Archivio per la categoria ‘Politica Internazionale’

“lavorato per 13 anni nell’alta ristorazione: ho fatto il cameriere, il sommelier, il cuoco. Mi sono avvicinato alla causa curda – ricordava Orsetti – perché mi convincevano gli ideali che la ispirano, vogliono costruire una società più giusta e più equa. L’emancipazione della donna, la cooperazione sociale, l’ecologia sociale e, naturalmente, la democrazia. Per questi ideali sarei stato pronto a combattere anche altrove, in altri contesti. Poi è scoppiato il caos ad Afrin e ho deciso di venire qui per aiutare la popolazione civile a difendersi … Io non ho nessuna remora morale, sto facendo la cosa giusta, sono a posto con la mia coscienza. Siamo qua e qua resteremo fino all’ultimo. Un po’ perché non c’è nient’altro da fare, un po’ perché è la cosa giusta da fare. Combattiamo”. Lorenzo Orsetti (da un’intervista rilasciata al Corriere Fiorentino)

Ciao, se state leggendo questo messaggio è segno che non sono più a questo mondo.
Beh non rattristatevi più di tanto, mi sta bene così; non ho rimpianti, sono morto facendo quello che ritenevo più giusto, difendendo i più deboli e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, uguaglianza e libertà. Quindi nonostante questa prematura dipartita, la mia vita resta comunque un successo e sono quasi certo che me ne sono andato con il sorriso sulle labbra. Non avrei potuto chiedere di meglio.
Vi auguro tutto il bene possibile e spero che anche voi un giorno (se non l’avete già fatto) decidiate di dare la vita per il prossimo, perché solo così si cambia il mondo. Solo sconfiggendo l’individualismo e l’egoismo in ciascuno di noi si può fare la differenza. Sono tempi difficili, lo so, ma non cedete alla rassegnazione, non abbandonate la speranza; mai! neppure un attimo.
Anche quando tutto sembra perduto, e i mali che affliggono l’uomo e la terra sembrano insormontabili, cercate di trovare la forza, di infonderla nei vostri compagni.
È proprio nei momenti più bui che la vostra luce serve.
E ricordate sempre che ‘ogni tempesta comincia con una singola goccia’. Cercate di essere voi quella goccia.
Vi amo tutti spero farete tesoro di queste parole. Serkeftin!
Orso,
Tekoser,
Lorenzo

Lorenzo Orsetti, detto Orso, “”, 33 anni di Firenze , combattente internazionale delle YPG è caduto durante uno scontro a fuoco in un’imboscata tesa dai miliziani di Daesh nella zona di Baghuz, nel nord-est della Siria dove le forze rivoluzionarie stanno completando l’annientamento dell’Isis.
(La lettera è stata pubblicata da Claudio Locatelli, gestore della pagina Facebook “Il giornalista combattente” https://www.facebook.com/Claudio-Locatelli-Il-giornalista-combattente-1918536748367010/)

L’intero mondo, intorno a me, esplose e il mio piccolo mondo mi crollò addosso. Non dovevo aspettare che la TV raccontasse la storia perché ora era davanti al mio uscio. Belfast bruciava … (Bobby Sands)

Belfast ti accoglie con il fascino di Cary Grant. Ti invita ammiccante e scanzonata nel traffico cittadino e dello shopping, ti mostra i suoi gioielli: il verde delle colline e in lontananza i cantieri nautici, dove fu costruito il Titanic, orgoglio e rammarico di questa terra. Ti sorride, ma sotto il vestito impeccabile della moderna City, che ha dato i natali a Van Morrison e a George Best, si nascondono ancora le cicatrici di un conflitto … Belfast non si visita, a Belfast si fa esperienza.
Belfast è una delle quattro “B” (con Beirut, Baghdad e Bosnia) che, in tempi non lontani, ai viaggiatori era consigliato di evitare.
Belfast è una guerra che da oltre trent’anni continua a segnare i destini del Nord Irlanda e che prosegue anche oggi, seppur in maniera subdola e silenziosa, come fuoco sotto la cenere.
Per definirla sono state usati termini come “cattolici” e “protestanti”, nel tentativo (riuscito) di ridurre ad una natura settaria un conflitto, le cui radici affondano invece nel colonialismo, nel prevalere del più forte sul più debole, nelle lotte per i diritti civili.
È concettualmente difficile immaginarsi il colonialismo come qualcosa che può essere contestualizzato nel proprio continente: le colonizzazioni, infatti, sono sempre intese come un movimento, che si sviluppa secondo direttrici che portano i popoli europei ad occupare terre lontane; ma se proviamo a immaginarci che colonizzatori e colonizzati si trovino a meno di 400km di distanza gli uni dagli altri allora ecco la storia della Gran Bretagna e dell’Irlanda del Nord.
Quelle radici partono già dal XVII secolo e tutto è iniziato, sin da subito, come una guerra anti-coloniale e non come un conflitto di religioni: durante il regno di Giacomo I, tutti i possedimenti dei regnanti irlandesi, delle potenti dinastie O’Neill ed O’Donnell, così come di coloro che li avevano supportati, furono confiscate e riassegnate ai nuovi coloni/colonizzatori. I “governatori britannici”, così venivano chiamati i colonizzatori, che erano in gran maggioranza inglesi e scozzesi. Le terre espropriate raggiungevano la ragguardevole cifra di circa duemila chilometri quadrati. Gli insediamenti di coloni Inglesi in suolo irlandese si chiamarono Plantations e la Plantation of Ulster fu la maggiore di tutte. Lo scopo di tale operazione fu di prevenire ogni successiva ribellione, dato che il Nord era stata l’area dell’isola irlandese, che più aveva contrastato il dominio inglese nel secolo precedente.
Belfast è “The Troubles”: qualcuno continua a chiamarli disordini quei 30 anni di guerra tra protestanti e cattolici, un modo per definirla una guerra a bassa intensità, nonostante vi siano morte 3.700 persone di entrambe le parti, con una media agghiacciante di due morti a settimana. Agli inizi degli anni ’60, Belfast era una città fantasma, dove si poteva morire per poco; per il semplice fatto di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Una violenza cieca che poteva, davvero, colpire chiunque. Uno dei luoghi chiave degli scontri fu Bombay Street. I troubles esplosero proprio qui, nel 1969, quando le squadre degli lealisti attaccarono e distrussero le case degli indipendentisti. In questi vicoli segnati oggi da un reticolato alto nove metri, ogni pietra ricorda come ogni casa si trasformò allora in una trincea.
Le forze paramilitari lealiste, con la complicità dell’esercito inglese, attaccavano in modo sistematico non solo i membri dell’IRA, ma anche semplici cittadini colpevoli solo di essere cattolici o repubblicani. In particolare, a metà anni Settanta, divenne noto il gruppo degli “Shankill Butchers” – I Macellai di Shankill – un’unità dell’UVF (Ulster Volunteer Force )di Shankill Road che, sotto la guida del famigerato Lenny Murphy (in seguito ucciso dall’IRA), rapiva e uccideva cittadini cattolici tagliando loro la gola dopo averli orribilmente torturati e mutilati. Alla violenza settaria degli estremisti protestanti rispondeva l’IRA, i cui militanti, in quegli anni, ingaggiavano quasi tutti i giorni scontri a fuoco contro l’esercito britannico nelle strade di Belfast e Derry e colpivano i loro cosiddetti «obiettivi economici» con bombe. Nell’insieme, oltre 1.500 persone furono uccise per violenza politica e religiosa a Belfast tra il 1969 e il 2001.
Belfast è 40 anni di Muri. Il primo muro fu costruito a soli otto anni dalla costruzione di quello di Berlino. I muri sono parte integrante della città, uno dei suoi simboli; si ergono immutati i muri, parenti stretti di quelli di Gaza e della Cisgiordania; muri di campi di concentramento, coperti di graffiti in onore dei lealisti incappucciati dell’Ulster o dei martiri repubblicani dell’Ira.
Così come tendiamo a proiettare lontano da noi il colonialismo, allo stesso modo non ci immaginiamo che una città come Belfast possa essere divisa da un muro e da cancelli. Il muro è quello della pace, (ce ne sono 88 in Irlanda del Nord e il loro compito è di dividere indipendentisti da lealisti: i loro quartieri, le loro chiese, le loro scuole); a West Belfast lungo la “Peace Line”, che si distende per quattro chilometri, ci sono sei cancelli, che si alzano per sei metri, ogni entrata/uscita è composta da due cancelli separati da qualche metro di terra di nessuno, servono a separare Shankill Road, quartiere lealista, da Falls Road, il quartiere a maggioranza repubblicana e indipendentista: Il cancello attraverso il quale siamo passati noi, chiude ogni sera alle 19:30, quello da cui siamo tornati in Falls Road chiude invece alle 21:30, sapere che ogni maledetta notte si attua questo coprifuoco ci riempie di una rabbia sorda e ringhiante.
Belfast è il taxi nero, che ci trasporta lungo la Peace line, cupe cancellate alte fino a dieci metri, meta di un turismo della memoria, di cui anche noi oggi facciamo parte, con la volontà di entrare dentro questo pezzo di storia, così recente da non essere studiata, così imbarazzante da non essere insegnata, così importante da non poter essere ignorata.
Durante i Troubles, era stata vietata la circolazione dei classici bus nella zona indipendentista, dopo che alcuni combattenti li avevano usati come barricate bloccando le strade, facendone veri e propri posti di blocco dietro cui nascondersi dai proiettili dalle forze dell’ordine e lanciare pietre; gli abitanti di quelle strade sarebbero stati costretti a prendere il bus nella zona lealista, correndo gravi pericoli, fu così che decisero di acquistare alcuni black taxi, che divennero l’unico mezzo di trasporto collettivo per tornare a casa dal centro (omologati per sei passeggeri, ne trasportavano fino a 12). Il sorriso triste ma allo stesso tempo orgoglioso di Paul, il nostro tassista, mentre ci mostra il lasciapassare blu del suo taxi, sopravvissuto ai Troubles, e ci racconta dei rischi che gli autisti correvano mentre accompagnavano a casa i lavoratori è coinvolgente al punto da essere straziante.
Belfast è il miglio verde della collina di Crumlin Road. La prigione di Crumlin Road (gli irlandesi la chiamano Crumlin Road Gaol) fu costruita in epoca vittoriana, progettata per essere un vero simbolo di potere ed ordine. È un luogo in cui il dolore e le sofferenze inflitti hanno tolto il fiato alla libertà e alla felicità. Nei suoi 150 di attività ha visto tra le sue mura assassini, ladri e poveracci, bambini e malati mentali. Negli anni ’70 e ’80 si è riempita di prigionieri legati ai Troubles, ma anche di persone trascinate in carcere da sospetti e dicerie. Nel Crum furono impiccate 17 persone, 15 delle quali sepolte in tombe anonime fra le sue mura.
Belfast È la lotta per conservare lo status di prigioniero politico nelle prigioni di Long Kesh e di Maze, dentro ai famigerati blocchi H, contro la strategia di criminalizzazione del movimento repubblicano, attuata dal governo britannico, che mirava a presentare i detenuti repubblicani dell’IRA e dell’INLA come dei criminali comuni privi di qualsiasi motivazione politica.
Nel 1976 i detenuti repubblicani, che furono trasferiti negli H-Blocks e ai quali fu imposto di indossare l’uniforme carceraria prevista per i criminali comuni, si opposero a questo nuovo regime e, rifiutandosi di indossare la divisa, si coprirono solo con una coperta, dando vita alla blanket protest, affrontando i rigori del freddo e il divieto ad incontrare i familiari (senza divisa non era permesso accedere alle visite dall’esterno); nel 1978, per protestare contro la brutalità dei secondini, che li assalivano quando si recavano ai bagni, i prigionieri si rifiutarono di svuotare i propri buglioli, spalmando i propri escrementi sui muri delle celle e buttando l’urina sotto la fessura delle porte, dando inizio così alla dirty protest; quando, nonostante le pressioni provenienti da molti ambienti europei e di oltre atlantico, il governo britannico guidato da Margaret Thatcher si rifiutò ostinatamente di arrivare ad un qualsiasi compromesso con i detenuti, dopo più di 4 anni vissuti nudi con solo una coperta addosso e in mezzo ai propri escrementi, questi decisero di risolvere la questione drasticamente e annunciarono uno sciopero della fame. Il 27 ottobre cominciarono lo sciopero che durò fino al 18 dicembre quando, dopo 53 giorni di digiuno, ormai in fin di vita, decisero terminare lo sciopero sulla base di un confuso documento fatto arrivare attraverso intermediari dal governo britannico.
Nel 1981; i prigionieri decisero di cominciare un nuovo sciopero della fame, avanzando cinque richieste, che divennero note come Five Demands tese a sottolineare lo stato di prigioniero politico:
– Diritto di indossare i propri vestiti e non la divisa carceraria.
– Diritto di non svolgere il lavoro carcerario.
– Diritto di libera associazione con gli altri detenuti durante le ore d’aria.
– Diritto di avere reintegrata la remissione di metà della pena, (che avevano perduto in conseguenza delle proteste).
– Diritto di ricevere pacchi settimanali, posta e di poter usufruire di attività ricreative.
A differenza del primo sciopero della fame non avrebbero cominciato il digiuno in gruppo ma singolarmente, a intervalli regolari, per prolungare l’impatto sull’opinione pubblica e per mantenere alta la pressione sul governo britannico.
Il primo a rifiutare il cibo, il 1º marzo 1981, fu Bobby Sands, seguito, il 15 marzo da Francis Hughes, e una settimana dopo da Raymond McCreesh e da Patsy O’Hara. Sands morì il 5 maggio 1981, dopo 66 giorni di digiuno e fu sostituito nel digiuno da Joe McDonnell. Il 12 maggio morì Francis Hughes e il 21 maggio, morirono a poche ore di distanza l’uno dall’altro McCreesh e O’Hara; Tutti furono sostituiti da altri detenuti. Al dolore delle famiglie di aver perso i loro cari, si aggiunse la rabbia nel momento in cui gli vennero restituiti i corpi, che presentavano i segni di percosse ricevute quando erano già privi di vita.
Belfast è Brendan Hughes, Tommy McKearney, Sean McKenna, Leo Green, Raymond McCartney, Tom McFeeley, John Nixon, Mairéad Farrell, Mary Doyle e Mairéad Nugent.
Belfast è Bobby Sands, Francis Hughes, Raymond McCreesh, Patsy O’Hara, Joe McDonnell, Martin Hurson, Kevin Lynch, Kieran Doherty, Thomas McElwee, Mickey Devine.
Belfast è ogni uomo e ogni donna che, in qualsiasi parte del mondo, ha messo la propria vita in secondo piano rispetto alla lotta per la libertà.
Belfast è una città duplice e doppia, come lo era Berlino un tempo. Una città che divide coscienze politiche e opinioni morali. Odio, scontri, lotte dure sono meno visibili oggi, rispetto agli anni 70’ e 80’, gli anni di Bobby Sands e dei suoi compagni di lotta, gli anni in cui un Bono meno corrotto (o forse meno sputtanato?) cantava “How long, How long must we sing that song”. Eppure uscendo dalla stazione di Belfast, oggi 23 febbraio 2019, i miei occhi hanno visto quella città tanto letta e tanto vista nei film: hanno visto le scuole avvolte nel filo spinato con le entrate divise tra ragazze e ragazzi, i blindati e gli elicotteri che in quegli anni infestavano la città. Hanno visto una città che non c’è più, perché da allora, Belfast si è frammentata sempre di più, anno dopo anno, seguendo il tracciato dei cingolati militari. Ogni volta la città ha cambiato la sua morfologia, prendendo la forma di un labirinto che, come un tubo flessibile, modifica il suo percorso.
Fino ad una quindicina di anni fa, in Falls Road era pericoloso anche solamente camminare, perché gli “squadroni della morte” protestanti sceglievano le vittime a caso, fra i passanti, spesso sparando da auto in corsa. Oggi è un luogo più tranquillo, un museo a cielo aperto, dove però le auto della polizia sono ancora Land Rover blindati … dove abbattere i muri fa ancora paura e dove, al calar del buio, le auto non vanno più da una parte all’altra. Chi si chiama Patrick resterà a Falls road, chi George a Shankill road.
Belfast è la città che ha dato i natali a George Best e in cui, nel 2010, il Belfast City Council , come parte del progetto Peace III per contrastare il settarismo, aveva pagato 1.500 sterline dei contribuenti per i materiali da utilizzare in un murales in memoria di George Best nella zona protestante.
Belfast è la città in cui una domenica di settembre del 2013 (nel 50° anniversario della prima partita di George Best con il Manchester United), quel murales scomparve, per essere definitivamente sostituito da un paramilitare armato dell’UVF; accanto al bandito incappucciato spicca con macabro cinismo la citazione di Martin Luther King che recita: “La libertà non è mai concessa liberamente dall’oppressore, deve essere richiesta dagli oppressi”.
Belfast è il raggio di sole che disegna arabeschi tra le nuvole del cielo d’Irlanda in un sabato di febbraio. Belfast è il mio compleanno in questo 2019

 

“Ora mi trovo nel Blocco H, dove mi rifiuto di cambiare per adeguarmi a coloro che mi opprimono, mi torturano, mi tengono prigioniero e vogliono disumanizzarmi. Al pari dell’allodola non ho alcun bisogno di cambiare. È la mia ideologia politica e i miei principi che i miei carcerieri vogliono mutare. Hanno distrutto il mio corpo e attentato alla mia dignità. Se fossi un prigioniero comune mi presterebbero pochissima, o addirittura nessuna attenzione, ben sapendo che mi conformerei ai loro capricci istituzionali. Ho perso oltre due anni di condono. Non me ne importa nulla. Sono stato privato dei miei vestiti e rinchiuso in una cella fetida e vuota, dove mi hanno fatto patire la fame, picchiato e torturato. Come l’allodola, anch’io ho paura che alla fine possano uccidermi. Ma, oso dirlo, allo stesso modo della mia piccola amica possiedo lo spirito di libertà, che non può essere soppresso neppure con il più orrendo dei maltrattamenti. Certamente posso essere ucciso, ma, fintantoché rimango vivo, resto quel che sono, un prigioniero politico di guerra, e nessuno può cambiare questo.“

(Bobby Sands)

fidel-castro-glassesHASTA SIEMPRE FIDEL!(Cellula PCL Michelin)

Non sono serviti 638 attentati per uccidere Fidel Castro Ruz, il lider maximo, comandante in capo della Rivoluzione Cubana, si è spento oggi (alla faccia loro), a 90 anni nel suo letto, circondato dalla sua gente nella sua isola.
Sue non perché di proprietà, sue perché ne ha sempre fatto parte, ed esse in lui si sono sempre riconosciute.

Fidel era l’ultimo grande rivoluzionario, non testimone ma protagonista della rivoluzione anti imperialista, quella che ancora oggi fa una paura tremenda a tutto il capitalismo mondiale, che in tutti questi anni ha fatto di tutto per confinarla e distruggerla.
Fidel è morto con l’embargo imperiale ancora in atto, il vero killer del popolo cubano, ma presentato con il volto della democrazia più bella del mondo.
Fidel è morto, senza chinare mai la testa, dopo che sono passati 10 presidenti yankee che non si sono mai sognati di allentare la morsa su quella piccola isola che resiste, anzi ci hanno persino costruito la prigione più infame della storia, Guantanamo, per ostentare il proprio credo.

Ora non è il tempo di fare le pulci a Fidel e a Cuba, non è proprio il momento, verranno giorni più adatti. Oggi va celebrato il rivoluzionario, quello vero, quello che la storia ha già assolto, perché ne fa parte, a differenza dei giornalisti come Saviano che ormai scrivono un libro come se fosse il cinepanettone di Boldi e De Sica. Ma si sa: quando un Leone muore gli sciacalli vanno sempre a banchettare sul suo cadavere. Ma lui resta un Leone e loro restano degli sciacalli.

Troviamo adatte le parole di Eduardo Galeano per parlare oggi di Fidel, per salutarlo con tutto l’onore e il rispetto che merita, con quel motto che ha fatto battere e che continua a far battere milioni di cuori all’unisono, alzando un pugno chiuso al cielo: Hasta Siempre Comandate!


Eduardo Galeano,”Specchi”

I suoi nemici dicono che è stato un re senza corona e che ha confuso l’unità con l’unanimità.E in questo i suoi nemici hanno ragione.
I suoi nemici dicono che se Napoleone avesse avuto un giornale come il “Gramma”, nessun francese sarebbe stato messo al corrente del disastro di Waterloo.
E in questo i suoi nemici hanno ragionen
I suoi nemici dicono che esercitò il potere parlando molto e ascoltando poco, perchè era più abituato agli echi che alle voci.
E in questo i suoi nemici hanno ragione.
Però i suoi nemici non dicono che non fu per posare davanti alla Storia che mise il petto di fronte ai proiettili quando venne l’invasione,
che affrontò gli uragani da uguale a uguale, da uragano a uragano, che sopravvisse a seicento trentasette attentati, che la sua contagiosa energia fu decisiva per convertire una colonia in una patria e che non fu nè per un artificio del Demonio nè per un miracolo di Dio che questa nuova patria ha potuto sopravvivere a dieci presidenti degli Stati Uniti, che avevano il tovagliolo al collo per mangiarla con coltello e forchetta.
E i suoi nemici non dicono che Cuba è uno dei pochi paesi che non compete per la Coppa del Mondo dello Zerbino.
E non dicono che questa rivoluzione, cresciuta nel castigo, è quello che ha potuto essere e non quello che avrebbe voluto essere. Nè dicono che in gran parte il muro tra il desiderio e la realtà si fece sempre più alto e più largo grazie al blocco imperiale, che affogò lo sviluppo della democrazia cubana, obbligò la militarizzazione della società e concesse la burocrazia, che per ogni soluzione tiene un problema, l’alibi per giustificarsi e perpetuarsi.
E non dicono che considerando tutte le afflizioni, considerando le aggressioni esterne e l’arbitrarietà interna, questa isola rassegnata però testardamente allegra ha generato la società latino-americana meno ingiusta.
E i suoi nemici non dicono che questa impresa fu opera del sacrificio del suo popolo, però anche fu opera dell’ostinata volontà e dell’antiquato senso dell’onore di questo cavaliere che sempre combattè per i vinti, come quel suo famoso collega dei campi di Castilla.

Un compagno ha rispolverato un mio vecchio articolo, scritto nell’estate del 2012 in occasione della marcia dei minatori in Spagna; rileggerlo mi è piaciuto e mi è venuta voglia di pubblicarlo. L’evento è passato ma i sentimenti sono sempre validi e la voglia di combattere pure.

“E se vale la pena rischiare, io mi gioco anche l’ultimo frammento di cuore” [Che Guevara] 
Hanno camminato per 19 giorni. La marcia dei minatori delle Asturie, di Aragona, Castilla y Leon, Castilla-La Mancha e Andalusia, iniziata ai primi di giugno per combattere la chiusura delle miniere di carbone, unica fonte di reddito per tutta quella zona del paese è giunta oggi in piena notte a Madrid, la capitale del potere politico ed economico spagnolo.
I mineros, stanno combattendo contro un taglio del 63% degli aiuti al settore, un piano killer del governo che diminuirà il finanziamento da 310 a 111 milioni, disattendendo all’accordo strategico precedente firmato tra sindacato e padronato.
Un vero e proprio attentato al lavoro di migliaia e migliaia di persone, tra miniere e indotto, che stanno difendendo a denti stretti il loro futuro.
Sono arrivati a Madrid accolti da una grande ovazione in una piazza piena di migliaia di persone, che li hanno abbracciati in un immenso corteo. La manifestazione è stata relativamente calma fino al Paseo de la Castellana, la grande strada del centro città dove si trova la sede del ministero dell’industria.
Qui sono iniziati i primi scontri, cariche e sassaiole, seguiti immediatamente dall’utilizzo dei proiettili di gomma da parte della polizia antisommossa. Si parla già di oltre 50 manifestanti feriti e di 8 arresti.
La repressione spagnola tenta così di mortificare la lotta dei minatori, che più che una battaglia in difesa del proprio posto di lavoro e del proprio salario sta assumendo sempre più chiaramente le forme dell’insurrezione.
Una di quelle insurrezioni che non si fermano davanti a nulla e che si combattono usando qualsiasi mezzo a disposizione; dall’impiego sistematico e continuo dei blocchi stradali con barricate, che in Spagna vanno avanti da settimane, agli scontri feroci con gli apparati speciali delle forze di polizia, che da oltre un mese militarizzano le regioni ad altra concentrazione mineraria.
La contrapposizione tra lavoratori e reparti speciali della Guardia Civil alza il tiro giorno dopo giorno, con una rabbia e una determinazione a noi ormai sconosciute. Ed è proprio questa determinazione, questa capacità di combattere senza indugi, e soprattutto il fatto che minatori delle Asturie stiano indicando la strada a tutti i lavoratori (non solo della Spagna, ma di tutti i Paesi d’Europa) che lo stato spagnolo, tramite i suoi scagnozzi vuole reprimere con il terrore, attraverso i pestaggi e le pallottole di gomma sparate ad altezza uomo, attraverso le violenze perpetrate nelle caserme, nei blindati e nei luoghi di detenzione.
Inoltre, ad aumentare la preoccupazione dei governanti c’è la grande solidarietà diffusa in tutta la provincia autonoma della Spagna settentrionale, area ricca di giacimenti e impianti di estrazione mineraria.
Gli abitanti delle Asturie e di León e Aragona, malgrado i grossi disagi (pensiamo alle autostrade, che vengono ripetutamente bloccate, con code e rallentamenti che da mesi ormai hanno variato tempi e spostamenti), si son sempre rivelati solidali ed uniti alla lotta dei minatori.
Lo dimostra il fatto che sono numerosissimi i fermi e gli arresti di persone che appartengono a tutt’altre categorie: dai dipendenti pubblici, ai metalmeccanici, dai pensionati, agli studenti.
Questa è la prima vittoria dei mineros, e questa è la lezione che noi (tutti noi, non solo in Italia ma in tutt’Europa) dobbiamo imparare dalla Spagna: la lotta prolungata ad oltranza e radicale contro i governi criminali che ci stanno rubando la vita, e la solidarietà reale e fattiva senza cedimenti di tutte le categorie.
Questa è del resto l’unica vera arma contro le classi dominanti di tutta Europa.
Trotsky disse: “Se il capitalismo è incapace di soddisfare le rivendicazioni che inevitabilmente sorgono dai disastri che esso stesso genera, allora che perisca!” ebbene è giunta l’ora di farlo perire, di giocarci anche l’ultimo frammento di cuore!
PIENA SOLIDARIETÀ AI MINATORI IN LOTTA!

no-bordersDa venerdì sera sto tentando di scrivere proposito dell’attacco a Parigi, tento ma non ci riesco. Parigi è anche casa mia, la mia città, quella che mi sono scelta (perchè certe città sono come gli amici, che te li scegli e non te li ritrovi sul groppone come i parenti) e il coinvolgimento mi impedisce di comporre frasi che descrivano ciò che provo in maniera razionale.

Quello di venerdì scorso è stato un atto di guerra, di quella stessa guerra atroce e inutilmente vigliacca che le potenze imperialiste occidentali hanno prodotto con i loro reiterati attacchi militari in Medioriente.

Con le loro missioni di guerra, che chiamano pace, motivate da interessi economici e politiche di potenza, americani ed europei (attraverso la manipolazione di identità ed appartenenze utilizzate come armi nel loro gioco economico), sono stati in grado, in una manciata di decenni di distruggere forze progressiste e tessuti sociali, di annientare resistenze popolari ed aprire così la strada ad un fascismo integralista religioso, che non conosce pietas e, in nome della realizzazione del “Grande Califfato”, porta il suo terrore sanguinario ovunque, dentro e fuori dai confini nazionali.

Ma se la responsabilità di aver prodotto IS e fondamentalismo è facile da attribuire, meno facile è scrivere che tutti noi siamo ugualmente responsabili dei morti di Parigi così come dei morti di Damasco, di Beirut, dei territori occupati della Palestina e di tutti i paesi in questa folle guerra.

Siamo tutti responsabili,  ognuno a modo nostro, con il silenzio, la passiva accettazione della versione fornita dai media, l’incapacità di far capire che non possiamo più stare a guardare ma che dobbiamo ribellarci e combattere insieme la barbarie. Dobbiamo abbattere le frontiere. Dobbiamo deciderci ed agire subito, perché non saranno solo i più di cento morti di Parigi. La guerra ed il terrore portati nel cuore dell’Europa faranno migliaia di altre vittime: tutti coloro che hanno un colore di pelle diverso, un diverso accento sono già e saranno sempre più le vittime di questo terrore. Non moriranno per una pallottola di kalashnikov, ma per la fascistizzazione, la xenofobia, l’intolleranza, le perquisizioni, i posti di blocco, l’odio. Moriranno di esclusione, moriranno di “terrore”. E con loro, inesorabilmente, moriremo tutti noi

 

Non ho voglia di parlare del meschino Tsipras, del bieco riformismo di syriza, nè del referendum in Grecia. Troppe parole sono state spese dietro la questione e le mie sarebbero solo una pallida eco. Ma la sofferenza del popolo greco mi tormenta ogni ora del giorno e sempre più spesso mi tornano in mente le parole del compagno, Savas Metoikidis, un insegnante di 45 anni, da sempre impegnato politicamente, che il 21 aprile 2012 si impiccò a Stavropol come risposta finale alle imposizioni della troika.

Sono parole che Savas scrisse all’inizio della rivolta di Atene nel dicembre 2008, cui seguì, immediatamente dopo, l’assurdo assassinio di Alexis Grigoropoulous per mano della polizia. Il testo era stato pubblicato da Occupied London e poi ripreso e, credo, tradotto da Baruda.

Credo sia giusto, anzi no che sia imprescindibile, rileggerle ora, quando il scemare degli entusiasmi per una rivoluzione che non era mai stata scritta sta lentamente ma inesorabilmente condannando la Grecia ad un nuovo oblio.

“Chi sono dopotutto i teppisti?

Violenza è  lavorare per 40 anni per delle briciole e chiedersi se si riuscirà a smettere
Violenza sono i titoli finanziari, i fondi assicurativi saccheggiati, la truffa in borsa.
Violenza è essere costretti a stipulare un mutuo per una casa che si finisce per pagare come se fosse fatta d’oro.
Violenza è il diritto del tuo capo di licenziare in qualsiasi momento voglia farlo.
Violenza è la disoccupazione, la precarietà, sono i 700 euro al mese con o senza contributi previdenziali.
Violenza sono gli “incidenti” sul lavoro, perché il padrone riduce i costi di gestione a scapito della sicurezza dei lavoratori.
Violenza è  prendere psicofarmaci e vitamine per far fronte agli orari di lavoro
Violenza è essere una donna migrante , è vivere con la paura di essere cacciato dal paese in qualsiasi momento e vivere in una costante insicurezza.
Violenza è l’essere casalinga, lavoratrice e madre allo stesso tempo.
Violenza è quando ti prendono per il culo al lavoro dicendo: ‘dannazione, sorridi, è chiedere troppo?’

Quello che abbiamo vissuto io lo chiamo rivolta.
E proprio come ogni rivolta appare come una prova generale della Guerra Civile, ma puzza di fumo, gas lacrimogeni e sangue.
Non può essere facilmente sfruttata o controllato. Accende le coscienze, si rivela e polarizza le contraddizioni, e promette, almeno, momenti di condivisione e di solidarietà. E traccia i percorsi verso l’emancipazione sociale.
Signore e signori, benvenuti alle metropoli del caos! Installate porte sicure e sistemi di allarme alle vostre case, accendete il televisore e godetevi lo spettacolo. La prossima rivolta sarà ancora più agguerrita, mentre il marciume di questa società si approfondisce … Oppure, potete prendere le strade al fianco dei vostri figli, potete scioperare, potete osare di rivendicare la vita che vi stanno derubando, potete ricordarvi che una volta eravate giovani e volevate cambiare il mondo.

Savas Metoikidis

imagedi Savas Michael-Matsas
3 febbraio 2015

L’Unione Europea e l’Eurozona tornano ad essere l’epicentro della crisi mondiale. L’illusione di un’apparente stabilizzazione dei mercati finanziari, determinata dalla famosa dichiarazione di Draghi del 2012 che la BCE avrebbe fatto “qualunque cosa fosse necessaria” per evitare il collasso dell’Eurozona, si è oggi dissolta. L’economia dell’Eurozona si è avviluppata in un circolo vizioso di recessione, deflazione e indebitamento, prima nella periferia e adesso anche nel suo nocciolo duro. Hanno fallito tutte le manovre e tutte le politiche tentate sino ad ora, basate sull’austerità e su provvedimenti draconiani di taglio della spesa. Il lancio con molto ritardo di un programma di Quantitative Easing da parte della BCE, il 22 gennaio alle vigilia delle elezioni greche, è una manifestazione di questo fallimento. L’espressione politica di questo fallimento è stata la vittoria elettorale di Syriza in Grecia, pochi giorni dopo, che come Philip Stephens giustamente riporta sul Financial Times (29/1/2015) “cristallizza l’impasse che ha paralizzato l’Eurozona”.
Lo stesso giorno delle elezioni greche, il World Economic Forum di Davos, dove si riunisco le èlite capitalistiche, si è concluso sottolineando che “le vicende politiche in Europa rappresentano il più grande rischio per l’economia mondiale”, indicando in particolare Grecia e Ucraina. Il grande shock del ripudio di massa dell’austerità da parte del popolo greco ha pienamente confermato le loro paure.
Dopo cinque anni consecutivi di catastrofe sociale, che hanno ridotto la Grecia ad una nazione di indigenti, usando il loro voto come un’arma milioni di vittime innocenti si sono ribellati contro i loro carnefici. Contro la troika dell’Unione Europea, della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale. Così come contro i sottomessi governi borghesi di Atene. Questi governi infatti hanno imposto misure di cannibalismo sociale, sotto il falso nome di austerità e riforme strutturali: misure che sono state codificate nel “Memorandum” collegato ai “pacchetti di salvataggio” della Grecia proposti da UE e FMI. Tutti i partiti che hanno governato sotto gli ordini della troika sono stati sconfitti, prima di tutto la destra di Nea Demokratia e il centrosinistra neoliberale del PASOK. Alcuni di loro sono stati distrutti o annichiliti: il PASOK, l’estrema destra del LAOS, la Sinistra Democratica e la nuova scissione dal PASOK guidata dal precedente premier George Papandreou, il primo ad introdurre il memorandum nel 2010.
Per la prima volta nella storia della Grecia moderna, un partito di sinistra ha ottenuto un trionfo elettorale: Syriza, una formazione riformista e contro l’austerità. Promettendo di por fine alla miseria, al Memorandum ed alla tirannia della Troika, è stata portata da un massiccio voto popolare a diventare il principale partito greco e quindi al governo.
Meno di tre anni fa, sino alle elezioni del maggio e del giugno 2012, Syriza era un piccolo partito riformista della sinistra moderata, frutto delle divisioni del Partito Comunista greco negli anni sessanta e novanta e dei successivi apporti di piccoli gruppi della sinistra extraparlamentare. Un partito con un base ristretta nella classe lavoratrice, nei sindacati e nelle piccola borghesia, con un ruolo marginale nei movimenti giovanili e studenteschi, che aveva conseguito risultati elettorali intorno al 4 per cento dei voti. Ma nelle elezioni del 2012, è stata catapultata in seconda posizione con il 27% dei voti, diventando l’opposizione ufficiale del governo. Perché?
La devastazione sociale ed i sollevamenti del 2010-2012 hanno determinato una crisi di legittimità ed una disintegrazione del sistema parlamentare borghese, per come questo si è definito dopo la caduta della dittatura militare nel 1974 con l’alternanza di governo tra PASOK e Nea Demokratia. Determinante quindi è stato il contributo delle dimostrazioni di massa, l’occupazione degli edifici pubblici e della piazze (a partire dall’occupazione degli indignati di piazza Syntagma di fronte ad un parlamento oramai discreditato), gli scioperi generali, le assemblee popolari, ma anche la barbarica brutalità della polizia. Nessun partito, incluso Syriza, ha assunto un ruolo di direzione in questi movimenti del 2010-2012. Una settimana prima del 6 maggio 2012, Syriza era data nei sondaggi ancora intorno all’8-10 per cento dei voti: la tendenza principale sembrava esser quella di una disseminazione del voto di protesta in molteplici piccoli partiti, cosiddetti antisistemici. La svolta decisiva si determinò quando nell’ultima fase della campagna elettorale la leadership di Syriza lanciò l’appello “Per un governo della sinistra, per cancellare il memorandum”. Allora molta della rabbia e delle speranze delle persone si rivolse in massa a sinistra, che si delineava come un credibile polo alternativo di potere, consegnando a Syriza questo inaspettato e sbalorditivo successo.
Inaspettata, sebbene su scala minore, fu anche la minacciosa ascesa della neonazista Alba Dorata: da gruppo marginale a forza che entrava per la prima volta in parlamento.
L’appello per un “governo della sinistra” ha avuto un impatto particolare nel contesto storico greco, totalmente differente rispetto a quello degli altri paesi europei, dove spesso sono stati formati governi delle sinistre da partiti socialdemocratici, talvolta anche in coalizione con i partiti comunisti. La Grecia non ha mai conosciuto una socialdemocrazia di massa (il PASOK era un movimento nazionale populista di carattere borghese, successivamente degenerato in una forza neoliberale). Il paese è stato profondamente segnato dall’intervento imperialistico e dalla sanguinosa guerra civile nella seconda metà degli anni quaranta, per sconfiggere la minaccia comunista che usciva dalla resistenza antinazista. Decenni di isteria anticomunista sono seguiti alla guerra civile, con persecuzioni, campi di concentramento, esecuzioni, caccia alle streghe contro qualunque cosa fosse considerato di sinistra. Il culmine fu raggiunto nel 1967 con la dittatura dei colonnelli sostenuta dalla CIA. Una giunta poi collassata nel 1974, dopo la brutale repressione della ribellione giovanile al Politecnico di Atene e dopo il colpo di stato greco a Cipro, che aprì all’invasione militare turca ed all’occupazione di metà dell’isola. In questo contesto storico, un “governo della sinistra” diventa nella coscienza popolare di massa un governo che si richiama politicamente al movimento rivoluzionario partigiano, sconfitto negli anni quaranta. Non a caso nel corso delle rivolte del dicembre 2008 sui muri di Atene è comparso la scritta “Varkiza è finita” (a Varkiza, vicino ad Atene, i partigiani dell’ELAS dopo il tradimento di Stalin, consegnarono le proprie armi all’esercito inglese ed al governo fantoccio della borghesia greca). Non a caso durante la recente campagna elettorale, nonostante la moderazione di Syriza, l’ala destra del governo Samaras ha condotto una feroce campagna anticomunista, usando gli stessi slogan della guerra civile: contro la “sovietizzazione della Greci”, “per la salvezza della madrepatria, della religione e della famiglia”, persino “per la difesa della nostra vittoria del 1949 contro i banditi comunisti”, mentre i nazisti di Alba dorata si presentavano come “la sola forza capace di sconfiggere i comunisti di Syriza e i marxisti antinazionalisti”. La virulenza di questi slogan è un semplice riflesso dell’acuta polarizzazione in corso in Grecia. Nessuno dovrebbe negare l’importanza, o dimenticare, che Alba Dorata, con i suoi dirigenti in prigione, è diventata la terza forza parlamentare della Grecia, con un programma di guerra civile fascista.
Le elezioni del gennaio 2015 non sono la tappa finale della crisi del sistema borghese, ma al contrario aprono una nuova fase di crescente ed inesorabile intensificazione del conflitto. Una nuova fase determinata dalla crescente crisi capitalista, che precipita verso uno scontro storico tra il mondo del lavoro e i settori poveri contro le classi dirigenti greche e internazionali, contro le forze della repressione. Nonostante la grande vittoria che è stata regalata a Syriza dallo spostamento di massa a sinistra, i gruppi dirigenti di questo stesso partito si stanno spostando a destra: hanno formato un governo di coalizione, di collaborazione di classe in stile “fronte popolare”, con gli “indipendenti greci- ANEL”, un partito nazionalista e borghese di estrema destra, contro gli immigrati, antisemita, islamofobico, turcofobico, omofobico, oscurantista religioso. Per di più Syriza ha offerto a questo partito, oltre ad altri posti di governo, il Ministero della Forze Armate, che è stato assunto direttamente dal leader di ANEL Panos Kammenos, un notorio antisemita e sciovinista, un amico stretto degli armatori greci e del suo compare Nigel Farage, leader dell’estrema destra anti immigrati dell’UKIP. Inevitabilmente sono emersi i ricordi del Cile del 1973, della nomina di Pinochet nello stesso ruolo di governo da parte di Allende.
Per giustificare questa scelta sono stati avanzati degli argomenti semplicemente falsi: in particolare quello della mancanza di due seggi per ottenere la maggioranza assoluta in Parlamento. Questa alleanza è stata infatti supposta come indispensabile per formare un governo, dato il rifiuto ostinato di qualsiasi sostegno da parte del KKE stalinista, considerando l’accordo con ANEL un “danno minore” rispetto a quello con il “finto” Potami (“il fiume”: un partito artificialmente costruito da un grande padrone borghese di mass media, unendo alcuni resti di centro sinistra con un’ala neoliberale più di destra). In realtà Syriza potrebbe mettere di nuovo pressione al KKE per formare una coalizione (alla luce dei risultati elettorali, ndt), in un contesto diverso e molto più significativo rispetto a quello del 2012. E in ogni caso potrebbe mettere i dirigenti stalinisti di questo partito in una posizione molto difficile di fronte ai propri sostenitori, avanzando questa proposta. La scelta tra Potami e ANEL è una scelta tra la peste ed il colera. Ma anche senza il KKE, da un punto di vista formale Syriza avrebbe potuto costituire un governo di minoranza, basato sui suoi 149 seggi, che avrebbe potuto stare in piedi se altri partiti si fossero assentati al momento del voto o si fossero astenuti, dandogli sostanzialmente “un voto di tolleranza”. In caso contrario, se avessero votato contro un governo di minoranza di Syriza, si sarebbe potuto indicare questi partiti come i responsabili di nuove elezioni che nessuno vuole. E’ ovvio che la coalizione Syriza-ANEL è il frutto di una decisione assunta prima delle elezioni (Kammenos non ha fatto nessuno sforzo per nasconderlo): è stata annunciata in tutta fretta durante la stessa notte delle elezioni, senza neanche cercare formalmente altre opzioni, oltretutto alla spalle dello stesso partito e dei suoi sostenitori. Il principale argomento per giustificare questa fretta è stato che “Syriza doveva formare immediatamente una coalizione con le forze (borghesi) patriottiche e contro l’austerità, per aver una solida base nei suoi negoziati con la Ue, estremamente difficili, dal momento che i programmi di salvataggio scadono il 28 febbraio”.
Questa strategia di “fronte nazionale contro l’austerità”, al di sopra delle classi, si contrappone frontalmente alla prospettiva di una lotta di classe internazionalista, per il potere dei lavoratori e delle lavoratrici, per costruire una via d’uscita socialista dalla bancarotta del capitalismo determinata dalla crisi in Grecia ed in Europa. Questa linea di Syriza per giustificare la collaborazione di classe con dei nazionalisti reazionari non solo è insostenibile, ma è anche controproducente. Nel confronto inevitabile con gli imperialisti della Unione europea e con gli usurai internazionali, ogni possibilità di una reale difesa degli interessi popolari e dei lavoratori è compromessa dal loro rifiuto di una qualsiasi tregua sociale. L’alleanza con delle forze borghesi, per individuare una “soluzione capitalista nazionale”, è impraticabile nel quadro di una depressione capitalista mondiale senza precedenti: non serve a sconfiggere la stretta dei predatori imperialisti, ma al contrario distrugge le forze emergenti della rivoluzione socialista in Grecia e in Europa. Bruxelles, Berlino e Washington lo sanno molto bene.
Syriza cerca quindi un compresso che è sostanzialmente impraticabile. Per sopravvivere come governo deve rispondere alle aspettative popolari, e quindi contrastare l’austerità; ma questo significa scontrarsi contro le politiche imposte dalla Ue e dalla Germania. Combattere l’austerità significa trovare un sollievo dal peso dell’insostenibile debito greco, e allo stesso tempo evitare le conseguenze di una “Grexit” (uscita della Grecia dall’euro, ndt). Syriza cerca quindi un accordo con un Unione europea ostile, ma spaventata, sperando di conquistare uno spazio di rinegoziazione internazionale grazie al fallimento sino ad oggi delle politiche di austerità nel determinare una ripresa e superare la crisi.
Il nuovo governo greco ha iniziato il suo mandato dichiarando che i lavoratori e le lavoratrici del settore pubblico che erano stati licenziati saranno riassunti, che le privatizzazioni dei porti e delle compagnie elettriche saranno cancellate. Nel contempo il fiammeggiante ministro delle Finanze Yanis Varoufakis ha sfidato apertamente i leader dell’Eurogruppo, rigettando l’estensione del Memorandum e ogni ritorno dell’odiata Troika. Il popolo greco è stato deliziato da questi primi annunci, ma non Berlino o Bruxelles. Dall’altra parte dell’oceano, significativamente, Obama ha telefonato al nuovo Primo ministro Tsipras per congratularsi con lui ed esprimergli la sua opposizione all’… austerità!
Mentre Varoufakis sta facendo il suo giro tra le capitali europee, ribadendo che non sta cercando la rissa ma che intende costruire un percorso di confronto e discussione, lo scontro è già iniziato. Berlino ha espresso apertamente la sua ostilità a qualunque cambiamento. La BCE ha i mezzi per fermare i finanziamenti alle banche greche e provocare il loro collasso, a partire da marzo. George Osborne, il ministro delle finanze inglese, dopo la sua discussione con Varoufakis ha sottolineato che “uno stallo tra la Grecia e la zona euro è il principale rischio per l’economia mondiale” (Financial Times 2/2/2015). Il Wall Street Journal ha riportato la stessa preoccupazione.
Le paure delle classi dirigenti nell’occidente imperialista sono state aggravate dai primi problemi sollevati dal nuovo governo greco sull’annuncio dell’Unione Europea di un accordo “unanime” sulle nuove sanzioni contro la Russia, che è stata incolpata della nuova escalation della guerra civile in corso nel sud est dell’Ucraina. Ma poi il governo Tsipras ha chiarito che è stato messo in discussione il procedimento, il fatto che non è stato consultato, e non l’essenza della questione (le sanzioni). Successivamente il nuovo ministro degli esteri Nikos Kotzias ha firmato il documento della UE che estende le sanzioni contro la Russia sino a settembre 2015. Questo personaggio è un opportunista, che ha iniziato la sua carriera come sacerdote dell’ortodossia stalinista nel KKE, è saltato successivamente nel PASOK diventando intimo consigliere di George Papandreou, prima di assumere l’attuale carica nel governo corrente. Firmando, ha espresso il seguente commento servile: “Io non sono una marionetta dei russi. Noi non siamo contro ogni sanzione. Noi siamo con l’opinione maggioritaria (We are in the mainstream), non siamo quelli cattivi” (Mail On Line, 31/1/2015).
Da un certo punto di vista, il nuovo governo Syriza-ANEL potrebbe essere visto come una formazione di transizione che combina tutte le contraddizioni della società greca nell’attuale fase della crisi mondiale. Prima o poi, e più prima che poi, queste contraddizioni esploderanno. Questo governo infatti mostra alcune caratteristiche “alla Kerensky”, quelli dei periodi di transizione prima dello scontro di classe decisivo per la conquista del potere.
L’EEK combatte tra le masse su tutti i fronti per preparare, organizzare ed educare l’avanguardia del proletariato per questo scontro tra la rivoluzione e la controrivoluzione. Questa è la ragione sottostante alla nostra scelta di una presentazione indipendente alle scorse elezioni, con una nostra lista ed un nostro programma: costruire un’alternativa rivoluzionaria nella classe lavoratrice senza accodarsi dietro a Syriza, ma neanche senza voltare le spalle alle masse che la seguono. Come piccolo partito rivoluzionario con una grande maggioranza di iscritti disoccupati, ed i restanti con salari e pensioni drasticamente tagliati negli scorsi anni, noi non abbiamo potuto sostenere l’ingente sforzo finanziario che sarebbe stato necessario per presentarsi in tutta la Grecia, a pochi mesi dalla nostra ultima partecipazione alle elezioni Europee del 2014 (in Grecia non è necessario raccogliere alcuna firma per presentarsi alle elezioni, ma è necessario versare all’amministrazione elettorale diverse decine di migliaia di euro, ndt). Così ci siamo limitati a presentare nostri candidati in 25 circoscrizioni sulle 56 presenti nel paese. Abbiamo raccolto solamente 2.441 voti, lo 0,04%. La tendenza dominante è stata quella di votare Syriza, per liberarsi della destra, del Memorandum e dell’austerità, del dominio della troika. In un contesto di estrema polarizzazione, con solamente due o tre settimane di campagna elettorale, tutti i nostri compagni e le nostre compagne hanno compiuto uno sforzo eroico, che tutti in Grecia hanno rispettato. Noi abbiamo trovato una calda accoglienza tra le nuove file dei poveri e degli oppressi. La nostra presenza in TV e sulle radio a livello nazionale e locale ha prodotto profonda impressione e dibattiti accesi. La nostra presentazione è anche stata discussa internazionalmente. Non solo abbiamo avuto il supporto dei nostri compagni del CRQI in Argentina, Italia e Turchia (i compagni e le compagne del DIP anche supportando attivamente e direttamente la nostra campagna elettorale, e noi gli siamo grati di questa dimostrazione concreta di internazionalismo), ma anche oltre: dalla Russia all’Ucraina al Portogallo, dagli USA alla Scozia, Inghilterra, Austria, Sud Africa e Australia. L’importanza internazionale di questa battaglia ha attratto l’attenzione dei militanti rivoluzionari in ogni luogo. L’internazionalismo è una delle principali linee di demarcazione del EEK dal riformismo e dal centrismo, in una situazione dove tutte le forme di virulento nazionalismo si sviluppano nuovamente in tutta Europa, come negli anni trenta.
Due battaglie su questo fronte sono state particolarmente importanti. Lo scontro prima delle elezioni con la centrista ANTARSYA, quando la sua maggioranza ha concluso un alleanza con la “sinistra” nazionalista sostenendo il ritorno della dracma e opponendosi all’unificazione socialista dell’Europa. In secondo luogo, passate le elezioni, subito dopo la formazione della coalizione di governo Syriza-ANEL, quando noi abbiamo avanzato la parola d’ordine di transizione: “Via i ministri borghesi dell’estrema destra nazionalista; per un governo della sinistra Syriza-KKE, basato sulle organizzazioni della classe operaia e con un programma socialista per uscire dalla crisi”. Il nostro appello ha trovato un grande riconoscimento tra i sostenitori di Syriza ed anche nelle fila del KKE che rimane dominato da un settarismo burocratico e cieco ai cambiamenti della situazione. Il principale quotidiano serale che sostiene Syriza, Efimerida twn Syntaktwn, ha pubblicato con rilevanza, nelle sue pagine centrali, il nostro appello contro la collaborazione di classe di Syriza con il partito nazionalista di estrema destra ANEL (28/1/15). Combattendo sia la cecità settaria sia l’adattamento opportunista del nuovo governo, noi intendiamo intervenire nella lotta di classe il nostro programma che include diverse richieste transitorie: la cancellazione del debito, la conclusione delle politiche di austerità e della disoccupazione, la rottura con gli imperialisti dell’Unione europea, degli Stati Uniti e della NATO; per il pane, il lavoro, la libertà, la salute, l’educazione; per restituirci la vita che ci hanno rubato, a noi, il popolo. Per questo, noi intendiamo sviluppare i nostri rappporti con le grandi masse che stanno entrando ora, con rinnovate speranze e coraggio, nell’arena della lotta in cui si deciderà il loro destino.

FONTE: http://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=4233