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Margherita Cagol (Mara), fondatrice delle Brigate Rosse, è stata assassinata il 5 giugno 1975 alla Cascina Spiotta, sulle colline di Acqui Terme, durante il sequestro dell’industriale Vallarino Gancia. Era sul prato, seduta e con le mani alzate, ferita in modo lieve, quando un carabiniere ha sparato a bruciapelo sotto il braccio sinistro il proiettile che ha fermato il suo respiro.

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…una raffica
inchiodò
alla terra
il tenero sorriso…
l’erba di giugno
carezzò il suo viso
capelli sparsi
giocarono col vento…
(Agrippino Costa, Mara, 1991)

“Margherita per due anni è stata il dirigente più autorevole della colonna di Torino, composta di operai, e chi conosce gli operai della Fiat sa che ci vuole qualcosa di più che due occhi verdi, bellissimi fra l’altro, per farsi rispettare da loro” (M. Moretti)

 

BRIGATE ROSSE: Volantino di Commemorazione del 6 Giugno 1975

“Ai compagni dell’organizzazione, alle forze sinceramente
rivoluzionarie, a tutti i proletari. È caduta combattendo Margherita Cagol, “Mara”, dirigente comunista e membro del Comitato esecutivo delle Brigate Rosse.

La sua vita e la sua morte so
no un esempio che nessun combattente per la libertà potrà dimenticare. Fondatrice della nostra organizzazione, “Mara” ha dato un inestimabile contributo di intelligenza, di abnegazione, di umanità, alla nascita dell’autonomia operaia e della lotta armata per il comunismo. Comandante politico-militare di colonna, “Mara” ha saputo guidare vittoriosamente alcune fra le più importanti operazioni dell’organizzazione. Valga per tutte la liberazione di un nostro compagno dal carcere di Casale Monferrato. Non possiamo permetterci di versare lacrime sui nostri caduti, ma dobbiamo impararne la lezione di lealtà, coerenza, coraggio ed eroismo! È la guerra che decide in ultima analisi della questione del potere: la guerra di classe rivoluzionaria. E questa guerra ha un prezzo: un prezzo alto certamente, ma non così alto da farci preferire la schiavitù del lavoro salariato, la dittatura della borghesia nelle sue varianti fasciste o socialdemocratiche. Non è il voto che decide la conquista del potere; non è con una scheda che si conquista la libertà. Che tutti i sinceri rivoluzionari onorino la memoria di “Mara” meditando l’insegnamento politico che ha saputo dare con la sua scelta, con il suo lavoro, con la sua vita. Che mille braccia si protendano per raccogliere il suo fucile!
Noi, come ultimo saluto, le diciamo: “Mara”, un fiore è sbocciato, e questo fiore di libertà le Brigate Rosse continueranno a coltivarlo fino alla vittoria! Lotta armata per il comunismo”

Tonino Loris Paroli, Testimonianza al Progetto Memoria, Reggio Emilia 1995.

br_marac“[…] Mara era una dirigente comunista, una delle prime donne emancipate dell’epoca moderna e credeva alla donna come uno dei poli della societa’; determinante per l’emancipazione di tutti gli altri. Un giorno manifestando a lei le mie perplessità sulla poca presenza femminile nella nostra organizzazione, anche in relazione alla durezza del vivere clandestini tra soli maschi, mi disse di essere certa che la componente donna nell’arco di pochi anni sarebbe aumentata enormemente. Aveva avuto ragione. Infatti in pochi anni quasi tutte le organizzazioni armate erano dirette da una elevata componente femminile. E questo è uno degli aspetti più profondi della nostra storia, mai messo in luce da colo i quali hanno riversato su centinaia di libri tutti quei tentativi manipolati e disperati nel volerla spiegare.
Mara era una compagna vera e concreta e sapeva costruire relazioni semplici e complesse con tutti i compagni. Con lei non vedevi mai la rottura tra le discussioni politiche e il momento in cui si poteva suonare la chitarra e cantare, scherzare o ridere, o quando si cucinava o si era a tavola. Il tempo era per lei tutto dentro una scelta di vita e con dolcezza sapeva sempre armonizzare i momenti belli con quelli stressanti e angosciosi.
Sul piano personale è la compagna che mi aspetta all’imbocco dell’autostrada di Reggio Emilia, nel lontano ’74, quando faccio la scelta della clandestinità. Ed è lei che fin dal primo momento sa leggermi dentro e capire quanto per me questa scelta fosse anche una scelta sofferta, dato che avevo lasciato gli affetti personali, soprattutto quelli del figlio.
Questa sua comprensione era importante, per me era liberatoria, non mi costringeva, rispetto a certe persone tutte d’un blocco, a essere quello che non ero…
Sul piano politico sono molti i momenti cruciali dove Mara è esageratamente attiva, propulsiva e stimolante nei confronti di tutti nei della colonna di Torino. Un particolare importante: quando l’esecutivo decide di far entrare ‘Frate Mitra’ nelle BR, lei si oppone, politicamente condivideva il metodo di farlo entrare trasversalmente; asseriva che lui doveva inserirsi nel mondo di lavoro e solo in seguito a verifiche… avremmo valutato se e come farlo entrare nell’organizzazione. Nessuno la ascoltò. Frate Mitra si rivelò una spia facendo arrestare Curcio e Franceschini.
Ma il momento più rivelante, ricco e nel contempo lacerante è quello dei primi mesi del ’75, quando noi di Torino proponemmo di affrontare il problema dei nostri compagni prigionieri. Periodo ricco perché dopo tanti compagni arrestati avevamo rimesso assieme le forze in grado di riprendere l’iniziativa teorica e pratica della propaganda guerrigliera. Lacerante in quanto la proposta di Torino non era condivisa da molti compagni di altre colonne. Infatti alla proposta  operativa di liberare Curcio da Casale Monferrato, due compagni scelsero di uscire dall’organizzazione. Altri compagni sospettarono Mara di personalismo, in quanto moglie di Renato (ma se vi fosse stato in lei anche una quota di personalismo affettuoso verso il compagno da liberare era una cosa così grave?) il che non era assolutamente vero: noi di Torino stavamo lavorando da tempo anche su altre prigioni dove erano rinchiusi dei nostri compagni. Solo che proponemmo Casale dove le nostre inchieste avevano individuato dei punti vulnerabili più che altrove.
Alla fine di una serie di dibattiti riuscimmo a far passare la proposta e facemmo l’intervento alla prigione. La cosa riuscì: fu una delle più belle azioni guerrigliere delle BR, attorno alla quale il consenso e l’entusiasmo si manifestarono a livello di massa. Il giorno prima di quell’azione io e Mara ci appartammo in macchina in un viottolo per attendere il momento di fare un sopralluogo al passaggio a livello… E, in attesa che calassero le sbarre, ricordo quel tempo durato circa un’ora di totale mutismo tra me e lei, mentre ascoltavamo Bob Dylan. […] Di certo avevamo la consapevolezza del fatto che all’indomani dovevamo affrontare per la prima volta un attacco ad una struttura militare dello Stato. E benché il nostro intento fosse quello di fare tutto il possibile per evitare sparatorie, non sapevamo se era realizzabile: potevamo lasciarci anche la pelle. La paura è sempre in relazione a ciò che non sei in grado di prevedere, a ciò che non conosci esaurientemente e temi di non saper affrontare i problemi che ti pone.
Mentre parlo di Mara mi accorgo di avere il pensiero fisso alla cascina Spiotta su quel maledetto lenzuolo bianco che sovrasta il suo corpo. Quello è stato uno dei primi sipari calati sulla nostra storia. Ma la cascina Spiotta di Mara non è solo quel finale. Lei in quella nostra vare con diversi ettari di terra era molto attiva e coltivava di tutto, dalle verdure ai frutti e mi parlava spesso di ogni sorta di piante. Simpaticamente, con gesti rassomiglianti ai contadini, l’ho vista irrorare il vigneto su quella dolce rupe delle Langhe, dove il sole si confondeva sul sorriso del suo viso biondo trentino. Lei era una poetessa della vita, nella vita, per la vita; per cui manifestava sempre quella generosità nel suo essere compagna che oltrepassava tutti i limiti, fino a quello di vent’anni fa dove morimmo un po’ tutti sotto quel lenzuolo bianco, ma anche dove rinascemmo un po’ tutti.”

Da una lettera di Mara ai genitori
“Cari genitori, vi scrivo per dirvi che non dovete preoccuparmi troppo per me. Ora tocca a me e ai tanti compagni che vogliono combattere questo potere borghese ormai marcio continuare la lotta. Non pensate per favore che io sia un’incosciente. Grazie a voi sono cresciuta istruita, intelligente e soprattutto forte. E questa forza in questo momento me la sento tutta. È giusto e sacrosanto quello che sto facendo, la storia mi dà ragione come l’ha data alla Resistenza nel ’45. Ma voi direte, sono questi i mezzi da usare? Credetemi non ce ne sono altri. Questo stato di polizia si regge sulla forza delle armi e chi lo vuol combattere si deve mettere sullo stesso piano.”

La liberazione di Curcio dal carcere di Casale Monferrato.
A Mara. Un ricordo di vita, di lotta.

mara218 febbraio 1975. È giorno di colloqui nel carcere di Casale Monferrato. L’unico scadenzato refolo di vitalità che interrompe la grigia monotonia della piccola struttura. Poco più di quaranta detenuti e meno della metà di guardie carcerarie. Cinque uomini e una donna bionda fermano due macchine vicino all’ingresso. Nulla di strano. Lei suona e chiede di consegnare un pacco al marito. Il piantone apre. Il gesto è quasi automatico, il cambio di scena repentino. D’improvviso i suoi occhi vedono solo il mitra che la giovane dal bel volto e dal sorriso luminoso gli punta contro. Alla mente giunge quasi surreale l’intimazione di una voce femminile decisa: «Stai buono o sei un uomo morto». Parole ferme, non cupe. Due, forse tre uomini con la tuta blu degli operai della Sip staccano i fili del telefono. In mano scala e mitra. Mara e un compagno arrivano al corridoio dove sono le celle: «Renato… dove sei?»

 Lo sconforto dura un attimo. Curcio scende veloce dal piano di sopra e subito la loro macchina parte in direzione Alassio. Gli altri fanno perdere le loro tracce. Una ventina di brigatisti mobilitati per un’azione perfetta. Mara si toglie la parrucca bionda. Torna con i suoi capelli neri e occhi che si intuiscono verdi anche nella foto tessera in bianco e nero della sua patente falsa. Dove l’ovale regolare e allungato è incorniciato dalla pettinatura cotonata e ripiegata all’insù delle presentatrici televisive dell’epoca.

Le prigioni di Stato sono state violate. Una vittoria politica per l’organizzazione, un’azione dal forte simbolismo che colpisce e libera l’immaginario romantico. Un nucleo armato delle Brigate Rosse ha assaltato e occupato il carcere di Casale Monferrato liberando il compagno Renato Curcio. Questa operazione si inquadra nella guerra di resistenza al fascio di forze della controrivoluzione che oggi nel nostro paese sta attuando un vero e proprio “golpe bianco” seguendo le istruzioni dei superpadroni imperialisti Ford e Kissinger. […] Compito dell’avanguardia rivoluzionaria oggi è quello di combattere a partire dalle fabbriche, il golpismo bianco in tutte le sue manifestazioni, battere nello stesso tempo la repressione armata dello stato e il neocorporativismo dell’accordo sindacale. La liberazione dei detenuti politici fa parte di questo programma.
Liberiamo e organizziamo tutte le forze rivoluzionarie per la resistenza al golpe bianco.

Le polemiche fioccano, il generale Dalla Chiesa tuona contro chi ha lasciato il capo delle Brigate Rosse in un carcere «di cartapesta».

[…] Milano è per me una grande esperienza. Questa grande città che in un primo momento mi è parsa luminosa, piena di attrattive, mi appare sempre di più come un mostro feroce che divora tutto ciò che di naturale, di umano e di essenziale c’è nella vita. Milano è la barbarie, la vera faccia della società in cui viviamo. […] Questa società, che violenta ogni minuto tutti noi, togliendoci ogni cosa che possa in qualche modo emanciparci o farci sentire veramente quello che siamo (ci toglie la possibilità di coltivare la famiglia, di coltivare noi stessi, le nostre esigenze, i nostri bisogni, ci reprime a livello psicologico, fisiologico, etico, ci manipola nei bisogni, nell’informazione, ecc. ecc.) ha estremo bisogno di essere trasformata da un profondo processo rivoluzionario. […] Ebbene se pensiamo che tutto questo potrebbe essere eliminato benissimo (ti ricordi quando l’anno scorso ti dicevo che utilizzando al massimo tutti i progetti tecnologici studiati ed impiegandoli nel processo produttivo sarebbe possibile mantenere 10 miliardi di persone al livello del reddito medio attuale americano?) ma che questo non è possibile fin quando esisteranno sistemi politici come quello europeo o americano attuali. Tuttavia esistono moltissime condizioni oggi per trasformare questa società e sarebbe criminale (verso l’umanità) non sfruttarle. Tutto ciò che è possibile fare per combattere questo sistema è dovere farlo, perché questo io credo sia il senso profondo della nostra vita. […] La vita è una cosa troppo importante.” (Margherita – Mara – Cagol)

Un fiammifero per penna
sangue versato in terra per inchiostro
l’involto di una garza dimenticata per foglio.
Ma cosa scrivo?
Forse ho solo tempo per il mio indirizzo.
Strano,l’inchiostro s’è coagulato
Vi scrivo da un carcere in Grecia
Carcere militare di Boiati – isolamento 5 giugno 1971  – Era un sabato scrissi questa poesia subito dopo esser stato selvaggiamente picchiato
(Alexandros Panagulis, Prigione militare di Boiati “Vi Scrivo da un Carcere in Grecia”, 1971)

panagulis

Alexandros Panagulis nacque ad Atene il 2 luglio 1939. Figlio di Atena e Basilio Panagulis, colonnello dell’esercito greco. Studente di ingegneria al Politecnico e membro del Comitato centrale della Federazione giovanile del partito “Unione di Centro”, fondatore e capo di “Resistenza Greca”. Partecipò attivamente alla lotta per il ritorno alla democrazia e contro il regime dei colonnelli. Disertore dopo il colpo di stato di Papadopulos, il 13 agosto 1968 fu autore di un attentato contro il dittatore. Fu arrestato, seviziato e condannato a morte: pena da lui stesso sollecitata durante il processo.
La sentenza a morte non venne mai eseguita: forse per paura che la sua morte lo trasformasse in un eroe, simbolo della lotta contro il Potere, della lotta contro il tiranno. Ma simbolo lo divenne comunque, anche da vivo.

Durante l’arresto Alexandros rifiutò di cooperare con la giunta e fu vittima di atroci torture sia fisiche sia psicologiche. Evase dalla prigione di Bogiati (S.F.B.) il 5 giugno 1969 ma fu presto di nuovo catturato e condotto provvisoriamente al campo di Goudi. Infine fu destinato ad un esilio solitario a Bogiati, dal quale tentò varie volte di evadere senza risultato.
Trascorse cinque anni rinchiuso in una cella di un metro e mezzo per tre, poi Papadopulos gli concesse la grazia. Una volta caduta la Giunta, fu eletto come deputato in Parlamento: ma la sua lotta contro il Potere non era ancora finita: perché in Grecia non si poteva ancora parlare di democrazia. Non dava requie a nessuno, meno che mai al ministro della di Difesa Averoff: uomo che col passato regime aveva tenuto rapporti non chiari.
Alekos sapeva che esistevano documenti in grado di provare l’ex collaborazionismo del ministro, ma due giorni prima della presentazione in Parlamento di quei documenti (1 maggio 1976), rimase ucciso in un incidente automobistico.
Difficile pensare ad una semplice coincidenza. Ai suoi funerali partecipò un milione e mezzo di persone.

ERA IL 6 AGOSTO 1945…

la veranda

hiro

Ricordo che il sole sorse un po’ più tardi quel mattino. Era ancora buio quando mi alzai dal letto. Guardai dalla finestra e, verso il porto, vidi solo nero, e nebbia, e sagome incerte di navi. L’orologio della cucina segnava le otto e un quarto. Andai di là, a svegliare la mamma, e in quel momento, finalmente, il sole sorse. Poi sentii il vento, il rumore, le orecchie appesantite. L’orologio si fermò alle 8:16 e 8 secondi. Caddi sul pavimento e su di me crollò tutto quello che la mamma aveva appoggiato sul tavolo la sera prima: la tovaglia, le stoviglie, le bacchette, un libro che dovevo riportare in biblioteca. Avevo sette anni. Non era mai successo, prima di quella volta, che il sole facesse così. Era il 6 agosto 1945. Abitavamo ad Hiroshima. Adesso ho 77 anni. Sono quasi viva. Da quel giorno, tutte le mattine, mi alzo…

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CON OGNI DONNA O UOMO CHE MUORE PER LA GIUSTIZIA SOCIALE MUORE ANCHE QUALCOSA DELLA DECENZA UMANA. PERÒ QUALCOSA RESTA, ED È PROPRIO QUEL QUALCOSA CHE CI FA INGHIOTTIRE LA RABBIA E RIPETERE A DENTI STRETTI: VINCEREMO!!” (Luis Sepulveda)

All’alba del 18 dicembre 1996 (ora italiana perché in Perù era la sera del 17 dicembre) un gruppo di guerriglieri del Mrta (Movimento rivoluzionario Tupac Amaru) occupò in armi l’ambasciata giapponese a Lima, sequestrando centinaia di persone, tra cui ostaggi eccellenti come ambasciatori da tutto il mondo e il capo dell’antiterrorismo peruviano.
“SCACCO AL MONDO” titolerà il quotidiano «Il Manifesto» del giorno dopo:“Ambasciatori, funzionari stranieri e quasi 500 persone ostaggio dei guerriglieri peruviani Tupac Amaru. L’irruzione durante una festa dell’ambasciatore giapponese a Lima. Chiedono il rilascio dei prigionieri politici o uccideranno tutti, poi minacciano di portarli nella foresta. Clinton offre aiuto a Fujimori” Il Manifesto 19 dicembre 1996 

mrta perù

 

 

Queste le ragioni dell’azione nelle parole dei compagni peruviani:
“… c’è un paese dove esiste un terrorismo che uccide dalla fame migliaia di bambini che non hanno nessuna possibilità di alimentarsi … questo sistema che favorisce soltanto i potenti ha generato 13 milioni di peruviani in una situazione di estrema povertà… “
” …il governo del Sgn. Fujimori si scontra con i combattenti sociali mettendoli in galera, ove viene applicata la pena di morte in maniera lenta; questa è una realtà che non si può nascondere”.
” Questo lo deve sapere tutto il mondo; quella non è una democrazia; quella è una dittatura travestita da democrazia, perché in una democrazia non si può attentare contro i diritti e la dignità umana: questo non lo permetteremo mai”
“Lo sappia tutto il mondo: in questo paese ammazzano i combattenti sociali nelle prigione… e davanti a questo resta soltanto una lotta contro un governo sordo al dialogo, un governo prepotente che pensa di far retrocedere con le arme e la superbia la lotta rivoluzionaria del popolo”.
…”Il Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru è una organizzazione che viene dal popolo, nasce da esso… siamo molto lontano dalle accuse che costantemente ci piombano addosso, cioè, di essere un gruppo di terroristi assassini, questo è totalmente falso”.
“Abbiamo una sufficente autorità morale cosicché da esigere… anche se ci siano delle autorità responsabili dalla politica economica, responsabili dalla violazioni dei diritti umani di questo governo, nonostante non ci scontriamo con loro, li consideriamo delle persone. Mai applicheremo il principio l’occhio per l’occhio, dente per dente; mai imbatteremo contro la loro dignità umana come essi si lo fanno con i nostri prigionieri”.
“Abbiamo preso questa misura in contrapposizione alla forma disumana con cui vengono trattati i nostri compagni imprigionati, i quali vivono in una prigione-tomba; proprio per questa ragione reiteriamo la sollecitudine che i nostri compagni imprigionati vengano liberati”.
“Casomai il Sgr. Fujimori decida finalmente per una intervenzione militare, questo accadrà sotto la sua intera responsabilità… non abbiamo paura dalle minacce, nemmeno dalla superbia; qui c’entra il dialogo, una soluzione pacifica voluta da tutti noi… continueremo fino alle ultime conseguenze, perché non retrocederemo mai.” ¡TUPAC AMARU … VIVE … Y VENCERA!!
Movimento rivoluzionario Tupac Amaru Mrta

I guerriglieri Tupac Amaru avevano chiesto a Fujimori di liberare solo 20 dei militanti del gruppo che si trovano nelle carceri peruviane ma le trattative non hanno mai trovato sbocchi reali e dopo 126 giorni di assedio il governo peruviano ha scelto la via della strage: il 22 aprile con un blitz militare organizzato insieme ai servizi segreti israeliani, americani e inglesi è stata messa la parola fine all’occupazione della residenza dell’ambasciatore giapponese a Lima; tutti i 14 guerriglieri del Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru furono assassinati.

 DICHIARAZIONI DEL COMANDANTE HUERTA di LUIS SEPULVEDA –
“QUANDO A LIMA erano le 15,30 del 22 aprile, meno di un giorno fa, ero all’aeroporto di Monaco di Baviera e ha suonato il mio cellulare. Era Nestor Cerpa Cartolini, ovvero il comandante Evaristo, che mi chiamava. Qualcuno, un giornalista tedesco forse, gli aveva dato il mio numero e gli aveva fatto sapere che ero disponibile a fare parte di uno scudo umano per interporsi fra i sequestratori dell’Mrta, che da 126 giorni occupavano la residenza dell’ambasciatore giapponese a Lima, e la follia di Fujimori, un discendente di giapponesi che, per quanto ci costi riconoscerlo, rappresenta la peggior spazzatura giunta su un continente che ha sempre accolto bene gli emigranti.
I guerriglieri dell’Mrta, Movimiento revolucionario Tupac Amaru – i Tupamaros nel gergo militante – si sono lanciati all’occupazione della residenza diplomatica giapponese per ottenere la liberazione di quattrocento uomini e donne che morivano e muoiono lentamente nelle peggiori galere del continente. E’ poco quello che la cosiddetta opinione pubblica internazionale sa del Perù. Sa, per esempio, che quel paese andino fu sconvolto da un’ondata irrazionale di violenza pseudo-izquierdista guidata da Sendero Luminoso, un gruppo politico che ha saputo manipolare con abilità il sentimento di frustrazione degli indios peruviani e li ha spinti a una pratica di eliminazione dei loro oppositori da far invidia ai Khmer rossi di Pol Pot in Cambogia. E molto meno si sa dell’esistenza dell’Mrta che, erede dell’antica tradizione di lotta dei comuneros indigeni, ha tentato di umanizzare la guerra contro lo sfruttamento secolare dei popoli andini. L’Mrta è un movimento politico tipicamente latino-americano che, a torto o a ragione, ha continuato il cammino cominciato da Guillermo Lobatòn, Héctor Bejar o dal mio fratello, il giovane poeta Javier Heraud, tutti caduti nella lotta guerrigliera degli anni settanta.
Fin dalle sue prime azioni l’Mrta ha cercato di agire per poter negoziare con l’unico linguaggio che l’oligarchia peruviana rispetta, ossia da una posizione di forza.
Un indio peruviano non esiste come persona, è appena un numero, un elemento per le statistiche, ed è proprio in paesi come il Perù dove la borghesia crea le condizioni violente per rispondere con violenza alla violenza dello stato al servizio di pochi, molto pochi.
Durante i 126 giorni di occupazione della residenza dell’ambasciatore giapponese a Lima non è stata commessa alcun tipo di violenza contro gli ostaggi. E’ legittimo pensare che la privazione della libertà sia già una sufficiente violenza, però, attenzione, stiamo parlando del Perù, di un paese governato da un megalomane che ha cercato di auto-legittimarsi con un abile colpo di stato e la benedizione del Fondo monetario internazionale. Gli ostaggi sono stati trattati con la cortesia stipulata nei trattati internazionali sui prigionieri di guerra. Qualcosa di molto diverso occorreva, occorre e occorrerà nelle carceri di Fujimori.
Mesi di isolamento
I militari peruviani, responsabili delle peggiori violazioni dei diritti umani, formati nella Escuela de las Américas dell’esercito degli Stati uniti, non hanno vacillato nel torturare e assassinare i militanti di sinistra, e nel cercare di uccidere in vita, attraverso l’impazzimento, i sopravissuti. Mesi, anni di isolamento assoluto, nell’oscurità, senza alcuna assistenza medica, e senza processo, è stata la formula usata da Fujimori per farla finita con qualsiasi tipo di dissidenza politica, armata o pacifica.
Il trionfo militare contro Sendero luminoso ha fatto di Fujimori un paladino della lotta contro la sovversione nel continente, e sconfiggere quella banda di cretini maoisti è valso a Fujimori il beneplacito internazionale per fare tutto quel che gli passasse per la testa. Tutti i mezzi sono buoni per proteggere gli investimenti del capitale internazionale in Perù, e in America latina.
Il telefono ha suonato, e la voce agitata di Cerpa, Evaristo, diceva: “Mezz’ora fa si è ritirato l’ambasciatore del Canada, l’attacco contro l’ambasciata è cominciato. Moriremo tutti, fratello, e cadiamo per il Perù e l’America latina”.
Sono le due del mattino quando scrivo queste righe e sono preda di una tremenda rabbia, perché tutti gli sforzi andavano in direzione di un negoziato. Un mese fa ne parlai con l’ambasciatore dell’Uruguay in Perù, che era uno degli ostaggi liberati dall’Mrta, e lui mi assicurò che gli occupanti della residenza giapponese erano tutti molto giovani e molto colti, e che nessuno degli ostaggi aveva paura di loro. Adesso le agenzie parlano della morte di tutti quei compagni, che sbagliassero o no compagni, perché è bene che si sappia una maledetta volta per tutte che tutti quelli che si ribellano in America latina, dai ragazzi combattenti del Chiapas fino ai detenuti politici del Frente Manuel Rodrìguez in Cile, sono una sola grande famiglia che con orgoglio assoluto va avanti nella traccia lasciata dal Che, perché non ci è stato lasciato altro cammino, perché la pace non convive con lo sfruttamento, perché la dignità non la decide il Fondo monetario internazionale, perché le speranze del continente non le amministra la Banca mondiale, perché la sete di giustizia sociale non si è saziata con la caduta del falso mondo socialista né con l’avvento del nuovo ordine internazionale.
Non so ancora quanti guerriglieri dell’Mrta siano morti, neanche conosco quanti ostaggi siano caduti e neanche a quanto ammontino le perdite dell’esercito peruviano. Tutto importa, perché si è scritta una nuova pagina della storia nera dello sfruttamento e della repressione, della storia dell’America latina.
Oggi i governanti del mondo si affretteranno a salutare l’energia e la decisione di Fujimori, ma i detenuti politici continueranno a morire secondo dopo secondo nelle galere peruviane. Appena un mese fa Fidel Castro aveva offerto asilo ai guerriglieri dell’Mrta ma loro risposero che non avevano preso d’assalto l’ambasciata per guadagnarsi una vacanza a Cuba, bensì per strappare alla morte 400 compagni. Questo si chiama dignità, valore, avere le palle in politica.
Per quanto non serva più a nulla, saluto quei compagni caduti, i miei compagni, che forse sbagliavano o forse no ma che hanno dimostrato che il capitalismo non ha la minima chance di dormire sonni tranquilli.
Con ogni donna o uomo che muore per la giustizia sociale muore anche qualcosa della decenza umana. Però qualcosa resta, ed è proprio quel qualcosa che ci fa inghiottire la rabbia e ripetere a denti stretti: Vinceremo!
Comunicati del Mrta durante l’occupazione

Sorgente: 42 anni dal golpe in Cile dei militari di Pinochet appoggiati dalle potenze capitaliste

“Uscito dal carcere dopo tanto tempo, rientrando nella società mi sono accorto di un cambiamento avvenuto nel linguaggio di quelli che erano diventati, di nuovo, miei concittadini. Il passare del tempo aveva prodotto l’uso di aggettivi forti, superlativi: ‘assolutamente, pazzesco, agghiacciante, spaventoso’, per compensare pensieri e passioni sempre più deboli” (Salvatore Ricciardi “Cos’è il carcere”)

prisontue1Cos’è il carcere? Difficile dirlo per chi non c’è mai stato; possiamo immaginarlo dalle esperienze raccontate ma anche così non riusciremo mai a capire cosa davvero significhi la privazione della libertà. Allora forse è meglio cambiare domanda e chiederci “cosa sappiamo del carcere?”: In una parete di una cella di detenzione del castello sforzesco di Ferrara si legge “Quando penso alla mia sorte, l’esser posto giovane …. de fortuna crudele…”. Scorrono gli anni, cambiano le strutture carcerarie, cambiano i nomi dei detenuti, ma non cambiano le “sorti”. Il carcere è un luogo di sopraffazione e violenza, un luogo di abusi quotidiani dal quale bisogna far attenzione a non farsi schiacciare perché “se ne vieni sopraffatto arriva la depressione” e in carcere è sin troppo facile morire suicidi … o suicidati. È una zona nel nulla spazio temporale, dove perdendo il senso dei giorni si impara cosa veramente sia il tempo e dove, privati della seppur minima possibilità di autogestione, si impara di quante piccole cose sia composta la libertà, e quanto siano meravigliose ed importanti, nella loro infinita piccolezza, tutte quelle minime cose che possono costruire la libertà di un qualcuno, e di una classe “Tu sei sempre lì, entri ed esci dalla cella e preferisci non collegare quelle tue ripetitive mosse a qualcosa di definito. Ripetitive come l’alito della vita e come tutte le carceri, inebriate da intervalli regolari”. Per la soddisfazione dei tanti “liberi” giustizialisti d’accatto, che sotto la falsa egida della legalità, magari all’indomani di qualche sentenza mediatica, sproloquiano su quanto siano pochi gli anni di carcere affibbiati a qualcuno, in carcere non si trova il sonno facilmente, e quando finalmente ci si riesce, Il risveglio è sempre violento, accompagnato dal metallo urlante delle sbarre, dalle perquisizioni, dalle maledizioni. Ad ogni risveglio brutale non si sente la mancanza delle parole dolci, delle carezze, che fanno parte della vita; solo dopo, solo “fuori” dal carcere, ci si accorgerà di quanto “siamo tutti spilorci di tenerezze”. Sappiamo che quando se ne esce si sarà per sempre degli “ex”, come se il “fine pena mai” fosse il marchio che tutti accomuna. Ma soprattutto sappiamo che il carcere è un luogo del tutto inutile, prima ancora che disumano, una istituzione contro cui combattere tutti con tutte le forze, perché finché una sola galera esisterà nel mondo non potrà esserci nessuna liberazione e la lotta contro il carcere è una componente essenziale della lotta per la conquista della libertà.

Associazione Mariano Ferreyra
Maddalena Robin e Leandro Silvio Evangelista

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Compagno sembra ieri
eppure ne è passato di tempo
da quando si stava insieme
a ridere cantare bere ed era bello
vivere insieme in piazza e all’osteria
avere un cuore solo una sola allegria
un unico ideale piazzato lì davanti
giorno e notte convinti di far cose importanti
amici da star male l’un verso l’altro attenti
forti, comprensivi fiduciosi e contenti

Cos’è successo poi della nostra allegria
forse il grigio del tempo ce l’ha portata via
o forse è la ragione che ha preso il sopravvento
schiantandoci la testa col senso di sgomento
che vien dall’affrontare le beghe quotidiane
e la lotta personale per un pezzo di pane
lasciandoci sperduti in questo mare di merda
aggrappati a un’ideale che non vuoi che si perda

Sì, compagno ne è passato di tempo e sembra ieri
eravamo uno solo persino nei pensieri
la riunione a sera la notte al ciclostile
il volantino all’alba tutti a distribuire
e insieme nella piazza contro la polizia
portavamo la nostra rabbia, sì ma anche la nostra allegria
e lavolontà di vivere diversi dai borghesi
e passavano i giorni e passavano i mesi

E son passati gli anni e quella nostra rabbia
siamo riusciti quasi a rimetterla in gabbia
ci son riuscito quasi anch’io e non so il perchè
spiegatemelo voi, voi più bravi di me
che avete letto Marx tra i libri di famiglia
mentre io non so-non so cosa mi piglia
quando vedo mia madre che si trascina appena
fare i conti con niente per preparar la cena

“Non è più il ’68, Masi, c’è l’organizzazione
bisogna che ti entri dentro a questo testone”.
Ma dico io se non tieni conto del cuore della gente
partito o non partito non me ne frega niente.
Compagni tutti e subito e guai a chi lo nega
io del processo storico forse non capisco una sega
ma sento il ’68 che ritorna attuale
compagni tutti e subito se no finisce male

Qui finisce che siccome la strada è tortuosa
c’è chi si perde subito e c’è anche chi riposa
dicendo compagni, il socialismo si farà dopo il potere
e ci nasconde una rinunzia che non vuol far sapere
Non è più il ’68, lo so, ma a maggior ragione
vivere da compagni almeno a noi si impone
o quando arriveremo forse un giorno al potere
io non so se il socialismo lo sapremo vedere.

PINO MASI – Compagno sembra ieri
AA.VV., Avanti popolo – Due secoli di popolari e di protesta civile, Roma, Ricordi, 1998

Due riflessioni sul nuovo libro di Salvatore Ricciardi “Cos’è il carcere”, parole belle e vere scritte con il cuore da chi sa parlare bene, scrivere bene e soprattutto “pensare bene”. Leggetele, ne vale davvero la pena. E poi leggete il libro di Salvo non per me e tantomeno per lui ma per voi, perchè vi farete un favore che non ha prezzo.

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Una compagna e un compagno hanno voluto scrivere belle e toccanti parole sul quelle pagine che ho scritto contro il carcere e che hanno preso il titolo: “Cos’è il carcere”.

Se volete leggerle sonoqui,

uno di seguito all’altra.

Libro sul carcere

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«Lama è mio e lo gestisco io»

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L’anno ’77 iniziò un mese prima, il 3 dicembre ’76, quando Franco Maria Malfatti, ministro istruzione, gettò sul tavolo le sue carte: la famigerata circolare che limitava la reiterazione degli esami, aumento delle tasse, soprattutto per i fuoricorso, tre livelli di laurea (diploma, laurea, dottorato di ricerca), reintroduzione del numero chiuso, ecc.

Il 24 gennaio ’77 a Palermo gli studenti occuparono la facoltà di Lettere, il 31 gennaio bloccate le attività didattiche presso le facoltà umanistiche di Torino, Cagliari, Sassari, Salerno. A Bologna, Milano, Padova, Firenze, Pisa si tenevano manifestazioni, cortei, assemblee.

2 febbraio ’77, all’Università La Sapienza di Roma una settantina di fascisti aggredirono un’assemblea di studenti. Respinti esplosero colpi di arma da fuoco. Guido Bellachioma venne gravemente ferito alla testa. L’indomani un corteo uscì dall’università, a via Solferino, nei pressi di via Sommacampagna, un gruppo di compagni si separò…

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In memoria dell’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht leggete questo ottimo articolo di Salvatore Ricciardi.
Ormai sta diventando una abitudine “rubare” gli articoli dal blog di Salvo, a mia discolpa posso solo portare l’immensa stima e l’affetto fraterno che provo nei suoi confronti e la certezza che Salvo non me ne vorrà 🙂

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Rosa Luxemburg (5 marzo 1871 – 15 gennaio 1919)
Rivoluzionaria comunista polacca, nata il 5 marzo 1871 a Zamoshc. Da giovanissima aderì a Proletariat, formazione clandestina rivoluzionaria socialista; costretta ad abbandonare la Polonia russa per sfuggire ad un arresto, studiò economia politica e legge (1889-1896) a Zurigo, sostenendo posizioni decisamente internazionaliste fra i gruppi socialisti polacchi in esilio.
Trasferitasi a Berlino aderì al Partito socialdemocratico, prendendo posizione, assieme a Karl Kautsky, contro il revisionismo teorico di E. Bernstein e rappresentando, con Karl Liebknecht, l’ala sinistra del partito. Contro Bernstein è dedicato lo scritto “Riforma sociale o rivoluzione?” del 1899. Per la Luxemburg l’azione riformista poteva essere solo un mezzo di alcune fasi della lotta di classe, ma la strategia riformista non avrebbe fatto che appoggiare la borghesia dominante.
Prese il dottorato nel 1898 e successivamente conobbe molti socialdemocratici russi come: Georgy Plechanov e Pavel Axelrod

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