Archivio per la categoria ‘Memoria’

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Avevano lasciato l’Italia ed erano arrivati in America nel 1908, Sacco aveva diciassette anni, Vanzetti venti, senza conoscersi fra loro.

Vanzetti scrisse: “Al centro immigrazione, ebbi la prima sorpresa. Gli emigranti venivano smistati come tanti animali. Non una parola di gentilezza, di incoraggiamento, per alleggerire il fardello di dolori che pesa così tanto su chi è appena arrivato in America . Dove potevo andare? Cosa potevo fare? Quella era la Terra promessa. Il treno della sopraelevata passava sferragliando e non rispondeva niente. Le automobili e i tram passavano oltre senza badare a me“.

Bartolomeo e Nicola, appena arrivati, per non morire di fame, dovettero cominciar subito ad elemosinare  un lavoro qualsiasi, a qualsiasi paga – domandando di porta in porta con quel poco di inglese che conoscevano.

Vanzetti lavorò qua e là: in trattorie, in una cava, in un’acciaieria, in una fabbrica di cordami (la Plymouth Cordage Company, oggi consociata della RAMJAC). Ogni momento libero lo dedicava  alla sua formazione; studiò Marx e Darwin e Victor Hugo e Gor’kij e Tolstoj e Zola e Dante. Nel 1916 guidò uno sciopero contro la fabbrica di cordami. Era sulle liste nere dei datori di lavoro, sicché alla fine, per sopravvivere, si mise a fare il pescivendolo.
Sacco, che in Italia aveva fatto il calzolaio, trovò un posto in una fabbrica di calzature a Milford, nel Massachusetts. Lavorava sei giorni la settimana, dieci ore al giorno. Svolgeva attività politica e sindacale, teneva discorsi dava contributi in denaro e organizzava manifestazioni per un salario più alto e migliori condizioni di lavoro; nel 1916 per tali attività fu arrestato.

Fu nel 1916, quando si unirono ad un gruppo di anarchici italo americani che riparavano in Messico per non partecipare alla Grande Guerra, che Sacco e Vanzetti si conobbero bene. Entrambi, infatti, che ben conoscevano la brutalità del padronato, erano consapevoli  che i campi di battaglia altro non sono se non  luoghi di pericoloso e odioso lavoro, dove pochi sovrintendenti controllano lo spreco di milioni di vite allo scopo di far soldi. Quando tornarono nel Massachusetts, erano inclusi nell’elenco segreto compilato dal dipartimento di Giustizia: la lista degli stranieri che non facevano mistero di quanto trovavano ingiusta, insincera, sfruttatrice ed ignorante la cosiddetta Terra promessa. Iniziarono ad essere pedinati da spie del governo.

Incluso nella lista era anche un tipografo a nome Andrea Salsedo, amico di Vanzetti, che fu arrestato a New York da agenti federali, senza specifiche accuse, e tenuto isolato per otto settimane. Il 3 maggio 1920 Salsedo fu spinto da una finestra al quattordicesimo piano, dove avevano sede certi uffici del dipartimento di Giustizia.

Vanzetti organizzò un comizio per chiedere che fosse aperta un’inchiesta sull’arresto e sulla morte di Salsedo ma prima che il comizio avesse luogo, lui e Sacco furono arrestati per attività sovversive. Il loro reato era il possesso da parte di entrambi di una rivoltella e per Vanzetti anche il possesso di alcuni appunti da destinarsi alla tipografia per l’annuncio del comizio: rischiavano fino a un anno di carcere.
Mentre erano in stato di arresto, furono anche accusati di due omicidi rimasti irrisolti: il cassiere e una guardia giurata di un calzaturificio, che, circa un mese prima, erano stati uccisi durante una rapina a South Braintree (Massachusetts) . La pena per questo reato era la sedia elettrica.

Vanzetti, fu anche accusato di un tentativo di rapina a Bridgewater sempre nel Massachusetts. Processato, fu riconosciuto colpevole così, ancora prima che lui e Sacco fossero processati per duplice omicidio, Vanzetti era già stato etichettato come noto criminale.
Il giudice che diresse il processo per la tentata rapina, Webster Thayer disse alla giuria: “Quest’uomo, benché potrebbe non aver effettivamente commesso il reato contestatogli, è tuttavia moralmente colpevole, poiché è un nemico giurato delle nostre vigenti Istituzioni”. (Citazione tratta da “ Labor’s Untold Story” di Richard O. Boyer e Herbert M. Morais (ed. United Front, San Francisco 1955).

Webster Thayer  fu lo stesso giudice che nel luglio 1923 diresse il processo per omicidio e condannò Sacco e Vanzetti a morte.

La condanna palesemente ingiusta provocò proteste in tutto il mondo. Il carattere puramente indiziario delle prove addotte contro i due anarchici italiani dimostraronosenza ombra di dubbio la faziosità della corte, dettata da motivi politici e razziali. Molti famosi intellettuali, compresi Albert Einstein, Dorothy Parker, Edna St. Vincent Millay, Bertrand Russell, John Dewey, George Bernard Shaw, John Dos Passos, Upton Sinclair, H. G. Wells sostennero una campagna per giungere a un nuovo processo; l’iniziativa non produsse, tuttavia, alcun risultato rilevante.

L’indignazione del mondo intero costrinse le varie istituzioni giudiziarie degli USA a rinviare la sentenza. Proclami, associazioni, petizioni appositamente fondate si levarono in difesa dei condannati ma la richiesta di riaprire il caso fu sistematicamente rifiutata, anche quando un altro detenuto, condannato a morte, li scagionò confessando di aver preso parte alla rapina in cui erano morte le due guardie giurate.

Save_Sacco_and_Vanzetti

sacco_vanzetti04L’affaire Sacco e Vanzetti divenne planetario: “Mai ci saremmo aspettati, in vita nostra,” disse Vanzetti, “di poter compiere un tale lavoro in favore della tolleranza, della giustizia, della comprensione reciproca fra gli uomini, come ora vuole il caso che compiamo.”

Quando il verdetto di morte fu reso noto, si tenne una manifestazione davanti al palazzo del governo, a Boston. La manifestazione durò ininterrottamente per dieci giorni, fino alla data dell’esecuzione, quel giorno il corteo attraversò il fiume e le strade sterrate fino alla prigione di Charlestown. La polizia e la guardia nazionale li attendevano con le mitragliatrici puntate verso i manifestanti che chiedevano giustizia.
Davanti alla prigione fu srotolato un enorme striscione sul quale erano dipinte le parole che il giudice Webster Thayer aveva detto a un amico poco dopo aver emesso la sentenza di morte per Sacco e Vanzetti: “Hai visto che cosa gli ho fatto a quei due bastardi anarchici, l’altro giorno?

La sentenza di assassinio sulla sedia elettrica fu eseguita a Charlestown il 23 agosto 1927 alle 0,19 Nicola Sacco, alle 0,26 Bartolomeo Vanzetti.

DAL BLOG "LA RESISTENZA TRADITA"

17 OTTOBRE 1961: PARIGI, IL MASSACRO DIMENTICATO DEGLI ALGERINI

Pubblicato il da kiba1957

 

17octobre61matraque-6fdf4-96780Durante gli anni settanta e ottanta il ricordo del 17 ottobre 1961 è stato avvolto da uno spesso silenzio. Chi ricordava che un giorno di autunno uomini, donne e bambini che manifestavano disarmati per le strade di Parigi sono stati uccisi dalla polizia a colpi di bastone, gettati vivi nella Senna, ritrovati impiccati nei boschi? “Dal diciannovesimo secolo è stata una delle poche volte in cui la polizia ha sparato su degli operai a Parigi”, constata lo storico Benjamin Stora. Nelle settimane successive decine di cadaveri di algerini con il volto tumefatto furono ripescati nella Senna. Stora stima che la repressione abbia fatto un centinaio di morti, lo storico inglese Jim House parla di “almeno” 120-130 persone, mentre per Jean-Luc Einaudi, autore de La bataille de Paris, sarebbero più di 150.
Quel giorno i “francesi musulmani di Algeria” manifestavano su richiesta della federazione francese dell’Fln contro il coprifuoco imposto dal prefetto di Parigi Maurice Papon. Più di 20mila persone sfilavano pacificamente per le strade del quartiere latino, sui Grands Boulevards, vicino agli Champs Elysées. La reazione della polizia fu di una violenza inaudita. Gli agenti li attendevano all’uscita della metropolitana e per strada per picchiarli e insultarli. “I più deboli venivano picchiati a morte, l’ho visto con i miei occhi”, ha raccontato Saad Ouazen nel 1997. Anche se non avevano opposto alcuna resistenza, decine di manifestanti furono uccisi a colpi d’arma da fuoco, altri annegati nella Senna. In totale più di 11mila algerini furono arrestati e trasferiti nel palazzo dello sport o allo stadio Pierre de Coubertin.mattanza-14d51
Furono ammassati per diversi giorni in condizioni igieniche spaventose e picchiati dai poliziotti, che li chiamavano “sporchi arabi”. Al palazzo dello sport i prigionieri terrorizzati non osavano neanche andare al bagno, perché la maggior parte di quelli che lo avevano fatto erano stati uccisi. Il giorno dopo la prefettura contò ufficialmente tre morti, due algerini e un francese. La bugia diventò ufficiale e ben presto fu coperta dal silenzio. Un silenzio che durerà per più di venti anni.
Questa lunga rimozione del massacro del 17 ottobre non stupisce Stora. “In quegli anni c’era un’enorme ignoranza per quello che veniva definito l’indigeno o l’immigrato, cioè l’altro. Quando si ha questa percezione del mondo, come ci si può interessare agli immigrati che vivono nelle bidonville della regione parigina? Gli algerini erano gli ‘invisibili’ della società francese”.
A questa indifferenza dell’opinione pubblica si aggiunse nei mesi successivi l’opera di dissimulazione condotta dai poteri pubblici. Le testimonianze che rimettono in discussione la versione ufficiale sono censurate. L’amnistia che accompagna l’indipendenza dell’Algeria nel 1962 mette definitivamente fine alla vicenda nella società francese. Tutte le denunce vengono archiviate.
Ma nonostante il silenzio, la memoria di quel 17 ottobre sopravvive, frammentata, divisa, sotterranea. Una memoria che, ovviamente, rimane viva negli immigrati algerini della regione parigina. “Questi uomini parlavano fra loro, ma pochi hanno trasmesso la memoria di quell’avvenimento ai figli”, spiega lo storico inglese Jim House. “Negli anni ottanta sapevano che i loro figli sarebbero rimasti in Francia e hanno paura di compromettere il loro futuro raccontando le violenza subite dalla polizia”.
Si dovrà arrivare all’età adulta della seconda generazione dell’immigrazione algerina per veder cambiare questa situazione. Questi ragazzi hanno frequentato la scuola pubblica, sono elettori e cittadini francesi, ma hanno l’intuizione che i pregiudizi e gli sguardi di disprezzo di cui sono vittime sono legati alla guerra d’Algeria.
A poco a poco la memoria si risveglia. Negli anni ottanta Jean-Luc Einaudi avvia un immenso lavoro di ricerca. Quando il suo libro esce, nel trentesimo anniversario del 17 ottobre, è un trauma. La Bataille de Paris, che riprende ora per ora lo svolgimento dei fatti e il silenzio che ne è seguito, ha suscitato un acceso dibattito sulla repressione degli algerini.
Con questo libro e altri, la memoria del 17 ottobre 1961 comincia ad avere un suo posto nello spazio pubblico. Due documentari hanno in seguito alimentato questa memoria: Le silence du fleuve, di Agnès Denis e Mehdi Lallaoui nel 1991, e Une journée portée disparue, di Philip Brooks e Alan Hayling. Tuttavia le autorità hanno continuato a rimanere fedeli alla versione ufficiale.
Dopo gli storici e i militanti della memoria, è la volta della giustizia: durante il processo aMaurice Papon nel 1997, i magistrati si soffermano a lungo sul 17 ottobre 1961. In un incontro con Jean-Luc Einaudi, l’ex prefetto ammette “15-20 morti” nel corso di quella “triste serata”, ma li attribuisce a regolamenti di conti fra algerini. Per la prima volta il potere fa un gesto: il primo ministro Lionel Jospin apre gli archivi. Basandosi sul solo registro di ingresso dell’Istituto medico-legale – la maggior parte degli archivi della prefettura e della brigata fluviale erano misteriosamente scomparsi – nel 1998 lo storico arriva a contare almeno 32 morti accertati.
Due anni dopo Papon denuncia Einaudi per diffamazione. Questa volta Papon ammette una trentina di morti, ma il tribunale gli dà torto. Rendendo omaggio al carattere “serio, pertinente e completo” del lavoro di Einaudi, i giudici constatano che “numerosi membri delle forze dell’ordine hanno agito con estrema violenza, in preda a una volontà di rappresaglia”.
La versione ufficiale del 17 ottobre ormai fa acqua da tutte le parti, ed è arrivato il momento della commemorazione. In occasione del 40° anniversario, nel 2001, il sindaco di Parigi Bertrand Delanoë ha deposto sul ponte di Saint-Michel una targa “in memoria dei numerosi algerini uccisi durante la sanguinosa repressione della pacifica

"Qui si annegano algerini", Parigi, Quai de Conti, lungo la Senna, 1961

manifestazione del 17 ottobre 1961″. Nella regione parigina una ventina di targhe o di steli commemorative hanno introdotto nella memoria collettiva questi giorni di autunno. Il puzzle della memoria collettiva ha finito per ricomporsi, ma per molti manca ancora una tessera fondamentale: il riconoscimento dello stato.                                                                     Solo il 18 ottobre del 2011 François Hollande riconosce per la prima volta i fatti avvenuti 51 anni prima con questa dichiarazione: “Il 17 ottobre 1961 degli algerini che manifestavano per il diritto all’indipendenza sono stati uccisi in una sanguinosa repressione. La Repubblica riconosce con lucidità questi fatti. 51 anni dopo questa tragedia, rendo omaggio alla memoria delle vittime”.
Il breve comunicato di Hollande evita il “pentimento”, ma anche di fare riferimento al numero dei morti o di citare i responsabili della “sanguinosa repressione”. Ma per l’opposizione è già troppo. Il presidente del gruppo Ump all’Assemblea, Christian Jacob, afferma che “è intollerabile mettere in causa la polizia repubblicana e, attraverso essa, la Repubblica tutta intera”. Proteste anche da parte delle associazioni dei rimpatriati (i “pieds noirs”). L’Algeria, invece, si è felicitata per la presa di posizione di Hollande, considerata un passo avanti nel riconoscimento dei crimini commessi durante la guerra d’Algeria. Fino a pochi anni fa, la Francia non parlava di “guerra”, ma solo di “avvenimenti d’Algeria”.

Il massacro di Parigi del 17 ottobre 1961 aspetta ancora verità e giustizia. Una vicenda orribile insabbiata e dimenticata, una macchia di sangue secco sui pantaloni in stile coloniale forse non ancora del tutto dismessi (Libia, Costa d’Avorio… Siria?) dalla Francia. Ufficialmente, il male è e resta solo nazifascismo. I crimini coloniali non sono all’ordine del giorno nella giustizia francese e nemmeno in quella europea… e forse non lo saranno mai.

Ariane Chemin, http://www.voxeurop.eu/

Per approfondire:http://www.monde-diplomatique.it/

http://17octobre1961.free.fr/

Le foto inedite: http://www.lemonde.fr/

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La mattina del 28 maggio 1974, la mano del fascismo assassino colpisce nuovamente. Una bomba esplode sotto i portici di piazza della Loggia a Brescia, mentre è in corso una manifestazione sindacale antifascista. È strage.Sette lavoratori restano uccisi e oltre novanta feriti.

L’ordigno era stato posto in un cestino portarifiuti e fatto esplodere con un congegno elettronico a distanza. Due istruttorie si susseguono negli anni: la prima, nel 1979, porta a processo diversi esponenti della destra radicale bresciana. In secondo grado, nel 1982, la sentenza di condanna viene annullata. L’assoluzione definitiva per tutti gli imputati arriva con la Cassazione nel 1985. La seconda istruttoria indica come imputati altri esponenti dell’estrema destra fra cui Mario Tuti. Anch’essi saranno prosciolti per insufficienza di prove (1989). Il fascicolo di una terza istruttoria è tuttora pendente presso la Procura di Brescia.th
Nell’aprile del 2007 il Corriere della Sera pubblicò la seguente notizia: “BRESCIA – Sono state depositate le richieste di rinvio a giudizio per sette persone indagate a vario titolo per la strage di Piazza della Loggia del 28 maggio 1974. Lo ha deciso la Procura di Brescia. Sono accusati di concorso in strage: Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi e Maurizio Tramonte mentre gli avvocati Gaetano Pecorella e Fausto Maniaci e il pentito Martino Siciliano dovranno rispondere di favoreggiamento e Vittorio Poggi di ricettazione. Per la strage morirono otto persone e piu’ di 100 rimasero ferite.

 

Domani, 10 febbraio, ricorrerà nuovamente l’oltraggioso “giorno del ricordo” e nuovamente ci troviamo a dover necessariamente entrare nei meandri della menzogna reazionaria e smascherarla per quella che è : il tentativo di borghesia e riformisti per scatenare una canea contro il comunismo: ieri come oggi incubo dei padroni … ieri come oggi l’unica prospettiva di liberazione degli oppressi.
La “giornata del ricordo”, istituita in memoria dei morti nelle foibe, è una squallida manovra di disinformazione e mistificazione della verità storica, che si inserisce in una vera e propria guerra propagandistica, che è a sua volta parte di un progetto politico molto più ampio, teso a preparare le generazioni future di italiane ed italiani ad essere educate nell’oblio e nella rimozione.
Lungi dall’essere spazzata via, la vecchia piccola borghesia si è fatta sempre più arrogante e potente e, con l’aiuto di ex comunisti pentiti (che comunisti probabilmente non lo sono mai stati) ha scatenato una propaganda degna del più becero ministero della cultura mussoliniano, utilizzando strumenti subdoli quali ad esempio la “fiction” – ricordiamo tutti l’esempio di “Il cuore nel pozzo”, la colossale mistificazione storica anticomunista, che ha commosso il popolino teledipendente – per denigrare e calunniare la Resistenza, il socialismo ed il comunismo, allo scopo di creare un pensiero unico, che non lasci spazio ad alcun tipo di lotta e che rientri negli schemi antiviolenti e di falso pacifismo funzionali al sistema capitalistico.
Operazioni del tipo “giornata del ricordo” ignorano volutamente l’intera storia che sta a monte delle foibe e del cosiddetto “esodo”, come se la storia cominciasse dal 1945 e quel che è successo dal 1920 al 1945 (annessione dell’Istria e di parte di Fiume e della Dalmazia all’Italia col trattato di Rapallo, invasione nazifascista della Jugoslavia nel 1941, resistenza partigiana, sconfitta del nazifascismo) non contasse nulla, non esistesse nemmeno. Come se non fossero esistiti o non contassero nulla i crimini del fascismo, come l’italianizzazione forzata di quelle terre, le deportazioni di intere popolazioni dalla costa verso l’interno per far posto alla colonizzazione fascista (una vera e propria “pulizia etnica” ante litteram), i tribunali speciali contro gli antifascisti sloveni e italiani, i campi di concentramento dove gli jugoslavi sono morti di fame, di stenti e di torture a decine di migliaia, i villaggi bruciati, le esecuzioni sommarie, gli stupri, ecc. [“Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava – non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani”. Dichiarazione rilasciata da Benito Mussolini nel settembre 1920, nel corso di un “tour” in Friuli e Venezia Giulia].
Le foibe nascono da vent’anni di soprusi e violenze perpetrate dal regime fascista contro le popolazioni istriane.

È revisionismo storico aberrante l’asserire che, come i nazisti avevano fatto funzionare la Risiera di S. Sabba come campo di sterminio,così i “titini” avevano “infoibato italiani” e che quindi i criminali stavano da tutte e due le parti. Questo accostamento non considera tutta una serie di fatti: innanzi tutto che i nazisti avevano programmato lo sterminio dei popoli da loro considerati “inferiori” (Ebrei e Slavi innanzitutto, ma anche gli Zingari), così come l’eliminazione degli handicappati, degli omosessuali, dei vecchi invalidi; e pure l’eliminazione fisica degli oppositori politici e la lotta contro i partigiani condotta anche mediante eccidi di massa, stragi, rappresaglie contro ostaggi innocenti e via di seguito.
Nessun paragone può essere fatto con il comportamento delle forze armate partigiane (jugoslave ed italiane) che non avevano tra le loro finalità né la pulizia etnica, né la purezza della razza, né apparteneva loro il concetto della rappresaglia terroristica; inoltre le persone che risultano scomparse od uccise a Trieste nel periodo dei 40 giorni di amministrazione jugoslava, salvo in alcuni casi di vendette private, sono state tutte arrestate in base a prove e denunce attendibili e poi processate.

Divieto del 1942 di uscire dalla città di Lubiana

Divieto del 1942 di uscire dalla città di Lubiana

Tra gli arresti e le esecuzioni del dopoguerra non vi furono massacri indiscriminati: della maggior parte degli arrestati si sa che erano militari o comunque collaboratori del nazifascismo; quanto ai prigionieri di Lubiana che furono probabilmente fucilati in tre scaglioni tra dicembre ‘45 e gennaio ’46 si conoscono ruoli e posizioni ricoperte sotto il nazifascismo; la maggior parte dei morti si ebbe nei campi di internamento, dove erano stati condotti i militari, e nei quali le condizioni di vita non erano certo buone, però va tenuto presente che la Slovenia era stata devastata dagli occupatori nazifascisti, non esistevano più impianti sanitari né acquedotti, i campi erano stati distrutti e neanche la popolazione civile aveva molto da mangiare.
Se vi furono delle vendette personali, di questo non si può rendere responsabile un intero movimento di liberazione, né creare un caso politico che dura da più di cinquant’anni, soprattutto alla luce del fatto che di processi contro gli “infoibatori” se ne sono svolti un’ottantina e non si possono processare nuovamente le persone per gli stessi reati, né processare altri per reati dei quali si sono già condannati i colpevoli.
Questa prospettiva distorta, che parte dalla comprensione per i fascisti e arriva a farne dei martiri «dell’italianità», ha l’unico fine del ricompattamento politico della borghesia italiana e di una politica di alternanza borghese. E il timore, già divenuto certezza, è che, se non invertiamo subito la rotta, niente e nessuno potrà più arrestare il minuetto di menzogne al quale certamente dovremo assistere nei prossimi anni e che cancellerà la nostra memoria (e di conseguenza annienterà il nostro futuro). Calunniare, insudiciare, ammazzare sono i metodi del fascismo, e non solo di quello di mussoliniana memoria ma anche del fascismo in doppio petto che stiamo subendo oggi e, per quanto mi riguarda non intendo permettere a questo prodotto incrociato di menzogne e di revisionismo di continuare ad esistere.
Il 10 febbraio riserviamo il nostro ricordo non ai fascisti ed alle spie che furono giustiziati, bensì alle loro vittime ingiustamente assassinate.

ostaggi in Jugoslavia in che stanno per essere fucilati da parte dell'Esercito italiano

ostaggi sloveni in che stanno per essere fucilati dall’Esercito italiano

BILANCIO DELLE VITTIME SLOVENE IN 29 MESI DI TERRORE FASCISTA
Ostaggi civili fucilati n.   1.500
Fucilati sul posto n.   2.500
Deceduti per sevizie n.         84
Torturati e arsi vivi n.       103
Uomini, donne e bambini morti nei campi di concentramento n.   7.000
Totale n. 13.087

 

Leggi anche:
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Links di storia del fascismo: mi sembra un buon inizio per aiutare a ricordare…

Cronologia del fascismo e del nazismo
http://www.anpi.it/fascismo.htm

La storia del fascismo: cronologia
http://www.storiaxxisecolo.it/fascismo/fascismo15.html

Le guerre coloniali del fascismo
http://www.anpi.it/colonie/index.htm

Crimini impuniti
http://www.gfbv.it/2c-stampa/04-1/040113it.html

Elenco dei criminali nazistifascisti in Italia (formato pdf)
http://www.eccidi1943-44.toscana.it/elenco_criminali/elenco.pdf

Crimini di guerra italiani
http://it.wikipedia.org/wiki/Crimini_di_guerra_italiani

Crimini di guerra dell’Italia fascista in Yugoslavia
http://www.resistenze.org/sito/te/cu/an/cuan7b16-001102.htm

Ebrei e fascismo, storia della persecuzione
http://www.storiaxxisecolo.it/fascismo/fascismo18.htm

Fascismo e deportazioni
http://www.storiaxxisecolo.it/deportazione/deportazionefascismo.htm

Le leggi razziali del 1938
http://www.anpi.it/leggi_razziali.htm

I campi e i lager italiani 1940-1945
http://www.storiaxxisecolo.it/deportazione/deportazionecampi.htm

Mappa dei campi di concentramento in Italia
http://bellquel.bo.cnr.it/attivita/campi/italia.htm

I campi italian : Risiera di San Sabba
http://www.storiaxxisecolo.it/deportazione/deportazionecampi5.htm

I campi italian i: Fossoli
http://www.storiaxxisecolo.it/deportazione/deportazionecampi3.htm

I campi italiani : Bolzano
http://www.storiaxxisecolo.it/deportazione/deportazionecampi4.htm

I campi italiani : Borgo San Dalmazzo
http://www.storiaxxisecolo.it/deportazione/deportazionecampi6.htm

Il campo di Grosseto
http://www.storiaxxisecolo.it/deportazione/deportazionecampi7.htm

Campi italiani di internamento e deportazione
http://pinerolo-cultura.sail.it/gouthier/134campiitaliani.htm

Sul non razzismo del Duce, De Felice sbagliò
http://www.storiaxxisecolo.it/deportazione/deportazioneebrei6.htm

1941-1943: i regimi d’occupazione italiani in Jugoslavia
http://www.storiaxxisecolo.it/secondaguerra/sgmcampagnajugo2.htm

I campi italiani
1941-43: i campi di concentramento nella Jugoslavia occupata
http://www.storiaxxisecolo.it/deportazione/deportazionecampi1.htm

Le Foibe e la questione di Trieste
http://www.storiaxxisecolo.it/DOSSIER/Dossier1a8.htm

Foibe, è il caso di parlarne
http://www.storiaxxisecolo.it/DOSSIER/Dossier1a2.htm

Cosa c’è stato PRIMA delle foibe?
http://www.youtube.com/watch?v=z0EkUlgHAe4&feature=related

Crimini di guerra italiani
http://it.wikipedia.org/wiki/Crimini_di_guerra_italiani

Campi di concentramento…italiani !!!
http://www.youtube.com/watch?v=77F6zbZLl3g

 

939298bef193a4f3b991557ad9fe80d5c80c6f50572673c0e10c8f4cIl 30 settembre del 1977  Walter Rossi, militante comunista di Lotta Continua, veniva assassinato a colpi di pistola da un gruppo di fascisti usciti da una sede del MSI in viale Medaglie d’Oro, favorito dalla presenza di un blindato della polizia, che li precedeva.
Walter Rossi stava effettuando insieme ad altri compagni un volantinaggio di protesta, per le aggressioni subite nei giorni precedenti da alcuni militanti e simpatizzanti della sinistra nei quartieri del municipio ed il ferimento, la sera prima a Piazza Igea, della compagna Elena Pacinelli.

Dopo una serie di indagini bluff, come è logico aspettarsi che siano le indagini svolte dai servi dello stato, la vicenda giudiziaria fu definitivamente chiusa nel 2001 con l’incriminazione di tre compagni di Walter per falsa testimonianza.

Oggi, a quasi 40 anni da quella tragica data, che ha segnato la vita di tutti noi, che allora c’eravamo, scrivo queste righe non certo per chiedere giustizia alle istituzioni, non riconosco loro questo potere, né mi aspetto una verità che questo stato sempre più autoritario, razzista, con la sua pseudocultura neofascista, in aperta ostilità verso chiunque lotti contro l’omologazione per rivendicare una trasformazione del presente che sia contrapposta al profitto del capitale che sfrutta e specula sulle nostre vite e sui nostri territori.

Sappiamo bene che Walter fu ucciso per mano dei neofascisti del MSI, di Almirante, Fini e Alemanno, con la copertura della polizia di stato. L’assassino, Cristiano Fioravanti, vive ancora oggi sotto protezione dello stato. Furono i fascisti ad uccidere e un nome per me vale l’altro, tutti nemici tutti da eliminare.

Scrivo perché Walter continui a rimanere vivo … CHI HA COMPAGNI NON MUORE MAI
http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/2760-30-settembre-1977-i-nar-uccidono-walter-rossi

E prèm a caschê
e fo curbera
e par la bòta
o tremê la tëra
e o fo sobit sera
l’è bèl finì e’ su dé par na bangera
(Il primo a cadere / fu Curbera / e per la botta / tremò la terra / e fu subito sera / è bello finire la vita per una bandiera)

corbari1Alle prime luci dell’alba del 18 agosto 1944, Il casolare di  Ca’ Cornio (situato sull’Appennino Tosco Romagnolo tra Modigliana e Tredozio), dove si erano rifugiati Arturo Spazzoli, Sirio Corbari, Iris Versari e Franco Casadei fu completamente circondato, da un reparto scelto del Battaglione Mussolini e da un’intera compagnia della I Divisione Alpen Jager. A tradirli fu un certo Franco Rossi, un giovane che si diceva partigiano e ottenuto con l’inganno un incontro con Corbari aveva scoperto il suo nascondiglio.

Un manipolo di fascisti e militari tedeschi irruppe all’interno del casolare. Un ufficiale nazista si affacciò nella camera di Sirio e Iris: lei aveva già lo Sten in pugnoe lo uccise. Si scatenò l’inferno: gli assedianti aprirono il fuoco con mitragliatrici e mortai, la casa fu sventrata dalle granate, porte e finestre si sbriciolano sotto le raffiche di grosso calibro, ma dall’interno i partigiani continuarono a rispondere colpo su colpo.

Iris Versari

Iris Versari

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Sirio Corbari (Curbera)

Corbari avrebbe voluto prendere in braccio Iris, ferita ad una gamba, e scappare saltando giù per una scarpata dietro la casa, ma lei sapendo che gli sarebbe stata di impaccio si uccise con un colpo di pistola, un gesto estremo per costringerlo a fuggire da solo.Corbari, stravolto dalla disperazione, strinse per l’ultima volta la compagna tra le braccia e poi, urlando e sparando, si buttò fuori dalla finestra al primo piano e rotolò lungo la scarpata.

Spazzoli

Arturo Spazzoli

Arturo Spazzoli aveva attirato il fuoco su di sé: aveva le gambe sfracellate e una vasta ferita al ventre. Pochi istanti dopo, durante la fuga, anche Corbari fu ferito alle gambe, sfinito e inerte precipitò dall’argine del torrente, sbattendo la testa contro un masso.

Adriano Casadei

Adriano Casadei

Adriano Casadei, che era ormai in salvo tra i cespugli, tornò indietro, se lo caricò in spalla e raggiunse un piccolo avvallamento, dove adagiò il compagno privo di conoscenza con il cranio fratturato. Rimase accanto a lui e così facendo si consegnò ai fascisti dellaAlpen Jager guidati da Franco Rossi il traditore.

I fascisti requisirono un barroccio trainato dai buoi e ci caricarono sopra Corbari svenuto e Arturo Spazzoli agonizzante. Casadei, le mani legate dietro la schiena, fu costretto a seguirli a piedi. Dopo qualche chilometro, i fascisti finirono a colpi di pistola Arturo, per non sentire più i suoi gemiti. Raggiunti i camion in sosta sulla strada, si diressero a Castrocaro.

La mattina del 18 agosto 1944 Sirio Corbari fu impiccato nella piazza del municipio di Castrocaro, senza aver mai ripreso conoscenza. Prima che il boia gli stringesse il cappio intorno al collo, Adriano Casadei lo abbracciò e lo baciò per l’ultima volta, poi si mise il cappio da solo. Ma la corda tirata con eccessiva foga si spezzò. Ne portarono una nuova e Casadei stringendosi di nuovo il nodo scorsoio al collo disse ad alta voce in dialetto romagnolo: “Siete marci anche nella corda!”.

Nel pomeriggio i corpi furono trasferiti a Forlì e impiccati per la seconda volta, nella centralissima piazza Saffi, come monito per la cittadinanza. L’indomani decisero di appendere anche i cadaveri di Arturo Spazzoli e di Iris Versari.

CARLO GIULIANI“Gli sbirri hanno ammazzato un ragazzo in Piazza Alimonda!” Questa frase, che incombeva come un mantello nero su noi che eravamo in Piazzale Kennedy in quel maledetto torrido pomeriggio di venerdì 20 luglio 2001, avrebbe dovuto essere un orrore già sufficiente per i nostri cuori … avrebbe dovuto … invece era solo l’inizio, perché Carlo è stato ucciso ancora più e più volte, con le calunnie, con le menzogne, con gli abusi sul suo corpo inerme, con le frasi del cazzo pronunciate dalla ” gente perbene”, quella che ama ordine e disciplina: “Sì, è triste che sia morto un ragazzo, ma in fondo stava per lanciare un estintore…”, “il padre e la madre mi fanno pena ma il loro figliolo non era un santo, era un teppista aveva il passamontagna”.

L’orrore dei giorni di Genova non ha trovato il suo apice nell’assassinio di Carlo, ancora più atroce è stato il complice accettare (magari anche criticamente ma che conta?) le versioni ufficiali della camionetta isolata e  del teppista con l’estintore come fossero verità. Una complicità trasversale che alimenta l’ignoranza e che da un lato seda l’indignazione delle “anime belle” (in fondo un teppista morto e dei poveri sbirri indifesi che sparano per paura sono quasi accettabili no?) e dall’altro contribuisce a costruire quel recinto di ignoranza con cui il regime ci sta intrappolando giorno dopo giorno in una politica condotta sull’orlo dell’annientamento, la cui “soluzione finale” non è Auschwitz ma la resa definitiva del pensiero, della speranza, della rabbia, della rivolta.

Allora il miglior modo per ricordare Carlo oggi è ricordare a tutti la verità sulla sua morte, svelare tutto ciò che gli hanno fatto quando era ancora vivo, dopo che la camionetta lo aveva investito; svelare  L’orrore in Piazza Alimonda (leggi). Guardare «La trappola», il documentario prodotto nel 2006 da il Comitato “Piazza Carlo Giuliani”, che, detto con le parole di chi lo ha prodotto, “ricostruisce l’uccisione di Carlo e le violenze efferate compiute sul suo corpo, partendo da tutto ciò che deve essere considerato causa e premessa dell’omicidio

Guardiamolo tutto, senza chiudere gli occhi e poi andiamo a rispondere a chi domani andrà alla manifestazione promossa dal Coisp in tutta Italia per chiedere la rimozione della targa in ricordo di Carlo in Piazza Alimonda, pardon in PIAZZA CARLO GIULIANI.

 

vedi anche: GIAP: “Tu che straparli di Carlo Giuliani, conosci l’orrore di Piazza Alimonda?” (un consiglio: non limitatevi a leggere l’articolo, proseguite a leggere i commenti)

 

 

A toutes celles et ceux qui un jour ont résisté

Oggi mi sento sereno e tranquillo, la giornata è illuminata da un bel sole e io sto per morire. La prima volta l’ho scampata, avevo otto anni e vivevo in Armenia. Quando i soldati turchi sono arrivati e hanno massacrato tutta la mia famiglia, io e mio fratello ci siamo nascosti nella stalla e poi da lì abbiamo iniziato a correre forte in mezzo ai campi di grano. Sono diventato un orfano in un altro paese non lontano da casa ma tutto un altro mondo. Lì in Siria ho imparato il francese e letto quel grand’uomo di Victor Hugo, i suoi Miserabili mi ricordavano le mie miserie ma non ero ancora a Parigi. E’ strano e rassicurante allo stesso tempo, sapere il momento preciso della propria morte. Sarà per oggi 21 febbraio 1944 alle 15, quarto anno di occupazione, quarto di collaborazione della Francia del Maresciallo con la Germania del Caporale. Diciannove anni da che sono in Francia, terra di esuli e profughi come me, terra d’asilo e di accoglienza, le pays du droits de l’homme et du citoyen. Saremo fucilati tutti, io assieme agli altri 21 miei compagni e amici. Noi stranieri, comunisti, ebrei, immigrati, nemici eppure francesi. Francesi per scelta, francesi per diritto, francesi per lotta. Siamo diventati partigiani che non ne potevano più di veder i nazisti farsi fotografare sorridenti sotto la Torre Eiffel. Partigiani, donne e uomini contro il razzismo di Hitler. Contro i collaboratori francesi. Alla fine ci hanno preso tutti. Tanti pesciolini caduti nelle reti tessute da spie, traditori e poliziotti. Ci hanno sbattuti con quel manifesto rosso sangue sui muri di Parigi definendoci criminali e banditi al soldo dello straniero. Le nostre facce, i nostri occhi stravolti dopo giorni di carcere e torture, i nostri nomi così poco francesi a difendere la loro idea del complotto straniero. Manouchian – armeno – capo banda, scritto sotto la mia foto. Ora siamo qui e aspettiamo di morire. Per la Francia. Sono sereno e tranquillo e mi sento di poter augurare gioia e felicità a voi che gusterete davvero la libertà. Ci sono solo alcune cose che mi fanno tremare di nostalgia adesso che lascio questa vita. La certezza dell’abbraccio di mia moglie, il sorriso di un figlio che non avrò, i passi a piedi nudi nell’erba bagnata del mattino al bois. Mi raccomando a voi alla fine, abbiate cura di questa Storia, abbiate cura di questo mondo, non dimenticateci

 

Affiche_rougeLA STORIA DI MISSAK MANOUCHIAN E DELL’AFFICHE ROUGE

Missak Manouchian ha 19 anni quando giunge in Francia, nel 1925. È nato il 1° settembre 1906 in una famiglia di contadini armeni del paesino di Adyaman, in Turchia. Ha otto anni quando suo padre viene ucciso da alcuni militari turchi durante un massacro; sua madre morirà di malattia, aggravata dalla carestia che aveva colpito la popolazione armena. Le atrocità del genocidio segnarono Missak Manouchian per tutta la vita. Di carattere introverso, diverrà ancora più taciturno e questo lo porterà, verso i dodici o tredici anni, a esprimere il suo stato d’animo in versi:
« Un bel bambino
Ha sognato per una notte intera
Di fare all’alba porpora e dolce
Dei mazzi di rose ».
Essendo orfano, è accolto prima da una famiglia curda, e in seguito da un’istituzione cristiana. Al suo arrivo in Francia impara il mestiere di falegname, ma accetta tutti i lavori che gli vengono offerti. Contemporaneamente fonda due riviste letterarie in lingua armena, Čank (« Lo sforzo ») e Makhaguyt (« Cultura »). Missak Manouchian frequenta le università operaie create dalla CGT e, nel 1934, aderisce al Partito Comunista e si unisce alla sezione armena della MOI (Manodopera Immigrata). Nel 1937 sarà al tempo stesso presidente del Comitato di Soccorso per l’Armenia e redattore del suo giornale Zangu (nome di un fiume armeno).
Dopo la disfatta del 1940, ridiventa operaio e, in seguito, responsabile della sezione armena della MOI clandestina. Nel 1943 entra ne Franchi Tiratori Partigiani (FTP) della MOI parigina, di cui diviene direttore delle operazioni militari sotto il comando di Joseph Epstein. Missak Manouchian dirige una rete formata da 22 uomini e da una donna.
A partire dalla fine del 1942, questi uomini conducono a Parigi un’incessante guerriglia contro i tedeschi: in media portano a termine un’operazione armata ogni due giorni, fra attentati, sabotaggi, deragliamenti di treni e collocamento di bombe. L’azione più spettacolare ha luogo il 28 settembre 1943, quando quattro membri del gruppo Manouchian (Celestino Alfonso, Spartaco Fontano, Léo Kneler e Marcel Rayman,) giustiziano in rue Pétrarque, nell’elegante 16° arrondissement di Parigi, il generale delle SS Julius Ritter, responsabile dell’invio di 500 000 francesi in Germania per il Servizio del Lavoro Obbligatorio.
Il 16 novembre 1943 Missak Manouchian deve incontrare Joseph Epstein sugli argini della senna, a Evry. Non sa che veniva seguito fin dalla sua casa parigina; i due sono arrestati sulla riva sinistra da dei poliziotti francesi in borghese. Con questo, tutte le unità di combattimento della MOI parigina vengono smantellate il giorno stesso o nei giorni successivi. Si trattò di un’operazione di polizia ben condotta o di una denuncia? Alcuni storici ritengono che le circostanze in cui ebbe luogo l’arresto del gruppo Manouchian restano oscure e fanno certamente pensare ad una spiata. Il gruppo sarebbe stato utilizzato per operazioni troppo pericolose per i suoi mezzi, e non sarebbe stato convenientemente avvertito dalla direzione della Resistenza comunista sui rischi che correva.
I tedeschi danno un’insolita pubblicità al loro processo. La stampa è invitata: una trentina di giornali francesi e stranieri sono presenti. I servizi di propaganda tedeschi mandano una troupe cinematografica. Si ha così un processo-spettacolo per tre giorni: il fine è evidente e il presidente della Corte Marziale lo specifica immediatamente: occorre « far sapere all’opinione pubblica francese fino a che punto la patria è in pericolo ». Gli imputati sono tutti stranieri, figurarsi quindi l’occasione propizia.
Il gruppo è infatti formato principalmente da stranieri: otto polacchi, cinque italiani, tre ungheresi, due armeni, uno spagnolo, una rumena e soltanto tre francesi. Tra di essi, inoltre, vi sono nove ebrei (a partire da Epstein) e tutti sono comunisti o vicini al PC. Il loro capo è l’armeno Missak Manouchian.
Contemporaneamente, su tutti i muri di Francia viene affisso un manifesto che li presenta come criminali: il Manifesto Rosso. La propaganda tedesca intende mostrare che questi uomini non sono dei liberatori, bensì dei criminali, dei terroristi, dei delinquenti comuni. Gli autori del manifesto cercano di realizzare una composizione che sappia impressionare:
1 / La scelta del colore: il rosso, colore del sangue, ovvero il sangue scorso negli omicidi perpetrati dall’ « esercito del crimine »;
2 / Il titolo del manifesto: « Liberatori? » Più in basso, la risposta: No, sono criminali. Tra la domanda e la risposta, le prove (armi nascoste, sabotaggi, morti e feriti);
3 / Sotto la parola « liberatore », presentata come leggenda, i dieci volti mal rasati degli imputati sono inseriti in medaglioni dal bordo nero, disposti simmetricamente. Sotto ciascuna immagine c’è un nome dal suono straniero, ebreo per sette di essi. Beninteso non vi figura nessun francese. Missak Manouchian è qualificato come « capobanda ». Non è un resistente, non è un liberatore, ma un delinquente comune.
I dieci medaglioni formano come una freccia di cui Manouchian è il vertice, e che punta direttamente sulla parola « crimine ».
Il manifesto viene diffuso anche in forma di volantino, con il presente testo sul verso:
« Anche se dei francesi rubano, sabotano e uccidono, sono sempre comandati da stranieri; sono sempre disoccupati e criminali di professione quelli che eseguono; sono sempre degli Ebrei che li ispirano. »
I tedeschi e il governo di Vichy intesero trasformare questo processo in propaganda contro la Resistenza. Vollero mostrare che la Resistenza era soltanto banditismo e un complotto straniero contro la Francia e i francesi. Si servirono della xenofobia, dell’antisemitismo e del presunto anticomunismo dell’opinione pubblica. La radio e i giornali di Vichy ripresero il tema del « giudeo-bolscevismo, agente del banditismo ». Si trattava di destabilizzare la Resistenza in un momento in cui si era organizzata e causava problemi sempre più gravi alle forze della repressione.
Missak Manouchian fu fucilato al Mont-Valérien assieme a ventuno dei suoi compagni, il 19 febbraio 1944. La donna rumena fu decapitata a Stoccarda. Joseph Epstein e ventotto altri partigiani francesi furono fucilati l’11 aprile 1944.

L’affiche rouge (Louis Aragon)

Vous n’avez réclamé ni gloire ni les larmes
Ni l’orgue ni la prière aux agonisants
Onze ans déjà que cela passe vite onze ans
Vous vous étiez servis simplement de vos armes
La mort n’éblouit pas les yeux des Partisans

Vous aviez vos portraits sur les murs de nos villes
Noirs de barbe et de nuit hirsutes menaçants
L’affiche qui semblait une tache de sang
Parce qu’à prononcer vos noms sont difficiles
Y cherchait un effet de peur sur les passants

Nul ne semblait vous voir Français de préférence
Les gens allaient sans yeux pour vous le jour durant
Mais à l’heure du couvre-feu des doigts errants
Avaient écrit sous vos photos MORTS POUR LA FRANCE

Et les mornes matins en étaient différents
Tout avait la couleur uniforme du givre
A la fin février pour vos derniers moments
Et c’est alors que l’un de vous dit calmement
Bonheur à tous Bonheur à ceux qui vont survivre
Je meurs sans haine en moi pour le peuple allemand

Adieu la peine et le plaisir Adieu les roses
Adieu la vie adieu la lumière et le vent
Marie-toi sois heureuse et pense à moi souvent
Toi qui vas demeurer dans la beauté des choses
Quand tout sera fini plus tard en Erivan

Un grand soleil d’hiver éclaire la colline
Que la nature est belle et que le coeur me fend
La justice viendra sur nos pas triomphants
Ma Mélinée ô mon amour mon orpheline
Et je te dis de vivre et d’avoir un enfant

Ils étaient vingt et trois quand les fusils fleurirent
Vingt et trois qui donnaient le coeur avant le temps
Vingt et trois étrangers et nos frères pourtant
Vingt et trois amoureux de vivre à en mourir
Vingt et trois qui criaient la France en s’abattant

Missak Manouchian (Adiyaman, 1 settembre 1906 - Fort Mont-Valérien, 21 febbraio 1944)

Missak Manouchian
(Adiyaman, 1 settembre 1906 – Fort Mont-Valérien, 21 febbraio 1944)

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Ultima lettera di Missak Manouchian a sua moglie

Ma Chère Mélinée, ma petite orpheline bien-aimée,
Dans quelques heures, je ne serai plus de ce monde. Nous allons être fusillés cet après-midi à 15 heures. Cela m’arrive comme un accident dans ma vie, je n’y crois pas mais pourtant je sais que je ne te verrai plus jamais.
Que puis-je t’écrire ? Tout est confus en moi et bien clair en même temps.
Je m’étais engagé dans l’Armée de Libération en soldat volontaire et je meurs à deux doigts de la Victoire et du but. Bonheur à ceux qui vont nous survivre et goûter la douceur de la Liberté et de la Paix de demain. Je suis sûr que le peuple français et tous les combattants de la Liberté sauront honorer notre mémoire dignement. Au moment de mourir, je proclame que je n’ai aucune haine contre le peuple allemand et contre qui que ce soit, chacun aura ce qu’il méritera comme châtiment et comme récompense. Le peuple allemand et tous les autres peuples vivront en paix et en fraternité après la guerre qui ne durera plus longtemps. Bonheur à tous… J’ai un regret profond de ne t’avoir pas rendue heureuse, j’aurais bien voulu avoir un enfant de toi, comme tu le voulais toujours. Je te prie donc de te marier après la guerre, sans faute, et d’avoir un enfant pour mon bonheur, et pour accomplir ma dernière volonté, marie-toi avec quelqu’un qui puisse te rendre heureuse. Tous mes biens et toutes mes affaires je les lègue à toi à ta sœur et à mes neveux. Après la guerre tu pourras faire valoir ton droit de pension de guerre en tant que ma femme, car je meurs en soldat régulier de l’armée française de la libération.
Avec l’aide des amis qui voudront bien m’honorer, tu feras éditer mes poèmes et mes écrits qui valent d’être lus. Tu apporteras mes souvenirs si possible à mes parents en Arménie. Je mourrai avec mes 23 camarades tout à l’heure avec le courage et la sérénité d’un homme qui a la conscience bien tranquille, car personnellement, je n’ai fait de mal à personne et si je l’ai fait, je l’ai fait sans haine. Aujourd’hui, il y a du soleil. C’est en regardant le soleil et la belle nature que j’ai tant aimée que je dirai adieu à la vie et à vous tous, ma bien chère femme et mes bien chers amis. Je pardonne à tous ceux qui m’ont fait du mal ou qui ont voulu me faire du mal sauf à celui qui nous a trahis pour racheter sa peau et ceux qui nous ont vendus. Je t’embrasse bien fort ainsi que ta sœur et tous les amis qui me connaissent de loin ou de près, je vous serre tous sur mon cœur. Adieu. Ton ami, ton camarade, ton mari.
Manouchian Michel.
P.S. J’ai quinze mille francs dans la valise de la rue de Plaisance. Si tu peux les prendre, rends mes dettes et donne le reste à Armène. M. M

CHI CONTROLLA IL PASSATO CONTROLLA IL FUTURO: CHI CONTROLLA IL PRESENTE CONTROLLA IL PASSATO” (George Orwell, 1984) DIFENDIAMO LA NOSTRA STORIA, DIFENDIAMO IL NOSTRO PASSATO PER RIAPPROPRIARCI DEL NOSTRO FUTURO

Polvere da sparo

Schermata 2015-04-13 alle 10.00.28Incredibile.
Difficile in 9 parole più una data fare due errori madornali.
Grave, essendo un fatto storico che ha quasi 40 anni,
Grave ancor di più se pensiamo che tutto ciò è fatto da Rai Storia, in un social network dai poteri virali.

Neanche la data azzeccano: Giorgiana Masi è stata uccisa il 12 maggio, all’imbocco di Ponte Garibaldi.
Giorgiana Masi non è stata colpita da un proiettile vagante che gironzolava per il lungofiume romano:
No, Giorgiana è stata trucidata da un proiettile sparato da un agente di polizia in borghese,
e la storia è storia,
per quanto voi proviate a cambiarla, ci siamo sempre noi qui, pronti a ricordarvela.
Come vi piace esser collusi con gli assassini di Stato!

LEGGI: testimonianze di quel 12 maggio

Gli agenti in borghese di Cossiga, catturati dalla Leica di Tano D’amico

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28604_1422022719666_5081386_n23 marzo 1944: Rosario Bentivegna, travestito da spazzino, che trasportò la bomba con la carretta; Franco Calamandrei, che stava di vedetta per indicare a Bentivegna quando il reparto nazista avrebbe imboccato via Rasella e che la miccia per l’esplosione doveva essere accesa; Carla Capponi, Carlo Salinari, Pasquale Balsamo, Guglielmo Blasi, Francesco Cureli, Raoul Falciani,Silvio Serra e Fernando Vitagliano. Questi i nomi dei componenti il commando GAPCentrale Carlo Pisacane, che il compirono l’azione che provocò la morte di 33 soldati nazisti del Polizeiregiment “Bozen” in Via Rasella a Roma.

Come risposta all’azione partigiana, il 24 marzo seguì la rappresaglia tedesca, che prevedeva l’uccisione di dieci civili italiani per ogni soldato nazista morto e che si concretizzò con l’eccidio delle Fosse Ardeatine; in totale furono trucidati 335 prigionieri, le vittime prescelte erano innanzitutto detenuti accusati di fare parte della Resistenza ed ebrei ma, per raggiungere il numero stabilito, furono aggiunti anche detenuti comuni già condannati o in attesa di processo.

Tante parole sono state sprecate allora e negli anni a seguire sul rapporto tra gli attentati partigiani e le rappresaglie tedesche o fasciste e sulle conseguenze (l’eccidio delle Fosse Ardeatine fu il più eclatante) degli attentati compiuti dai partigiani, i quali avevano anche lo scopo di scuotere la maggioranza della popolazione civile dallo stato di attesa passiva in cui versava e di dimostrare la forza della Resistenza e di mobilitare strati sempre più ampi della popolazione contro il regime d’occupazione.

Al vergognoso atteggiamento di chi critica la scelta sofferta e dolorosa della lotta armata, contro l’arroganza di un regime criminale e antiumano alla stomachevole la polemica mossa dai revisionisti vorrei ricordare che l’attentato di via Rasella fu un atto di guerra, e che in guerra si uccide, è inutile girarci intorno; e le guerre di liberazione non fanno eccezione.

A ricordo di come deve essere combattuta una guerra di resistenza, riporto le parole di Carla Capponi: «Noi non avevamo previsto rappresaglie né potevamo piegarci a quel ricatto. Quale reparto di un esercito combattente, consegnarci al nemico sarebbe stato un tradimento: avrebbe significato non solo rinunciare alla lotta, ma anche consegnare con noi notizie preziose di cui eravamo custodi. […] ci era stato detto con chiarezza che alle azioni repressive tedesche si doveva reagire colpo su colpo, che il nemico avrebbe usato tutti i mezzi leciti e illeciti per indurci a desistere, a consegnarci, a rinunciare; che rappresaglie erano state compiute in ogni parte d’Europa e che prima ancora, nella guerra di Spagna, questo drammatico dilemma era stato definitivamente risolto con la scelta di lotta a oltranza. “Chi si consegna al nemico è un traditore” avevano deciso le rappresentanze della Resistenza francese, olandese, italiana. Chi non se la sentiva di stare alle severe, dure regole della lotta clandestina aveva il dovere di rinunciare subito ritirandosi dall’impegno di combattere. A noi non era stata neppure proposta un’alternativa dai nazisti: “Consegnatevi e le vittime designate saranno salve”. Se avessero posta questa condizione, avrebbero certamente messo in crisi la nostra coscienza, ma non avrebbero incrinato le leggi che regolavano il comportamento di fronte al nemico. La nostra sfida era: cercateci, impegnatevi nello scontro con noi ma non infierite con chi non è in grado di difendersi, di combattere. Per noi quell'”ordine” assassino era un crimine contro il quale occorreva mobilitarsi, attaccare con maggiore durezza e determinazione.»

Il sangue versato alle fosse ardeatine è sangue di tutti noi, così come nostro è il sangue di tutte le vittime della barbarie nazifascista e della barbarie del capitale e proprio per questa ragione, contro ogni tentativo di delegittimare la Resistenza e con essa ogni resistenza, contro questo “achtung banditen”, che non si è mai spento oggi, 24 marzo, anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, rivendico ogni azione partigiana di guerra rivoluzionaria compiuta nel corso della nostra storia di comunisti rivoluzionari.