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fidel-castro-glassesHASTA SIEMPRE FIDEL!(Cellula PCL Michelin)

Non sono serviti 638 attentati per uccidere Fidel Castro Ruz, il lider maximo, comandante in capo della Rivoluzione Cubana, si è spento oggi (alla faccia loro), a 90 anni nel suo letto, circondato dalla sua gente nella sua isola.
Sue non perché di proprietà, sue perché ne ha sempre fatto parte, ed esse in lui si sono sempre riconosciute.

Fidel era l’ultimo grande rivoluzionario, non testimone ma protagonista della rivoluzione anti imperialista, quella che ancora oggi fa una paura tremenda a tutto il capitalismo mondiale, che in tutti questi anni ha fatto di tutto per confinarla e distruggerla.
Fidel è morto con l’embargo imperiale ancora in atto, il vero killer del popolo cubano, ma presentato con il volto della democrazia più bella del mondo.
Fidel è morto, senza chinare mai la testa, dopo che sono passati 10 presidenti yankee che non si sono mai sognati di allentare la morsa su quella piccola isola che resiste, anzi ci hanno persino costruito la prigione più infame della storia, Guantanamo, per ostentare il proprio credo.

Ora non è il tempo di fare le pulci a Fidel e a Cuba, non è proprio il momento, verranno giorni più adatti. Oggi va celebrato il rivoluzionario, quello vero, quello che la storia ha già assolto, perché ne fa parte, a differenza dei giornalisti come Saviano che ormai scrivono un libro come se fosse il cinepanettone di Boldi e De Sica. Ma si sa: quando un Leone muore gli sciacalli vanno sempre a banchettare sul suo cadavere. Ma lui resta un Leone e loro restano degli sciacalli.

Troviamo adatte le parole di Eduardo Galeano per parlare oggi di Fidel, per salutarlo con tutto l’onore e il rispetto che merita, con quel motto che ha fatto battere e che continua a far battere milioni di cuori all’unisono, alzando un pugno chiuso al cielo: Hasta Siempre Comandate!


Eduardo Galeano,”Specchi”

I suoi nemici dicono che è stato un re senza corona e che ha confuso l’unità con l’unanimità.E in questo i suoi nemici hanno ragione.
I suoi nemici dicono che se Napoleone avesse avuto un giornale come il “Gramma”, nessun francese sarebbe stato messo al corrente del disastro di Waterloo.
E in questo i suoi nemici hanno ragionen
I suoi nemici dicono che esercitò il potere parlando molto e ascoltando poco, perchè era più abituato agli echi che alle voci.
E in questo i suoi nemici hanno ragione.
Però i suoi nemici non dicono che non fu per posare davanti alla Storia che mise il petto di fronte ai proiettili quando venne l’invasione,
che affrontò gli uragani da uguale a uguale, da uragano a uragano, che sopravvisse a seicento trentasette attentati, che la sua contagiosa energia fu decisiva per convertire una colonia in una patria e che non fu nè per un artificio del Demonio nè per un miracolo di Dio che questa nuova patria ha potuto sopravvivere a dieci presidenti degli Stati Uniti, che avevano il tovagliolo al collo per mangiarla con coltello e forchetta.
E i suoi nemici non dicono che Cuba è uno dei pochi paesi che non compete per la Coppa del Mondo dello Zerbino.
E non dicono che questa rivoluzione, cresciuta nel castigo, è quello che ha potuto essere e non quello che avrebbe voluto essere. Nè dicono che in gran parte il muro tra il desiderio e la realtà si fece sempre più alto e più largo grazie al blocco imperiale, che affogò lo sviluppo della democrazia cubana, obbligò la militarizzazione della società e concesse la burocrazia, che per ogni soluzione tiene un problema, l’alibi per giustificarsi e perpetuarsi.
E non dicono che considerando tutte le afflizioni, considerando le aggressioni esterne e l’arbitrarietà interna, questa isola rassegnata però testardamente allegra ha generato la società latino-americana meno ingiusta.
E i suoi nemici non dicono che questa impresa fu opera del sacrificio del suo popolo, però anche fu opera dell’ostinata volontà e dell’antiquato senso dell’onore di questo cavaliere che sempre combattè per i vinti, come quel suo famoso collega dei campi di Castilla.

Un compagno ha rispolverato un mio vecchio articolo, scritto nell’estate del 2012 in occasione della marcia dei minatori in Spagna; rileggerlo mi è piaciuto e mi è venuta voglia di pubblicarlo. L’evento è passato ma i sentimenti sono sempre validi e la voglia di combattere pure.

“E se vale la pena rischiare, io mi gioco anche l’ultimo frammento di cuore” [Che Guevara] 
Hanno camminato per 19 giorni. La marcia dei minatori delle Asturie, di Aragona, Castilla y Leon, Castilla-La Mancha e Andalusia, iniziata ai primi di giugno per combattere la chiusura delle miniere di carbone, unica fonte di reddito per tutta quella zona del paese è giunta oggi in piena notte a Madrid, la capitale del potere politico ed economico spagnolo.
I mineros, stanno combattendo contro un taglio del 63% degli aiuti al settore, un piano killer del governo che diminuirà il finanziamento da 310 a 111 milioni, disattendendo all’accordo strategico precedente firmato tra sindacato e padronato.
Un vero e proprio attentato al lavoro di migliaia e migliaia di persone, tra miniere e indotto, che stanno difendendo a denti stretti il loro futuro.
Sono arrivati a Madrid accolti da una grande ovazione in una piazza piena di migliaia di persone, che li hanno abbracciati in un immenso corteo. La manifestazione è stata relativamente calma fino al Paseo de la Castellana, la grande strada del centro città dove si trova la sede del ministero dell’industria.
Qui sono iniziati i primi scontri, cariche e sassaiole, seguiti immediatamente dall’utilizzo dei proiettili di gomma da parte della polizia antisommossa. Si parla già di oltre 50 manifestanti feriti e di 8 arresti.
La repressione spagnola tenta così di mortificare la lotta dei minatori, che più che una battaglia in difesa del proprio posto di lavoro e del proprio salario sta assumendo sempre più chiaramente le forme dell’insurrezione.
Una di quelle insurrezioni che non si fermano davanti a nulla e che si combattono usando qualsiasi mezzo a disposizione; dall’impiego sistematico e continuo dei blocchi stradali con barricate, che in Spagna vanno avanti da settimane, agli scontri feroci con gli apparati speciali delle forze di polizia, che da oltre un mese militarizzano le regioni ad altra concentrazione mineraria.
La contrapposizione tra lavoratori e reparti speciali della Guardia Civil alza il tiro giorno dopo giorno, con una rabbia e una determinazione a noi ormai sconosciute. Ed è proprio questa determinazione, questa capacità di combattere senza indugi, e soprattutto il fatto che minatori delle Asturie stiano indicando la strada a tutti i lavoratori (non solo della Spagna, ma di tutti i Paesi d’Europa) che lo stato spagnolo, tramite i suoi scagnozzi vuole reprimere con il terrore, attraverso i pestaggi e le pallottole di gomma sparate ad altezza uomo, attraverso le violenze perpetrate nelle caserme, nei blindati e nei luoghi di detenzione.
Inoltre, ad aumentare la preoccupazione dei governanti c’è la grande solidarietà diffusa in tutta la provincia autonoma della Spagna settentrionale, area ricca di giacimenti e impianti di estrazione mineraria.
Gli abitanti delle Asturie e di León e Aragona, malgrado i grossi disagi (pensiamo alle autostrade, che vengono ripetutamente bloccate, con code e rallentamenti che da mesi ormai hanno variato tempi e spostamenti), si son sempre rivelati solidali ed uniti alla lotta dei minatori.
Lo dimostra il fatto che sono numerosissimi i fermi e gli arresti di persone che appartengono a tutt’altre categorie: dai dipendenti pubblici, ai metalmeccanici, dai pensionati, agli studenti.
Questa è la prima vittoria dei mineros, e questa è la lezione che noi (tutti noi, non solo in Italia ma in tutt’Europa) dobbiamo imparare dalla Spagna: la lotta prolungata ad oltranza e radicale contro i governi criminali che ci stanno rubando la vita, e la solidarietà reale e fattiva senza cedimenti di tutte le categorie.
Questa è del resto l’unica vera arma contro le classi dominanti di tutta Europa.
Trotsky disse: “Se il capitalismo è incapace di soddisfare le rivendicazioni che inevitabilmente sorgono dai disastri che esso stesso genera, allora che perisca!” ebbene è giunta l’ora di farlo perire, di giocarci anche l’ultimo frammento di cuore!
PIENA SOLIDARIETÀ AI MINATORI IN LOTTA!

no-bordersDa venerdì sera sto tentando di scrivere proposito dell’attacco a Parigi, tento ma non ci riesco. Parigi è anche casa mia, la mia città, quella che mi sono scelta (perchè certe città sono come gli amici, che te li scegli e non te li ritrovi sul groppone come i parenti) e il coinvolgimento mi impedisce di comporre frasi che descrivano ciò che provo in maniera razionale.

Quello di venerdì scorso è stato un atto di guerra, di quella stessa guerra atroce e inutilmente vigliacca che le potenze imperialiste occidentali hanno prodotto con i loro reiterati attacchi militari in Medioriente.

Con le loro missioni di guerra, che chiamano pace, motivate da interessi economici e politiche di potenza, americani ed europei (attraverso la manipolazione di identità ed appartenenze utilizzate come armi nel loro gioco economico), sono stati in grado, in una manciata di decenni di distruggere forze progressiste e tessuti sociali, di annientare resistenze popolari ed aprire così la strada ad un fascismo integralista religioso, che non conosce pietas e, in nome della realizzazione del “Grande Califfato”, porta il suo terrore sanguinario ovunque, dentro e fuori dai confini nazionali.

Ma se la responsabilità di aver prodotto IS e fondamentalismo è facile da attribuire, meno facile è scrivere che tutti noi siamo ugualmente responsabili dei morti di Parigi così come dei morti di Damasco, di Beirut, dei territori occupati della Palestina e di tutti i paesi in questa folle guerra.

Siamo tutti responsabili,  ognuno a modo nostro, con il silenzio, la passiva accettazione della versione fornita dai media, l’incapacità di far capire che non possiamo più stare a guardare ma che dobbiamo ribellarci e combattere insieme la barbarie. Dobbiamo abbattere le frontiere. Dobbiamo deciderci ed agire subito, perché non saranno solo i più di cento morti di Parigi. La guerra ed il terrore portati nel cuore dell’Europa faranno migliaia di altre vittime: tutti coloro che hanno un colore di pelle diverso, un diverso accento sono già e saranno sempre più le vittime di questo terrore. Non moriranno per una pallottola di kalashnikov, ma per la fascistizzazione, la xenofobia, l’intolleranza, le perquisizioni, i posti di blocco, l’odio. Moriranno di esclusione, moriranno di “terrore”. E con loro, inesorabilmente, moriremo tutti noi

 

Non ho voglia di parlare del meschino Tsipras, del bieco riformismo di syriza, nè del referendum in Grecia. Troppe parole sono state spese dietro la questione e le mie sarebbero solo una pallida eco. Ma la sofferenza del popolo greco mi tormenta ogni ora del giorno e sempre più spesso mi tornano in mente le parole del compagno, Savas Metoikidis, un insegnante di 45 anni, da sempre impegnato politicamente, che il 21 aprile 2012 si impiccò a Stavropol come risposta finale alle imposizioni della troika.

Sono parole che Savas scrisse all’inizio della rivolta di Atene nel dicembre 2008, cui seguì, immediatamente dopo, l’assurdo assassinio di Alexis Grigoropoulous per mano della polizia. Il testo era stato pubblicato da Occupied London e poi ripreso e, credo, tradotto da Baruda.

Credo sia giusto, anzi no che sia imprescindibile, rileggerle ora, quando il scemare degli entusiasmi per una rivoluzione che non era mai stata scritta sta lentamente ma inesorabilmente condannando la Grecia ad un nuovo oblio.

“Chi sono dopotutto i teppisti?

Violenza è  lavorare per 40 anni per delle briciole e chiedersi se si riuscirà a smettere
Violenza sono i titoli finanziari, i fondi assicurativi saccheggiati, la truffa in borsa.
Violenza è essere costretti a stipulare un mutuo per una casa che si finisce per pagare come se fosse fatta d’oro.
Violenza è il diritto del tuo capo di licenziare in qualsiasi momento voglia farlo.
Violenza è la disoccupazione, la precarietà, sono i 700 euro al mese con o senza contributi previdenziali.
Violenza sono gli “incidenti” sul lavoro, perché il padrone riduce i costi di gestione a scapito della sicurezza dei lavoratori.
Violenza è  prendere psicofarmaci e vitamine per far fronte agli orari di lavoro
Violenza è essere una donna migrante , è vivere con la paura di essere cacciato dal paese in qualsiasi momento e vivere in una costante insicurezza.
Violenza è l’essere casalinga, lavoratrice e madre allo stesso tempo.
Violenza è quando ti prendono per il culo al lavoro dicendo: ‘dannazione, sorridi, è chiedere troppo?’

Quello che abbiamo vissuto io lo chiamo rivolta.
E proprio come ogni rivolta appare come una prova generale della Guerra Civile, ma puzza di fumo, gas lacrimogeni e sangue.
Non può essere facilmente sfruttata o controllato. Accende le coscienze, si rivela e polarizza le contraddizioni, e promette, almeno, momenti di condivisione e di solidarietà. E traccia i percorsi verso l’emancipazione sociale.
Signore e signori, benvenuti alle metropoli del caos! Installate porte sicure e sistemi di allarme alle vostre case, accendete il televisore e godetevi lo spettacolo. La prossima rivolta sarà ancora più agguerrita, mentre il marciume di questa società si approfondisce … Oppure, potete prendere le strade al fianco dei vostri figli, potete scioperare, potete osare di rivendicare la vita che vi stanno derubando, potete ricordarvi che una volta eravate giovani e volevate cambiare il mondo.

Savas Metoikidis

ghandi boiaOggi, nel giorno della sua nascita, voglio parlare di Mohandas Karamchard Gandhi, l’uomo assunto a simbolo della non violenza e le cui frasi sono citate, in buonafede anche da molti compagni, come massime da seguire.
Per anni mi sono scontrata contro coloro che, oltre a professarsi pacifisti e non violenti tout court, portavano a sostegno di quel dannoso atteggiamento delle frasi di Gandhi (alcune estrapolate da scritti e contesti generali ed adattate alla bisogna per trasformare Gandhi in “uomo da prendere a modello”, altre solo attribuite dalla leggenda metropolitana, un po’ come la famosa poesia di Neruda, scritta da Martha Medeiros anni dopo la morte del poeta), poi, finalmente, uno storico autorevole è venuto in soccorso a tutti noi: mi riferisco al libro di Domenico Losurdo  “La non-violenza – Una storia fuori dal mito”, edito da Laterza, dove finalmente si opera una corretta disamina della realtà dei fatti per quanto riguarda l’opera di Gandhi, il cosiddetto “non-violento”, un borghese che applaudì a tutte le guerre della sua epoca fino a diventare reclutatore di soldati. Leggendo il libro, ciò che emerge chiaramente dall’analisi dei fatti storici (e in quanto tali inconfutabili) è che Gandhi, nella prima fase della sua lotta politica in Sud Africa, non pensò mai ad una emancipazione generale dei popoli coloniali.
Egli, al contrario, invitava la potenza coloniale, la Gran Bretagna, a non confondere il popolo indiano, che al pari degli inglesi poteva vantare un’antica civiltà e origini razziali “ariane”, coi neri, anzi per utilizzare le sue parole: coi rozzi Kaffir (termine spregiativo per neri africani, usato dai mercanti di schiavi arabi a indicare i non credenti),la cui occupazione è la caccia e la cui sola ambizione è di radunare un certo numero di capi di bestiame al fine di acquistare una moglie per poi trascorrere un’esistenza di indolenza e nudità.
Pur di conseguire la cooptazione del popolo indiano nella razza dominante (ariani e bianchi) ed entrare in tal modo a far parte dei dominatori, agli inizi del Novecento Gandhi chiamò i suoi connazionali a mettersi al servizio dell’esercito imperiale britannico impegnato in una feroce repressione a danno degli zulù. Soprattutto, in occasione della prima guerra mondiale, il presunto campione della non-violenza si propose di reclutare 500mila uomini per l’esercito britannico e lo fece con così tanto zelo e tanto orgoglio da scrivere al segretario personale del viceré: Ho l’impressione che se divenissi il vostro reclutatore capo, potrei sommergervi di uomini. Poi, rivolgendosi sia ai suoi connazionali sia al viceré, Gandhi continuò a celebrare il valore della vita militare e del combattimento al fronte, insistendo in modo quasi ossessivo sulla disponibilità al sacrificio cui era chiamato a dar prova il popolo indiano: Occorre offrire il nostro appoggio totale e deciso all’Impero»; «[l’India] deve essere pronta a offrire tutti i suoi figli idonei come sacrificio per l’Impero in questo suo momento critico – il concetto ribadito più volte in diversi discorsi e scritti – dobbiamo dare per la difesa dell’Impero ogni uomo di cui disponiamo»; «dobbiamo offrire il nostro appoggio totale e deciso all’Impero»; «è nostro dovere offrire nell’ora critica tutti i nostri figli validi in sacrificio all’Impero. Con ferrea coerenza (bellica) Gandhi non escludeva neppure i suoi propri figli tra quelli che auspicava si sarebbero sacrificati in guerra in nome della potenza britannica.
In seguito, Gandhi si trovò a fronteggiare due avvenimenti, uno di carattere internazionale e l’altro nazionale, che lo portarono ad un parziale cambiamento di rotta. A livello internazionale, la rivoluzione d’ottobre e la diffusione dell’agitazione comunista nelle colonie e nella stessa India costituirono un fenomenale colpo di piccone all’ideologia della piramide razziale e fecero apparire obsoleta l’aspirazione alla cooptazione nella razza bianca o ariana, quella stessa razza che ora reprimeva la rivolta generalizzata dei popoli di colore.
A livello nazionale, a svolgere un ruolo decisivo nella modifica di atteggiamento di Gandhi fu il massacro di Amritsar perpetrato, nella primavera del 1919, dagli Inglesi nel corso di un raduno per festeggiare l’arrivo della primavera, che accogliendo migliaia di indiani sfidava l’articolo della legge marziale che proibiva le riunioni di cinque o più persone in città.
Le truppe inglesi aprirono il fuoco sulla folla provocando in totale quasi 1600 vittime tra morti e feriti. All’enorme costo in vite umane si unì anche una terribile umiliazione nazionale e razziale, con l’obbligo per gli abitanti della città ribelle di doversi trascinare a quattro zampe per tornare a casa o uscirne. Per dirla con Gandhi,uomini e donne innocenti furono obbligati a strisciare come vermi, sul ventre. L’ondata d’indignazione per le umiliazioni, lo sfruttamento e l’oppressione inflitti dall’Impero britannico fecero dileguare tra gli indiani il desiderio di essere cooptati in una razza dominante che ora appariva odiosa e capace di ogni infamia. In questo contesto si effettuò un fazioso cambiamento nella politica di Gandhi, che non significò, si badi bene, la fine della disponibilità a chiamare i suoi connazionali ad accorrere sui campi di battaglia a fianco della Gran Bretagna: semplicemente ora questa chiamata alle armi poneva come condizione preliminare la concessione dell’indipendenza all’India.
Certo il “secondo Gandhi” non avrebbe potuto promuovere la partecipazione dei suoi connazionali alla repressione di una rivolta come quella degli zulù (un popolo crudelmente oppresso dal colonialismo); infatti a partire dalla Rivoluzione d’Ottobre e dalla repressione di Amritsar il movimento indipendentista indiano fu parte integrante del movimento di liberazione nazionale dei popoli oppressi e Gandhi s’identificò a pieno con questo movimento senza procedere ad una lacerazione tra violenti e non-violenti.
Nel giugno 1942, in una lettera indirizzata a Chiang Kai-shek, allora alleato del Partito comunista cinese, egli espresse la sua profonda simpatia e ammirazione per l’eroica lotta e gli infiniti sacrifici del popolo cinese, deciso a difendere la libertà e l’integrità.
Altrettanto clamorose le sue manifestazioni di simpatia nei confronti di Mussolini e del fascismo espresse dopo la sua visita in Italia
nel 1931: Il Duce è uno statista di primissimo ordine, completamente disinteressato, davvero desideroso della grandezza della sua Patria; un Superuomo e ancora: È animato da un amore infiammato per il suo popolo e gode dell’appoggio della gran massa degli Italiani. Dichiarò inoltre ammirazione per le riforme Fasciste sostenendo che:Il fascismo è deciso e talora violento, ma siccome la violenza è alla base della società occidentale, le riforme di Mussolini sono degne di uno studio imparziale. (Ricordo a quanti mi hanno voluto segnalare che nel 1931 Mussolini non era ancora non si era ancora alleato ad Hitler, che Matteotti fu assassinato nel 1924).
E ancora, nel settembre 1946 – nel frattempo Churchill aveva aperto la Guerra fredda con il discorso di Fulton – Gandhi espresse simpatia per il grande popolo dell’Unione Sovietica, diretta da un grande uomo quale Stalin. Mi fermo qui, chi fosse interessato potrà, in rete o in biblioteca, attraverso l’analisi dei fatti storici o leggendo il libro di Losurdo continuare a documentarsi da solo; per quanto mi riguarda considero Gandhi un borghese , un politico inetto, impegnato a promuovere se stesso, che professava il suo amore per il genere umano come idea, mentre di fatto disprezzava gli individui e malgrado l’atteggiamento assunto nella seconda parte della sua politica, un razzista inesorabile che affermava nei suoi discorsi parlando degli anni di prigione: Potevamo capire di non essere classificati come bianchi, ma essere messi allo stesso livello dei nativi mi è sembrato troppo da sopportare. I Kaffir sono di solito incivili, i condannati ancora di più. Sono fastidiosi, molto sporchi e vivono come animali.

imagedi Savas Michael-Matsas
3 febbraio 2015

L’Unione Europea e l’Eurozona tornano ad essere l’epicentro della crisi mondiale. L’illusione di un’apparente stabilizzazione dei mercati finanziari, determinata dalla famosa dichiarazione di Draghi del 2012 che la BCE avrebbe fatto “qualunque cosa fosse necessaria” per evitare il collasso dell’Eurozona, si è oggi dissolta. L’economia dell’Eurozona si è avviluppata in un circolo vizioso di recessione, deflazione e indebitamento, prima nella periferia e adesso anche nel suo nocciolo duro. Hanno fallito tutte le manovre e tutte le politiche tentate sino ad ora, basate sull’austerità e su provvedimenti draconiani di taglio della spesa. Il lancio con molto ritardo di un programma di Quantitative Easing da parte della BCE, il 22 gennaio alle vigilia delle elezioni greche, è una manifestazione di questo fallimento. L’espressione politica di questo fallimento è stata la vittoria elettorale di Syriza in Grecia, pochi giorni dopo, che come Philip Stephens giustamente riporta sul Financial Times (29/1/2015) “cristallizza l’impasse che ha paralizzato l’Eurozona”.
Lo stesso giorno delle elezioni greche, il World Economic Forum di Davos, dove si riunisco le èlite capitalistiche, si è concluso sottolineando che “le vicende politiche in Europa rappresentano il più grande rischio per l’economia mondiale”, indicando in particolare Grecia e Ucraina. Il grande shock del ripudio di massa dell’austerità da parte del popolo greco ha pienamente confermato le loro paure.
Dopo cinque anni consecutivi di catastrofe sociale, che hanno ridotto la Grecia ad una nazione di indigenti, usando il loro voto come un’arma milioni di vittime innocenti si sono ribellati contro i loro carnefici. Contro la troika dell’Unione Europea, della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale. Così come contro i sottomessi governi borghesi di Atene. Questi governi infatti hanno imposto misure di cannibalismo sociale, sotto il falso nome di austerità e riforme strutturali: misure che sono state codificate nel “Memorandum” collegato ai “pacchetti di salvataggio” della Grecia proposti da UE e FMI. Tutti i partiti che hanno governato sotto gli ordini della troika sono stati sconfitti, prima di tutto la destra di Nea Demokratia e il centrosinistra neoliberale del PASOK. Alcuni di loro sono stati distrutti o annichiliti: il PASOK, l’estrema destra del LAOS, la Sinistra Democratica e la nuova scissione dal PASOK guidata dal precedente premier George Papandreou, il primo ad introdurre il memorandum nel 2010.
Per la prima volta nella storia della Grecia moderna, un partito di sinistra ha ottenuto un trionfo elettorale: Syriza, una formazione riformista e contro l’austerità. Promettendo di por fine alla miseria, al Memorandum ed alla tirannia della Troika, è stata portata da un massiccio voto popolare a diventare il principale partito greco e quindi al governo.
Meno di tre anni fa, sino alle elezioni del maggio e del giugno 2012, Syriza era un piccolo partito riformista della sinistra moderata, frutto delle divisioni del Partito Comunista greco negli anni sessanta e novanta e dei successivi apporti di piccoli gruppi della sinistra extraparlamentare. Un partito con un base ristretta nella classe lavoratrice, nei sindacati e nelle piccola borghesia, con un ruolo marginale nei movimenti giovanili e studenteschi, che aveva conseguito risultati elettorali intorno al 4 per cento dei voti. Ma nelle elezioni del 2012, è stata catapultata in seconda posizione con il 27% dei voti, diventando l’opposizione ufficiale del governo. Perché?
La devastazione sociale ed i sollevamenti del 2010-2012 hanno determinato una crisi di legittimità ed una disintegrazione del sistema parlamentare borghese, per come questo si è definito dopo la caduta della dittatura militare nel 1974 con l’alternanza di governo tra PASOK e Nea Demokratia. Determinante quindi è stato il contributo delle dimostrazioni di massa, l’occupazione degli edifici pubblici e della piazze (a partire dall’occupazione degli indignati di piazza Syntagma di fronte ad un parlamento oramai discreditato), gli scioperi generali, le assemblee popolari, ma anche la barbarica brutalità della polizia. Nessun partito, incluso Syriza, ha assunto un ruolo di direzione in questi movimenti del 2010-2012. Una settimana prima del 6 maggio 2012, Syriza era data nei sondaggi ancora intorno all’8-10 per cento dei voti: la tendenza principale sembrava esser quella di una disseminazione del voto di protesta in molteplici piccoli partiti, cosiddetti antisistemici. La svolta decisiva si determinò quando nell’ultima fase della campagna elettorale la leadership di Syriza lanciò l’appello “Per un governo della sinistra, per cancellare il memorandum”. Allora molta della rabbia e delle speranze delle persone si rivolse in massa a sinistra, che si delineava come un credibile polo alternativo di potere, consegnando a Syriza questo inaspettato e sbalorditivo successo.
Inaspettata, sebbene su scala minore, fu anche la minacciosa ascesa della neonazista Alba Dorata: da gruppo marginale a forza che entrava per la prima volta in parlamento.
L’appello per un “governo della sinistra” ha avuto un impatto particolare nel contesto storico greco, totalmente differente rispetto a quello degli altri paesi europei, dove spesso sono stati formati governi delle sinistre da partiti socialdemocratici, talvolta anche in coalizione con i partiti comunisti. La Grecia non ha mai conosciuto una socialdemocrazia di massa (il PASOK era un movimento nazionale populista di carattere borghese, successivamente degenerato in una forza neoliberale). Il paese è stato profondamente segnato dall’intervento imperialistico e dalla sanguinosa guerra civile nella seconda metà degli anni quaranta, per sconfiggere la minaccia comunista che usciva dalla resistenza antinazista. Decenni di isteria anticomunista sono seguiti alla guerra civile, con persecuzioni, campi di concentramento, esecuzioni, caccia alle streghe contro qualunque cosa fosse considerato di sinistra. Il culmine fu raggiunto nel 1967 con la dittatura dei colonnelli sostenuta dalla CIA. Una giunta poi collassata nel 1974, dopo la brutale repressione della ribellione giovanile al Politecnico di Atene e dopo il colpo di stato greco a Cipro, che aprì all’invasione militare turca ed all’occupazione di metà dell’isola. In questo contesto storico, un “governo della sinistra” diventa nella coscienza popolare di massa un governo che si richiama politicamente al movimento rivoluzionario partigiano, sconfitto negli anni quaranta. Non a caso nel corso delle rivolte del dicembre 2008 sui muri di Atene è comparso la scritta “Varkiza è finita” (a Varkiza, vicino ad Atene, i partigiani dell’ELAS dopo il tradimento di Stalin, consegnarono le proprie armi all’esercito inglese ed al governo fantoccio della borghesia greca). Non a caso durante la recente campagna elettorale, nonostante la moderazione di Syriza, l’ala destra del governo Samaras ha condotto una feroce campagna anticomunista, usando gli stessi slogan della guerra civile: contro la “sovietizzazione della Greci”, “per la salvezza della madrepatria, della religione e della famiglia”, persino “per la difesa della nostra vittoria del 1949 contro i banditi comunisti”, mentre i nazisti di Alba dorata si presentavano come “la sola forza capace di sconfiggere i comunisti di Syriza e i marxisti antinazionalisti”. La virulenza di questi slogan è un semplice riflesso dell’acuta polarizzazione in corso in Grecia. Nessuno dovrebbe negare l’importanza, o dimenticare, che Alba Dorata, con i suoi dirigenti in prigione, è diventata la terza forza parlamentare della Grecia, con un programma di guerra civile fascista.
Le elezioni del gennaio 2015 non sono la tappa finale della crisi del sistema borghese, ma al contrario aprono una nuova fase di crescente ed inesorabile intensificazione del conflitto. Una nuova fase determinata dalla crescente crisi capitalista, che precipita verso uno scontro storico tra il mondo del lavoro e i settori poveri contro le classi dirigenti greche e internazionali, contro le forze della repressione. Nonostante la grande vittoria che è stata regalata a Syriza dallo spostamento di massa a sinistra, i gruppi dirigenti di questo stesso partito si stanno spostando a destra: hanno formato un governo di coalizione, di collaborazione di classe in stile “fronte popolare”, con gli “indipendenti greci- ANEL”, un partito nazionalista e borghese di estrema destra, contro gli immigrati, antisemita, islamofobico, turcofobico, omofobico, oscurantista religioso. Per di più Syriza ha offerto a questo partito, oltre ad altri posti di governo, il Ministero della Forze Armate, che è stato assunto direttamente dal leader di ANEL Panos Kammenos, un notorio antisemita e sciovinista, un amico stretto degli armatori greci e del suo compare Nigel Farage, leader dell’estrema destra anti immigrati dell’UKIP. Inevitabilmente sono emersi i ricordi del Cile del 1973, della nomina di Pinochet nello stesso ruolo di governo da parte di Allende.
Per giustificare questa scelta sono stati avanzati degli argomenti semplicemente falsi: in particolare quello della mancanza di due seggi per ottenere la maggioranza assoluta in Parlamento. Questa alleanza è stata infatti supposta come indispensabile per formare un governo, dato il rifiuto ostinato di qualsiasi sostegno da parte del KKE stalinista, considerando l’accordo con ANEL un “danno minore” rispetto a quello con il “finto” Potami (“il fiume”: un partito artificialmente costruito da un grande padrone borghese di mass media, unendo alcuni resti di centro sinistra con un’ala neoliberale più di destra). In realtà Syriza potrebbe mettere di nuovo pressione al KKE per formare una coalizione (alla luce dei risultati elettorali, ndt), in un contesto diverso e molto più significativo rispetto a quello del 2012. E in ogni caso potrebbe mettere i dirigenti stalinisti di questo partito in una posizione molto difficile di fronte ai propri sostenitori, avanzando questa proposta. La scelta tra Potami e ANEL è una scelta tra la peste ed il colera. Ma anche senza il KKE, da un punto di vista formale Syriza avrebbe potuto costituire un governo di minoranza, basato sui suoi 149 seggi, che avrebbe potuto stare in piedi se altri partiti si fossero assentati al momento del voto o si fossero astenuti, dandogli sostanzialmente “un voto di tolleranza”. In caso contrario, se avessero votato contro un governo di minoranza di Syriza, si sarebbe potuto indicare questi partiti come i responsabili di nuove elezioni che nessuno vuole. E’ ovvio che la coalizione Syriza-ANEL è il frutto di una decisione assunta prima delle elezioni (Kammenos non ha fatto nessuno sforzo per nasconderlo): è stata annunciata in tutta fretta durante la stessa notte delle elezioni, senza neanche cercare formalmente altre opzioni, oltretutto alla spalle dello stesso partito e dei suoi sostenitori. Il principale argomento per giustificare questa fretta è stato che “Syriza doveva formare immediatamente una coalizione con le forze (borghesi) patriottiche e contro l’austerità, per aver una solida base nei suoi negoziati con la Ue, estremamente difficili, dal momento che i programmi di salvataggio scadono il 28 febbraio”.
Questa strategia di “fronte nazionale contro l’austerità”, al di sopra delle classi, si contrappone frontalmente alla prospettiva di una lotta di classe internazionalista, per il potere dei lavoratori e delle lavoratrici, per costruire una via d’uscita socialista dalla bancarotta del capitalismo determinata dalla crisi in Grecia ed in Europa. Questa linea di Syriza per giustificare la collaborazione di classe con dei nazionalisti reazionari non solo è insostenibile, ma è anche controproducente. Nel confronto inevitabile con gli imperialisti della Unione europea e con gli usurai internazionali, ogni possibilità di una reale difesa degli interessi popolari e dei lavoratori è compromessa dal loro rifiuto di una qualsiasi tregua sociale. L’alleanza con delle forze borghesi, per individuare una “soluzione capitalista nazionale”, è impraticabile nel quadro di una depressione capitalista mondiale senza precedenti: non serve a sconfiggere la stretta dei predatori imperialisti, ma al contrario distrugge le forze emergenti della rivoluzione socialista in Grecia e in Europa. Bruxelles, Berlino e Washington lo sanno molto bene.
Syriza cerca quindi un compresso che è sostanzialmente impraticabile. Per sopravvivere come governo deve rispondere alle aspettative popolari, e quindi contrastare l’austerità; ma questo significa scontrarsi contro le politiche imposte dalla Ue e dalla Germania. Combattere l’austerità significa trovare un sollievo dal peso dell’insostenibile debito greco, e allo stesso tempo evitare le conseguenze di una “Grexit” (uscita della Grecia dall’euro, ndt). Syriza cerca quindi un accordo con un Unione europea ostile, ma spaventata, sperando di conquistare uno spazio di rinegoziazione internazionale grazie al fallimento sino ad oggi delle politiche di austerità nel determinare una ripresa e superare la crisi.
Il nuovo governo greco ha iniziato il suo mandato dichiarando che i lavoratori e le lavoratrici del settore pubblico che erano stati licenziati saranno riassunti, che le privatizzazioni dei porti e delle compagnie elettriche saranno cancellate. Nel contempo il fiammeggiante ministro delle Finanze Yanis Varoufakis ha sfidato apertamente i leader dell’Eurogruppo, rigettando l’estensione del Memorandum e ogni ritorno dell’odiata Troika. Il popolo greco è stato deliziato da questi primi annunci, ma non Berlino o Bruxelles. Dall’altra parte dell’oceano, significativamente, Obama ha telefonato al nuovo Primo ministro Tsipras per congratularsi con lui ed esprimergli la sua opposizione all’… austerità!
Mentre Varoufakis sta facendo il suo giro tra le capitali europee, ribadendo che non sta cercando la rissa ma che intende costruire un percorso di confronto e discussione, lo scontro è già iniziato. Berlino ha espresso apertamente la sua ostilità a qualunque cambiamento. La BCE ha i mezzi per fermare i finanziamenti alle banche greche e provocare il loro collasso, a partire da marzo. George Osborne, il ministro delle finanze inglese, dopo la sua discussione con Varoufakis ha sottolineato che “uno stallo tra la Grecia e la zona euro è il principale rischio per l’economia mondiale” (Financial Times 2/2/2015). Il Wall Street Journal ha riportato la stessa preoccupazione.
Le paure delle classi dirigenti nell’occidente imperialista sono state aggravate dai primi problemi sollevati dal nuovo governo greco sull’annuncio dell’Unione Europea di un accordo “unanime” sulle nuove sanzioni contro la Russia, che è stata incolpata della nuova escalation della guerra civile in corso nel sud est dell’Ucraina. Ma poi il governo Tsipras ha chiarito che è stato messo in discussione il procedimento, il fatto che non è stato consultato, e non l’essenza della questione (le sanzioni). Successivamente il nuovo ministro degli esteri Nikos Kotzias ha firmato il documento della UE che estende le sanzioni contro la Russia sino a settembre 2015. Questo personaggio è un opportunista, che ha iniziato la sua carriera come sacerdote dell’ortodossia stalinista nel KKE, è saltato successivamente nel PASOK diventando intimo consigliere di George Papandreou, prima di assumere l’attuale carica nel governo corrente. Firmando, ha espresso il seguente commento servile: “Io non sono una marionetta dei russi. Noi non siamo contro ogni sanzione. Noi siamo con l’opinione maggioritaria (We are in the mainstream), non siamo quelli cattivi” (Mail On Line, 31/1/2015).
Da un certo punto di vista, il nuovo governo Syriza-ANEL potrebbe essere visto come una formazione di transizione che combina tutte le contraddizioni della società greca nell’attuale fase della crisi mondiale. Prima o poi, e più prima che poi, queste contraddizioni esploderanno. Questo governo infatti mostra alcune caratteristiche “alla Kerensky”, quelli dei periodi di transizione prima dello scontro di classe decisivo per la conquista del potere.
L’EEK combatte tra le masse su tutti i fronti per preparare, organizzare ed educare l’avanguardia del proletariato per questo scontro tra la rivoluzione e la controrivoluzione. Questa è la ragione sottostante alla nostra scelta di una presentazione indipendente alle scorse elezioni, con una nostra lista ed un nostro programma: costruire un’alternativa rivoluzionaria nella classe lavoratrice senza accodarsi dietro a Syriza, ma neanche senza voltare le spalle alle masse che la seguono. Come piccolo partito rivoluzionario con una grande maggioranza di iscritti disoccupati, ed i restanti con salari e pensioni drasticamente tagliati negli scorsi anni, noi non abbiamo potuto sostenere l’ingente sforzo finanziario che sarebbe stato necessario per presentarsi in tutta la Grecia, a pochi mesi dalla nostra ultima partecipazione alle elezioni Europee del 2014 (in Grecia non è necessario raccogliere alcuna firma per presentarsi alle elezioni, ma è necessario versare all’amministrazione elettorale diverse decine di migliaia di euro, ndt). Così ci siamo limitati a presentare nostri candidati in 25 circoscrizioni sulle 56 presenti nel paese. Abbiamo raccolto solamente 2.441 voti, lo 0,04%. La tendenza dominante è stata quella di votare Syriza, per liberarsi della destra, del Memorandum e dell’austerità, del dominio della troika. In un contesto di estrema polarizzazione, con solamente due o tre settimane di campagna elettorale, tutti i nostri compagni e le nostre compagne hanno compiuto uno sforzo eroico, che tutti in Grecia hanno rispettato. Noi abbiamo trovato una calda accoglienza tra le nuove file dei poveri e degli oppressi. La nostra presenza in TV e sulle radio a livello nazionale e locale ha prodotto profonda impressione e dibattiti accesi. La nostra presentazione è anche stata discussa internazionalmente. Non solo abbiamo avuto il supporto dei nostri compagni del CRQI in Argentina, Italia e Turchia (i compagni e le compagne del DIP anche supportando attivamente e direttamente la nostra campagna elettorale, e noi gli siamo grati di questa dimostrazione concreta di internazionalismo), ma anche oltre: dalla Russia all’Ucraina al Portogallo, dagli USA alla Scozia, Inghilterra, Austria, Sud Africa e Australia. L’importanza internazionale di questa battaglia ha attratto l’attenzione dei militanti rivoluzionari in ogni luogo. L’internazionalismo è una delle principali linee di demarcazione del EEK dal riformismo e dal centrismo, in una situazione dove tutte le forme di virulento nazionalismo si sviluppano nuovamente in tutta Europa, come negli anni trenta.
Due battaglie su questo fronte sono state particolarmente importanti. Lo scontro prima delle elezioni con la centrista ANTARSYA, quando la sua maggioranza ha concluso un alleanza con la “sinistra” nazionalista sostenendo il ritorno della dracma e opponendosi all’unificazione socialista dell’Europa. In secondo luogo, passate le elezioni, subito dopo la formazione della coalizione di governo Syriza-ANEL, quando noi abbiamo avanzato la parola d’ordine di transizione: “Via i ministri borghesi dell’estrema destra nazionalista; per un governo della sinistra Syriza-KKE, basato sulle organizzazioni della classe operaia e con un programma socialista per uscire dalla crisi”. Il nostro appello ha trovato un grande riconoscimento tra i sostenitori di Syriza ed anche nelle fila del KKE che rimane dominato da un settarismo burocratico e cieco ai cambiamenti della situazione. Il principale quotidiano serale che sostiene Syriza, Efimerida twn Syntaktwn, ha pubblicato con rilevanza, nelle sue pagine centrali, il nostro appello contro la collaborazione di classe di Syriza con il partito nazionalista di estrema destra ANEL (28/1/15). Combattendo sia la cecità settaria sia l’adattamento opportunista del nuovo governo, noi intendiamo intervenire nella lotta di classe il nostro programma che include diverse richieste transitorie: la cancellazione del debito, la conclusione delle politiche di austerità e della disoccupazione, la rottura con gli imperialisti dell’Unione europea, degli Stati Uniti e della NATO; per il pane, il lavoro, la libertà, la salute, l’educazione; per restituirci la vita che ci hanno rubato, a noi, il popolo. Per questo, noi intendiamo sviluppare i nostri rappporti con le grandi masse che stanno entrando ora, con rinnovate speranze e coraggio, nell’arena della lotta in cui si deciderà il loro destino.

FONTE: http://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=4233