde della collina di Crumlin Road. La prigione di Crumlin Road (gli irlandesi la chiamano Crumlin Road Gaol) fu costruita in epoca vittoriana, progettata per essere un vero simbolo di potere ed ordine. È un luogo in cui il dolore e le sofferenze inflitti hanno tolto il fiato alla libertà e alla felicità. Nei suoi 150 di attività ha visto tra le sue mura assassini, ladri e poveracci, bambini e malati mentali. Negli anni ’70 e ’80 si è riempita di prigionieri legati ai Troubles, ma anche di persone trascinate in carcere da sospetti e dicerie. Nel Crum furono impiccate 17 persone, 15 delle quali sepolte in tombe anonime fra le sue mura.
Belfast È la lotta per conservare lo status di prigioniero politico nelle prigioni di Long Kesh e di Maze, dentro ai famigerati blocchi H, contro la strategia di criminalizzazione del movimento repubblicano, attuata dal governo britannico, che mirava a presentare i detenuti repubblicani dell’IRA e dell’INLA come dei criminali comuni privi di qualsiasi motivazione politica.
Nel 1976 i detenuti repubblicani, che furono trasferiti negli H-Blocks e ai quali fu imposto di indossare l’uniforme carceraria prevista per i criminali comuni, si opposero a questo nuovo regime e, rifiutandosi di indossare la divisa, si coprirono solo con una coperta, dando vita alla blanket protest, affrontando i rigori del freddo e il divieto ad incontrare i familiari (senza divisa non era permesso accedere alle visite dall’esterno); nel 1978, per protestare contro la brutalità dei secondini, che li assalivano quando si recavano ai bagni, i prigionieri si rifiutarono di svuotare i propri buglioli, spalmando i propri escrementi sui muri delle celle e buttando l’urina sotto la fessura delle porte, dando inizio così alla dirty protest; quando, nonostante le pressioni provenienti da molti ambienti europei e di oltre atlantico, il governo britannico guidato da Margaret Thatcher si rifiutò ostinatamente di arrivare ad un qualsiasi compromesso con i detenuti, dopo più di 4 anni vissuti nudi con solo una coperta addosso e in mezzo ai propri escrementi, questi decisero di risolvere la questione drasticamente e annunciarono uno sciopero della fame. Il 27 ottobre cominciarono lo sciopero che durò fino al 18 dicembre quando, dopo 53 giorni di digiuno, ormai in fin di vita, decisero terminare lo sciopero sulla base di un confuso documento fatto arrivare attraverso intermediari dal governo britannico.
Nel 1981; i prigionieri decisero di cominciare un nuovo sciopero della fame, avanzando cinque richieste, che divennero note come Five Demands tese a sottolineare lo stato di prigioniero politico:
– Diritto di indossare i propri vestiti e non la divisa carceraria.
– Diritto di non svolgere il lavoro carcerario.
– Diritto di libera associazione con gli altri detenuti durante le ore d’aria.
– Diritto di avere reintegrata la remissione di metà della pena, (che avevano perduto in conseguenza delle proteste).
– Diritto di ricevere pacchi settimanali, posta e di poter usufruire di attività ricreative.
A differenza del primo sciopero della fame non avrebbero cominciato il digiuno in gruppo ma singolarmente, a intervalli regolari, per prolungare l’impatto sull’opinione pubblica e per mantenere alta la pressione sul governo britannico.
Il primo a rifiutare il cibo, il 1º marzo 1981, fu Bobby Sands, seguito, il 15 marzo da Francis Hughes, e una settimana dopo da Raymond McCreesh e da Patsy O’Hara. Sands morì il 5 maggio 1981, dopo 66 giorni di digiuno e fu sostituito nel digiuno da Joe McDonnell. Il 12 maggio morì Francis Hughes e il 21 maggio, morirono a poche ore di distanza l’uno dall’altro McCreesh e O’Hara; Tutti furono sostituiti da altri detenuti. Al dolore delle famiglie di aver perso i loro cari, si aggiunse la rabbia nel momento in cui gli vennero restituiti i corpi, che presentavano i segni di percosse ricevute quando erano già privi di vita.
Belfast è Brendan Hughes, Tommy McKearney, Sean McKenna, Leo Green, Raymond McCartney, Tom McFeeley, John Nixon, Mairéad Farrell, Mary Doyle e Mairéad Nugent.
Belfast è Bobby Sands, Francis Hughes, Raymond McCreesh, Patsy O’Hara, Joe McDonnell, Martin Hurson, Kevin Lynch, Kieran Doherty, Thomas McElwee, Mickey Devine.
Belfast è ogni uomo e ogni donna che, in qualsiasi parte del mondo, ha messo la propria vita in secondo piano rispetto alla lotta per la libertà.
Belfast è una città duplice e doppia, come lo era Berlino un tempo. Una città che divide coscienze politiche e opinioni morali. Odio, scontri, lotte dure sono meno visibili oggi, rispetto agli anni 70’ e 80’, gli anni di Bobby Sands e dei suoi compagni di lotta, gli anni in cui un Bono meno corrotto (o forse meno sputtanato?) cantava “How long, How long must we sing that song”. Eppure uscendo dalla stazione di Belfast, oggi 23 febbraio 2019, i miei occhi hanno visto quella città tanto letta e tanto vista nei film: hanno visto le scuole avvolte nel filo spinato con le entrate divise tra ragazze e ragazzi, i blindati e gli elicotteri che in quegli anni infestavano la città. Hanno visto una città che non c’è più, perché da allora, Belfast si è frammentata sempre di più, anno dopo anno, seguendo il tracciato dei cingolati militari. Ogni volta la città ha cambiato la sua morfologia, prendendo la forma di un labirinto che, come un tubo flessibile, modifica il suo percorso.
Fino ad una quindicina di anni fa, in Falls Road era pericoloso anche solamente camminare, perché gli “squadroni della morte” protestanti sceglievano le vittime a caso, fra i passanti, spesso sparando da auto in corsa. Oggi è un luogo più tranquillo, un museo a cielo aperto, dove però le auto della polizia sono ancora Land Rover blindati … dove abbattere i muri fa ancora paura e dove, al calar del buio, le auto non vanno più da una parte all’altra. Chi si chiama Patrick resterà a Falls road, chi George a Shankill road.
Belfast è la città che ha dato i natali a George Best e in cui, nel 2010, il Belfast City Council , come parte del progetto Peace III per contrastare il settarismo, aveva pagato 1.500 sterline dei contribuenti per i materiali da utilizzare in un murales in memoria di George Best nella zona protestante.
Belfast è la città in cui una domenica di settembre del 2013 (nel 50° anniversario della prima partita di George Best con il Manchester United), quel murales scomparve, per essere definitivamente sostituito da un paramilitare armato dell’UVF; accanto al bandito incappucciato spicca con macabro cinismo la citazione di Martin Luther King che recita: “La libertà non è mai concessa liberamente dall’oppressore, deve essere richiesta dagli oppressi”.
Belfast è il raggio di sole che disegna arabeschi tra le nuvole del cielo d’Irlanda in un sabato di febbraio. Belfast è il mio compleanno in questo 2019

 

“Ora mi trovo nel Blocco H, dove mi rifiuto di cambiare per adeguarmi a coloro che mi opprimono, mi torturano, mi tengono prigioniero e vogliono disumanizzarmi. Al pari dell’allodola non ho alcun bisogno di cambiare. È la mia ideologia politica e i miei principi che i miei carcerieri vogliono mutare. Hanno distrutto il mio corpo e attentato alla mia dignità. Se fossi un prigioniero comune mi presterebbero pochissima, o addirittura nessuna attenzione, ben sapendo che mi conformerei ai loro capricci istituzionali. Ho perso oltre due anni di condono. Non me ne importa nulla. Sono stato privato dei miei vestiti e rinchiuso in una cella fetida e vuota, dove mi hanno fatto patire la fame, picchiato e torturato. Come l’allodola, anch’io ho paura che alla fine possano uccidermi. Ma, oso dirlo, allo stesso modo della mia piccola amica possiedo lo spirito di libertà, che non può essere soppresso neppure con il più orrendo dei maltrattamenti. Certamente posso essere ucciso, ma, fintantoché rimango vivo, resto quel che sono, un prigioniero politico di guerra, e nessuno può cambiare questo.“

(Bobby Sands)

 

8d612173713a569d22d9e2cc010db1adIl 14 marzo 1972 Giangiacomo Feltrinelli, editore e fondatore dei Gruppi d’Azione Partigiana rimase ucciso in una esplosione vicino ad un traliccio dell’alta tensione a Segrate (Milano).
Giangiacomo Feltrinelli, soprannominato Osvaldo (Milano, 19 giugno 1926 – Segrate, 14 marzo 1972), è stato un editore e rivoluzionario italiano.
Fu fondatore della casa editrice Feltrinelli e, nel 1970, dei GAP (Gruppi d’Azione Partigiana), una delle prime organizzazioni armate di sinistra della stagione degli Anni di piombo.
Le ipotesi sulle cause della sua morte sono diverse; il suo corpo fu rinvenuto, dilaniato da un’esplosione mentre stava preparando un’azione di sabotaggio, ai piedi di un traliccio dell’alta tensione a Segrate, nelle vicinanze di Milano. I fautori della disinformazione come strumento controrivoluzionario sostennero ed inventarono di tutto, fino all’omicidio ad opera della CIA in accordo con i servizi italiani. Nel 1979, al processo contro gli ex membri dei Gap (poi confluiti nelle Brigate Rosse) gli imputati, fra i quali Renato Curcio ed Augusto Viel, emisero un comunicato che dichiarava: “Osvaldo non è una vittima, ma un rivoluzionario caduto combattendo. Egli era impegnato in una operazione di sabotaggio di tralicci dell’alta tensione che doveva provocare un black-out in una vasta zona di Milano, al fine di garantire una migliore operatività a nuclei impegnati nell’attacco a diversi obiettivi. Inoltre il black-out avrebbe assicurato una moltiplicazione degli effetti delle iniziative di propaganda armata. Fu un errore tecnico da lui stesso commesso, e cioè la scelta e l’utilizzo di orologi di bassa affidabilità trasformati in timers, sottovalutando gli inconvenienti di sicurezza, a determinare l’incidente mortale e il conseguente fallimento di tutta l’operazione” [Comunicato letto dai prigionieri politici durante il processo Gap-Feltrinelli-Brigate Rosse (1979)].

Sulla morte di Osvaldo le Brigate Rosse fecero una loro inchiesta, il 1 settembre 1974, in un appartamento delle Brigate Rosse a Robbiano del Mediglia fu trovata la registrazione contenente il racconto del compagno (Gunther) che era con Feltrinelli durante l´azione e che aveva raccontato esattamente l’accaduto. La trascrizione riferisce tutto il viaggio dei gappisti, a partire dal ritrovo a Milano e dalla partenza con il pulmino verso Segrate fino a descrivere con precisione la preparazione dell’attentato. L’esplosione viene collocata da Gunther verso le 9 meno 10, 9 meno 5 circa, causata dallo scoppio di un candelotto che Feltrinelli teneva sotto la gamba sinistra: “All’inizio Osvaldo ha i candelotti di dinamite (della carica che serviva a far saltare il longherone centrale) in mezzo alle gambe. […] Si trova impacciato nella posizione, impreca. Sposta i candelotti, probabilmente sotto la gamba sinistra e, seduto con i candelotti sotto la gamba, in modo che li tiene fermi, sembra che prepari l’innesco, cioè il congegno di scoppio. È in questo momento che quello a mezz’aria sul traliccio sente uno scoppio fortissimo. Guarda verso l’alto e non vede nulla. Guarda verso il basso e vede Osvaldo a terra, rotolante. La sua impressione immediata è che abbia perso entrambe le gambe. Va da lui immediatamente e gli dice: “Osvaldo, Osvaldo…”. Non c’è… è scoppiato

Bella la rivendicazione di Potere Operaio in un articolo ancor oggi degno di nota intitolato “Un rivoluzionario è caduto”; eccolo:

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Potere Operaio del Lunedì

26 marzo ’72      Settimanale politico Anno I n° 5      Lire 50

 Un rivoluzionario è caduto

Lo dipingono come un avventuriero, come un deficiente o come un crudele terrorista. Noi sappiamo che dopo aver distrutto la vita del compagno Feltrinelli ne vogliono infangare e seppellire la memoria – come si fa con i parti mostruosi. Sì perché Feltrinelli ha tradito i padroni, ha tradito i riformisti. Per questo tradimento è per noi un compagno. Per questo tradimento i nostri militanti, i compagni delle organizzazioni rivoluzionarie, gli operai di avanguardia chinano le bandiere rosse segno di lutto per la sua morte. Un rivoluzionario è caduto.

Giangiacomo Feltrinelli è morto. Da vivo era un compagno dei GAP (Gruppi d’Azione Partigiana) – una organizzazione politico-militare che da tempo si è posta il compito di aprire in Italia la lotta armata come unica via per liberare il nostro paese dallo sfruttamento e dall’ingiustizia. A questa determinazione Feltrinelli era arrivato dopo una bruciante e molteplice attività – dalla partecipazione alla guerra di liberazione, alla milizia nel PCI, all’impegno editoriale, alla collaborazione con i movimenti rivoluzionari dell’ America Latina. L’indimenticabile ’68, lo aveva spinto ad un ripensamento di tutta la sua milizia politica; la breve ma intensa confidenza con Castro e Guevara gli forniva gli strumenti teorici attraverso cui analizzare il fallimento storico del riformismo e, ad un tempo, la prospettiva da seguire per una ripresa del movimento rivoluzionario in Europa. La forte passione civile, la rivolta ad ogni forma di sopraffazione e di ingiustizia (si pensi all’attenzione con cui ha sempre seguito le rivendicazioni autonomiste delle minoranze linguistiche italiane) lo spingevano a saltare i tempi, a bruciare le mediazioni. É l’inquietudine di cui parla oggi con disprezzo misto a compatimento il “Corriere della Sera”. In realtà è l’inquietudine che porta con sé ogni uomo che non si adatti a vivere come un bue, che nutre un odio profondo per tutti i cani ed i porci dell’umanità. Certo nell’azione di questo compagno ci sono stati errori, ingenuità, improvvisazioni.
Grave soprattutto ci è sembrata e ci sembra, nel programma politico dei GAP, la sottovalutazione delle lotte operaie, della loro capacità di andare oltre il terreno rivendicativo per porre la questione dei rapporti di forza tra le classi cioè del potere politico. Ma i suoi errori, la sua impazienza, appartengono al movimento rivoluzionario e operaio; “assalto al cielo” che da qualche anno migliaia di militanti hanno cominciato a ricostruire dopo decenni di oscurità e di paura. Fanno parte di questo cammino che, come diceva Lenin, non è diritto e piano ma tortuoso e difficile, e dove accanto all’estrema determinazione di percorrerlo non v’è alcuna certezza sui tempi necessari a mandare in rovina lo stato delle cose presenti.
Il compagno Feltrinelli è morto. E gli sciacalli si sono scatenati. Chi lo vuole terrorista e chi vittima. Destra e sinistra fanno il loro mestiere di sempre. Noi sappiamo che questo compagno non è né una vittima, né un terrorista. É un rivoluzionario caduto in questa prima fase della guerra di liberazione dello sfruttamento. É stato ucciso perché era un militante dei GAP. E carabinieri, polizia, fascisti esteri e nostrani lo sapevano e lo sanno benissimo. É stato ucciso perché era un rivoluzionario che con pazienza e tenacia, superando abitudini, comportamenti, vizi, ereditati dall’ambiente alto-borghese da cui proveniva, s’era posto sul terreno della lotta armata, costruendo con i suoi compagni i primi nuclei di resistenza proletaria. É probabilmente vero che la ricerca affannosa che, da mesi, fascisti e servizi segreti vari avevano scatenato per prendere Feltrinelli, si è intensificata dopo il contributo ulteriormente portato dei GAP nello smascheramento dei mandanti e degli esecutori della strage del dicembre del ’69. É probabilmente vero che questo compagno ha commesso, per generosità, errori fatali di imprudenza – cadendo così in un’imboscata nemica la cui meccanica è a tutt’oggi oscura. Quello che è certo è che di questo assassinio si sono fatti complici tutti coloro che cercavano un “mandante ed un finanziatore” per l’attività dei gruppi rivoluzionari. Dal Secolo all’Unità in una paradossale unità d’intenti dopo la manifestazione del giorno 11 a Milano, tutti hanno latrato: vogliamo il mandante, vogliamo il finanziatore. Come se la lotta di strada, la lotta di piazza avesse bisogno di finanziatori. Le bottiglie “molotov” sono generi di largo consumo nell’Italia degli anni 70. Costano poche centinaia di lire. Come dire alla portata di qualsiasi militante. Sono le attrezzatissime bande fasciste, sono i giornali di partito senza lettori, sono le costose campagne di pubblicità elettorale, sono i mastodontici apparati di Partito che richiedono e trovano i finanziamenti di Cefis, di Agnelli, di Borghi, di Ravelli – oltreché il generoso contributo delle casse statali e parastatali. Comunque loro – destra e sinistra – volevano il mandante, il finanziatore. Fascisti e servizi segreti glielo hanno trovato. Un cadavere straziato di un pericoloso rivoluzionario che aveva deciso di far sul serio è diventato utile per la bisogna – perché era Giangiacomo Feltrinelli discendente di una delle famiglie più ricche del paese. Ed i giornali della borghesia si sono affrettati a sputare sopra il cadavere. Con tutto l’odio che si sente per un traditore. Perchè è vero. Giangiacomo Feltrinelli li aveva traditi. Aveva rotto con il suo ed in tre anni densi di attività minuta, continua e coraggiosa era diventato un rivoluzionario. E i miliardari che finanziano i partiti, si drogano al “Number One”, vogliono l’ordine e la morale nelle fabbriche e nelle scuole – e per questo utilizzano le bande fasciste – non possono perdonare questo figlio degenere.

 

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A 38 anni dall’assassinio dei compagni della RAF, Andreas Baader, Jan Karl Raspe e Gudrun Ensslin, nel carcere di Stammheim, li voglio ricordare con questo articolo di Salvatore Ricciardi, che riporta la testimonianza di Irmgard Möller (anche lei detenuta a Stammheim e sopravissuta alla strage) sui fatti della notte tra il 17 ed il 18 ottobre e sulla morte di Ulrike Meinhof.

 

 

 

In Italia si torturava, in Germania si uccidevano i compagni imprigionati

Nel 1976 e nel 1977,  lo stato della Germania dell’Ovest, per cercare di stroncare la guerriglia interna, assassinò nelle sue carceri i prigionieri della Raf: Ulrike Meinhof nel 1976;  e l’anno successivo,  nel carcere di Stammheim, Andreas Baader, Jan Karl Raspe e Gudrun Ensslin, i primi due a seguito di colpi di arma da fuoco, la terza impiccata. Irmgard Möller (a volte scritto anche Moeller), anche lei prigioniera a Stammheim, è stata l’unica sopravvissuta a quel massacro: fu ferita gravemente da quattro coltellate. (da un’intervista alla Moeller di prossima pubblicazione su questo Blog)
Questa è la sua testimonianza su quella notte. La Moeller smentisce tutte le menzogne che hanno sostenuto la tesi di regime del “suicidio”. Tesi sostenuta anche da “pentiti” e “dissociati” in cambio di congrui sconti di pena. Queste falsità sono presenti nel bruttissimo film di Uli Edel  “La banda Baader Meinhof” del 2007, e nel libro pieno di falsità del “pentito e dissociato” Peter Jürgen Boock “L’ autunno tedesco” (vedi qui cosa ne dice il militante della Raf, Klaus Viehmann).
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*Nel 1976 Ulrike Meinhof è morta in carcere. Come hai appreso la notizia?
Di mattina alla radio, con il supplemento che disse che si era suicidata. In quel periodo ero ancora ad Amburgo Holstenglacis ed avevo l’ora d’aria con Ilse Stachowiak o Christa Eckes o Margrit Schiller. Eravamo come elettrizzate. La notizia era identica a quella del BILD del luglio 1972 nel quale era corsa voce che Ulrike si fosse suicidata per tensioni nel gruppo. Per questo pensammo all’inizio “ non può essere vero”, lei vive, era poi stata da noi. Quando non ci furono più dubbi sulla morte avemmo la consapevolezza che fosse stata assassinata. Conoscevamo le sue lettere che fino all’ultimo aveva scritto ad ognuno di noi. Da esse si capiva la stretta relazione che aveva con noi e sapevamo altresì del suo lavoro sul processo di Stammheim dove si trattava di chiamare a testimoniare testi del governo USA, membri del governo e rappresentanti del pentagono, membri del governo RFT di tutto il decennio della guerra del Vietnam, ex membri della CIA, polemologi  cioè tutti quelli che avrebbero potuto dire qualcosa sull’escalation e la partecipazione del governo federale tedesco alla guerra di aggressione contro il Vietnam.
Infine aveva lavorato ad una istanza per chiamare a testimoniare Willy Brandt e chiedergli del suo rapporto con la CIA. Era particolarmente ferrata e dirompente nella storia della repubblica federale.
Ulrike sapeva che c’era un azione di liberazione ma come noi non sapeva esattamente né quando né come. Si trattava concretamente di due azioni, l’una dietro l’altra ed entrambe preparate da più organizzazioni. La prima fu il sequestro aereo del giugno 1976 conclusosi ad Entebbe, azione che , per come si svolse, non ebbe il nostro assenso. La seconda per gli sviluppi in Libano saltò. Che un’azione di liberazione ci dovesse essere lo sapevano anche i servizi segreti. Il ministro Maihofer lo dichiarò pubblicamente per giustificarsi di fronte al caso Traube (è il caso del fisico Walter Traube, socialdemocratico collaboratore di una società di costruzione di centrali nucleari, che fu licenziato dopo un anno di controlli telefonici da parte del Verfassungsschutz-servizi segreti- per i suoi contatti con attivisti antinucleare). Dopo la storia di Stoccolma, il governo Schmidt era deciso a fare l’impossibile per evitare nuove azioni di liberazione. Il modo più efficiente è alla fine quello di uccidere i prigionieri. Dopo le torture nel braccio morto e il tentativo di psichiatrizzare Ulrike per impedirgli di pensare, sembrò essere la soluzione migliore. Sin dall’inizio Ulrike fu l’obiettivo centrale delle azioni contro la RAF. La sua storia particolare di vent’anni di resistenza antifascista, la sua rottura rivoluzionaria con le forme borghesi della politica comunista e il legalismo senza esito dell’opposizione alla guerra in Vietnam, il movimento studentesco, la sua notorietà internazionale furono le coordinate della trama e del calcolo per l’azione che, inscenando un “suicidio”, avrebbe avuto un effetto demoralizzante  nei gruppi di guerriglia e nei movimenti di liberazione, ma anche che facesse apparire un’azione di liberazione inutile e che fosse  “l’eliminazione dei capi per sgretolare il gruppo” per usare le parole del capo del Verfassungsschutz di Amburgo Horchem. Che con noi fosse diverso, è un’altra questione.
Ci fu una commissione d’inchiesta indipendente sulla sua morte nella quale si sono riuniti personalità internazionali. Nel resoconto finale arrivarono alla conclusione “ Non è stato prodotto un solo dubbio che superi tutte le prove che Ulrike non fosse più viva al momento dell’impiccagione. Al contrario si può dimostrare che fosse già morta”.
*La procura ha sostenuto che Ulrike si fosse suicidata per le tensioni all’interno del gruppo, prima tra tutte Gudrun Ensslin
Come prova portarono bigliettini singoli forniti dalla procura e dal ministero della giustizia del Baden Württemberg tra Ulrike e Gudrun, ma risalivano a  un particolare periodo nel 1975, quindi già vecchi. Inoltre non erano completi… La polemica interna era già stata risolta da tanto tempo al momento della sua morte. Quando fummo assieme a Stammheim ne parlammo a lungo, anche di come un prigioniero possa vedere la morte come unica possibilità contro la lenta distruzione. Eravamo sicuri che se Ulrike si fosse sentita così ce ne avrebbe parlato. Ad Andreas e agli altri. Non c’era motivo di nascondere questi sentimenti in una tale situazione, anzi il contrario.

=cronaca di quel periodo= L’autunno tedesco e le sue conseguenze
Il 1977 fu un anno di crisi. A febbraio lo Spiegel pubblicò i documenti del caso Traube titolando “stato di diritto o stato atomico?”. Si scoprì inoltre che nel biennio 1975/76 si erano effettuate intercettazioni nelle celle di prigionieri, soprattutto della RAF.
Il movimento antinucleare si trovò di fronte al confronto con la questione della violenza. Se a febbraio a Brokdorf c’era stata una manifestazione pacifica dove i manifestanti non si lasciarono dividere tra buoni e cattivi, a Malville in Francia  la polizia fece un morto e numerosi feriti gravi.
Il 23 e 24 settembre si manifestò contro il reattore di Kalkar, 20.000 furono bloccati dagli sbarramenti della polizia con carri armati, elicotteri e un intero apparato militare. L’impreparazione  a tale apparato militare venne definita “Kalkar Schock”. Il movimento antinucleare non fu solo indebolito dall’aspro confronto con la polizia, si era anche orientato in maniera diversa nei contenuti. Non si parlava più del significato militare della cosa, ma di quello ecologico, del pericolo di fronte ad una catastrofe nucleare.
La RAF intanto cercava di liberare i suoi prigionieri. Durante il 1977 si consuma la seconda offensiva della RAF. Il 7 aprile ‘77 a Karlsruhe il ”Kommando Ulrike Meinhof “ assalta l’auto dove viaggia il procuratore generale Sigfried Buback uccidendo a raffiche di mitra lui, il suo autista ed un poliziotto della scorta.
Il 28 dello stesso mese si conclude il lungo processo a carico di Baader, Ensslin, Raspe per gli attentati del 1972: tutti e tre vengono condannati all’ergastolo.
Il 30 luglio il presidente della Dresdner Bank, Juergen Ponto viene ucciso nella sua casa in un tentativo di sequestro.
Il 5 settembre ‘77 a Colonia il commando “Siegfried Hausner” della RAF sequestrò il presidente della Arbeitgeber Hans Martin Schleyer uccidendo i tre agenti della scorta e l’ autista. In cambio della liberazione di Schleyer il commando chiedeva la liberazione di 8 detenuti della RAF e il trasporto in un paese a loro scelta, così come la somma di 100.000 Marchi ciascuno.
Due giorni dopo, 72 prigionieri vengono posti in isolamento con il blocco totale dei contatti sia tra prigionieri sia con l’esterno, radio tv e giornali vengono altresì proibiti.  L’ operazione viene legalizzata da una legge ad hoc approvata il 29 settembre. Occorre far notare che con le due unità di crisi vengono uniti potere legislativo ed esecutivo e che gli ordini del tribunale che sanciscono l’incostituzionalità dei provvedimenti e che  permettono un incontro tra prigionieri ed avvocati vengono ignorati.
A metà settembre il commando con l’ostaggio si trasferisce da Colonia a l’Aia per sfuggire alla pressione investigativa. Alla fine del mese il commando si divide : una parte si trasferisce con l’ ostaggio a Bruxelles e gli altri membri vanno a Baghdad per incontrarsi con membri della resistenza palestinese con la mediazione di un membro delle R.Z. (Cellule Rivoluzionarie). Nella capitale irachena Abu Hani propone un dirottamento aereo a supporto del sequestro Schleyer.
Visto che le autorità non cedevano allo scambio il 13 ottobre un commando palestinese del S.A.W.I.O, con la supervisione di Abu Hani del PFLP/SC dirottò il Landshut, un Boeing 707 della Lufthansa della  linea Maiorca Francoforte, con 86 passeggeri a bordo chiedendo la liberazione di una lista di prigionieri politici , tra i quali il vertice della RAF.
I giornali reazionari come il BILD chiedono l’ esecuzione di “terroristi” per rispondere a quella di ostaggi, pure sul giornale liberale FAZ si legge “non sarebbe il tempo di istituire un diritto d’emergenza contro i terroristi?” settori della  CSU chiedono la pena di morte.
Il 17 ottobre verso la mezzanotte un commando delle truppe speciali tedesche, il GSG 9, assaltò l’ aereo uccidendo tre dei quattro dirottatori e ferendo la quarta. La mattina seguente nelle loro celle di massima sicurezza del carcere di Stammheim (Stoccarda) vennero trovati morti Andreas Baader,  Jan Karl Raspe e Gudrun Ensslin, I primi due a seguito di colpi di arma da fuoco, la terza impiccata. Irmgard Moeller invece era ferita gravemente da quattro coltellate al petto. La versione ufficiale parla di suicidi a seguito della notizia del fallimento del  dirottamento aereo, senza però riuscir a spiegare come avevano potuto saperlo e come potevano avere due pistole e un coltello in un carcere di massima sicurezza, trovandosi inoltre in isolamento da due mesi. Per l’estrema sinistra furono omicidi di stato.
Oltre alla seguente testimonianza della Moeller ci sono numerose incongruenze nella versione. Perché il mancino Baader teneva la pistola nella mano destra? Come ha fatto a spararsi da trenta a quaranta centimetri nella nuca? Perché il cavo elettrico con la quale la Ensslin si sarebbe impiccata si rompe al tentativo di sollevarla? Inoltre vennero rinvenute ferite che non avevano a che fare con l’impiccagione. Appare altresì strano che non ci fossero impronte sulla pistola di Raspe.
A seguito di questi avvenimenti venne ucciso Schleyer. Il suo cadavere fu scoperto dietro segnalazione, nel portabagagli di un Audi 100 a Mulhouse, in Francia.
Il mese successivo venne trovata impiccata nella sue cella, anche Ingrid Schubert, un’altra prigioniera della RAF di cui era stata chiesta la liberazione. Permangono gli stessi dubbi, tanto più che lei, a differenza dei tre che avevano preso da poco un ergastolo, sarebbe uscita nel 1982. Nei due anni successivi nel corso di operazioni di polizia, vennero uccisi altri tre membri della RAF:  Willy Peter Stoll (a Duesseldorf il 6 settembre1978), Michael Knoll (24 settembre1978 presso Dortmund) ed Elizabeth Von Dyck (a Norimberga il 4 maggio 1979). Rolf Heissler scampò invece alla morte solo perché riuscì a ripararsi la testa con una cartellina che deviò il  colpo mortale.
Nella società tedesca si assistette ad un operazione di massiccia censura di tutto ciò che mostrasse simpatia per i movimenti di liberazione, persino un pezzo teatrale come “Antigone” (di Sofocle) venne censurato. L’interdizione dall’impiego, la limitazione dei diritti della difesa e la censura furono criticati dal tribunale Russell.
*Quando avete saputo a Stammheim che Schleyer era stato rapito?
La sera stessa dalla TV. Poco dopo venne un commando di polizia. Dovemmo spogliarcinudi, i nostri vestiti vennero vagliati minuziosamente e poi fummo chiusi in celle vuote ad aspettare la fine della perquisizione di sbirri e magistrati. Alla prima occhiata mancavano la radio, tv, giradischi e tutti gli accessori. A questo punto eravamo 4 nel braccio morto, Nina era stata spostata a Stadelheim il 18 agosto e doveva tornare subito da noi. Fino ad allora avevamo delle mensole davanti alle celle (nel corridoio) con degli oggetti che usavamo in comune come libri, roba da toilette ecc. il 6 settembre il corridoio venne sgomberato e tutta la roba fu messa sotto chiave. Da allora in avanti non potevamo usare più nulla in comune né consolarci a vicenda. Il blocco dei contatti era già stato attivato, non solo contro di noi, ma contro tutti i prigionieri politici nella RFT. Erano più di 90.
*Prima del rapimento Schleyer avete vissuto in celle d’isolamento?
Prima a notte potevamo rimanere assieme, uomini e donne divisi. Da agosto ero assieme a Gudrun, anche perché era estremamente indebolita dagli scioperi della fame e della sete e pensavamo che non ce la facesse a sopravvivere. Nella notte fummo divise e rimanemmo tutti in celle d’isolamento.
*Avete riavuto le cose confiscate nella perquisizione?
No. Dopo alcuni giorni riavemmo solo il giradischi. Ciò che poteva servire per  l’informazione se lo sono tenuto.
*Avevate saputo in anticipo che Schleyer sarebbe stato rapito? C’erano stati accordi tra di voi e le persone che formarono il commando Siegfried Hausner?
Non c’erano stati accordi col commando. È stato detto che i prigionieri gestivano le azioni dalla cella, ma non è così. Come avremmo potuto farlo? Avemmo però il presentimento che qualcosa sarebbe avvenuto. Il 7/4/77 il commando Ulrike Meinhof uccise il procuratore generale  Buback mentre ci trovavamo in sciopero della fame per ottenere la revoca dell’isolamento e la riunione in un gruppo di 15 persone. Durante questo sciopero, dopo l’uccisione di Buback, fummo isolati per la prima volta, senza poter ricevere nemmeno gli avvocati, allora non c’era una base legale che lo permettesse. Per protesta siamo entrati in sciopero della sete. Il blocco dei contatti è stato rimosso, ma le nostre richieste non sono state accolte. In questo periodo ci fu un enorme solidarietà internazionale, teologi, giudici americani, belgi, francesi e inglesi avvocati e giuristi sostennero le nostre richieste di riunione. Il 30 aprile abbiamo ottenuto la promessa che altri prigionieri sarebbero stati trasferiti a Stammheim. Poi il 30 luglio venne ucciso Ponto (….). In quel periodo era chiaro che il processo di Stammheim si avviava alla fine e che ci sarebbe stata la sentenza. Era una fase nella quale è successo molto e l’atmosfera era tesa. Per questo ci aspettavamo che succedesse qualcosa, anche se non sapevamo cosa. Quando abbiamo sentito che Schleyer era stato rapito abbiamo pensato che potesse avere a che fare con noi. Le richieste furono divulgate il giorno successivo, allora fummo isolati completamente.
*C’era comunicazione tra di voi?
Potevamo gridarci qualcosa. Principalmente la notte. Quando se ne sono accorti ci hanno inchiodato materassi di gommapiuma davanti alla porta. Inoltre le grida erano difficili da capire perché, dopo che il corridoio era stato svuotato, rimbombava assai
*Oltre alla comunicazione a voce c’erano altre possibilità di comunicazione?
No, non avevamo nessuno a cui poter dire le cose.
[….]
Avevo dormito pochissimo nei giorni precedenti, anche di giorno; niente pisolini. Fisicamente ero esaurita per lo sciopero della fame, perché non mangiavo quella roba e ci era proibito acquisto di viveri. Non avevo più riserve per rimanere attiva, ma mi aiutava a stare sveglia. Poi ho chiamato Jan tardi in nottata. La cella dove allora stavo era abbastanza sformata e se ci si sdraiava si poteva chiamare da sotto la porta. Jan era davanti a me, a  un paio di metri di distanza di lato. Mi ha sentito e risposto ho detto “He, um” per sapere che succedeva. Poi mi son messa sotto le coperte e mi sono addormentata. Quando non so dirlo, con esattezza , ma fu nelle ore successive.
La mia prima sensazione fu un rumore in testa, mentre qualcuno mi apriva le palpebre sotto la luce accecante del corridoio, molte figure attorno a me che mi hanno afferrato. Dopo ho sentito una voce che ha detto “Baader ed Ensslin sono morti”. Infine ho perso i sensi. Mi sono risvegliata completamente giorni dopo nell’ospedale a Tubinga. Un giudice sedeva accanto al letto e voleva sapere cosa fosse successo. Da lui ho sentito che anche Jan era morto. Da lui ho anche appreso che l’aereo era stato assaltato e che i dirottatori, tranne una donna, erano stati uccisi. La mia avvocatessa mi ha detto che ha tentato senza successo di arrivare a me per tutto il tempo.
Ma non potrei raccontarti il senso di quel discorso. Prova a immaginarti che dopo settimane di blocco totale, era il primo contatto con una persona di fiducia. Inoltre ero gravemente ferita ed avevamo solo un ora di tempo. Ero nel reparto ustionati e tutto era piastrellato e sterile. Ero attaccata ad una flebo che gorgogliava, avevo dolori terribili, c’erano sbirri ovunque, persino i dottori di questo reparto erano sorvegliati.
Inizialmente non seppi che ferite avevo. Me lo disse dopo un medico di fiducia. Di 4 coltellate al petto, una aveva colpito il pericardio e ferito un polmone che si era riempito di sangue. A Tubinga mi dovettero incidere la gabbia toracica e posizionarvi un drenaggio per aspirare tutto il liquido della ferita. Il corpo contundente doveva essere stato conficcato con violenza ed essere stato fermato da una costola che presentava un’incisione.
Nel reparto rianimazione rimasi una settimana, là una fisioterapista mi ha aiutato a recuperare la capacità respiratoria. Ho ricevuto forti dosi di tranquillanti e sedativi e mi ricordo poco di quel giorno. Ma un immagine mi è rimasta impressa: giorno e notte c’erano due o tre sbirri con i berretti, mantelli e soprascarpe  sterili, mentre davanti alla finestra pattugliavano altri armati di mitra. Il fine settimana mi riportarono in carcere a Hohen Asperg  con l’elicottero. Là rimasi 4 settimane per molto tempo non fui in grado di camminare ed ebbi dolori per anni a respirare,tossire, sdraiarmi di fianco e persino a ridere.
*Hanno trovato l’arma con la quale sei stata ferita?
Nella versione officiale si parla del coltellino in dotazione, ma non quadra perché la ferita è piuttosto profonda. Quello era un coltellino che si utilizza per spalmare il burro e, assieme alle forbicine per ritagliare giornali che erano in un angolo, fu l’unico oggetto “da taglio” ritrovato in cella. Ma non si trattava di esse, loro dissero che era stato il coltello smussato.
*Il tuo avvocato ha parlato con i medici per sapere se le ferite sarebbero state compatibili con un coltellino del genere.?
Hanno provato a parlare con i medici e il personale d’assistenza, ma hanno sempre trovato porte chiuse. Gli era proibito parlare con il mio avvocato. Alcune infermiere hanno tentato di fargli arrivare notizie, ma non ha funzionato granché. Il personale aveva paura. Anche gli avvocati erano stati intimiditi. Vennero istituiti numerosi procedimenti disciplinari contro i nostri avvocati, non erano certo buone premesse per chiarire qualcosa. Io stessa ho provato ad avere gli atti e la documentazione, inutilmente. Le lastre non ho mai potuto vederle. Anche in seguito, quando ero a Lubecca ed avevo ancora dolori al respiro, il medico della prigione le ha richieste. Pensavamo che da prigione a prigione potesse funzionare. Ma nulla, le due prigioni non le hanno spedite (Hoheasperg e Stammheim).
*Quando hai raccontato per la prima volta ciò che ti è successo?
Prima ho parlato con un avvocato, poi ho fatto le mie  dichiarazioni davanti alla commissione di inchiesta. Era il 16 gennaio 1978. avrebbero già voluto farlo nel dicembre 1977, ma ero troppo debole e mi trovavo in sciopero della fame perché volevo assolutamente essere raggruppata con gli altri. Fu tremendo. Giacevo in divisa carceraria sul materasso in terra ed ero sorvegliata continuamente. Venne poi un funzionario della commissione d’inchiesta e mi disse che ero tenuta a rilasciare una dichiarazione e di tenermi pronta per l’8 dicembre. La dichiarazione si sarebbe svolta a porte chiuse. Ma in questo modo mi sono rifiutata. Così hanno stabilito il termine per gennaio 1978.
Ci andai perché volevo dichiarare pubblicamente di fronte alla stampa. L’audizione si svolse nella sala dove c’era stato il processo. C’erano 200 posti ed erano tutti gremiti. Risposi alle loro domande. Il protocollo si può anche leggere. Gli atti della commissione non li ho ricevuti fino ad oggi. Non ho potuto correggere, cambiare o aggiungere cose al contenuto della mia dichiarazione perché nessuno me l’ha data. La versione stampata non è autorizzata e neppure completa.
*Com’era la situazione per te?quella notte ti sei alzata ed eri gravemente ferita. Che hai pensato?
Per me fu tutto confuso. C’era il dolore terribile che gli altri non fossero più con me. Non avevo però neppure il tempo di rattristarmi, dovevo chiarirmi la situazione. Riflettei ai segnali che c’erano stati di una tale escalation. Volevo chiarire un po’ di cose. Nel corso degli anni c’erano state minacce di morte contro Andreas, Ulrike era morta, avevamo pensato che tali omicidi potessero succedere, non ci siamo mai sentiti sicuri in galera. Questo era un motivo per il quale volevamo restare uniti e non lasciarci dividere, per proteggerci a vicenda. Ma sapere che questo può avvenire, è ben altro che viverlo in realtà. Da sola dovevo venirne a capo. Era un dolore totale che mi stordiva più della paura che qualcuno ci riprovasse.
Poi ho tentato meglio che potevo per arrivare alle informazioni. Ciò ha caratterizzato il corso dei miei giorni allora. Fu terribilmente difficile perché non avevo giornali, non avevo gli atti e non potevo avere visite. Gli avvocati venivano ma avevamo appena il tempo di discutere solo le cose più necessarie e urgenti. Non avevo nulla da verificare o controllare. All’Hohen Asperg hanno tolto il blocco dei contatti a fine ottobre. La radio non me l’hanno ridata perché dissero che avrei potuto usare il filo per impiccarmi. Con questa scusa mi hanno tolto tutto. In questo periodo, quando giravano la gran parte delle informazioni ed ho tentato con urgenza di sapere le cose. Non avevo accesso al modo.
*Non avevi neppure giornali? Con quelli è difficile impiccarsi..
Tagliavano tutto ciò che potesse aver a che fare con Stammheim o il Landshut nel senso più ampio. Li ho avuti 20 anni dopo quando sono uscita di carcere nella cassa dei “beni”. Allora dai giornali leggevo solo lo sport e forse un paio di articoli del Feuilleton.
*Non hai potuto ricevere testi o informazioni per posta dai difensori?
Gli avvocati non hanno spedito nulla. Avevano paura che tutto fosse illegalizzato come sistema d’informazione. Di fronte al clima arroventato era anche un timore giustificato. In Germania due avvocati erano già in galera e Klaus Croissant era in Francia in attesa di estradizione.
*Quando avesti di nuovo contatti con qualcuno del tuo gruppo?
Per lungo tempo non avvenne. Avevo voglia di essere riunita con gli altri, in particolare con Nina (Ingrid Schubert). A Hohen Asperg sentii da lontano un brano della radio: Ingrid Schubert si era impiccata a Hohen Asperg. Ero come tramortita. Questo era il 12 novembre. Si parlò subito di suicidio per quanto tutti i fatti parlassero contro. Ho letto molto più tardi le sue lettere dell’ultima settimana e descrive di come fu assalita il 18 ottobre e sottoposta a perquisizione ginecologica. I suoi piani per il futuro prossimo erano quelli di tornare con noi. Dalla pubblica discussione è uscita subito perché non è morta a Stammheim e perché nonostante le stranezze non ci fu nessuno che continuò le indagini. Gli atti furono chiusi nel 1978.
[…]
*Altra domanda fondamentale è come avreste potuto procurarvi armi. K.H. Roth in un’intervista al “Konkret” sostiene che c’erano armi in cella e la cosa era risaputa dalle autorità senza che si sapesse però esattamente quali fossero.
Non avevamo armi. Dire che avessimo nascosto armi in cella ha poco senso perché durante il blocco dei contatti dovemmo spostarci più volte e non sapevamo in anticipo né quando né dove.
Se avessimo avuto armi ne avremmo fatto altro uso che quello di suicidarsi. Ci saremmo difesi o tentato di uscirne e certamente non ci saremmo uccisi isolatamente
*Vista così avrebbe senso lo scenario ipotizzato da Schmidt a una conferenza: Baader avrebbe tentato di portare qualcuno della cancelleria da voi in prigione per prenderlo in ostaggio
Ma non l’ha fatto! Se avessimo progettato un’azione di liberazione da Stammheim avremmo tramato ben altro. Scenari del genere sono, di fronte agli scenari che avevamo davanti, totalmente irrealistici. Siamo stati perquisiti continuamente, tutto era sorvegliato. Non avevamo armi. Come poi? Andreas, come risulta anche dalla documentazione del governo, aveva uno scopo politico. Non era un’azione mascherata. Certo che di solito piace girarci intorno, ma porta poco lontano. La realtà del 1977 ha lasciato poco spazio a questi pensieri artistici. Vivevamo in una condizione estrema, il blocco dei contatti appunto.
*Il fatto che avevate armi in cella non è sostenuto solo dalla commissione, ma anche alcuni testimoni che dicono di aver aiutato a imboscare le armi. A questa storia di Volker Speitel c’è anche una variante di Peter Jürgen Boock che sostiene di aver preparato più armi.
È sempre difficile dimostrare che qualcosa non è successo. Su Volker Speitel non posso dire molto perché io stessa non ebbi a che fare con lui. Ma Hanna Krabbe lo conosceva perché originariamente voleva partecipare all’azione di Stoccolma. Ma se l’è svignata un paio di settimane prima per riapparire poi nell’ufficio dell’avvocato Klaus Croissant. Dice di aver preparato le armi ed esplosivi nella primavera del 1977 che sarebbero poi state portate da Arndt Müller nascoste in un coperchio degli atti e poi passate durante il dibattimento a Jan, Andreas e Gudrun che le portarono dal tribunale in cella. Chi sa come venivano controllati i nostri avvocati non può credere a questa versione. Ci fu fin dall’inizio la propaganda che gli avvocati fossero nostri corrieri, ambasciatori e galoppini. Per questo venivano perquisiti a fondo ed in maniera pignola. Ogni foglio veniva spiato, in queste condizioni introdurre armi sarebbe stata pura pazzia. Inoltre per come era fattaStammheim sarebbe stato poco probabile uscirne anche se si avevano tre pistole e dell’esplosivo. Ci aspettavamo di essere liberati da fuori dalla RAF.
Le storie di Speitel non sono per niente credibili. Inizialmente ha dichiarato di aver ricevuto le armi dagli illegali, tramite un corriere nel marzo del 1977, dopo ha sostenuto che gli illegali stessi gli avessero dato le armi, in ogni caso non si poteva ricordare chi fosse il corriere o gli illegali che gliele dettero. Dopo disse che fu Sieglinde Hoffmann a dargli una pistola e l’anno successivo si ricordo esattamente che erano due. Ricorda poi che potrebbe essere stato il Giugno 1977, ma in quel periodo il processo era alla fine e gli avvocati, anche se lo avessero voluto, non avrebbero più potuto introdurre le armi nel modo indicato dalla commissione. Le favole di Boock non sono migliori:  Speitel, che sostiene di aver preparato le armi, non appare nel racconto di Boock e Boock, che sostiene di aver preparato le armi per il trasporto,non appare nel racconto di Speitel.
*Ci sono altre due “interne” che dichiarano che voi vi sareste suicidati. Susanne Albrecht e Monika Helbing, che nel 1977 erano nella RAF e che in seguito andarono da fuoriuscite nella DDR hanno dichiarato che ci sarebbe stato tra i quadri della RAF un “azione suicida” nel caso che non ci fossero più state altre possibilità di uscire. Entrambe si riferiscono a Brigitte Mohnhaupt che fu rilasciata nella primavera del 1977 e che rientrò subito in clandestinità
Entrambe hanno escogitato la cosa in un momento nel quale erano testimoni in un processo e volevano ottenere uno sconto di pena. Questo sui motivi. Posso dire che tra noi non c’era nulla del genere né come discussione né come piano.
[…]
*Per voi quindi il solo sopravvivere era una vittoria?
Sicuro. Nel momento in cui devi essere schiacciato ma sopravvivi, qualcosa l’hai raggiunto e ci rimani attaccato. Ciò che avevamo in testa era di fare un ulteriore sciopero della fame per accelerare alla decisione in quella settimana. Si trattava anche di prendere dalle mani del governo la decisione su di noi, come dicemmo in quei giorni, che non si tratta certo di annunciare il nostro suicidio come interpretarono avidamente governo e polizia. Perché poi avremmo dovuto annunciarlo? Per dargli la gioia dell’attesa?. Sapevamo bene che ci avrebbero visto più volentieri morti che vivi. Inoltre era chiaro che fino a che eravamo dentro e vivi, ci sarebbero stati quelli fuori che avrebbero voluto liberarci.
[…]
*Negli anni , hai riflettuto di un possibile scenario , di cosa poté essere successo in quella notte?
Ero e sono convinta che fu un’azione dei servizi. Il BND poteva entrare ed uscire liberamente da Stammheim ed aveva installato da noi le apparecchiature per le intercettazioni ambientali. Era anche risaputo che il personale del carcere non era ritenuto abbastanza degno di fiducia per un’azione del genere. Alcuni hanno sempre raccontato qualche nostra ridicola storia al “Bunten”, “Quick” o allo “Stern” e se qualcosa doveva succedere doveva essere fatta senza coinvolgerli. In relazione a ciò è importante che il personale fu cambiato, anche se non tutto, durante il blocco dei contatti. Le telecamere del corridoio poi non funzionavano la notte.
*Pensi che il governo federale fosse coinvolto in quest’azione omicida o è solo opera autonoma dei servizi?
Penso che il governo fosse coinvolto e che anche all’interno della NATO se ne fosse discusso. Al tempo c’era l’unità di crisi anche negli USA, che si teneva in continuo contatto con Bonn. Loro avevano un grosso interesse che noi non ci fossimo più. Il metodo di far apparire un omicidio per un suicidio è proprio della CIA.
*Nella discussione all’interno della sinistra su Stammheim, c’è per lo meno da parte della sinistra la tendenza a non considerare importante la risposta alla domanda se si tratti di omicidio o suicidio. In ogni caso la morte dei tre è da attribuirsi allo stato che o ha provveduto direttamente o ha portato i tre a suicidarsi.
Le condizioni carcerarie erano terribili e nello sciopero della fame vennero uccisi prigionieri con la sottoalimentazione, Holger Meins per esempio. Ma è comunque una grossa differenza se qualcuno si spara, si impicca si pianta un coltello nel petto o se lo fanno gli altri. Si tratta dei fatti. Non volevamo morire, volevamo vivere.

Continua la serie di interessantissimi articoli di Paolo Persichetti sul caso Moro, non sono riuscita a ribloggarli tutti ma consiglio caldamente di leggerli sul sito Insorgenze

Insorgenze

Il disegno, consegnato oggi dallo storico Marco Clementi durante la sua audizione davanti alla nuova commisssione d’inchiesta sul rapimento e la morte di Aldo Moro, risale al 2006 ed è stato raccolto nel corso della preparazione del libro Storia delle Brigate rosse, uscito nel 2007 presso Odradek.
Partendo dal basso, che poi è l’alto di via Fani, segnato con il numero 1 è indicata la posizione della militante delle Br incaricata di segnalare l’arrivo del convoglio del presidente della Democrazia cristiana. La donna con un mazzo di fiori compie un gesto e attraversa la strada all’arrivo delle vetture di Moro.
La 128 giardinetta con Moretti alla guida si mette in moto e appena il convoglio passa, la 128 indicata con il numero 2 forma il cancelletto superiore.
All’altezza dello stop Moretti rallenta. Rallenta il convoglio e cominciano gli spari, a quanto stablito dal Servizio centrale antiterorismo di recente, mentre…

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Gesellschaft, Extremismus, Justiz Holger Meins wird verhaftetPubblico di seguito l’ultima lettera di Holger Meins (nomi di battaglia Starbuck), scritta dal carcere di Wittlich, dove Meins era detenuto dal 1 giugno 1972 con l’accusa di «terrorismo», la lettera fu scritta il 31 ottobre1974, 9 giorni prima di morire a causa del nutrimento forzato durante uno sciopero della fame contro le condizioni annientanti dei detenuti politici.

Holger Meins era un artista, si occupava di pittura, fotografia e cinema, ma soprattutto era un guerrigliero ed un rivoluzionario e tale restò per tutta la vita. Era un bel ragazzo, alto più di un metro e novanta, al momento della sua morte (nell’immediato spacciata per un suicidio determinato dalle condizioni inumane in cui i detenuti politici erano costretti a vivere) pesava meno di 45 kg. Lo stato tedesco assassino non permise a nessun medico medico al di fuori del carcere di intervenire a controllare le sue condizioni, nonostante le ripetute richieste del suo avvocato, il quale già durante la prima conferenza stampa parlò senza mezzi termini di assassinio, documentando le sue affermazioni con esempi concreti, tra i quali la decisione sulla scia dell’insegnamento nazista del Ministro regionale della giustizia, Martin, di HOLGER MEINS2ordinare il blocco della distribuzione dell’acqua a coloro che facevano lo sciopero della fame, dichiarando che “chi non voleva mangiare non aveva diritto a bere” (decisione che provocò la cecità ad alcuni detenuti) e di ordinare il nutrimento forzato dei detenuti, per effettuare il quale il medico incaricato si servì infatti di una canula di dimensioni pari a quelle di un tubo digerente, che provocò agli imputati lesioni interne inguaribili.

Fu un assassinio, così come furono assassinii le morti di Ulrike Meinhof (il 9 maggio 1974) e di Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Jan-Carl Raspe (il 18 ottobre 1977) nel carcere speciale di Stammheim-Stoccarda, e la responsabilità di questi delitti è della socialdemocrazia di Willy Brandt e Helmut Schmidt, cancellieri dal 1969 al 1982.
598417_4887983726525_112397181_nL’unica cosa che conta è la lotta – ora, oggi, domani, che tu abbia mangiato o no. Ciò che conta è quello che tu ne fai: un balzo in avanti. Migliorare. Imparare dalle esperienze. È proprio questo che bisogna fare. Tutto il resto è merda.
La lotta continua. Ogni nuova lotta, ogni azione, ogni combattimento porta con sé espe-rienze nuove e sconosciute, ed è così che la lotta si sviluppa. Anzi si sviluppa soltanto così.
Il lato soggettivo della dialettica rivoluzione/controrivoluzione: «La cosa decisiva è saper imparare».
Attraverso la lotta per la lotta. Dalle vittorie, ma più ancora dagli errori, dagli sbanda-menti, dalle sconfitte…
Lottare, soccombere, ancora combattere, di nuovo soccombere, nuovamente combattere, e così fino alla vittoria finale – questa è la logica del popolo. (Dice il vecchio).
«Materia»: l’uomo non è altro che materia come tutte le cose. Tutto l’uomo, ciò che egli è, la sua libertà, è che la coscienza domina la materia – sé stesso e la natura esterna e soprattutto il proprio essere. La pagina di Engels: chiarissima. Ma il guerrigliero si ma-terializza nella lotta – nell’azione rivoluzionaria, e cioè: senza fine – la lotta fino alla morte e naturalmente in modo collettivo.
Ieri è passato. Un criterio, ma soprattutto una cosa concreta. Ciò che è – ora – dipende in primo luogo da te. Lo sciopero della fame è ben lontano dall’essere terminato.
E la lotta non finisce mai.
O porco o uomo
O sopravvivere ad ogni costo
O la lotta fino alla morte
O il problema o la soluzione
In mezzo non c’è nulla.
La vittoria o la morte, dicono dappertutto, ed è il linguaggio della guerriglia – anche in questa piccolissima dimensione con la vita è come con la morte: «Degli uomini (quindi noi) che si rifiutano di por fine alla lotta – o vincono o muoiono, invece di perdere o morire».
Naturalmente non so come è quando si muore o quando ne uccidono uno. Come potrei saperlo? In un attimo di verità, una mattina, un’idea mi ha attraversato la mente: allora è così (non lo sapevo ancora) e poi (davanti a un’arma puntata esattamente tra gli occhi): va bene, si tratta di questo. In ogni caso dalla parte giusta.
In fin dei conti tutti muoiono. La questione è solo come, e come tu hai vissuto, e la cosa è del tutto chiara: combattendo contro i porci in quanto uomo per la liberazione dell’uomo: come rivoluzionario, nella lotta – con tutto l’amore per la vita: disprezzando la morte. Questo è per me servire il popolo – la RAF
.
[Holger Klaus Meins (26 October 1941 – 9 November 1974)]

Il 14 gennaio 2013 moriva da prigioniero Prospero Gallinari. Per ricordarlo oggi, dopo due anni, voglio pubblicare il saluto a lui scritto da Salvatore Ricciardi, suo compagno di organizzazione e di carcere

contromaelstrom

ProsperoStanotte (14 gennaio 2013) è morto Prospero Gallinari.

Una vita dedicata alla lotta di classe rivoluzionaria. Un compagno, un amico, un fratello per me e per quelle compagne e quei compagni che con lui hanno lottato, condividendo un percorso scabroso e difficile, mettendo in gioco la propria esistenza, per raccogliere e rilanciare la spinta rivoluzionaria che proveniva dal cuore stesso della classe operaia: le grandi fabbriche e le periferie metropolitane.

Ciao Prospero! Oggi non trovo altre parole per ricordare i tanti giorni, mesi, anni, passati insieme calpestando gli stessi metri del pavimento di una cella o le spianate di cemento dei cortili ingabbiati delle carceri speciali.

In quegli spazi angusti, in quelle gabbie, si camminava insieme, si  ricordava insieme, si ragionava insieme, si criticava e ci criticavamo; e si continuava a progettare percorsi rivoluzionari. Oggi altre braccia raccoglieranno quelle idee e su altre giovani gambe continueranno il cammino per farla…

View original post 21 altre parole

ulrike lebtIl 9 maggio ricorre l’anniversario dell’assassinio di Ulrike Meinhof, nel carcere di Stammheim. I suoi aguzzini dissero  che si era impiccata, che l’avevano trovata la mattina alle 7:30 con ancora un piede poggiato sulla sedia, morta da ore … in realtà (e l’autopsia dimostra più che chiaramente) fu un delitto, un’esecuzione programmata a conclusione di un lungo periodo di torture. Così come lo furono (escuzione e torture) quelle che subirono i tre compagni prigionieri della Banda Baader-Meinhof (R.A.F. – Rote Armee Fraktion).

Ulrike Meinhof fu trovata impiccata nella sua cella. La corda era fatta da pezzi dell’asciugamano. Il corpo fu rimosso in fretta, nessuno poté vederlo L’autopsia fu condotta senza la presenza di un legale della famiglia della vittima né un medico di fiducia. Le veline dello Stato erano già pronte, con la ricostruzione di tensioni tra i prigionieri che avevano provocato la volontà suicida.
Tutto falso! Di nascosto fecero un’autopsia al cervello e lo conservarono in luogo segreto. Due giorni prima della morte Ulrike aveva avuto un colloquio con l’avvocato italiano Cappelli, col quale aveva discusso delle condizioni detentive dei prigionieri delle Brigate rosse.

rafLa ricostruzione della dinamica del presunto suicidio non convinse nessuno se non i
media cialtroni e servi del potere. La commissione investigativa internazionale ridicolizzò tutta  la messinscena: il cappio era troppo piccolo perché ci passasse la testa; la dinamica della sedia risultò sbagliata, aveva davanti lo schienale e lei non poteva fare il passo nel vuoto; ed addirittura alcuni testimoni del carcere non videro la sedia sotto al corpo. Infine la commissione affermò non esservi neppure la certezza che la morte fosse causata da impiccagione: mancavano i sintomi tipici del soffocamento. Dunque un ASSASSINIO! Un brutale assassinio dello Stato, del sistema politico, delle classi dirigenti, del sistema economico-militare e della stampa ad essi asservita. Un assassinio necessario in quella Germania che si avviava a diventare la grande “locomotiva d’Europa” e non poteva accettare intralci di oppositori.

 

DICHIARAZIONE DELLA COMMISSIONE INTERNAZIONALE D’INCHIESTA SULLA MORTE DI ULRIKE MEINHOF

A conclusione dei suoi lavori, la Commissione internazionale d’inchiesta Sulla morte di Ulrike Meinhof ha preso atto del rapporto formulato dalla segreteria.Senza far propria ogni singola formulazione, la Commissione sottolinea, tuttavia, che si tratta di un lavoro serio, realizzato grazie alla collaborazione di periti qualificati, che merita di essere preso in considerazione e ampiamente diffuso.
Per riassumere i pareri sui quali i suoi membri hanno trovato un accordo, la Commissione ha constatato :

– che Ulrike Meinhof è stata sottoposta, a più riprese e per lunghi periodi, a condizioni di detenzione che si è costretti a qualificare « tortura ». Si tratta di quel tipo di tortura chiamata isolamento sociale e privazione sensoriale, comunemente applicanto nella Repubblica Federale Tedesca a numerosi prigionieri politici e anche a detenuti comuni ;

– che la tesi delle autorità statali, secondo la quale Ulrike Meinhof si sarebbe suicidata per impiccagione non è provata e che i risultati della Commissione tendono a dimostrare che Ulrike Meinhof non potuto impiccarsi da sola ;

– che i risultati dell’inchiesta suggeriscono che Ulrike Meinhof era morta quando è stata appesa e che vi sono indizi inquietanti d’intervento di terzi in relazione a questa morte. eorge

La Commissione non può esprimersi con certezza sulle circostanze della morte di Ulrike Meinhof. Tuttavia, il fatto che al di fuori del personale della prigione i servizi segreti avessero accesso alle celle del 7° piano attraverso un passaggio distinto e segreto autorizza ogni sospetto. I risultati dell’inchiesta, qui presentati dalla Commissione, rendono più urgente la nécessita di costituire una commissione internazionale d’inchiesta sui morti di Stammheim e di Stadelheim.
La Commissione ringrazia la sorella di Ulrike Meinhof che ha messo a disposizione tutta la documentazione in suo possesso, nonché tutte le persone ed organizzazioni che hanno facilitato il lavoro intrapreso, appoggiandolo e contribuendo al suo finanziamento. Il lavoro è stato finanziato esclusivamente da questi contributi e senza di essi non sarebbe stato possibile realizzarlo. La Commissione ringrazia anche tutte le persone che si sono impegnate nella pubblicazione del presente rapporto.
Parigi, 15 dicembre 1978

Michelle Beauvillard, avvocato, Parigi  – Claude Bourdet, giornalista, Parigi – Robert Davezies, giornalista, Parigi – Georges Casalis, teologo, Parigi – Joachim Israel, sociologo, Copenhagen – Panayotis Kanelakis, avvocato, Atene – Henrik Kaufholz, giornalista, Aarhus (Danimarca) – John McGuffin, scrittore, Belfast – Hans Joachim Meyer, neuropsichiatra, R.F.T. – Jeane-Pierre Vigier, fisico, Parigi

[stralci del Rapporto della Commissione]

1. CONDIZIONI DI DETENZIONE

Dopo l’arresto di Ingrid Schbert e di Monika Berberich, nell’ottobre 1970, i prigionieri della R.A.F. sono sottoposti ad un regolamento di detenzione, calcolato fin nei minimi dettagli : il totale isolamento e l’isolamento in Piccoli gruppi.

Rapporto di Jorgen Pauli Jensen, psicologo, Danimarca :

All’indomani dell’arresto, Ulrike Meinhof fu tenuta prigioniera, in condizioni di assoluto isolamento, nel « braccio della morte » del carcere di Colonia-Ossendorf [era in un braccio vuoto, con 6 celle vuote e lei era al centro di queste]. Questo primo periodo di isolamento totale (poi ne seguiranno altri) è durato 237 giorni.

Metodo ed effetto della tortura dell’isolamento sono in diretta interdipendenza : il metodo consiste nell’isolamento assoluto da ogni contatto sociale e nella soppressione di impressioni sensoriali differenziate, che sono una condizione necessaria al funzionamento dell’organismo umano. Rinchiudendo i detenuti in una camera silens, una cella perfettamente isolata, dunque senza alcun rumore ( o una cella nella quale si ascolta un suono incessante), buia di giorno (o dipinta di bianco e illuminata al neon giorno e notte), con ridotte possibilità di movimento e aria viziata, si tenta, in qualche modo, di esasperarne il bisogno umano di contatti e impressioni sensoriali, vale a dire di comunicazione umana. Le ricerche di psicologia sperimentale e, disgraziatamente, anche l’esperienza diretta, ci hanno insegnato con certezza che tali condizioni possono corrodere e annientare, nel giro di breve tempo, gli esseri umani fisicamente e psichicamente

A livello fisico, la funzione vegetativa è distrutta poco a poco (modificazione patologica del bisogno di dirmire e urinare, della famé, della sete, nonchè mal di testa e perdita di peso). A livello psichico si sviluppa instabilità emotiva (angoscia improvisa o collera). Sul piano psichico e su quello della conoscenza si sviluppa entro brève tempo, un disorientamento nel tempo e nello spazio ; difficoltà di concentrazione, difficoltà nel definire un pensiero , perdita della memoria, déficit del linguaggio e della comprensione, allucinazioni ecc.
Tuttavia, non sempre questo progetto raggiunge il suo scopo : esistono donne e uomini che, malgrado la tortura dell’isolamento, conservano la loro identità politica.

Dal 1972 vengono applicati metodi speciali contro i prigionieri politici nelle carceri della R.F.T.

– isolamento sistematico dei prigionieri in rapporto agli altri ; esclusione da tutte le attività comuni, dalla vita normale della prigione ; divieto di comunicare con altri prigionieri, ogni tentativo di ignorare tale divieto viene punito con la detenzione nelle celle di punizione ;
– l’applicazione di inferriate speciali dinanzi allé finestre delle celle allo scopo di rendere impossibile la vista sull’esterno [bocche di lupo]
– solo un’ora d’aria, soli, con manette ai polsi
– divieto di ricevere visite e lettere, tranne che da familiari
– tutte le visite sono sorvegliate dalla polizia politica, che registra tutta la conversazione e l’utilizza, all’occorrenza, nel processo
– censura totale di libri e giornali

Presa di posizione di medici inglesi, 13 agosto 1976

“Com’è morta Ulrike Meinhof?
Il 9 maggio 1976, il mondo fu informato del ‘suicidio’ a Stoccarda di Ulrike Meinhof, quadro dirigente del gruppo Baader-Meinhof, nel carcere appositamente costruito, con misure di sicurezza particolari, in cui era stata detenuta per molti mesi prima e durante il processo. Da allora, sono venuti alla luce un certo numero di elementi che mettono in dubbio la versione ufficiale degli avvenimenti. Questi elementi hanno sollevato importanti quesiti, non solo per chi è impegnato politicamente, ma per tutti coloro che difendono le libertà civili.

Ulrike Meinhof è davvero morta per suicidi, per impiccagione? Oppure trattasi di morte per arresto cardiaco riflesso in seguito alla pressione esercitata sul suo collo da terzi? Vi è stata una violenza sessuale contro Ulrike Meinhof oppure solo un tentativo? IL significato di una risposta affermativa a una di queste domande non ha bisogno di essere dimostrato.
Sul corpo di Ulrike Meinhof sono state praticate due autopsie. Ci sono pervenuti entrambi i rapporti. Riteniamo necessario dare ampia diffusione all’opinione pubblica di questi risolutati profondamente inquietanti, sia per ciò che dicono, sia per ciò che non dicono.
Prendendo posizione, speriamo di sfuggire alle solite manipolazioni e alle deformazioni dei documenti fornitici; ugualmente desideriamo evitare l’orribile compiacimento “nel sangue dei martiri”, tanto caratteristico delle parrocchie e delle organizzazioni politiche. La linea politica di Ulrike Meinhof non è stata la nostra. Ma non è questo il problema.

L’autopsia ufficiale, nel suo rapporto, indica che il corpo è stato trovato mentre il tallone sinistro toccava ancora la sedia sulla quale sarebbe salita per appendersi. In altre parole, una “caduta” del corpo da una certa altezza non c’è stata. Se c’era stato suicidio, la morte avrebbe dovuto subentrare, verosimilmente, per asfissia e non per rottura della colonna vertebrale a livello delle vertebre cervicali superiori, come è solito nelle esecuzioni legali. (Infatti non c’è stato spostamento violento delle vertebre cervicali).

Uno dei segni più importanti d’asfissia per strangolamento è l’impossibilità per il sangue della testa di ritornare in circolo. Il sintomo di una tale impossibilità è la presenza di emorragie interstiziali nelle congiuntive. Ambedue i rapporti d’autopsia non rilevano simili emorragie. Inoltre, i rapporti non citano nemmeno la protusione degli occhi e della lingua, o la cianosi del viso, segni abituali della morte per asfissia. Nonostante la frattura dell’osso ioide alla base della lingua, non c’era alcuna tumefazione al collo, nella zona interna al segno lasciato dalla “corda ricavata da un asciugamano”, con la quale la detenuta si sarebbe impiccata.

Questi risultati negativi sono insoliti per una morte per asfissia; è  il meno che si possa dire. Si inseriscono invece, molto bene nel quadro di morte per compressione del nervo vago, ossia di morte per pressione sulla carotide che può provocare un arresto cardiaco riflesso.
Ci sono altri risultati inquietanti. I due rapporti d’autopsia menzionano un edema importante nelle parti genitali esterne e tumefazioni ai polpacci. Le due perizie parlano di una escoriazione, coperta di sangue coagulato alla natica sinistra. Il rapporto di Janssen menziona anche un’ecchimosi nella zona dell’anca destra. L’esame dello slip della detenuta rileva macchie sospetto. Le analisi chimiche per la ricerca dello sperma, secondo la dichiarazione ufficiale, hanno dato risultati positivi malgrado l’assenza di spermatozoi. (Atti della procura, Istituto tecnico di ricerche criminologiche, rapporto dell’11 maggio 1976)”.

Negli atti del PM il prof. Mallach constata che, malgrado un test di sperma positivom non sono stati rilevati spermatozoi. Ciò non prova nulla; se nella biancheria esistono tracce di materia fecale o di urina, gli spermatozoi sono disgregati dall’azione dei batteri e spariscono entro qualche ora. E macchie di urina sono state trovate nello slip di Ulrike Meinhof. L’azione di questi batteri attenua anche la reazione positiva dello sperma.

STRALCI DEL RAPPORTO DEL DOTT. HANS JOACHIM  MEYER , membro della Commissione internazionale d’inchiesta

[…] Il materiale a nostra disposizione consiste dei rapporti di autopsia dei prof. Mallach e Rauscke e della seconda autopsia eseguita dal prof. Janssen; ambedue i rapporti sono incompleti: mancano i risultati degli esami microscopici e istologici. Inoltre vi sono i risultati dell’esame del cadavere, condotto dal prof. Rauschke il 9 maggio ’76, gli esami dell’Ufficio regionale della polizia criminale del Land di Baden-Wuttemberg e i risultati delle analisi dell’Istituto di Medicina legale a Tubinga.

I tre rapporti arrivano alla conclusione che si tratti di suicidio per impiccagione. Nel rapporto Mallach-Rauschke è detto testualmente: “LA posizione del corpo appeso alla cella, la disposizione e la lunghezza del mezzo servito all’impiccagione, nonché l’analisi degli elementi rilevati sul luogo e dei risultati medici dell’autopsia, corrispondono inequivocabilmente ad una impiccagione che si è svolta nel seguente modo: la signora Meinhof è salita sulla sedia che

aveva disposto sotto la finestra su un materasso; ha fatto passare la striscia ritagliata dall’asciugamano attraverso le maglie del reticolato della finestra, poi, dopo essersi addossata al muro sotto la finestra, ha annodato due volte la striscia sotto al mento e ha lasciato la sedia, facendo un passo nel vuoto. Pendendo liberamente al reticolato della finestra, ha presto perso conoscenza ed è morta per asfissia.”

Ecco alcune osservazioni in merito a questo rapporto:

–       la Meinhof non poteva fare questo passo nel vuoto, avendo davanti lo schienale della sedia che glielo impediva

–       non pendeva liberamente dal reticolato della finestra perché il piede sinistro era poggiato sulla sedia

Problematica dell’impiccagione:
Abbiamo dall’inizio insistito sul fatto che le circostanze dell’impiccagione sono state falsificate accorciando, di 29 cm, il cappio nel quale era appesa. In realtà è stata messa in un cappio di 80-82 cm che aveva quindi un diametro di 26 cm. Chiunque è in grado di verificare che si può facilmente passare la testa attraverso un cappio di questo diametro e farla uscire senza difficoltà. Per appendersi con un cappio di questo tipo bisogna inclinare la testa leggermente in avanti, appoggiare il mento sul petto, altrimenti il cappio non può sostenere il peso del corpo.
Nei casi di incoscienza, i movimenti dipendenti dalla volontà non sono più possibili, il tono muscolare a poco a poco sparisce e la persona, appesa in questo m odo, cade dal cappio, poiché il peso del corpo tende verso la testa. La testa viene tirata indietro e allo stesso modo, il cappio solleva il mento e la testa. La stretta del cappio intorno al corpo non è più possibile. Il cappio, in queste condizioni, non lascia il segno di strangolamento che aveva la Meinhof, poiché comprime solo la parte anteriore del collo e non i lati, e passa dietro la testa. Questo cappio probabilmente non potrebbe nemmeno garantire la compressione dei vasi sanguigni. 
Del tutto diversa è la situazione con un cappio della circonferenza di 51 cm. La testa non può passarvi, né uscire cadendo. Il punto in cui la corda è annodata non è più allora dietro la testa, ma dietro al collo e, effettivamente,  provoca un profondo segno di strangolamento. Ed è questa l’impressione che, accorciando la circonferenza del cappio, si è voluta dare agli esperti. Tutto questo non corrisponde ai fatti.
L’impiccagione, in un cappio così largo (80-82 cm) è un modo poco appropriato per impiccare una persona r improprio per appendere un corpo e mantenerlo per ore in questa posizione. In base alle stesse leggi fisiche, un cadavere cadrebbe fuori dal cappio, come l’uomo ancora in vita che ha perduto conoscenza. Si può appendere un cadavere in un cappio troppo largo, solo se si approfitta della rigidità cadaverica per mettere la testa in una posizione fissa, che non permetta più al cappio di scivolare.
Nel caso di Ulrike Meinhof, coloro che l’hanno appesa, hanno dovuto avere dubbi rispetto alla stabilità dell’impiccagione. Comunque hanno rafforzato questa stabilità, appoggiando il piede sinistro sulla sedia davanti a lei. Quando il corpo è rigido, la gamba tesa ha lo steso effetto di un bastone di legno sul quale si potrebbe appoggiare un peso. In questo modo la pesantezza del corpo è stata alleggerita sostenendolo in parte. Per maggiore sicurezza, le spalle sono state portate in avanti perché facessero da contrappeso. La gamba sinistra è stata appoggiata sulla sedia proprio al momento della rigidità cadaverica. E’ riconoscibile dal fatto che il piede è rimasto nella sua posizione normale. Se il piede, immediatamente dopo la morte, avesse avuto questa posizione, l’avrebbe perduta al momento del rilasciamento del tono muscolare e questa posizione rilasciata sarebbe stata fissata dalla rigidità cadaverica. Non è questo il nostro caso.  […]

Per quanto riguarda lo stesso strumento di strangolamento, sembra evidente che una corda di tale lunghezza non poteva essere ricavata da una striscia tagliata da un asciugamano lungo 75 cm, senza ricorrere ad una cucitura.

Inchiesta criminologica

Le perizie mediche, conseguenti all’autopsia del corpo di Ulrike Meinhof, dimostrano che gli elementi a disposizione assolutamente non provano -come pretende la tesi ufficiale- che si tratti di un suicidio per tipica impiccagione. L’ipotesi del suicidio, al contrario, rivela contraddizioni insolubili che si ripetono anche nell’inchiesta criminologica e che il governo e la giustizia, da parte loro, non sono evidentemente in grado di spiegare.
Proprio queste contraddizioni rafforzano il sospetto dell’intervento di terzi.
Oltre alle contraddizioni riscontrate dal dott. Meyer nei suoi accertamenti e confermate dai detenuti di Stammheim (posizione del cadavere, genere dell’oggetto servito allo strangolamento etc..), debbono essere inclusi nell’inchiesta i seguenti dati:

A. L’ASCIUGAMANO E L’OGGETTO TAGLIENTE

La striscia ritagliata da un asciugamano, adoperato per lo strangolamento, non poteva essere fissata alla rete della finestra senza un adeguato strumento ausiliare. “La rete metallica ha quadrati di mm 9×9: senza uno strumento adeguato -una piccola pinza, ad esempio- è impossibile far passare una striscia tale nella maglia della rete e reintrodurla in un’altra maglia tirandola verso l’interno. Una pinza del genere non è stata trovata. Ogni altro mezzo (cucchiaio, forchetta…) è inutilizzabile per una simile operazione poiché le maglie sono troppo piccole” ( dichiarazione dei detenuti di Stammheim)  […]

B. SEDIA / MATERASSO

Per quanto riguarda la posizione del corpo, esistono versioni che si escludono reciprocamente.

  • Scheritmuller (funzionario della prigione): “Non c’era sgabello. Non ho visto sedie”
  • Henck (medico della prigione) : “I piedi erano a 20 cm dal suolo”
  • I funzionari di polizia non citano mai sedia o materasso
  • La sedia appare per la prima volta in Rauschke, nel suo rapporto di medicina legale e nel rapporto della polizia criminale. Rauschke parla di un materasso; la polizia criminale di un materasso e parecchie coperte. Nel rapporto destinato a Jansenn, Rauschke non parla del materasso; in tal modo Jansenn è costretto a partire da indicazioni inesatte
  • “Una sedia posta su una base così instabile si sarebbe immediatamente rovesciata per gli sgambettamenti – di cui si è parlato- che sarebbero stati così forti da provocare le ferite, numerose e profonde, che sono state accertate alle gambe” (dichiarazione dei prigionieri)

C. COPERTA

“Ulrike Meinhof ha sempre dormito con una coperta di pelo di cammello che portava, ricamato, il nome di Andreas Baader. Questa coperta mancava al momento in cui furono consegnati gli effetti personali all’esecutore testamentario. La coperta era ancora nel carcere poco tempo prima. Non è citata nella lista di oggetti presi in consegna dai funzionari della Sicurezza di Stato. Dal registro dell’Istituto di pena risulta che la coperta è stata registrata e quando. Una coperta non poteva lasciare la prigione” [documenti dell’IVK]

D. LAMPADINA ELETTRICA

“Ho aperto ieri sera, alle 22, secondo il regolamento vigente nell’istituto di pena di Stammheim, la cella della signora Ensslin e quella della signora Meinhof, per farmi consegnare, come ogni sera, i tubi al neon e le lampadine elettriche delle celle”. Ecco quanto dichiarava una guardiana ausiliaria, la signora Frede, nel corso del primo interrogatorio della polizia criminale il 9 maggio 1976.
Tuttavia, nel corso dell’inventario ufficiale, il 10 maggio, una lampadina elettrica che recava impronte digitali e che si trovava nella lampada da scrittoio è stata requisita e inviata all’istituto tecnico di criminologia dell’Ufficio federale della polizia criminale. L’istituto rende noti i risultati della perizia dattiloscopica: “Le tracce dattiloscopiche che si trovavano sulla parte esterna della lampadina, rese già visibili dalla polvere nera, sono state fotografate, qui, più di una volta. In ogni caso, si tratta di frammenti di impronte digitali che sono inutilizzabili a scopo di identificazione. Il confronto di questi frammenti con le impronte di Ulrike Meinhof, nata a Oldenburg il 7.10.34, non ha permesso di rilevare alcuna somiglianza.

E. VESTITI

Scaturisce dai verbali, come dalle dichiarazioni di Gudrun Ensslin, che Ulrike indossava la sera dell’8 maggio un jeans slavato e una camicetta rossa. Alla scoperta del cadavere, portava un pantalone di velluto nero e una camicetta di cotone grigia a maniche lunghe. Rimangono dunque due interrogativi: 1. Perchè qualcuno che vuole impiccarsi si cambia d’abito? 2. Perchè la polizia criminale e la Procura non hanno chiesto dove si trovavano i vestiti indossati dalla Meinhof la sera dell’8 maggio? [ Jurgen Saupe, settembre ’76]

F. CONTRADDIZIONI NELLE DEPOSIZIONI Di RENATE FREDE

Durante la sua prima deposizione dinanzi alla Polizia criminale, la guardiana ausiliaria Frede dichiara di aver aperto la porta della cella della Meinhof per farsi consegnare le lampadine elettriche. Senza darne spiegazione, la procura l’ascolta una seconda volta l’11 maggio. La Frede dichiara: “Nel corso della mia prima deposizione, ho dichiarato per errore che avevo aperto la porta della cella della Meinhof; non è del tutto esatto. Non ho aperto la porta della cella, ma lo sportello attraverso il quale vengono passati i pasti. In quel momento, anche i funzionari Walz e Egenberger erano presenti. Lo sportello è chiuso da un catenaccio”.

1534280_10203452368337115_6134615460939844354_nIl 18 aprile 1974, le BR realizzarono l’«Operazione Girasole»: cioè il rapimento del giudice genovese Mario Sossi. Questa impresa, la più importante relativamente al periodo in esame, fu la prima di tale portata a livello nazionale ed inaugurò il passaggio da azioni specificatamente riferite a realtà parziali di fabbrica, ad azioni tese verso finalità politiche generali.

La scelta del bersaglio fu spiegata in un’intervista effettuata da Mario Scialoja nel maggio 1974, dove, alla domanda “perché avete scelto proprio Sossi”, i brigatisti risposero: 1. Perché è contro il gruppo 22 Ottobre che per la prima volta si sono messe a punto le tattiche e le contromosse dell’antiguerriglia. Questi modi di operare del potere ci interessavano particolarmente. Sossi in quanto “uomo del potere” ne era al corrente. Dunque poteva raccontarceli. …  2. Perché Sossi è un magistrato e la magistratura in questo momento è l’anello più debole, anche se il più vivo, della catena del potere. 3. Perché Sossi è un bersaglio dell’odio proletario … essendo stato nella sua pur breve carriera un persecutore fanatico della sinistra rivoluzionaria[1].

Sebbene tutta la sinistra avesse visto una correlazione tra il sequestro di un magistrato e la campagna referendaria allora in pieno svolgimento (accusando le BR di essere dei provocatori al servizio dello schieramento conservatore), l’operazione fu in realtà legata, oltre che alla necessità di acquisire informazioni sulle “tattiche dell’antiguerriglia” e di compiere un’azione di propaganda armata colpendo un personaggio particolarmente inviso, all’esito negativo delle lotte alla Fiat ed all’esigenza di allargare il terreno di scontro al di fuori delle fabbriche, per legittimarsi definitivamente come forza combattente antagonista dello Stato.

1526220_1441587449314661_8186914945288560236_nCosì Moretti descrive alle giornaliste Rossanda e Mosca il «salto politico»: A Torino abbiamo visto come in fabbrica non si va oltre più di tanto. Quale lotta poteva essere più forte di quella dei “Fazzoletti rossi”? Nessuna. È enorme e si dimostra ugualmente senza sbocco, asfittica. Gli operai hanno preso in mano la fabbrica, l’hanno dominata e hanno toccato rapidamente il loro limite. … È la fabbrica che cambia, a monte si opera un processo di ristrutturazione che li mette nell’impossibilità di realizzare alcunché a partire dall’azienda. … Se restiamo inchiodati in fabbrica la forza si trasformerà in impotenza … dobbiamo andare oltre … metterci in grado di pesare sulla scena politica[2].

Le ragioni di questo passaggio furono argomentate nell’opuscolo Contro il neogollismo portare l’attacco al cuore dello Stato, diffuso insieme ai comunicati relativi al sequestro: …se nelle fabbriche l’autonomia operaia è abbastanza forte e organizzata per mantenere uno stato di permanente insubordinazione …, fuori dalla fabbrica essa è ancora debole al punto di non essere in grado di opporre una resistenza agli attacchi della controrivoluzione.
Per questo le forze della controrivoluzione tendono a spostare la contraddizione principale fuori dalle fabbriche e ad impegnare le battaglie decisive per:
– isolare lo scontro di potere dentro le fabbriche …
– prevenire e liquidare la capacità d’iniziativa del movimento rivoluzionario ancor prima che questo si organizzi in un piano di attacco allo Stato. …
Contro ogni tendenza difensivista o liquidazionista che assume la crisi a pretesto per rinunciare alla lotta e cercare il compromesso, abbiamo voluto – colpendo la figura del sostituto procuratore dott. Mario Sossi – colpire un centro vitale del processo di controrivoluzione[3].

L’«operazione Girasole» fu la prima azione armata di un certo rilievo compiuta contro lo Stato, ma fu anche qualcosa di più: in cambio della liberazione di Sossi le Brigate Rosse chiesero la scarcerazione del gruppo «XXII Ottobre»[4], ponendo la questione dei prigionieri e dell’uso politico della giustizia.

Inoltre, sempre nel corso del sequestro Sossi, le BR affinarono la tecnica della gestione politica del sequestro: la «propaganda armata» si modellò sulle reazioni dei media e delle forze politiche, e sulla valutazione della risposta democratica, sfruttandone ogni debolezza.

La «violenza politica organizzata» costituiva, per le Brigate Rosse, il “motore principale”, che avrebbe permesso il transito dal movimento al partito e che, attraverso passaggi progressivi, avrebbe infine condotto all’instaurazione di un potere «nuovo». Il passaggio al «potere politico» significava individuare i propri bersagli non più, o non principalmente sul terreno della produzione (dirigenti industriali, capi e capetti, crumiri e delatori) ma dentro i punti nevralgici della macchina statale.

In questo senso, l’ideologia dei fondatori del partito guerriglia si è rivelata compatta e coerente. Non c’era differenza di principio, infatti, tra bruciare la macchina di un «capetto» di fabbrica o di un sindacalista di destra, rapire un dirigente aziendale o rapire e sottoporre a processo il giudice Sossi.

Tutte queste figure rappresentavano la “personificazione del potere” e la escalation era prevista e motivata dalla volontà di “misurarsi con il potere a tutti i livelli … e dimostrare di saper sopravvivere a questi livelli di scontro”[5]. Scrivono: “Nella fabbrica… il capo del personale è il giudice, quello che può spostare la gente, infliggere punizioni, licenziare. Colpendo lui si paralizza qualunque capacità di risposta aziendale. A livello di fabbrica è perciò il capo del personale che viene fatto oggetto di intimidazioni, attentati, per fargli paura e per far paura a tutti gli altri capi del personale. E lo stesso avviene per i giudici[6].

 

[1] Intervista pubblicata su «L’Espresso», n. 20, 16 maggio 1974, ora in Soccorso Rosso, Brigate Rosse, op. cit., p. 225.

[2] M. Moretti, Brigate Rosse. Una storia italiana, op. cit., pp. 61-62.

[3] Brigate Rosse, Contro il neogollismo portare l’attacco al cuore dello stato, senza luogo, aprile 1974, p. 1 e p. 8.

[4] Formazione dei Gap di Genova, i componenti del gruppo «XXII Ottobre» furono arrestati tutti, nell’arco di pochi giorni, in seguito ad una rapina, compiuta il 26 marzo 1971 ai danni dell’Istituto case popolari di Genova, nel corso della quale rimase ucciso un fattorino. Pubblico ministero al processo era Mario Sossi.

[5] Brigate Rosse, Autointervista, Milano, settembre 1971, p. 11.

[6] Cit. in V. Tessandori, BR imputazione banda armata., op. cit., p. 25.