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L’intero mondo, intorno a me, esplose e il mio piccolo mondo mi crollò addosso. Non dovevo aspettare che la TV raccontasse la storia perché ora era davanti al mio uscio. Belfast bruciava … (Bobby Sands)

Belfast ti accoglie con il fascino di Cary Grant. Ti invita ammiccante e scanzonata nel traffico cittadino e dello shopping, ti mostra i suoi gioielli: il verde delle colline e in lontananza i cantieri nautici, dove fu costruito il Titanic, orgoglio e rammarico di questa terra. Ti sorride, ma sotto il vestito impeccabile della moderna City, che ha dato i natali a Van Morrison e a George Best, si nascondono ancora le cicatrici di un conflitto … Belfast non si visita, a Belfast si fa esperienza.
Belfast è una delle quattro “B” (con Beirut, Baghdad e Bosnia) che, in tempi non lontani, ai viaggiatori era consigliato di evitare.
Belfast è una guerra che da oltre trent’anni continua a segnare i destini del Nord Irlanda e che prosegue anche oggi, seppur in maniera subdola e silenziosa, come fuoco sotto la cenere.
Per definirla sono state usati termini come “cattolici” e “protestanti”, nel tentativo (riuscito) di ridurre ad una natura settaria un conflitto, le cui radici affondano invece nel colonialismo, nel prevalere del più forte sul più debole, nelle lotte per i diritti civili.
È concettualmente difficile immaginarsi il colonialismo come qualcosa che può essere contestualizzato nel proprio continente: le colonizzazioni, infatti, sono sempre intese come un movimento, che si sviluppa secondo direttrici che portano i popoli europei ad occupare terre lontane; ma se proviamo a immaginarci che colonizzatori e colonizzati si trovino a meno di 400km di distanza gli uni dagli altri allora ecco la storia della Gran Bretagna e dell’Irlanda del Nord.
Quelle radici partono già dal XVII secolo e tutto è iniziato, sin da subito, come una guerra anti-coloniale e non come un conflitto di religioni: durante il regno di Giacomo I, tutti i possedimenti dei regnanti irlandesi, delle potenti dinastie O’Neill ed O’Donnell, così come di coloro che li avevano supportati, furono confiscate e riassegnate ai nuovi coloni/colonizzatori. I “governatori britannici”, così venivano chiamati i colonizzatori, che erano in gran maggioranza inglesi e scozzesi. Le terre espropriate raggiungevano la ragguardevole cifra di circa duemila chilometri quadrati. Gli insediamenti di coloni Inglesi in suolo irlandese si chiamarono Plantations e la Plantation of Ulster fu la maggiore di tutte. Lo scopo di tale operazione fu di prevenire ogni successiva ribellione, dato che il Nord era stata l’area dell’isola irlandese, che più aveva contrastato il dominio inglese nel secolo precedente.
Belfast è “The Troubles”: qualcuno continua a chiamarli disordini quei 30 anni di guerra tra protestanti e cattolici, un modo per definirla una guerra a bassa intensità, nonostante vi siano morte 3.700 persone di entrambe le parti, con una media agghiacciante di due morti a settimana. Agli inizi degli anni ’60, Belfast era una città fantasma, dove si poteva morire per poco; per il semplice fatto di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Una violenza cieca che poteva, davvero, colpire chiunque. Uno dei luoghi chiave degli scontri fu Bombay Street. I troubles esplosero proprio qui, nel 1969, quando le squadre degli lealisti attaccarono e distrussero le case degli indipendentisti. In questi vicoli segnati oggi da un reticolato alto nove metri, ogni pietra ricorda come ogni casa si trasformò allora in una trincea.
Le forze paramilitari lealiste, con la complicità dell’esercito inglese, attaccavano in modo sistematico non solo i membri dell’IRA, ma anche semplici cittadini colpevoli solo di essere cattolici o repubblicani. In particolare, a metà anni Settanta, divenne noto il gruppo degli “Shankill Butchers” – I Macellai di Shankill – un’unità dell’UVF (Ulster Volunteer Force )di Shankill Road che, sotto la guida del famigerato Lenny Murphy (in seguito ucciso dall’IRA), rapiva e uccideva cittadini cattolici tagliando loro la gola dopo averli orribilmente torturati e mutilati. Alla violenza settaria degli estremisti protestanti rispondeva l’IRA, i cui militanti, in quegli anni, ingaggiavano quasi tutti i giorni scontri a fuoco contro l’esercito britannico nelle strade di Belfast e Derry e colpivano i loro cosiddetti «obiettivi economici» con bombe. Nell’insieme, oltre 1.500 persone furono uccise per violenza politica e religiosa a Belfast tra il 1969 e il 2001.
Belfast è 40 anni di Muri. Il primo muro fu costruito a soli otto anni dalla costruzione di quello di Berlino. I muri sono parte integrante della città, uno dei suoi simboli; si ergono immutati i muri, parenti stretti di quelli di Gaza e della Cisgiordania; muri di campi di concentramento, coperti di graffiti in onore dei lealisti incappucciati dell’Ulster o dei martiri repubblicani dell’Ira.
Così come tendiamo a proiettare lontano da noi il colonialismo, allo stesso modo non ci immaginiamo che una città come Belfast possa essere divisa da un muro e da cancelli. Il muro è quello della pace, (ce ne sono 88 in Irlanda del Nord e il loro compito è di dividere indipendentisti da lealisti: i loro quartieri, le loro chiese, le loro scuole); a West Belfast lungo la “Peace Line”, che si distende per quattro chilometri, ci sono sei cancelli, che si alzano per sei metri, ogni entrata/uscita è composta da due cancelli separati da qualche metro di terra di nessuno, servono a separare Shankill Road, quartiere lealista, da Falls Road, il quartiere a maggioranza repubblicana e indipendentista: Il cancello attraverso il quale siamo passati noi, chiude ogni sera alle 19:30, quello da cui siamo tornati in Falls Road chiude invece alle 21:30, sapere che ogni maledetta notte si attua questo coprifuoco ci riempie di una rabbia sorda e ringhiante.
Belfast è il taxi nero, che ci trasporta lungo la Peace line, cupe cancellate alte fino a dieci metri, meta di un turismo della memoria, di cui anche noi oggi facciamo parte, con la volontà di entrare dentro questo pezzo di storia, così recente da non essere studiata, così imbarazzante da non essere insegnata, così importante da non poter essere ignorata.
Durante i Troubles, era stata vietata la circolazione dei classici bus nella zona indipendentista, dopo che alcuni combattenti li avevano usati come barricate bloccando le strade, facendone veri e propri posti di blocco dietro cui nascondersi dai proiettili dalle forze dell’ordine e lanciare pietre; gli abitanti di quelle strade sarebbero stati costretti a prendere il bus nella zona lealista, correndo gravi pericoli, fu così che decisero di acquistare alcuni black taxi, che divennero l’unico mezzo di trasporto collettivo per tornare a casa dal centro (omologati per sei passeggeri, ne trasportavano fino a 12). Il sorriso triste ma allo stesso tempo orgoglioso di Paul, il nostro tassista, mentre ci mostra il lasciapassare blu del suo taxi, sopravvissuto ai Troubles, e ci racconta dei rischi che gli autisti correvano mentre accompagnavano a casa i lavoratori è coinvolgente al punto da essere straziante.
Belfast è il miglio verde della collina di Crumlin Road. La prigione di Crumlin Road (gli irlandesi la chiamano Crumlin Road Gaol) fu costruita in epoca vittoriana, progettata per essere un vero simbolo di potere ed ordine. È un luogo in cui il dolore e le sofferenze inflitti hanno tolto il fiato alla libertà e alla felicità. Nei suoi 150 di attività ha visto tra le sue mura assassini, ladri e poveracci, bambini e malati mentali. Negli anni ’70 e ’80 si è riempita di prigionieri legati ai Troubles, ma anche di persone trascinate in carcere da sospetti e dicerie. Nel Crum furono impiccate 17 persone, 15 delle quali sepolte in tombe anonime fra le sue mura.
Belfast È la lotta per conservare lo status di prigioniero politico nelle prigioni di Long Kesh e di Maze, dentro ai famigerati blocchi H, contro la strategia di criminalizzazione del movimento repubblicano, attuata dal governo britannico, che mirava a presentare i detenuti repubblicani dell’IRA e dell’INLA come dei criminali comuni privi di qualsiasi motivazione politica.
Nel 1976 i detenuti repubblicani, che furono trasferiti negli H-Blocks e ai quali fu imposto di indossare l’uniforme carceraria prevista per i criminali comuni, si opposero a questo nuovo regime e, rifiutandosi di indossare la divisa, si coprirono solo con una coperta, dando vita alla blanket protest, affrontando i rigori del freddo e il divieto ad incontrare i familiari (senza divisa non era permesso accedere alle visite dall’esterno); nel 1978, per protestare contro la brutalità dei secondini, che li assalivano quando si recavano ai bagni, i prigionieri si rifiutarono di svuotare i propri buglioli, spalmando i propri escrementi sui muri delle celle e buttando l’urina sotto la fessura delle porte, dando inizio così alla dirty protest; quando, nonostante le pressioni provenienti da molti ambienti europei e di oltre atlantico, il governo britannico guidato da Margaret Thatcher si rifiutò ostinatamente di arrivare ad un qualsiasi compromesso con i detenuti, dopo più di 4 anni vissuti nudi con solo una coperta addosso e in mezzo ai propri escrementi, questi decisero di risolvere la questione drasticamente e annunciarono uno sciopero della fame. Il 27 ottobre cominciarono lo sciopero che durò fino al 18 dicembre quando, dopo 53 giorni di digiuno, ormai in fin di vita, decisero terminare lo sciopero sulla base di un confuso documento fatto arrivare attraverso intermediari dal governo britannico.
Nel 1981; i prigionieri decisero di cominciare un nuovo sciopero della fame, avanzando cinque richieste, che divennero note come Five Demands tese a sottolineare lo stato di prigioniero politico:
– Diritto di indossare i propri vestiti e non la divisa carceraria.
– Diritto di non svolgere il lavoro carcerario.
– Diritto di libera associazione con gli altri detenuti durante le ore d’aria.
– Diritto di avere reintegrata la remissione di metà della pena, (che avevano perduto in conseguenza delle proteste).
– Diritto di ricevere pacchi settimanali, posta e di poter usufruire di attività ricreative.
A differenza del primo sciopero della fame non avrebbero cominciato il digiuno in gruppo ma singolarmente, a intervalli regolari, per prolungare l’impatto sull’opinione pubblica e per mantenere alta la pressione sul governo britannico.
Il primo a rifiutare il cibo, il 1º marzo 1981, fu Bobby Sands, seguito, il 15 marzo da Francis Hughes, e una settimana dopo da Raymond McCreesh e da Patsy O’Hara. Sands morì il 5 maggio 1981, dopo 66 giorni di digiuno e fu sostituito nel digiuno da Joe McDonnell. Il 12 maggio morì Francis Hughes e il 21 maggio, morirono a poche ore di distanza l’uno dall’altro McCreesh e O’Hara; Tutti furono sostituiti da altri detenuti. Al dolore delle famiglie di aver perso i loro cari, si aggiunse la rabbia nel momento in cui gli vennero restituiti i corpi, che presentavano i segni di percosse ricevute quando erano già privi di vita.
Belfast è Brendan Hughes, Tommy McKearney, Sean McKenna, Leo Green, Raymond McCartney, Tom McFeeley, John Nixon, Mairéad Farrell, Mary Doyle e Mairéad Nugent.
Belfast è Bobby Sands, Francis Hughes, Raymond McCreesh, Patsy O’Hara, Joe McDonnell, Martin Hurson, Kevin Lynch, Kieran Doherty, Thomas McElwee, Mickey Devine.
Belfast è ogni uomo e ogni donna che, in qualsiasi parte del mondo, ha messo la propria vita in secondo piano rispetto alla lotta per la libertà.
Belfast è una città duplice e doppia, come lo era Berlino un tempo. Una città che divide coscienze politiche e opinioni morali. Odio, scontri, lotte dure sono meno visibili oggi, rispetto agli anni 70’ e 80’, gli anni di Bobby Sands e dei suoi compagni di lotta, gli anni in cui un Bono meno corrotto (o forse meno sputtanato?) cantava “How long, How long must we sing that song”. Eppure uscendo dalla stazione di Belfast, oggi 23 febbraio 2019, i miei occhi hanno visto quella città tanto letta e tanto vista nei film: hanno visto le scuole avvolte nel filo spinato con le entrate divise tra ragazze e ragazzi, i blindati e gli elicotteri che in quegli anni infestavano la città. Hanno visto una città che non c’è più, perché da allora, Belfast si è frammentata sempre di più, anno dopo anno, seguendo il tracciato dei cingolati militari. Ogni volta la città ha cambiato la sua morfologia, prendendo la forma di un labirinto che, come un tubo flessibile, modifica il suo percorso.
Fino ad una quindicina di anni fa, in Falls Road era pericoloso anche solamente camminare, perché gli “squadroni della morte” protestanti sceglievano le vittime a caso, fra i passanti, spesso sparando da auto in corsa. Oggi è un luogo più tranquillo, un museo a cielo aperto, dove però le auto della polizia sono ancora Land Rover blindati … dove abbattere i muri fa ancora paura e dove, al calar del buio, le auto non vanno più da una parte all’altra. Chi si chiama Patrick resterà a Falls road, chi George a Shankill road.
Belfast è la città che ha dato i natali a George Best e in cui, nel 2010, il Belfast City Council , come parte del progetto Peace III per contrastare il settarismo, aveva pagato 1.500 sterline dei contribuenti per i materiali da utilizzare in un murales in memoria di George Best nella zona protestante.
Belfast è la città in cui una domenica di settembre del 2013 (nel 50° anniversario della prima partita di George Best con il Manchester United), quel murales scomparve, per essere definitivamente sostituito da un paramilitare armato dell’UVF; accanto al bandito incappucciato spicca con macabro cinismo la citazione di Martin Luther King che recita: “La libertà non è mai concessa liberamente dall’oppressore, deve essere richiesta dagli oppressi”.
Belfast è il raggio di sole che disegna arabeschi tra le nuvole del cielo d’Irlanda in un sabato di febbraio. Belfast è il mio compleanno in questo 2019

 

“Ora mi trovo nel Blocco H, dove mi rifiuto di cambiare per adeguarmi a coloro che mi opprimono, mi torturano, mi tengono prigioniero e vogliono disumanizzarmi. Al pari dell’allodola non ho alcun bisogno di cambiare. È la mia ideologia politica e i miei principi che i miei carcerieri vogliono mutare. Hanno distrutto il mio corpo e attentato alla mia dignità. Se fossi un prigioniero comune mi presterebbero pochissima, o addirittura nessuna attenzione, ben sapendo che mi conformerei ai loro capricci istituzionali. Ho perso oltre due anni di condono. Non me ne importa nulla. Sono stato privato dei miei vestiti e rinchiuso in una cella fetida e vuota, dove mi hanno fatto patire la fame, picchiato e torturato. Come l’allodola, anch’io ho paura che alla fine possano uccidermi. Ma, oso dirlo, allo stesso modo della mia piccola amica possiedo lo spirito di libertà, che non può essere soppresso neppure con il più orrendo dei maltrattamenti. Certamente posso essere ucciso, ma, fintantoché rimango vivo, resto quel che sono, un prigioniero politico di guerra, e nessuno può cambiare questo.“

(Bobby Sands)

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Avevano lasciato l’Italia ed erano arrivati in America nel 1908, Sacco aveva diciassette anni, Vanzetti venti, senza conoscersi fra loro.

Vanzetti scrisse: “Al centro immigrazione, ebbi la prima sorpresa. Gli emigranti venivano smistati come tanti animali. Non una parola di gentilezza, di incoraggiamento, per alleggerire il fardello di dolori che pesa così tanto su chi è appena arrivato in America . Dove potevo andare? Cosa potevo fare? Quella era la Terra promessa. Il treno della sopraelevata passava sferragliando e non rispondeva niente. Le automobili e i tram passavano oltre senza badare a me“.

Bartolomeo e Nicola, appena arrivati, per non morire di fame, dovettero cominciar subito ad elemosinare  un lavoro qualsiasi, a qualsiasi paga – domandando di porta in porta con quel poco di inglese che conoscevano.

Vanzetti lavorò qua e là: in trattorie, in una cava, in un’acciaieria, in una fabbrica di cordami (la Plymouth Cordage Company, oggi consociata della RAMJAC). Ogni momento libero lo dedicava  alla sua formazione; studiò Marx e Darwin e Victor Hugo e Gor’kij e Tolstoj e Zola e Dante. Nel 1916 guidò uno sciopero contro la fabbrica di cordami. Era sulle liste nere dei datori di lavoro, sicché alla fine, per sopravvivere, si mise a fare il pescivendolo.
Sacco, che in Italia aveva fatto il calzolaio, trovò un posto in una fabbrica di calzature a Milford, nel Massachusetts. Lavorava sei giorni la settimana, dieci ore al giorno. Svolgeva attività politica e sindacale, teneva discorsi dava contributi in denaro e organizzava manifestazioni per un salario più alto e migliori condizioni di lavoro; nel 1916 per tali attività fu arrestato.

Fu nel 1916, quando si unirono ad un gruppo di anarchici italo americani che riparavano in Messico per non partecipare alla Grande Guerra, che Sacco e Vanzetti si conobbero bene. Entrambi, infatti, che ben conoscevano la brutalità del padronato, erano consapevoli  che i campi di battaglia altro non sono se non  luoghi di pericoloso e odioso lavoro, dove pochi sovrintendenti controllano lo spreco di milioni di vite allo scopo di far soldi. Quando tornarono nel Massachusetts, erano inclusi nell’elenco segreto compilato dal dipartimento di Giustizia: la lista degli stranieri che non facevano mistero di quanto trovavano ingiusta, insincera, sfruttatrice ed ignorante la cosiddetta Terra promessa. Iniziarono ad essere pedinati da spie del governo.

Incluso nella lista era anche un tipografo a nome Andrea Salsedo, amico di Vanzetti, che fu arrestato a New York da agenti federali, senza specifiche accuse, e tenuto isolato per otto settimane. Il 3 maggio 1920 Salsedo fu spinto da una finestra al quattordicesimo piano, dove avevano sede certi uffici del dipartimento di Giustizia.

Vanzetti organizzò un comizio per chiedere che fosse aperta un’inchiesta sull’arresto e sulla morte di Salsedo ma prima che il comizio avesse luogo, lui e Sacco furono arrestati per attività sovversive. Il loro reato era il possesso da parte di entrambi di una rivoltella e per Vanzetti anche il possesso di alcuni appunti da destinarsi alla tipografia per l’annuncio del comizio: rischiavano fino a un anno di carcere.
Mentre erano in stato di arresto, furono anche accusati di due omicidi rimasti irrisolti: il cassiere e una guardia giurata di un calzaturificio, che, circa un mese prima, erano stati uccisi durante una rapina a South Braintree (Massachusetts) . La pena per questo reato era la sedia elettrica.

Vanzetti, fu anche accusato di un tentativo di rapina a Bridgewater sempre nel Massachusetts. Processato, fu riconosciuto colpevole così, ancora prima che lui e Sacco fossero processati per duplice omicidio, Vanzetti era già stato etichettato come noto criminale.
Il giudice che diresse il processo per la tentata rapina, Webster Thayer disse alla giuria: “Quest’uomo, benché potrebbe non aver effettivamente commesso il reato contestatogli, è tuttavia moralmente colpevole, poiché è un nemico giurato delle nostre vigenti Istituzioni”. (Citazione tratta da “ Labor’s Untold Story” di Richard O. Boyer e Herbert M. Morais (ed. United Front, San Francisco 1955).

Webster Thayer  fu lo stesso giudice che nel luglio 1923 diresse il processo per omicidio e condannò Sacco e Vanzetti a morte.

La condanna palesemente ingiusta provocò proteste in tutto il mondo. Il carattere puramente indiziario delle prove addotte contro i due anarchici italiani dimostraronosenza ombra di dubbio la faziosità della corte, dettata da motivi politici e razziali. Molti famosi intellettuali, compresi Albert Einstein, Dorothy Parker, Edna St. Vincent Millay, Bertrand Russell, John Dewey, George Bernard Shaw, John Dos Passos, Upton Sinclair, H. G. Wells sostennero una campagna per giungere a un nuovo processo; l’iniziativa non produsse, tuttavia, alcun risultato rilevante.

L’indignazione del mondo intero costrinse le varie istituzioni giudiziarie degli USA a rinviare la sentenza. Proclami, associazioni, petizioni appositamente fondate si levarono in difesa dei condannati ma la richiesta di riaprire il caso fu sistematicamente rifiutata, anche quando un altro detenuto, condannato a morte, li scagionò confessando di aver preso parte alla rapina in cui erano morte le due guardie giurate.

Save_Sacco_and_Vanzetti

sacco_vanzetti04L’affaire Sacco e Vanzetti divenne planetario: “Mai ci saremmo aspettati, in vita nostra,” disse Vanzetti, “di poter compiere un tale lavoro in favore della tolleranza, della giustizia, della comprensione reciproca fra gli uomini, come ora vuole il caso che compiamo.”

Quando il verdetto di morte fu reso noto, si tenne una manifestazione davanti al palazzo del governo, a Boston. La manifestazione durò ininterrottamente per dieci giorni, fino alla data dell’esecuzione, quel giorno il corteo attraversò il fiume e le strade sterrate fino alla prigione di Charlestown. La polizia e la guardia nazionale li attendevano con le mitragliatrici puntate verso i manifestanti che chiedevano giustizia.
Davanti alla prigione fu srotolato un enorme striscione sul quale erano dipinte le parole che il giudice Webster Thayer aveva detto a un amico poco dopo aver emesso la sentenza di morte per Sacco e Vanzetti: “Hai visto che cosa gli ho fatto a quei due bastardi anarchici, l’altro giorno?

La sentenza di assassinio sulla sedia elettrica fu eseguita a Charlestown il 23 agosto 1927 alle 0,19 Nicola Sacco, alle 0,26 Bartolomeo Vanzetti.

fidel-castro-glassesHASTA SIEMPRE FIDEL!(Cellula PCL Michelin)

Non sono serviti 638 attentati per uccidere Fidel Castro Ruz, il lider maximo, comandante in capo della Rivoluzione Cubana, si è spento oggi (alla faccia loro), a 90 anni nel suo letto, circondato dalla sua gente nella sua isola.
Sue non perché di proprietà, sue perché ne ha sempre fatto parte, ed esse in lui si sono sempre riconosciute.

Fidel era l’ultimo grande rivoluzionario, non testimone ma protagonista della rivoluzione anti imperialista, quella che ancora oggi fa una paura tremenda a tutto il capitalismo mondiale, che in tutti questi anni ha fatto di tutto per confinarla e distruggerla.
Fidel è morto con l’embargo imperiale ancora in atto, il vero killer del popolo cubano, ma presentato con il volto della democrazia più bella del mondo.
Fidel è morto, senza chinare mai la testa, dopo che sono passati 10 presidenti yankee che non si sono mai sognati di allentare la morsa su quella piccola isola che resiste, anzi ci hanno persino costruito la prigione più infame della storia, Guantanamo, per ostentare il proprio credo.

Ora non è il tempo di fare le pulci a Fidel e a Cuba, non è proprio il momento, verranno giorni più adatti. Oggi va celebrato il rivoluzionario, quello vero, quello che la storia ha già assolto, perché ne fa parte, a differenza dei giornalisti come Saviano che ormai scrivono un libro come se fosse il cinepanettone di Boldi e De Sica. Ma si sa: quando un Leone muore gli sciacalli vanno sempre a banchettare sul suo cadavere. Ma lui resta un Leone e loro restano degli sciacalli.

Troviamo adatte le parole di Eduardo Galeano per parlare oggi di Fidel, per salutarlo con tutto l’onore e il rispetto che merita, con quel motto che ha fatto battere e che continua a far battere milioni di cuori all’unisono, alzando un pugno chiuso al cielo: Hasta Siempre Comandate!


Eduardo Galeano,”Specchi”

I suoi nemici dicono che è stato un re senza corona e che ha confuso l’unità con l’unanimità.E in questo i suoi nemici hanno ragione.
I suoi nemici dicono che se Napoleone avesse avuto un giornale come il “Gramma”, nessun francese sarebbe stato messo al corrente del disastro di Waterloo.
E in questo i suoi nemici hanno ragionen
I suoi nemici dicono che esercitò il potere parlando molto e ascoltando poco, perchè era più abituato agli echi che alle voci.
E in questo i suoi nemici hanno ragione.
Però i suoi nemici non dicono che non fu per posare davanti alla Storia che mise il petto di fronte ai proiettili quando venne l’invasione,
che affrontò gli uragani da uguale a uguale, da uragano a uragano, che sopravvisse a seicento trentasette attentati, che la sua contagiosa energia fu decisiva per convertire una colonia in una patria e che non fu nè per un artificio del Demonio nè per un miracolo di Dio che questa nuova patria ha potuto sopravvivere a dieci presidenti degli Stati Uniti, che avevano il tovagliolo al collo per mangiarla con coltello e forchetta.
E i suoi nemici non dicono che Cuba è uno dei pochi paesi che non compete per la Coppa del Mondo dello Zerbino.
E non dicono che questa rivoluzione, cresciuta nel castigo, è quello che ha potuto essere e non quello che avrebbe voluto essere. Nè dicono che in gran parte il muro tra il desiderio e la realtà si fece sempre più alto e più largo grazie al blocco imperiale, che affogò lo sviluppo della democrazia cubana, obbligò la militarizzazione della società e concesse la burocrazia, che per ogni soluzione tiene un problema, l’alibi per giustificarsi e perpetuarsi.
E non dicono che considerando tutte le afflizioni, considerando le aggressioni esterne e l’arbitrarietà interna, questa isola rassegnata però testardamente allegra ha generato la società latino-americana meno ingiusta.
E i suoi nemici non dicono che questa impresa fu opera del sacrificio del suo popolo, però anche fu opera dell’ostinata volontà e dell’antiquato senso dell’onore di questo cavaliere che sempre combattè per i vinti, come quel suo famoso collega dei campi di Castilla.

ERA IL 6 AGOSTO 1945…

la veranda

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Ricordo che il sole sorse un po’ più tardi quel mattino. Era ancora buio quando mi alzai dal letto. Guardai dalla finestra e, verso il porto, vidi solo nero, e nebbia, e sagome incerte di navi. L’orologio della cucina segnava le otto e un quarto. Andai di là, a svegliare la mamma, e in quel momento, finalmente, il sole sorse. Poi sentii il vento, il rumore, le orecchie appesantite. L’orologio si fermò alle 8:16 e 8 secondi. Caddi sul pavimento e su di me crollò tutto quello che la mamma aveva appoggiato sul tavolo la sera prima: la tovaglia, le stoviglie, le bacchette, un libro che dovevo riportare in biblioteca. Avevo sette anni. Non era mai successo, prima di quella volta, che il sole facesse così. Era il 6 agosto 1945. Abitavamo ad Hiroshima. Adesso ho 77 anni. Sono quasi viva. Da quel giorno, tutte le mattine, mi alzo…

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Di Malcom X ci sono rimaste tante parole, parole vive ancora oggi nella nostra lotta quotidiana contro il riformismo, contro la strumentalizzazione fascista del malessere dei proletari e contro la repressione; parole che combattono il dogmatismo di quanti non concepiscono la dialettica anche come strumento di costante verifica delle proprie idee e del proprio percorso di lotta.

“La Scheda o il Fucile” è il titolo dato dallo stesso Malcom X al  suo discorso (il migliore che abbia mai fatto), pronunciato il 3 aprile 1964 nella Cory Methodist Church di Cleveland.

(Cleveland, 3 aprile 1964)
Signor moderatore, fratello Lomax, fratelli e sorelle, amici e nemici, poiché non posso credere che tutti i presenti siano amici e al tempo stesso non voglio trascurare nessuno. L’argomento di stasera è: «La rivolta negra: quali sviluppi avrà?»; oppure, per dirla in altre parole: «Che cosa verrà dopo?». A mio modesto modo di vedere essa pone un preciso dilemma: la scheda o il fucile. Prima di spiegare cosa intendo dire con questa espressione, vorrei chiarire qualche punto che mi riguarda.
Sono ancora musulmano, l’Islam è ancora la mia religione. Questa è la mia fede personale. Così come Adam Clayton Powell è un pastore cristiano che dirige la Abyssinian Baptist Church di New York, ma al tempo stesso partecipa alla lotta politica per la conquista dei diritti dei neri in questo paese, allo stesso modo in cui il dottor Martin Luther King fa il pastore cristiano ad Atlanta nella Georgia e al tempo stesso è alla testa di un’altra organizzazione nera per i diritti civili; cosi come il reverendo Galamison – credo che lo abbiate sentito rammentare – è un altro pastore cristiano di New York che pure si è profondamente impegnato nel boicottaggio scolastico per combattere la segregazione, ebbene, anch’io sono un pastore, non cristiano ma musulmano e credo nell’azione su tutti i fronti con tutti i mezzi necessari.
Sebbene sia ancora musulmano, non sono venuto qui stasera a parlare della mia religione o a cercare di cambiare le vostre convinzioni in materia. Non sono venuto qui per discutere di ciò che ci divide perché è tempo di cancellare i nostri disaccordi e di renderci conto che abbiamo tutti lo stesso problema, un problema comune, un problema che vi costringerà a vivere in questo inferno sia che siate battisti, metodisti, musulmani, o nazionalisti. Non importa se siete colti o analfabeti, se abitate in zone eleganti o nel ghetto, siete anche voi in questo inferno, proprio come me. Siamo tutti nelle stesse condizioni e tutti dovremo vivere nello stesso inferno che ha organizzato per noi lo stesso uomo. Quell’uomo è il bianco e tutti noi abbiamo sofferto qui, in questo paese, l’oppressione politica, lo sfruttamento economico, la degradazione sociale ad opera dell’uomo bianco.
Il dire queste cose non significa che siamo contro i bianchi come tali, ma contro lo sfruttamento, contro la degradazione e contro l’oppressione. Se l’uomo bianco non vuole che siamo suoi nemici, ebbene la smetta di opprimerci, di sfruttarci e di degradarci. Indipendentemente dal fatto che siamo musulmani, cristiani, nazionalisti, agnostici o atei, dobbiamo prima di tutto imparare a superare i nostri contrasti. Se tra noi ci sono delle divergenze, discutiamone in privato e quando ci mostriamo in pubblico non accapigliamoci tra di noi prima di aver finito di discutere con l’uomo bianco. Se il defunto presidente Kennedy poté incontrarsi con Kruscev e stabilire degli scambi commerciali, noi abbiamo molte più cose in comune tra di noi di quante non ne avessero loro.
Se non si agisce presto, penso che dovrete convenire sul fatto che saremo costretti a servirci o della scheda o delle pallottole. Nel 1964 sarà la volta dell’una o delle altre. Non è che stia per arrivare il momento: il momento è già arrivato. Il 1964 minaccia di essere l’anno più esplosivo che l’America abbia mai visto. L’anno più esplosivo. Perché? E anche un anno politico, è l’anno in cui tutti i politicanti bianchi torneranno nelle comunità negre a far la corte a voi e a me per farsi dare qualche voto; l’anno in cui tutti gli imbroglioni della politica bianca verranno qui nelle nostre comunità con le loro false promesse, ad alimentare le nostre speranze di pacificazione, con i loro trucchi e i loro inganni, con le false promesse che non hanno nessuna intenzione di mantenere. Con questi metodi essi alimentano l’insoddisfazione che può portare solo a una cosa: l’esplosione. Ora qui in America – mi dispiace, fratello Lomax – ha fatto la sua comparsa il tipo di uomo nero che non tollera più di porgere l’altra guancia.
Non state a sentire quelli che vi dicono che la lotta è impari. Se vi arruolano nell’esercito, vi mandano in Asia a fronteggiare ottocento milioni di cinesi. Se riuscite ad aver coraggio là, potete a maggior ragione qui. La lotta è più impari là che qui e se combattete qui, almeno sapete per cosa versate il vostro sangue! Non sono un uomo politico e neppure uno studioso di scienze politiche. A dire il vero non sono uno studioso di niente in particolare, non sono democratico né repubblicano e non mi considero neanche americano. Se voi e io fossimo americani non esisterebbe alcun problema. Gli ungheresi diventano americani appena scendono dalla nave; i polacchi sono già americani e così pure gli emigranti italiani. Tutti quelli che sono venuti dall’Europa; tutti quelli che avevano gli occhi blu sono già americani ma noi, con tutto il tempo che siamo stati qui, non lo siamo ancora.
Ebbene, non sono uno a cui piaccia farsi delle illusioni e non sono disposto a sedermi al tavolo con uno che mangia, mentre a me non si serve nulla, e poi a considerarmi come un commensale. Non si diventa commensali solo per il fatto di sedersi a un tavolo; lo si è solo se si può mangiare. Il fatto di essere in America non basta a renderci americani. Il fatto di essere nati qui in questo paese non basta a renderci americani. Infatti, se fosse sufficiente il diritto di nascita, non ci sarebbe bisogno di nessuna legislazione, di nessun emendamento alla Costituzione e ora non si assisterebbe all’ostruzionismo parlamentare dei provvedimenti sui diritti civili. Per trasformare un polacco in americano non c’è bisogno di approvare nessuna legge sui diritti civili.
No, io non sono americano. Sono uno dei ventidue milioni di uomini dalla pelle nera che sono vittime dell’americanismo, uno dei ventidue milioni di vittime della democrazia che non è altro che un’ipocrisia travestita. Non vengo qui a parlarvi da americano, da patriota, non sono uno che saluta la bandiera o che la tira fuori ad ogni occasione, no! Io vi parlo da vittima del sistema americano; vedo l’America con gli occhi della vittima e non riesco a vedere nessun sogno americano. Quello che vedo è un incubo americano.
Questi ventidue milioni di vittime si stanno svegliando; stanno aprendo gli occhi; cominciano a vedere quello che prima erano soliti solo guardare; stanno diventando maturi politicamente. Cominciano a rendersi conto che ci sono dei problemi politici, delle correnti politiche in tutto il paese e che, tutte le volte che ci sono le elezioni, capita che i risultati siano quasi uguali da obbligare a un secondo conteggio delle schede. Nel Massachusetts, nelle elezioni governatoriali, fu necessario rifare il conteggio delle schede e lo stesso accadde a Rhode Island, nel Minnesota e in molti altri stati. Quando Kennedy e Nixon si batterono per la conquista della presidenza degli Stati Uniti, lo scarto dei voti fu talmente esiguo che si dovette procedere a nuovi conteggi. Cosa vuol dire tutto ciò? Che quando i bianchi sono divisi in due gruppi quasi della stessa forza e i neri dispongono di un blocco di voti, spetta a loro decidere chi andrà alla Casa Bianca e chi invece sarà sconfitto.
L’attuale amministrazione è stata eletta proprio col voto dei neri. E’ stato il vostro voto, il vostro voto stupido e ignorante, il vostro voto sciupato a farli andare a Washington, a eleggere un’amministrazione che si è prima preoccupata di chissà quali leggi e poi, per ultimi, di voi, arrivando, come se non bastasse il resto, a servirsi sistematicamente dell’ostruzionismo parlamentare. I vostri e i miei leader hanno il coraggio di fregarsi le mani e dirci che stiamo facendo grandi progressi. E che buon presidente abbiamo! Se non andava bene nel Texas, siate certi che non va bene neanche a Washington. Il Texas è uno stato in cui vige ancora la legge del linciaggio. E come il Mississippi, non c’è nessuna differenza: solo che nel Texas ti linciano con la pronuncia texana e nel Mississippi con quella locale. Questi leader negri hanno il coraggio di andare a prendere il caffè alla Casa Bianca con un texano, un imbroglione sudista – perché tale è Johnson – e poi venirci a dire che sarà meglio per noi visto che è del Sud e sa come trattare i sudisti. Che specie di logica è questa? Allora facciamo presidente Eastland che è anche lui del Sud. Forse è meglio di Johnson per trattare con i sudisti!
In quest’amministrazione siedono sui banchi del Congresso 257 democratici contro soli 177 repubblicani. I primi controllano dunque i due terzi dell’assise parlamentare. Perché, ditemi un po’, non riescono a far approvare qualche legge che ci sia veramente di aiuto? Al Senato ci sono 67 democratici e 33 repubblicani. Ebbene, i democratici hanno il governo nelle loro mani e per merito vostro. Eppure cosa vi hanno dato in cambio? Sono quattro anni che hanno il potere e solo ora cominciano a tirar fuori qualche legge sui diritti civili. Solo ora, dopo che tutto è perduto, che le cose sono sfuggite al controllo, si mettono 1ì a discutere e a beffarsi di voi per tutta l’estate con quel loro vecchio gioco che chiamano filibustering.
Tutte queste persone sono in combutta fra di loro. Non vi illudete che non sia così poiché colui che dirige l’ostruzionismo contro le leggi sui diritti civili è un senatore della Georgia di nome Richard Russell. Quando Johnson divenne presidente, la prima persona che mandò a chiamare al suo ritorno a Washington fu «Dicky». Questo fatto vi dà un’idea di come sono amici. Russell è il suo preferito, il più intimo, il più caro dei suoi amici. Eppure tutti e due giocano a quel vecchio giochetto in cui uno ti fa credere di essere dalla tua parte mentre l’altro ti è così decisamente contrario da non essere affatto obbligato a mantenere alcuna promessa.
Ora, nel 1964, è dunque venuto il momento di svegliarsi e quando si vede che si sta tramando una congiura di questo genere, è necessario che voi facciate sapere loro che avete gli occhi aperti, e che avete anche qualcos’altro di aperto perché la scelta è oggi tra la scheda e il fucile. La scheda o il fucile, vi ripeto. Se avete paura di servirvi di questa espressione, ebbene tornatevene in campagna, nel campo di cotone, oppure in qualche vicolo buio dei bassifondi. Si pigliano tutti i voti dei negri e dopo ai negri non tocca niente. Tutto ciò che hanno fatto una volta arrivati a Washington è stato di dare dei grossi posti ad alcuni papaveri negri che non ne avevano bisogno perché erano già sistemati. Questo è un imbroglio, un tradimento, un abile modo di camuffare la verità, di darla ad intendere. Non crediate che critichi i democratici per difendere i repubblicani, perché tra poco mi occuperò di loro. Tuttavia bisogna dire che mentre voi avete dato la preferenza ai democratici, questi vi hanno preso in considerazione per ultimi.
Guardate in faccia la realtà. Quali alibi tirano fuori, visto che controllano sia il Congresso che il Senato? A quali alibi ricorrono quando noi domandiamo tra quanto manterranno le loro promesse? Danno la colpa ai capi del Sud, ai Dixiecrats. Chi sono i Dixiecrats? Dei democratici, niente altro che dei seguaci del partito democratico travestiti. Il loro capo è anche capo dei Dixiecrats poiché questi fanno parte del partito democratico. I democratici non hanno mai cacciato i Dixiecrats fuori dal partito, anzi una volta furono loro a fare una scissione! Immaginate un po’ questi straccioni di segregazionisti del Sud che trattano dall’alto al basso i democratici del Nord! Eppure questi non li hanno mai cacciati via. No, guardate le cose come sono. Fanno il solito giochetto, uno da una parte e l’altro dall’altra mentre noi siamo lì nel mezzo. E tempo che ci svegliamo, che cominciamo a considerare le cose come sono, a cercare di capirle e a comportarci in base alla realtà.
A Washington i Dixiecrats controllano le commissioni chiave che determinano la politica del governo e l’unica ragione va cercata nella loro anzianità. Ciò si spiega col fatto che sono eletti in stati in cui i negri sono esclusi dal voto. Il nostro non è un governo fondato sulla democrazia, non è un governo composto di rappresentanti del popolo, perché nel Sud metà degli elettori sono esclusi dal voto. Eastland non dovrebbe neanche essere a Washington e metà dei senatori e dei membri del Congresso che detengono posizioni chiave sono stati eletti illegalmente e in modo del tutto incostituzionale.
Una settimana fa ero a Washinghton quando stavano discutendo se aprire o no il dibattito sulla legge per i diritti civili. In fondo alla sala in cui il Senato tiene le sue riunioni c’è un’enorme carta geografica degli Stati Uniti su cui sono indicati i luoghi in cui risiedono i negri. Da quella carta si ricava che il Sud del paese, gli stati in cui più forte è la concentrazione dei negri, sono anche quelli che mandano a Washington senatori e rappresentanti che organizzano l’ostruzionismo e si servono di tutti i trucchi possibili per impedire che i negri votino. Tutto ciò è doloroso, ma per noi ormai non lo è più. In realtà è doloroso per l’uomo bianco perché ben presto, quando i negri si sveglieranno un po’ di più, capiranno la trappola in cui si trovano, i veri termini del gioco, e seguiranno una nuova tattica.
Questi senatori e rappresentanti al Congresso violano gli emendamenti alla Costituzione che garantiscono agli abitanti di quello stato o contea il diritto di voto. E la Costituzione contiene in teoria il meccanismo adatto per espellere i rappresentanti di quello stato in cui si violino i diritti politici dei cittadini. Non ci occorrono nuove leggi. Tutti coloro che nel Congresso rappresentano uno stato o un distretto in cui si violino i diritti politici dei cittadini dovrebbero essere espulsi, e quando ciò accadesse si sarebbero rimossi gli ostacoli che impediscono l’approvazione di leggi veramente significative. Infatti, una volta espulsi tali rappresentanti, non c’è più bisogno di nuove leggi poiché a sostituirli verrebbero i rappresentanti di quelle contee e distretti in cui i neri sono la maggioranza.
Se in questi stati del Sud i neri godessero pienamente del loro diritto al voto, i Dixiecrats-chiave di Washington, che poi sono anche i personaggi-chiave del partito democratico, perderebbero i loro seggi. Lo stesso partito democratico perderebbe il suo potere. Se riuscite a valutare in quale misura il partito democratico perderebbe il suo potere se gli venisse a mancare l’ala, la succursale, o se preferite la componente sudista, allora vi sarà chiaro perché è contro l’interesse dei democratici concedere il diritto di voto ai negri in quegli stati in cui costoro hanno avuto in mano tutto il potere e l’autorità fino dai tempi della guerra civile. Non è giusto appartenere a quel partito senza analizzarne la dinamica.
Ripeto che non sono antidemocratico né antirepubblicano né antiniente. Sto solo mettendo in dubbio la loro sincerità e discutendo certi aspetti della strategia che hanno adoperato nei nostri confronti facendoci promesse che non avevano nessuna intenzione di mantenere. Lasciare al potere i democratici vuol dire lasciarci i Dixiecrats. Non credo che il buon fratello Lomax vorrà negare ciò. Ogni voto dato a un democratico è un voto dato ai Dixiecrats ed è per questo che ora, nel 1964, è tempo di diventare più maturi politicamente e di capire a che cosa serve la scheda, di capire che cosa abbiamo diritto di ottenere quando esprimiamo il nostro voto in una certa maniera. Se non votiamo, finiremo col trovarci di fronte a una situazione in cui non ci sarà altra alternativa che la lotta armata. La scelta è tra la scheda e il fucile.
Nel Nord fanno la stessa cosa in modo diverso. Si servono di un sistema, noto sotto il nome di gerrymandering. Qualunque sia il significato di questa parola, vuol dire che quando in una certa zona i negri si concentrano in misura eccessiva e cominciano a dar segni di potersi assicurare un potere politico troppo grande, l’uomo bianco cambia i confini del distretto elettorale. Ma voi potreste obiettare: «Perché continui a dire l’uomo bianco?» Perché è l’uomo bianco che fa queste cose. Non ho mai visto un nero cambiare i confini di un distretto elettorale: loro non lo lasciano neanche avvicinare. E’ l’uomo bianco che fa tutto ciò ed è sempre lui che vi fa le moine, vi dà grandi manate sulle spalle e si spaccia per vostro amico. Può darsi che tenga un contegno amichevole, ma non è mai vostro amico.
In breve, quello che cerco di mettervi in testa è che voi ed io, qui in America, non dobbiamo far fronte a una congiura segregazionista, ma a una congiura organizzata e sostenuta dal governo. Quelli che usano la tecnica dell’ostruzionismo sono dei senatori, e cioè il governo. Tutti quelli che a Washington pescano nel torbido sono dei rappresentanti al Congresso e cioè il governo. Non c’è nessuno che mette ostacoli sul vostro cammino tranne coloro che fanno parte del governo, lo stesso per il quale voi andate a combattere e morire oltremare, lo stesso che fa parte di una congiura volta a privarvi del vostro diritto di voto, di ogni opportunità economica, di abitazioni decorose e di un’istruzione decente. Non dovete prendervela soltanto con i datori di lavoro perché è proprio il governo, il governo degli Stati Uniti, il responsabile dell’oppressione, dello sfruttamento e della degradazione del popolo nero in questo paese. E’ in faccia a tale governo che dovete gettare queste responsabilità. Esso ha ingannato il negro; questa cosiddetta democrazia ha ingannato il negro e lo stesso si può dire che hanno fatto tutti questi liberali bianchi.
A questo punto che cosa ci resta da fare? Prima di tutto abbiamo bisogno di amici, di nuovi alleati. Tutta la lotta per i diritti civili richiede una nuova, più vasta interpretazione. Dobbiamo considerarla da un altro punto di vista, sia dall’interno che dall’esterno. Per quelli di noi che seguono la teoria del nazionalismo nero c’è un solo modo per entrare nella lotta per i diritti civili: dare ad essa una nuova interpretazione perché quella vecchia ci lasciava fuori, ci escludeva del tutto. Perciò noi stiamo dando alla lotta una nuova interpretazione, un’interpretazione che ci metta in condizioni di entrarne a far parte. Quanto a quelle teste vuote che sono passate da un compromesso all’altro, sempre pronte a parlare con la lingua di velluto e a muoversi con circospezione, non intendiamo più permettere che continuino a comportarsi in quel modo.
Ma come si può ringraziare chi vi dà quello che già vi appartiene? Come si può ringraziare chi vi dà solo una parte di ciò che vi spetta? Non abbiamo fatto nessun progresso perché quello che vi viene dato doveva già essere nostro da tempo. Questo non è progresso, e mi piace molto il modo in cui il fratello Lomax ha sottolineato il fatto che ci troviamo allo stesso punto in cui eravamo nel 1954. Dirò di più: non siamo neanche al punto in cui eravamo nel 1954; siamo più indietro perché c’è più segregazione oggi di quanta non ce ne fosse allora. C’è più odio razziale, più animosità oggi nel 1964 di quanta non ce ne fosse dieci anni fa. E allora, dov’è il progresso?
Siamo oggi in una situazione in cui fanno la loro comparsa i negri giovani che non vogliono più sentir parlare delle storielle tipo “porgi l’altra guancia”. A Jacksonville, quelli che tiravano le bottiglie Molotov erano dei ragazzi sotto i vent’anni. I negri non avevano mai fatto una cosa simile prima e ciò mostra che c’è un nuovo modo di affrontare i problemi che si sta facendo strada, un nuovo modo di pensare e una nuova strategia. Questo mese saranno le bottiglie Molotov, il prossimo le bombe a mano e il prossimo ancora qualche altra cosa. Ci saranno o le schede o i fucili, o la libertà o la morte. L’unica differenza, però, tra questa e l’altra morte è che sarà reciproca. Sapete cosa voglio dire con questa parola? L’ho presa dal fratello Lomax che l’ha adoperata prima. Io di solito non mi servo di quei paroloni perché normalmente non ho a che fare con gente importante, ma solo con persone comuni. Credo che si possano mettere insieme tante di queste persone comuni e spazzar via tanti di quei personaggi importanti. Quelli non hanno nulla da perdere e nulla da guadagnare e te lo dicono subito che per ballare il tango bisogna essere in due e quando si muove l’uno anche l’altro è costretto a muoversi.
I nazionalisti neri, coloro che fondano le loro azioni sulla dottrina del nazionalismo nero, nel portare avanti questa nuova interpretazione del significato generale della lotta per i diritti civili, la considerano, come ha sottolineato il fratello Lomax, sinonimo dell’uguaglianza di opportunità. E giusto cercare di assicurarsi diritti civili se essi significano uguaglianza di opportunità perché noi non cerchiamo di fare altro che riscuotere gli interessi dei nostri investimenti. I nostri padri e le nostre madri hanno investito in questo paese il loro sudore e il loro sangue; per trecento anni abbiamo lavorato senza esser pagati, dico senza prendere neanche un soldo di ricompensa. Voi permettete che l’uomo bianco vada dicendo quanto è ricco questo paese, ma non vi fermate mai a pensare come ha fatto a diventare ricco così presto. E’ diventato ricco perché voi lo avete reso tale.
Prendete quelli che sono presenti qui in questa sala. Come individui sono poveri, siamo tutti poveri. Il nostro salario settimanale basta appena per vivere, ma se si mettono insieme i salari di tutti, ce n’è abbastanza per riempire parecchie ceste. E’ una grande ricchezza. Se si potessero mettere insieme i guadagni annuali di tutti quelli che sono qui oggi, si sarebbe ricchi, più ricchi degli stessi ricchi. Quando considerate ciò, pensate come si è arricchito lo Zio Sam con le ricchezze prodotte non da un pugno di neri come quelli che sono qui stasera, ma da milioni e milioni della nostra gente. Vostra madre e vostro padre, mia madre e mio padre, non lavoravano otto ore al giorno, ma da prima che facesse giorno fino a notte, e lavoravano per niente arricchendo l’uomo bianco, arricchendo lo Zio Sam.
Questo è il nostro investimento, il nostro contributo, il nostro sangue perché non soltanto noi abbiamo dato loro gratuitamente la nostra fatica, ma anche il nostro sangue. Tutte le volte che l’uomo bianco chiamava il paese alla guerra, noi siamo stati i primi a indossare l’uniforme e a morire su tutti i campi di battaglia. Il nostro sacrificio è stato più grande di quelli compiuti da chi oggi gode di una posizione di privilegio in America. Il nostro contributo è stato più grande ma in cambio abbiamo ricevuto meno di tutti. Coloro la cui filosofia è il nazionalismo nero hanno questo atteggiamento di fronte ai diritti civili: «Dateceli subito. Non aspettate l’anno prossimo. Dateceli ieri e anche così non è abbastanza presto!».
A questo punto vorrei fermarmi per sottolineare una cosa. Cercate di capire che quando volete ottenere ciò che vi appartiene, chiunque vi privi di tale diritto è un criminale. Quando volete ottenere ciò che è vostro, siete nel pieno diritto di esigerlo e chiunque cerca di privarvene infrange la legge ed è un criminale. Questo principio fu indicato chiaramente nella sentenza della Corte Suprema che dichiarava illegale la segregazione. Ciò vuol dire che si tratta di un comportamento contrario alla legge, che il segregazionista viola la legge e quindi è un criminale. Non c’è altro modo per definirlo e quando voi dimostrate contro la segregazione, siete dalla parte della legge e la Corte Suprema è con voi.
Ora, chi è che si oppone a voi quando volete far applicare la legge? La polizia, con i suoi cani e i suoi manganelli. Quando voi dimostrate contro la segregazione, sia che si tratti delle scuole, delle zone residenziali o di qualsiasi altra cosa, avete la legge dalla vostra parte e coloro che vi si oppongono non la rappresentano più, ma anzi la violano e quindi non sono più suoi rappresentanti.
Ogniqualvolta dimostrate contro la segregazione e qualcuno osa scagliarvi contro un cane poliziotto, ammazzate quel cane, vi dico, ammazzatelo, ammazzate quel cane! Vi ripeto, anche se domani mi mettono in prigione, ammazzate quel cane e così porrete fine a questi metodi. Se i bianchi che sono qui presenti non vogliono assistere ad azioni del genere, è bene che vadano a dire al sindaco che ordini alla polizia di tenere i cani in caserma. Ecco cosa dovete fare; se non lo fate voi, lo farà qualcun altro.
Se non sarete capaci di agire con fermezza, i vostri figli cresceranno «vergognandosi» di voi: se non assumete un atteggiamento deciso. Con ciò non voglio dire che dovete essere violenti, ma al tempo stesso che non dovete mai essere non violenti a meno che non incontriate chi si comporta pacificamente. Io sono non violento con quelli che lo sono con me, ma quando qualcuno usa la violenza nei miei confronti, allora è come se impazzissi e non sono più responsabile delle mie azioni. E’ così che dovrebbero diventare tutti i negri. Quando sapete di non infrangere la legge, di battervi per i vostri diritti legali e morali, secondo giustizia, allora sappiate morire per quello in cui credete. Ma non morite soli, fate che la vostra morte sia reciproca. Questo è quello che s’intende per uguaglianza. Occhio per occhio, dente per dente.
Quando ci si mette a fare questo discorso, occorre procurarsi nuovi amici, nuovi alleati, ed è necessario portare la lotta per i diritti civili a un livello più alto: quello dei diritti umani. Finché si combatte per i diritti civili, che lo sappiate o no, si resta entro i limiti giurisdizionali dello Zio Sam. Nessuno che non viva in questo paese può levare la sua voce in vostra difesa finché lottate per ottenere diritti civili che rientrano negli affari interni degli Stati Uniti. Tutti i nostri fratelli dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina non possono levare la voce e interferire negli affari interni di questo paese. Finché si parla di diritti civili, si resta sotto la giurisdizione dello Zio Sam.
Ma le Nazioni Unite hanno nel loro statuto un documento conosciuto sotto il nome di Carta dei diritti dell’uomo e c’è persino una commissione che si occupa di tali diritti. Vi domanderete come mai siano state portate di fronte alle Nazioni Unite proteste per le atrocità commesse in Africa, in Asia, nell’America Latina e in Ungheria, mentre non si sia mai pensato al problema negro. Anche questo fa parte della congiura. Questo vecchio liberale dagli occhi azzurri, maestro d’inganni, che dovrebbe essere amico vostro e mio, dalla nostra parte, pronto ad aiutare la nostra lotta, che sembrerebbe dover essere il nostro consigliere, non vi parla mai dei diritti umani. Vi lascia impigliare nella rete dei diritti civili e voi che sciupate tanto del vostro tempo ad abbaiare all’albero dei diritti civili, non sapete neanche che lì vicino c’è un altro albero, quello dei diritti umani.
Se si porta la lotta per i diritti civili sul piano dei diritti umani, allora il nero americano può sollevare il suo caso di fronte alle Nazioni Unite, può chiedere giustizia all’Assemblea generale, e trascinare lo Zio Sam al cospetto di un tribunale mondiale. Ma l’unico piano su cui è possibile agire in questo senso è quello dei diritti umani. I diritti civili vi mantengono sotto le restrizioni poste da lui, sotto la sua giurisdizione: restate sempre nella sua tasca. I diritti civili vogliono dire chiedere allo Zio Sam di trattarvi bene. I diritti umani sono qualcosa con cui si nasce, sono i diritti riconosciuti da tutte le nazioni di questo pianeta, e chiunque li violi può esser trascinato davanti a un tribunale internazionale. Le mani dello Zio Sam grondano sangue, grondano del sangue dei neri di questo paese.
Egli è il più grande ipocrita del mondo: ha il coraggio e la sfacciataggine – sí, proprio così – di atteggiarsi a leader del mondo libero. Il mondo libero! E voi qui che cantate «We Shall Overcome ». Allargate la lotta per i diritti civili portandola sul piano dei diritti umani, sollevate il vostro caso alle Nazioni Unite dove i nostri fratelli africani, i nostri fratelli asiatici e i nostri fratelli dell’America Latina possono gettare tutto il peso della loro influenza in nostro favore e dove ottocento milioni di cinesi si stanno preparando per intervenire anch’essi al nostro fianco. Il mondo deve sapere che le mani di questa società grondano sangue. Il mondo deve sapere quanto è grande la sua ipocrisia. La scelta sia dunque tra la scheda e il fucile. L’America sappia dunque che l’unica alternativa è quella fra la scheda e il fucile.
Se reclamate giustizia a Washington è come se andaste a lamentarvi dal criminale responsabile dei torti che avete subito, è come cadere dalla padella nella brace. Sono tutti in combutta fra loro, si servono della truffa politica e ci fanno apparire davanti agli occhi del mondo come dei deficienti. Voi marciate in tutte le città d’America, vi preparate a indossare l’uniforme e ad essere mandati all’estero come dei soldatini di piombo e quando siete là la gente vi domanda per cosa combattete e a voi non resta che mordervi le labbra e stare zitti. No, trascinate lo Zio Sam davanti al tribunale, davanti al mondo!
Quando dico scheda intendo libertà. Non sapete infatti – e qui sono in disaccordo con Lomax – che la scheda è più importante del dollaro? Mi chiedete se posso provarlo? Sí. Ecco, considerate le Nazioni Unite. All’O.N.U. troviamo paesi poveri che tuttavia, se unissero i loro voti, sarebbero in grado d’impedire alle nazioni ricche di fare qualsiasi mossa. Ogni membro ha un voto, un voto uguale e se questi nostri fratelli dell’Asia, dell’Africa e di altre zone della terra abitate da gente di colore si unissero, l’insieme dei loro voti basterebbe a tenere lo Zio Sam sotto controllo. Oppure anche la Russia, o qualsiasi altra potenza. Come vedete, la scheda è lo strumento più importante.
Ora, qui in questo paese ci sono ventidue milioni di afro-americani, perché voi ed io siamo appunto degli africani che vivono in America, nient’altro che degli africani. Eppure esagerereste chiamandovi africani invece di negri, perché quelli non passano i guai che invece passate voi. Non c’è bisogno di approvare leggi sui diritti civili degli africani perché oggi essi possono andare dove vogliono. Se volete provare anche voi, non avete che da mettervi un turbante, da smetterla di essere negri e da cambiarvi il nome in Hoogagagooba. Allora capirete quanto è stupido l’uomo bianco, capirete che avete a che fare con un cretino. Un mio amico dalla pelle molto scura si mise in testa un turbante ed entrò in un ristorante di Atlanta, nella Georgia, prima che quei locali pubblici fossero stati dichiarati aperti ai negri. Si sedette, fu servito e domandò: «Cosa succederebbe se qui entrasse un negro?» Eppure lui, nero come la pece, stava lì comodamente seduto; ma poiché aveva la testa avvolta dal turbante, la cameriera lo guardò e disse: «Figuratevi se un nigger avrebbe il coraggio di entrare qui dentro!».
Avete a che fare con gente i cui pregiudizi sono talmente radicati da fargli perdere il senno e ogni senso critico. Hanno paura, si guardano intorno e vedono cosa sta succedendo: si accorgono che la ruota della storia si muove nella vostra direzione. I popoli di colore si stanno svegliando, si scuotono di dosso la paura dell’uomo bianco. Dovunque il bianco sta oggi combattendo, non vince più; e dovunque combatte è contro gente che ha il nostro colore della pelle. Sono questi che lo sconfiggono. Non può più vincere; ha vinto la sua ultima battaglia. Non è riuscito a uscir vincitore dalla guerra di Corea. Non poteva. Ha dovuto firmare l’armistizio e questa è una sconfitta perché tutte le volte che lo Zio Sam, con quel suo formidabile apparato bellico, è costretto a ritirarsi di fronte a dei mangiatori di riso, ha perduto la battaglia.
E’ stato costretto a firmare l’armistizio. Nessuno si aspetterebbe che l’America firmasse armistizi. Da essa ci si aspetta che svolga il suo ruolo di cattiva, ma ormai non lo è più. Lo è solo finché può fare ricorso alla guerra nucleare, ma ciò non le è possibile per timore che la Russia faccia altrettanto. Lo stesso si può dire della Russia e perciò tutte e due queste superpotenze sono inermi. Non possono adoprare l’arma nucleare perché le bombe dell’uno sarebbero bilanciate dagli effetti delle bombe dell’altro. Perciò l’unico settore in cui possono svolgersi le guerre è quello terrestre e l’uomo bianco non può più vincere in un tal genere di combattimento. Quell’epoca è ormai passata e i negri, i gialli e tutti gli altri uomini di colore lo sanno. E’ per questo che essi lo impegnano con la guerriglia, che non è il suo metodo. Ci vuole un gran coraggio per combattere la guerriglia e il bianco di coraggio non ne ha, ve lo dico io.
Voglio dirvi qualcosa sulla guerriglia perché chissà, prima che ve ne rendiate conto… Ci vuol coraggio per questo tipo di lotta, perché ognuno deve sapersela cavare da sé. Nella guerra convenzionale vengono impiegati i carri armati e una gran massa di soldati che si muovono tutti insieme protetti dall’aviazione e cose del genere. Ma il guerrigliero è solo, deve cavarsela da sé. Ha il suo fucile, le scarpe e una tazza di riso. E’ tutto quello di cui ha bisogno, oltre a un grande coraggio. Su certe isole del Pacifico, quando vi sbarcarono le truppe americane, si dette il caso di un giapponese che seppe tenere a bada da solo parecchi reparti. Aspettava che il sole tramontasse e dopo il tramonto erano tutti uguali. Con il suo pugnale scivolava silenziosamente da un cespuglio all’altro, da un americano all’altro. I soldati bianchi non erano in grado di fronteggiare un’azione del genere. Quando se ne vede uno che ha combattuto nel Pacifico, state sicuri che ha i brividi, è ancora terribilmente nervoso perché, a suo tempo, gli asiatici seppero terrorizzarlo mortalmente.
La stessa cosa accadde ai francesi in Indocina. Gente che fino a pochi anni prima non aveva fatto altro che coltivare il riso si unì e cacciò dal proprio paese l’esercito meccanizzato della Francia. Non c’è bisogno di quei mezzi: la tecnica della guerra moderna non funziona. Questa è l’epoca della guerriglia. La stessa cosa accadde in Algeria. Gli algerini, che non erano nient’altro che dei beduini, si armarono e si dettero alla macchia. De Gaulle e tutta la sua rumorosa macchina di guerra non riuscirono a sconfiggerli. In nessuna parte del mondo l’uomo bianco è in grado di vincere la guerriglia. E’ un ritmo di lotta che non gli si addice. Nella misura in cui la guerriglia prevale oggi in Asia e in alcune zone dell’Africa e dell’America Latina, bisogna proprio essere ingenui o sottovalutare al massimo i neri per credere che, qualche giorno, non si sveglieranno anche loro e scopriranno che l’alternativa è tra la scheda e il fucile.
Per finire, vorrei dire qualcosa riguardo alla Muslim Mosque Inc. che abbiamo da poco fondato a New York. E’ vero che siamo musulmani e che la nostra religione è l’Islam, ma è anche vero che non la mescoliamo più con la politica, con i problemi economici e con le nostre attività sociali e civili. Ci occupiamo di religione solo nella moschea e dopo che le funzioni sono finite, ci impegnamo in quanto musulmani nell’azione politica, economica e sociale. Ci impegnamo con chiunque, dovunque, in qualsiasi momento e in qualsiasi modo a sostegno di ogni azione che tenda a eliminare i mali politici, economici e sociali che affliggono i membri della nostra comunità.
La filosofia politica del nazionalismo nero significa che i neri dovrebbero controllare la vita politica e gli uomini politici della propria comunità; niente di più. I nostri fratelli neri devono essere rieducati affinché sappiano quali vantaggi trarre dalla lotta politica. Non sciupate neppure una scheda perché ogni scheda è come una pallottola. Non gettate la scheda finché non vedete il bersaglio, e finché tale bersaglio non è a portata di mano tenete la scheda ben custodita in tasca. La filosofia politica del nazionalismo nero viene insegnata nelle chiese cristiane, nelle riunioni della NAACP, del CORE, dello SNCC, nei raduni musulmani; viene insegnata là dove si trovano insieme solo atei ed agnostici, dovunque. I neri sono stanchi dei temporeggiamenti, dei riguardi continui usati verso i bianchi, dei compromessi di cui ci serviamo per ottenere la nostra libertà. Vogliamo la libertà ora, ma non l’avremo mai se continueremo a cantare «We Shall Overcome». Dobbiamo combattere fino alla vittoria.
La filosofia economica del nazionalismo nero è molto semplice: dovremmo controllare i meccanismi economici delle nostre comunità. Perché, infatti, i proprietari di tutti i negozi dei quartieri in cui abitiamo noi devono essere bianchi? Perché le banche delle nostre comunità devono essere tutte in mano a loro? Perché l’intera economia deve essere controllata dai bianchi? Perché? Se a un nero non è permesso di aprire un negozio in una zona bianca, allora spiegatemi perché a un bianco è consentito di esercitare qualunque specie di commercio in una comunità nera.
La filosofia del nazionalismo nero comprende anche un programma di educazione economica destinato alle nostre comunità. Si deve far sí che la nostra gente comprenda che tutte le volte che si tira fuori un dollaro dalla nostra comunità e si spende altrove, noi diventiamo sempre più poveri e le zone in cui spendiamo i nostri soldi sempre più ricche. E poi vien fatto di meravigliarsi perché i quartieri in cui viviamo sono sempre dei ghetti, dei bassifondi. Quando si tratta di noi, di me e di voi, non soltanto perdiamo il denaro che si spende fuori dalla nostra comunità, ma tutti i negozi dei quartieri in cui viviamo sono in mano ai bianchi. Perciò tutto il denaro che spendiamo nei nostri quartieri viene portato via al tramonto dai padroni bianchi dei negozi, portato in altre zone della città. Siamo in una vera e propria trappola.
Dunque, la filosofia economica del nazionalismo nero vuol dire, nelle chiese, nelle organizzazioni civiche e in tutte le associazioni di mutua assistenza, che è arrivato il momento di rendersi conto dell’importanza di controllare l’economia della nostra comunità. Se i negozi sono nostri, se siamo noi a controllare il commercio, se cerchiamo di costituire certe attività industriali, ci metteremo in condizione di creare posti di lavoro per i nostri fratelli. Una volta che si raggiunga il controllo dell’economia delle nostre comunità, non c’è più bisogno di organizzare picchetti, boicottare o pregare qualche mascalzone giù in città perché ci dia da lavorare.
La filosofia sociale del nazionalismo nero vuol dire soltanto che dobbiamo unirci e liberarci dei nostri mali collettivi, come l’alcolismo, l’uso degli stupefacenti e gli altri vizi che distruggono il tessuto morale delle nostre comunità. Dobbiamo migliorare il livello del nostro comportamento collettivo, render bella la nostra società in modo da essere soddisfatti della vita sociale che siamo capaci di stabilire fra noi senza bisogno di andare in giro là dove non ci vogliono.
La diffusione del messaggio del nazionalismo nero non ha come obiettivo di far sí che noi rivalutiamo i bianchi. Li conosciamo fin troppo bene. Il fine del nazionalismo nero è invece di far sí che noi rivalutiamo noi stessi. Non si può cambiare il modo di pensare dei bianchi ed è inutile appellarsi alla coscienza morale dell’America, che è completamente corrotta. L’ha perduta tanto tempo fa: lo Zio Sam non ha coscienza. I bianchi di questo paese non sanno cosa siano i principi morali. Essi non cercano di eliminare un male in quanto tale o in quanto contrario alla legge, ma soltanto quando rappresenta una minaccia per la loro esistenza. Perciò perdete il vostro tempo quando fate appello alla coscienza morale di un uomo corrotto come lo Zio Sam. Se avesse una coscienza, risolverebbe da sé questo problema senza bisogno di nessuna pressione esterna. Perciò non è necessario cambiare il modo di pensare dell’uomo bianco. E’ il nostro modo di pensare che dobbiamo cambiare. Non possiamo cambiare il suo atteggiamento nei nostri confronti. Dobbiamo riuscire a considerarci l’uno con l’altro in modo del tutto diverso, vederci con nuovi occhi, arrivare a considerarci fratelli e sorelle. Dobbiamo unirci con entusiasmo, armoniosamente, per poter risolvere da noi il nostro problema. Ma come possiamo far questo? Come potre
mo evitare l’invidia e le gelosie, i sospetti e le divisioni esistenti nella comunità? Ve lo dirò io come.
Ho osservato con attenzione come fa Billy Graham quando arriva in una città a predicare quello che lui chiama il verbo di Cristo e che poi non è altro che nazionalismo bianco. Proprio così: Billy Graham è un nazionalista bianco e io sono un nazionalista nero. Ma siccome è naturale che i leader siano invidiosi e guardino a un personaggio potente come Graham con sospetto e gelosia, come fa lui a venire in città e ad assicurarsi la cooperazione di tutti gli altri leader religiosi? Non crediate che perché sono dei leader religiosi non siano soggetti a tutte quelle debolezze che li rendono invidiosi. No, tutti hanno quelle debolezze e non è certo un caso che quando laggiù a Roma i cardinali vogliono fare un papa si rinchiudono ermeticamente in una sala in modo che la gente non senta che litigano, si accapigliano e si azzuffano.
Billy Graham viene a predicare il verbo di Cristo, a evangelizzare e a entusiasmare il prossimo, ma non fa mai nessun tentativo di fondare qualche nuova chiesa. Se lo facesse, tutte le confessioni religiose sarebbero contro di lui. Invece viene a parlare di Cristo e dice a tutti che Cristo può trovarsi in qualsiasi chiesa. In tal modo tutti gli ecclesiastici collaborano con lui. Anche noi terremo presente questo suo metodo.
Il nostro verbo è il nazionalismo nero. Noi non minacciamo l’esistenza di nessun’altra organizzazione, ma cerchiamo solo di diffondere il messaggio del nazionalismo nero. Dovunque si predica e si mette in pratica tale messaggio, anche se si tratta di una delle chiese cristiane, diventatene membri! Se la NAACP predica e mette in pratica il messaggio del nazionalismo nero, iscrivetevi alla NAACP. Lo stesso dicasi per il CORE e per qualsiasi altra organizzazione che faccia suo il messaggio capace di sollevare il popolo nero. Quando invece vi accorgete di esser di fronte a chi vive di compromessi ed è pieno di riguardi per i bianchi, andatevene perché quella organizzazione non ha nulla a che fare con il nazionalismo nero. Ne troveremo un’altra.
Così il numero delle organizzazioni crescerà, anche qualitativamente, e in agosto è nostra intenzione convocare un congresso dei nazionalisti neri a cui parteciperanno delegati provenienti da tutto il paese, tutti coloro a cui interessa la filosofia politica, economica e sociale del nazionalismo nero. Quando saranno arrivati tutti i delegati, terremo un seminario, faremo delle discussioni, ascolteremo tutti. Vogliamo sentire nuove idee, nuove soluzioni, nuove risposte e se allora le condizioni ci parranno propizie fonderemo un partito nazionalista nero. Se poi è necessario, formeremo anche un esercito nazionalista nero. L’alternativa sarà fra la scheda e il fucile, fra la libertà e la morte.
E’ venuto il momento che io e voi la smettiamo di star qui passivi a guardare dei senatori imbroglioni sia del Nord che del Sud che, standosene seduti là a Washington, decidono di concederci i diritti civili. Non permetto a nessun bianco di dirmi quali sono i miei diritti! Fratelli e sorelle, ricordatevi sempre che se non c’è bisogno di senatori, rappresentanti al Congresso e proclami presidenziali per assicurare la libertà ai bianchi, non è neanche necessario promulgare nuove leggi, proclami o sentenze della Corte Suprema per assicurare la libertà ai neri. Dite con chiarezza all’uomo bianco che se questo è un paese libero, bene, che sia un paese libero; e se non lo è, trasformatelo!
Collaboreremo con chiunque, in qualsiasi luogo e tempo, purché sia disposto ad affrontare di petto il problema, con metodi non violenti se il nemico sarà non violento, ma con la violenza se sarà necessario rispondere alla violenza. Collaboreremo con voi nella campagna per l’iscrizione dei nostri fratelli nelle liste elettorali, negli scioperi contro gli affitti, nel boicottaggio delle scuole. Io non credo in nessuna specie di integrazione e non me ne preoccupo neppure perché so che non l’avrete mai. Non l’avrete perché avete paura di morire; bisogna esser pronti a morire se si vuole imporre qualcosa all’uomo bianco, perché questi diventerà violento, qui a Cleveland, proprio come quei mascalzoni giù nel Mississippi.
Tuttavia collaboreremo con voi nel boicottaggio delle scuole perché siamo contrari alla segregazione scolastica: essa produce infatti giovani diplomati, che però hanno la mente paralizzata. Ciò non vuol dire che una scuola frequentata solo da neri sia un esempio di segregazione razziale. Per scuola segregata intendo una istituzione controllata da chi non ha alcun interesse a migliorarla.
Lasciate che vi spieghi cosa intendo dire. Per distretto o comunità segregata intendo una zona controllata, economicamente e politicamente, da elementi estranei a essa. Non si dice mai che una zona bianca è una comunità segregata. Solo quelle negre lo sono. Perché? L’uomo bianco controlla le sue scuole, le sue banche, la sua economia, la sua vita politica, la sua comunità, tutto quello che gli appartiene, ma controlla anche tutto quello che è vostro. Si è segregati quando si è soggetti al potere altrui e loro vi daranno sempre le cose peggiori e di minor valore, ma ciò non vuol dire che siete segregati solo perché vivete per conto vostro. E necessario che controlliate ciò che vi appartiene. Anche voi dovete esercitare il controllo su quello che è vostro, proprio come fa l’uomo bianco.
Sapete qual è il sistema migliore per liberarsi della segregazione? L’uomo bianco ha più paura della separazione che dell’integrazione. La segregazione vuol dire che vi tiene a distanza, ma non tanto lontano da esser fuori della sua giurisdizione, mentre invece se siete separati non avete più niente a che fare con lui. L’uomo bianco è disposto a integrarvi più di quanto non sia disposto a consentirvi di separarvi da lui e perciò noi collaboreremo con voi nella lotta contro la segregazione scolastica perché è criminale, perché è assolutamente distruttiva e inconcepibile per i bambini che sono soggetti a un sistema educativo così paralizzante.
Ultimo argomento, ma non meno importante, è quello che riguarda la controversia sulle armi. L’unica cosa che ho sempre detto in proposito è che nelle zone in cui il governo si è rivelato incapace o per niente disposto a difendere la vita e la proprietà dei negri, è tempo che questi si difendano da sé. Il secondo emendamento alla Costituzione garantisce a tutti il diritto di possedere armi. E’ dunque costituzionalmente legale tenere in casa un fucile. Ciò non significa che ci si debba armare, formare dei battaglioni e andare alla caccia dei bianchi, sebbene così facendo si sarebbe nel nostro diritto, voglio dire saremmo giustificati. Tuttavia una cosa del genere sarebbe illegale e noi non intendiamo far nulla contro la legge. Se l’uomo bianco non vuole che i neri si procurino armi da fuoco, ebbene il governo faccia il suo dovere. Questo è tutto. Impedite all’uomo bianco che vi venga a domandare cosa pensate di quel che dice Malcom. Vi considera come il vecchio zio Tom: non vi farebbe mai queste domande se non fosse sicuro che voi rispondete “amen”. No, vi fa diventare uno zio Tom.
Ciò dunque non vuol dire creare club di tiratori scelti e poi andare in giro a caccia di bianchi; ma ora, nel 1964, è tempo, se siete degli uomini, di farsi rispettare dall’uomo bianco. Se non fa il suo dovere garantendoci attraverso il governo la protezione cui abbiamo diritto per le tasse che paghiamo, visto che spende tutti quei miliardi per le spese militari, allora non può aversene a male se voi o io spendiamo dodici o quindici dollari per un caricatore o due. Spero che mi capiate. Non andate a sparare alla gente, fratelli e sorelle; ma in qualsiasi momento, e specialmente gli uomini qui presenti, alcuni dei quali hanno decorazioni militari, spalle larghe e muscolature da atleta, in qualsiasi momento, quando leggiamo che i bianchi tirano bombe su una chiesa assassinando a sangue freddo non degli adulti ma quattro bambine che stavano pregando lo stesso Dio che i bianchi avevano loro insegnato, e quando vediamo che il governo manda i suoi funzionari senza riuscire a scoprire i responsabili, allora è il momento di agire.
Perché questo stesso bianco riesce a scoprire il nascondiglio di Eichmann, laggiù in qualche zona sperduta dell’Argentina, e se due o tre soldati americani che sono lì da intrusi nel Vietnam del Sud vengono uccisi, quello stesso uomo bianco manda la flotta e interferisce negli affari di quello stato. Questo vecchio mascalzone che non riesce a tenere elezioni libere neanche nel suo paese voleva mandare le truppe a Cuba per imporre a quel popolo quelle che lui chiama elezioni libere. No, se non mi vedrete più, se io dovessi morire domattina, sappiate che sono morto dicendo questo: la scheda o il fucile, la scheda o il fucile.
Se nel 1964 i negri fossero disposti a stare ad aspettare che un mascalzone di senatore faccia tutti i suoi comodi con l’ostruzionismo parlamentare quando sono in gioco i diritti del popolo nero, ebbene allora tutti noi faremmo meglio ad impiccarci per la vergogna. Parlate della marcia su Washington del 1963. Ebbene io vi dico che non avete visto nulla. Si stanno preparando cose molto più grandiose nel 1964 e questa volta non sarà come l’anno scorso. I negri non andranno a cantare «We Shall Overcome», non andranno insieme con i loro amici bianchi, con cartelli già preparati in anticipo e con biglietti di andata e ritorno. Chi andrà, avrà solo il biglietto di andata.
Se i bianchi non vogliono che questo esercito non violento cali su di loro, ebbene, smettano di fare l’ostruzionismo. I nazionalisti neri non sono disposti ad aspettare. Lyndon B. Johnson è il capo del partito democratico. Se è per i diritti civili, vada in Senato la prossima settimana e lo dichiari formalmente. Che ci vada e parli chiaro! Che ci vada e denunzi il gruppo sudista del suo partito! Che ci vada ora e prenda una posizione precisa, subito, senza aspettare più! Ditegli di non aspettare fino al momento delle elezioni perché se ritarda troppo, fratelli e sorelle, sarà lui responsabile di aver determinato questo clima: un clima che farà germogliare i semi destinati a diventare una vegetazione così lussureggiante da superare anche l’immaginazione di questa gente. Nel 1964 l’alternativa è tra la scheda e il fucile. Grazie.

Malcolm-X-i-am-for-violence

Sito ufficiale di Malcom X (lingua inglese) http://www.cmgworldwide.com/historic/malcolm/home.php

DA: PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI – SEZIONE ROMAGNA
Proponiamo la prima traduzione in assoluto pubblicata in italiano, a 80 anni esatti dalla prima pubblicazione, della Lettera aperta per la Quarta Internazionale di Lev Trotsky, uno dei testi preparatori più importanti della fondazione della Quarta Internazionale (nel 1938). Il brano, che trovate come allegato in fondo alla pagina, è accompagnato, come nella pubblicazione originale, dalla Dichiarazione dei quattro, un precedente appello che già costituiva una convergenza dei rivoluzionari in opposizione alla degenerazione burocratica della Terza Internazionale.
Lev Trotsky: Lettera aperta per la Quarta Internazionale  (clicca qui)
Viviamo in un’epoca di crisi sistematica del capitalismo mondiale, segnata dal crescere di una nuova immane bolla finanziaria, da tracolli borsistici (vedi Cina), da crisi del debito con ricadute devastanti (imposizione del terzo memorandum in Grecia col consenso di Tsipras), da uno stato di guerra permanente con svariati focolai che si accendono e si spengono in tutto il globo a seconda dell’evolversi dello scontro tra imperialismi. L’epoca del “trentennio d’oro” riformista del boom postbellico è archiviata per sempre, insieme all’illusione che il socialismo potesse compiersi e mantenersi in un paese solo, l’URSS, accerchiato da un mondo capitalista. Un’epoca di crisi non solo economica, appunto, ma sociale, politica, culturale, dove in particolare il patrimonio storico del movimento operaio è stato abbandonato sotto i colpi della reazione capitalista alle lotte operaie del secolo scorso in tutti i paesi capitalistici avanzati e non solo. Con il conseguente riaffermarsi di blocchi sociali e politici che rievocano e si ispirano in modo più o meno preciso all’ondata nazionalista degli imperialismi europei sfociata nella Prima Guerra mondiale, e a quel fascismo giocato come carta vincente dalla borghesia europea per stroncare il movimento operaio in un’epoca di fermento rivoluzionario.
Nel complesso della resistibile ascesa del fascismo, il caso della Germania fu eclatante: a seguito di una ascesa elettorale negli anni immediatamente precedenti, il partito nazista conquistò il 43,9% dei voti nelle elezioni generali, alleandosi poi con il Centro Cattolico e con il Partito Popolare Tedesco-Nazionale per avere la maggioranza parlamentare necessaria a bandire per legge i partiti socialdemocratico (SPD) e comunista (KPD), e per ottenere per il solo Hitler i pieni poteri legislativi. L’appoggio di gran parte della borghesia tedesca e il rifiuto di socialdemocratici e comunisti di dare il via a un fronte antifascista delle forze operaie permise a Hitler di prendere il potere con una resistenza pressoché inesistente. Invece di opporsi alla minaccia di una distruzione totale del movimento operaio, il KPD in particolare, seguendo la linea formalmente ultrasinistra del “socialfascismo”, vide di buon occhio l’ascesa di Hitler a danno dell’SPD, aspettando che i nazisti si “bruciassero” nella gestione della disastrata Germania post-crisi del’29: sarebbe poi arrivato il turno dei comunisti al governo. I fatti, evidentemente, hanno dato completamente torto alla linea imposta da Stalin e Togliatti ai partiti della Terza Internazionale, poi ulteriormente sbandata con la linea dei fronti popolari con la borghesia “democratica” – anziché tra partiti operai! – contro il fascismo, ormai saldamente al potere e spodestato dalle “democrazie” unite nella misura in cui non si accontentò di un equilibrio tra imperialismi, ma tentò di accaparrarsi anche la “fetta di torta” degli altri imperialismi europei e di quello statunitense, contestualmente al tentativo di abbattere lo Stato operaio sovietico.
Di fronte alla resa politica su tutta linea dei principali partiti operai mondiali, Lev Trotsky, tra i fondatori e i massimi dirigenti della Terza Internazionale e del partito bolscevico russo dal 1917, organizzò e animò il tentativo di costruzione di una nuova Internazionale, la Quarta, che salvasse il patrimonio politico del marxismo dalla degenerazione irrecuperabile delle Internazionali egemoni nel movimento operaio.
La nostra epoca mostra sempre maggiori affinità con quella a cui abbiamo accennato e a cui appartiene il documento di cui offriamo la prima pubblicazione in assoluto in lingua italiana, a ottant’anni esatti dalla sua prima pubblicazione. Si tratta della Lettera aperta per la Quarta Internazionale, uno dei testi centrali nella preparazione, appunto, della nuova Internazionale, che voleva recuperare il filo spezzato del marxismo sia sul piano teorico sia su quello della costruzione del partito mondiale della rivoluzione socialista. Un marxismo abbandonato clamorosamente dalla Seconda Internazionale con il tradimento dei lavoratori a favore delle rispettive borghesie nazionali con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, e dalla Terza Internazionale con la stroncatura del partito bolscevico in Russia e dell’Internazionale stessa, attraverso la distruzione del centralismo democratico a favore del dominio incontrastato di una ristretta casta burocratica guidata da Josif Stalin e capace di orrori politici come quelli che abbiamo ricordato.
Il contributo fondamentale dato dallo stalinismo nella lotta alla Quarta Internazionale e nello sterminio fisico di coloro che l’avevano fondata nel 1938, Trotsky compreso, inferse un colpo gravissimo alla nuova Internazionale, la cui dirigenza internazionale fu incapace, negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, di continuare un’azione conseguente alla sua originaria linea marxista rivoluzionaria, provocando la sua stessa dispersione in varie frazioni, le quali a loro volta hanno spesso abbandonato sia nella sostanza sia nella forma il riferimento alla Quarta Internazionale di Trotsky.
La rifondazione della Quarta Internazionale, come partito mondiale dei lavoratori basato sul patrimonio politico rivoluzionario del marxismo, è l’indirizzo politico del Partito Comunista dei Lavoratori, fuori da confusioni e opportunismi politici che oggi come ieri caratterizzano ogni forma di riformismo e centrismo nel campo della sinistra di classe. La Lettera che qui vi proponiamo è la migliore risposta ai variegati appelli alla “unità della sinistra” (o “dei comunisti”) che evitano la questione del programma e del partito, nonostante le innumerevoli recenti prove storiche del fallimento politico di chi rimuove la prospettiva di un partito rivoluzionario mondiale; il migliore stimolo a evitare formule politiche scollegate dalla realtà storica e a (ri)scoprire e recuperare la migliore eredità politica del movimento operaio mondiale.

ernesto-che-guevaraUn popolo può liberare se stesso
dalle sue gabbie di animali elettrodomestici
ma all’avanguardia d’America
dobbiamo fare dei sacrifici
verso il cammino lento della piena libertà.

e se il rivoluzionario
non trova altro riposo che la morte,
che rinunci al riposo e sopravviva;
niente o nessuno lo trattenga,
anche per il momento di un bacio
o per qualche calore di pelle o prebenda.

I problemi di coscienza interessano tanto
quanto la piena perfezione di un risultato
lottiamo contro la miseria
ma allo stesso tempo contro la sopraffazione

Lasciate che lo dica
mai l rivoluzionario quando è vero
è guidato da un grande
sentimento d’amore,
ha dei figli che non riescono a chiamarlo,
mogli che fan parte di quel sacrificio,
suoi amici sono “compañeros de revolucion”.

 Addio vecchi, oggi è il giorno conclusivo;
non lo cerco, ma è già tutto nel mio calcolo.

Addio Fidel, oggi è l’atto conclusivo;
sotto il mio cielo, nella gran patria di Bolìvar
la luna de Higueras è la luna de Playa Giron.

Sono un rivoluzionario cubano.
Sono un rivoluzionario d’America.

Signor Colonnello, sono Ernesto, il “Che” Guevara.
Mi spari, tanto sarò utile da morto come da vivo

 Bahiano di nascita e con padre italiano, Carlos Marighella fu un esponente di spicco del Partito comunista brasiliano sin dagli anni della dittatura di Getulio Vargas (1930-1945).

Militante attivo ed agguerrito, svolse incessantemente la sua attività sia in parlamento, quando, nel breve periodo che seguì l’immediato dopoguerra, il Pcb venne legalizzato, sia in clandestinità, dopo l’allineamento del Brasile alla politica degli Stati Uniti in seguito all’avvento della guerra fredda.

Nel 1964, un colpo di Stato, appoggiato dagli Stati Uniti, instaurò in Brasile una feroce dittatura militare, che soppresse i partiti politici tradizionali, ridusse drasticamente il diritto di voto ed abolì, di fatto, tutti i diritti civili, precipitando il paese in un clima di terrore.

In questo periodo iniziarono i contrasti tra il Partito comunista brasiliano e Carlos Marighella, il quale, allineato su posizioni castriste, criticava l’incapacità del partito di realizzare un’efficace battaglia contro il regime dittatoriale e vedeva nella lotta armata l’unica soluzione per la drammatica situazione brasiliana.

I rapporti si ruppero definitivamente quando, in contrasto con la linea ufficiale del Partito comunista brasiliano, Marighella si recò all’Avana per partecipare alla Prima Conferenza dell’Olas (agosto 1967).

Le critiche che egli rivolse, in sede di congresso, all’inattività del Pcb ed il suo appoggio incondizionato alla strategia castrista, ebbero per conseguenza l’espulsione di Marighella dal partito. A Cuba, Marighella visse il clima euforico dell’imminente sconfitta delle truppe statunitensi in Vietnam, ma anche l’amara delusione, dopo avere creduto nella possibilità di creare nell’America Latina e nel terzo mondo ‘uno, due, mille Vietnam’, della cattura e dell’assassinio di Ernesto Che Guevara. Visse la profonda tristezza del popolo cubano in quelle meste giornate dell’8 e 9 ottobre 1967. Poi tornò in Brasile e dalla teoria passò all’azione. Era già un uomo maturo di 56 anni, ma non si arrendeva.

Fedele ai propri principi internazionalisti ed antimperialisti, dall’Avana Marighella inviò numerosi messaggi al popolo brasiliano ed ai rivoluzionari di tutto il continente, nei quali sosteneva la necessità, per i popoli latino-americani, di solidarizzare con la rivoluzione cubana ed attuare “la strategia globale” della guerra di guerriglia contro l’imperialismo nordamericano: “La Conferenza dell’Olas è l’appello più serio e più importante all’unità dei popoli latino-americani, che devono opporre una strategia globale alla strategia globale dell’imperialismo nord-americano. Il nostro appoggio alla Conferenza dell’Olas, significa che comprendiamo la necessità della mutua solidarietà tra i popoli latino-americani, per la lotta armata, e specialmente per la guerra di guerriglia come unica forma di giungere alla liberazione nazionale del nostro popolo”[ C. Marighella, “Dichiarazioni all’Avana”, in Discorsi e documenti politici per la guerriglia in Brasile, Milano, Jaca Book, 1969, pp. 28-29.] L’adesione, alla teoria castro-guevariana della guerriglia è chiaramente espressa nella lettera che, sempre in quei giorni, Marighella scrisse a Fidel Castro: “Il cammino che ho scelto è quello dell’incorporazione alla lotta guerrigliera, nel cuore dell’area rurale, integrandomi definitivamente alla Rivoluzione Latino-Americana, convinto come sono che la guerriglia è l’unico modo di unire i rivoluzionari brasiliani e condurre il nostro popolo alla conquista del potere”.[Ivi, p. 35]

Dopo il suo rientro in Brasile, Marighella fondò l’Azione di Liberazione Nazionale (ALN) e, pur mantenendo fermi i propri propositi di collaborazione con Cuba, si orientò verso un programma di lotta che comprendeva anche un ampio utilizzo della guerriglia urbana.

Sebbene cronologicamente successiva all’esperienza dei Tupamaros in Uruguay, più che una «svolta» vera e propria, la scelta di Marighella rappresentò il punto di transizione tra la guerriglia contadina, come era stata originariamente concepita da Castro e Guevara, e la guerriglia urbana praticata dai Tupamaros.

Il superamento della strategia fidelista, consisteva innanzi tutto nella concezione che il rivoluzionario brasiliano aveva della guerriglia, la quale non doveva essere né “cospirazione, né insurrezione immediata”, bensì “resistenza clandestina” e “lotta armata del popolo” in una “guerra prolungata”.[Ivi, pp. 94-95]

Inoltre, diversamente dai rivoluzionari cubani, Marighella, pur considerando la popolazione contadina “l’ago della bilancia” attribuì un ruolo importante alla classe operaia ed al movimento degli studenti: “Il principio strategico principale della lotta guerrigliera è che questa non può avere conseguenze e carattere decisivi nella guerra rivoluzionaria, se non si realizza e consolida l’alleanza armata degli operai e dei contadini, alla quale si devono unire gli studenti”. [C. Marighella, “Problemi e principi strategici”, in Discorsi e documenti politici, op. cit., p. 136]

La strategia di lotta guerrigliera elaborata da Carlos Marighella prevedeva tre fasi fondamentali, di durata non prevedibile: una prima fase di “pianificazione e preparazione”, caratterizzata da un rigoroso segreto, cui sarebbe seguita una fase di “avvio e sopravvivenza”, da svolgersi nell’area urbana e, infine, la “trasformazione della guerriglia in guerra di manovra” attraverso la formazione dell’esercito rivoluzionario. [C. Marighella, “Alcune questioni sulla guerriglia in Brasile” in Discorsi e documenti politici, op. cit., pp. 78-89]

Il fronte principale, quello cui spettava la funzione strategica, rimaneva quello della guerriglia rurale, mentre la città avrebbe costituito “l’area di lotta complementare in cui la guerriglia urbana svolge un ruolo tattico”. [C. Marighella, “Sull’unità dei rivoluzionari”, in Discorsi e documenti politici, op. cit., p. 108]

In altri termini, la città avrebbe dovuto fornire assistenza logistica ed essere, contemporaneamente, un teatro di lotta secondario a sostegno della guerriglia rurale ed il terreno sul quale attuare la propaganda armata.

A questo scopo, Marighella teorizzò tre fronti urbani di lotta, ognuno dei quali aveva competenze specifiche (la guerriglia vera e propria, l’organizzazione di scioperi e manifestazioni contro la dittatura ed il sostegno logistico).

Le regole ed i principi, che i tre fronti di lotta urbana dovevano seguire, sono stati accuratamente sistematizzati da Marighella nel Minimanuale del guerrigliero urbano, un opuscolo scritto nel giugno 1969 poi pubblicato e diffuso clandestinamente in tutto il mondo.

In esso, oltre a fornire una serie di regole pratiche per la realizzazione della guerriglia urbana e un elenco dei principali modi d’azione del guerrigliero (fra i quali la propaganda armata, il sequestro, il sabotaggio, le imboscate, gli espropri ecc.) il rivoluzionario brasiliano indicava anche quelle che lui riteneva dovessero essere le caratteristiche umane e psicologiche del guerrigliero urbano, richiamandosi agli stessi imperativi di coraggio moralità e coerenza, ai quali aveva fatto riferimento, nei suoi scritti Ernesto Guevara.

Nel programma elaborato da Carlos Marighella, le azioni violente ed i disordini nelle aree urbane, avrebbero provocato l’inasprimento della repressione, che, a sua volta, avrebbe generato maggiore violenza. In questo modo, il governo sarebbe stato costretto ad attuare misure sempre più aggressive e ciò gli avrebbe definitivamente alienato le masse: “…En cuanto una parte razonable de la población comienza a tomar en serio la acción del guerrillero urbano, su éxito está garantizado. … Para el gobierno no hay otra alternativa sino intensificar la represión. …La situación política en el país se transforma en situación militar, en la cual los gorilas aparecen cada vez más como los responsables de todos los desaciertos y violencias, mientras las dificultades en la vida del peublo se vuelven verdaderamente catastróficas. …Son esas circunstancias desastrosas para la dictatura las que permiten a los revolucionarios desencadenar la guerrilla rural, en medio del incremento incontrolable de la rebelión urbana”. [C. Marighella, “Minimanual del guerrillero urbano”, in C. Marighela, Acción libertadora, Paris, F. Maspero, 1970, pp. 142-143]

A livello nazionale, l’obiettivo principale di Marighella fu quello di unire i vari gruppi dissidenti dei partiti della sinistra e la componente cristiana rivoluzionaria, in un fronte unico che avrebbe rappresentato “un considerevole rafforzamento della guerra rivoluzionaria del popolo brasiliano contro i suoi nemici”. [C. Marighella, “Sull’unità dei rivoluzionari”, in Discorsi e documenti politici, op. cit., p. 107]

A causa della diversità ideologica degli aderenti all’ALN, non venne mai elaborato un programma dettagliato della rivoluzione, l’idea di Marighella era che, partendo dalla comune volontà di liberarsi dalla dittatura e dall’imperialismo nordamericano, i vari gruppi sarebbero dovuti passare immediatamente all’azione. Il vero programma rivoluzionario sarebbe stato prodotto dalla prassi: “La nostra strategia è partire immediatamente per l’azione, per la lotta armata. Il concetto teorico che ci guida è che l’azione fa l’avanguardia…Il tavolo delle discussioni non è più capace oggi di unire i rivoluzionari. Quello che unisce i rivoluzionari brasiliani è il passare all’azione; e l’azione è la guerriglia …[dalla quale] la avanguardia rivoluzionaria brasiliana … sorgerà come, quando e dove i gorilla e gli imperialisti degli USA meno se lo aspettano”. [C. Marighella, “Dichiarazione del gruppo comunista di São Paulo”, in Discorsi e documenti politici, op. cit., p. 72]

Insofferente a qualsiasi forma di burocratismo, Marighella aveva una concezione libertaria dell’organizzazione, che lo spinse a teorizzare lo “spontaneismo armato”, in base al quale veniva lasciata ai “gruppi di fuoco” completa autonomia e libera disposizione delle armi e del denaro ottenuti nel corso delle azioni.

L’organizzazione, il cui nucleo centrale era direttamente aperto verso l’esterno, era esposta ad un reclutamento senza discriminazioni né filtri, che rese agevole l’infiltrarsi nell’ALN di agenti della repressione con enorme costo di vite. Compresa quella dello stesso Marighella, trucidato in un agguato dalla polizia politica brasiliana il 4 novembre del 1969, (alle otto di mattina, al numero 806 di Alameda Casa Branca, a São Paulo. L’operazione fu coordinata dal famigerato Sérgio Paranhos Fleury), e quella del suo successore Joaquim Camara Ferreira, assassinato l’anno successivo.

L’attività del gruppo guerrigliero ALN fu molto intensa ma altrettanto breve e ciò fu dovuto sia al carattere particolarmente violento e repressivo del governo brasiliano, sia a quello ugualmente agguerrito e determinato dei rivoluzionari, che portarono, fin dall’inizio, ad un livello di scontro molto alto, al quale i guerriglieri non furono in grado di resistere.

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http://marxists.anu.edu.au/portugues/marighella/index.htm

http://www.desaparecidospoliticos.org.br/detalhes1.asp?id=85

http://www.facasper.com.br/cultura/site/ensaio.php?tabela=&id=80

Minimanuale del guerrigliero urbano

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Il Grande Torino: Valerio Bacigalupo, Aldo Ballarin, Dino Ballarin, Émile Bongiorni, Eusebio Castigliano, Rubens Fadini, Guglielmo Gabetto, Ruggero Grava, Giuseppe Grezar, Ezio Loik, Virgilio Maroso, Danilo Martelli, Valentino Mazzola, Romeo Menti, Piero Operto, Franco Ossola, Mario Rigamonti, Julius Schubert

La storia attiva e passiva d’Italia è piena di date orrende: questa del 4 maggio 1949 riguarda lo sport e deve considerarsi una macabra tragedia, non immune come tutte le nostre vere tragedie da un mortificante grottesco.

A Superga è perito il Torino, che giustamente venne poi ricordato come grande. Era importante, agli occhi degli italiani, come Bartali e Coppi, Nuvolari, Varzi, Ascari, Farina e Villoresi, Tenni e tutti coloro che li aiutavano a uscire dalle alb13_1949mortificazioni di una guerra gratuitamente perduta.

Il Torino aveva scremato il vivaio calcistico italiano con mezzi di persuasione davvero irresistibili. Il C.T. della nazionale Vittorio ccccc
Pozzo, vecchio militante della squadra granata, sollecitava i migliori della nazionale giovanile ad accettare le offerte del Torino, quali che fossero, perché giocando sotto la Mole sarebbero sempre stati alla sua portata: li avrebbe seguiti e consigliati per il meglio, così da maturare al più presto per la maglia dei moschettieri azzurri.
Dal canto suo il presidente Ferruccio Novo, industriale medio torinese, esercitava il proprio compito assicurando ai firmatari del cartellino granata (disemm inscì) i vantaggi indubitabili dell’esenzione dal servizio militare bellico: magari sarebbero stati chiamati alle armi, però destinati a Corpi non direttamente impegnati sui fronti di operazione: ed ecco perché il campionato del ’44 toccò ai misteriosi pompieri del nucleo spezzino…

Ferruccio Novo aveva assunto prima delle inique leggi razziali l’ungherese israelita Egri Erbstein, intelligente come pochi e come pochissimi informato di calcio. Erbstein era stato nascosto da Novo con tutta la sua famiglia.
Alla fine del conflitto, il tecnico tornò fuori e trovò di avere a disposizione il meglio della pedata italica. Per quanto riguarda il modulo, il Torino applicava un tantino pedissequamente il WM inglese.
Pareva a Erbstein di essere all’avanguardia, ma già incominciava ad accorgersi che il modulo faceva acqua in fase difensiva. Non ne ho le prove certe, ma mi fa testimonianza lo scrittore pavese (e torinista) Folco Portinari, che ebbe modo di consultare i preziosi appunti di Egri: ad affidarglieli era stata la signorina Erbstein, di professione ballerina.
Egri incominciava a parlare di geometria (cosa che feci anch’io in altra sede) e sono certo che bastasse questa intuizione a portarlo prestissimo alla scoperta degli spazi e alla più conveniente copertura dei medesimi.

Il Torino aveva tutto il meglio o quasi del prosperoso (allora) vivaio italiano e poteva consentirsi tutte le licenze tattiche di questo mondo. Io però lo vidi beccare 6-2 dall’Inter di Carcano, il vecchio marpione che aveva guidato anche la Juventus del quinquennio 1931-35. Carcano aveva evoluto il metodo a W chiamandolo, come tutti, mezzo sistema. Applicando quel modulo, improntato al difensivismo uruguagio-argentino, la Triestina e il Modena avevano conquistato il secondo posto in campionato dietro al Torino, troppo potente perché i poveri cirenei della critica italiana si potessero accorgere di nulla. Il WM era di moda e perfino Pozzo, che lo aveva osteggiato, ebbe a dirmi dopo un clamoroso Doria-Torino, finito 0-5, che secondo lui i granata di Erbstein avrebbero tranquillamente battuto anche la famosa Juventus del quinquennio, proprio quella che aveva innervato la nostra prima nazionale campione del mondo.
Ripensando alla poderosa formazione di Erbstein verrebbe spontaneo definirla una delle più forti del mondo: il giudizio è comunque induttivo, sebbene i contatti internazionali deponessero per la sua fondatezza: era però deficitaria l’impostazione tattica, se è vero che la nazionale innervata dal Torino aveva subito un mortificante 0-4 dagli inglesi nel ’48, proprio a Torino, e che gli stessi inglesi non irresistibili avevano perso 0-1 con gli USA due anni dopo ai mondiali brasiliani.

Il grande Torino perì a Superga perché così era scritto che finisse quella magnifica e insieme astuta creazione di Novo e di Pozzo. Le circostanze sono note (purtroppo) nel mondo intero. Dopo un certo Italia-Portogallo giocato a Genova, il vecchio Pereira chiede al collega capitano Valentino Mazzola che il Torino si presti a giocare in Lisbona la partita che il Benfica dedica al suo più valido atleta, ormai giunto al commiato dallo sport. Il generoso Mazzola promette e Ferruccio Novo pone come condizione che il Torino pareggi l’incontro decisivo di San Siro con l’Inter, che insegue a 4 punti e non è ancora rassegnata alla sconfitta.
Il capitano Mazzola accetta a nome di tutti. L’incontro finisce 0-0: il Torino è matematicamente campione. Può dunque prepararsi per l’ involo di Lisbona.
La trasferta in Portogallo viene considerata alla stregua d’una gita turistica.
Vi prendono parte i tecnici Erbstein e Livesley, il coach inglese, i giornalisti Renato Casalbore, fondatore di Tuttosport, Renato Tosatti, capo dei servizi sportivi della Gazzetta del Popolo, e Luigi Cavallero, che è capo dei servizi della Stampa e deve farla fuori con Vittorio Pozzo per non venir lasciato in redazione dal collega più vecchio e famoso.
L’amichevole di Lisbona (pase de adios del buon Pereira) finisce 1-0 per il Benfica. La comitiva torinese si affretta a raggiungere l’aeroporto dove l’attende, pronto all’involo, il Charter G 212. Tutti i gitanti sono pieni di doni per familiari ed amici. La rotta del G 212 è stabilita da tempo: l’atterraggio è previsto per l’ aeroporto internazionale della Malpensa, nei pressi di Milano: qui aspetta, come stabilito, il pullman sociale chiamato Conte Rosso…
Come è già accaduto qualche altra volta, l’aereo dribbla la Malpensa, e con quella i finanzieri delegati a fare dogana, per atterrare, inatteso, a Torino.

Il cielo è coperto. Sono le ore 17,05. Il G 212 s’immerge sobbalzando in una gran nube che sovrasta le colline torinesi. Pochi istanti trascorrono ricorda la mia Storia critica del calcio italiano ed è un orribile schianto.
Tradito dagli strumenti di bordo, il pilota non si accorge di volare diritto contro la scarpata della Basilica di Superga. Nell’urto immane, l’aereo esplode come una bomba. Ai primi soccorritori si presenta uno spettacolo orripilante.
Membra umane sono sparse all’ intorno con i resti sconciati dell’apparecchio. Identificare i cadaveri è quasi impossibile.
Il solo impavido Vittorio Pozzo ha cuore di prendersi questo compito pietoso e orrendo.
La notizia della sciagura si abbatte sull’ Italia e sul mondo. Per tutti è cordoglio e pena. Non era mai accaduto che un’ intera squadra perisse a quel tragico modo.
Il bilancio è terribile. La città di Torino e l’Italia perdono diciotto fra i migliori atleti che vantasse il nostro calcio. Il vuoto appare subito incolmabile. Un’intera generazione viene decapitata… Il Torino stava sostituendosi alla Juventus nel tifo degli italiani. In Valentino Mazzola vedevano tutti il meglio del nostro calcio sopravvissuto alla guerra.

Con lui sono periti almeno altri undici elementi di valore internazionale certo: il portiere Bacigalupo, i terzini d’ ala Ballarin e Maroso, il centromediano Rigamonti, i centrocampisti Castigliano, Grezar, Martelli e Loick, le punte Menti II, Gabetto e Ossola, la riserva e già nazionale di Francia Bongiorni.
Il lutto è atroce. La tragedia ci appare come una maledizione biblica, non meritata dal Torino né dall’ Italia.
Poi, com’è fatale, se ne ricercano le cause al di fuori del tragico destino che ha consentito la sciagura. Affiorano le miserie più vili, le astuzie torbide, i sotterfugi illegali.
Vi è chi parla di contrabbando di valuta e persino di droga, di un cambio di rotta improvviso per ingannare i finanzieri comandati alla Malpensa. Ahimé, nella tragedia stona qualsiasi rilievo, foss’anche ragionevole e doveroso. La realtà è tale che lo sdegno aiuta a superare la desolazione. Ma intanto quei meravigliosi ragazzi non sono più con noi.
E l’acerbo rimpianto non ha fine.”
Gianni Brera (Repubblica — 4 maggio 1989)

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Renato Guttuso: Portella della Ginestra

Nta lu chianu dâ Purtedda chiusa a ‘n menzu a ddu’ muntagni
c’è ‘na petra supra l’erba pi ricordu a li compagni.
A l’addritta nni ‘sta petra a lu tempu di li Fasci
un apostulu parrava di lu beni pi cu nasci.
E di tannu finu a ora a Purtedda dâ Ginestra
quannu veni ‘u primu maggiu ‘i cumpagni fannu festa…

E Giulianu lu sapìa ch’era ‘a festa di li poveri,
‘Na jurnata tutta suli doppu tantu tempu a chiòviri
Cu ballava, cu cantava, cu accurdava li canzuni
E li tavuli cunzati di nuciddi e di turrùni!

Ogni asta di bannera, era zappa, vrazza e manu
Era terra siminata, pani càudu, furnu e granu.

La spiranza d’un dumani chi fa ‘u munnu ‘na famigghia
La vidèvunu vicinu e cuntavunu li migghia,
l’uraturi di ddu jornu jera Japicu Schirò,
dissi: « Viva ‘u primu maggiu », e la lingua ci siccô.

Di lu munti ‘i la Pizzuta ch’è l’artura cchiù vicina
Giulianu e la so banna scatinô ‘a carneficina.

A tappitu e a vintagghiu,
mitragghiavunu la genti
Comi fauci chi meti
cu lu focu ‘ntra li denti,
c’è cu cianci spavintatu,
c’è cu scappa e grida ajutu,
c’è cu jetta ‘i vrazza a l’aria
a difìsa comu scutu..

E li matri cu lu ciatu,
cu lu ciatu – senza ciatu:
– Figghiu miu, corpu e vrazza
comu ‘nchiommur’ aggruppatu!

Doppu un quartu di ddu ‘nfernu, vita, morti e passioni,
‘i briganti si nni jeru senza cchiù munizioni,
arristàr a menzu ô saŋŋu e ‘ntà l’erba di lu chianu,
vinti morti, puvireddi, chi vulìanu un munnu umanu..
E ‘nta l’erba li ciancèru matri e patri agginucchiati,
cu li lacrimi li facci ci lavàvunu a vasàti.

Epifania Barbatu, cu lu figghiu mortu ‘nterra dici:
« A li poveri, puru ccà, ci fannu a guerra… »
Mentri Margarita la Glisceri, ch’era ddà cu cincu fìgghi
arristô morta ammazzata, e ‘nto ventri avea ‘u sestu figghiu…

‘A ‘ddu jornu, fu a Purtedda, cu ci va doppu tant’anni,
vidi morti ‘n carni e ossa, testa, facci, corpa e jammi,
vivi ancora, ancora vivi e ‘na vuci ‘n celu e ‘n terra,
e ‘na vuci ‘n celu e ‘n terra: O justizia, quannu arrivi?
O giustizia, quannu arrivi?!!

[Ignazio Buttitta]