Archivio per la categoria ‘Vivo spettinata’

COPIO E INCOLLO DA “PAGINE MARXISTE” (http://www.paginemarxiste.it/modules.php?name=Archivio&pa=showpage&pid=357&fbclid=IwAR0hkgQpjfdhqEuBEeRqsQFaeKOKRCGJXSRQkDsRzmLGg3RQGDFrZ8LGiOM)

O TUTTI DENTRO, O TUTTI FUORI!
Balvano 1944, la strage degli affamati, la strage dimenticata

Nella notte tra il 2 ed il 3 marzo di settant’anni fa, nelle gole selvagge del fiume Platano in Basilicata, si verificò la più grave sciagura ferroviaria di sempre. Il treno merci 8017, partito da Napoli e diretto a Potenza, entrò nella galleria delle Armi, poco dopo la stazione di Balvano, per non uscirne mai più. I morti furono oltre seicento: quello che era un treno merci, dunque teoricamente presenziato solo da macchinisti, fuochisti, frenatori e da una piccola pattuglia di militari, in realtà trasportava centinaia di persone, in gran parte provenienti dalla Campania, dirette a Potenza nella speranza di acquistare viveri.
Quella di Balvano fu una strage. Una strage impunita: nessuno venne mai condannato. Una strage da dimenticare, dimenticata: solo poche righe nei lanci d’agenzia. Morti da dimenticare: più vittime del Titanic, ma si trattava di anonimi affamati; accatastati sul marciapiede della stazione in attesa che in tutta fretta si scavassero le fosse comuni, dove la maggior parte di loro finì prima che i parenti potessero giungere sul posto a reclamarne le spoglie.
Perché tutto questo?

Da oltre cinque mesi la Basilicata era stata conquistata dagli Alleati, che continuavano l’avanzata verso nord coi bombardieri dell’aviazione britannica RAF e quella australiana RAAF che decollavano dalle basi libiche scaricando bombe sugli obiettivi strategici ma seminando morte anche fra i civili. Gli Alleati erano entrati a Potenza il 22 settembre 1943. Nel Regno del Sud gli Alleati controllavano l’impalcatura amministrativa, lo stesso valeva per le ferrovie, dove il personale FS era assoggettato in toto al Military Railway Service, che utilizzava le linee per le proprie esigenze, dal trasporto di truppe a quello delle merci.Per alcune zone in quei giorni confusi era difficile garantire l’approvvigionamento di viveri sul posto; per cui, come succedeva nel Napoletano, ogni giorno centinaia di persone partivano verso la Basilicata, dove il raccolto permetteva un’offerta di farina e prodotti alimentari non disponibile in altre zone. I contadini del Potentino cedevano generi alimentari ricevendo in cambio vestiario, posate, lenzuola, coperte. L’unico mezzo per arrivare sul posto era il treno: essendo scarso il traffico viaggiatori (e i soldati avevano la precedenza), gli affamati si riversavano sui treni merci. Le autorità alleate, per prevenire gli assalti ai treni merci, installarono presidi armati nelle principali stazioni, con scarsi risultati. I treni venivano presi d’assalto, spesso in punti non presidiati, e si utilizzavano tutti gli spazi disponibili, respingenti e tetti dei carri compresi, spesso con tragiche conseguenze. Il treno 8017 del 2 marzo era trainato da due locomotive a vapore, una 480 in testa ed una 476 di fabbricazione austriaca, ceduta all’Italia per riparazione dei danni della prima guerra; entrambe le locomotive erano indicate per percorsi di montagna.A Battipaglia vennero agganciati al treno altri 24 carri, in aggiunta ai 24 originari, di cui uno occupato da militari in trasferimento. 48 carri (520 tonnellate) per due locomotive: sulla carta, la prestazione era sufficiente a superare le rampe della linea dove, però, una disposizione stabiliva in 350 tonnellate la massima massa rimorchiabile.Battipaglia fu l’ultima stazione dove vennero effettuati i controlli: scoppiarono tafferugli tra la polizia militare alleata e i viaggiatori che avevano trovato posto sul treno; una parte di questi venne fatta scendere e allontanare e, paradossalmente, fu la loro salvezza. Nelle fermate alle stazioni successive salirono altri clandestini, alcuni già respinti in precedenza.Il pericolo principale per ferrovieri e viaggiatori era costituito dal monossido di carbonio prodotto dai fumi delle locomotive, che ristagnava nelle gallerie. Macchinisti e fuochisti sovente si coprivano il volto con fazzoletti inzuppati, il che non sempre impediva di perdere conoscenza e svenire.Ma un ulteriore dettaglio aggravava la situazione. Fino all’8 settembre 1943 il carbone per le locomotive giunse dai bacini carboniferi della Ruhr; con l’avvento degli Alleati il carbone arrivò dall’America, e si trattava di una qualità decisamente inferiore (“piccola pezzatura e molto     zolfo”), che costringeva ad aumentare i consumi, con maggior produzione di scorie nelle caldaie e minore resa, il tutto in strette gallerie dalla scarsa areazione. Dopo l’ennesima sosta nella stazione di Balvano, il treno 8017 ripartì alle 0.50 del 3 marzo. Faceva molto freddo, fino alle 22 aveva piovuto, pioggia mista a neve. In circa 20 minuti l’8017 avrebbe dovuto coprire la tratta sino alla successiva stazione di Bella-Muro. Dopo 1700 metri il treno entrò nella galleria delle Armi, 1692 metri di lunghezza in salita. Nella galleria ristagnavano ancora i gas venefici del treno transitato un’ora prima, l’8013. Dopo circa 500 metri, la locomotiva di testa cominciò a slittare, il treno perse velocità fino a fermarsi. Monossido e biossido di carbonio consumarono tutto l’ossigeno.Il macchinista della 480, la locomotiva di testa, perse quasi subito i sensi; ma, prima di svenire, spinse giù il fuochista; questo gesto gli salvò la vita, unico sopravvissuto degli equipaggi delle locomotive, perché rimase a terra sanguinante ma vicino ad un rigagnolo che gli permise di respirare. Il macchinista della seconda locomotiva, la più potente 476, tentò una manovra disperata: invertire la marcia e far retrocedere il treno. Non ne ebbe il tempo, sopraffatto dai gas perse conoscenza.La maggior parte dei viaggiatori passò dalla vita alla morte senza rendersene conto: persero conoscenza già spossati dalle massacranti condizioni del viaggio, stipati nei carri merci, assonnati. I soccorritori ne trovarono molti “ingessati” in pose naturali.Molte ore dopo il treno venne rimorchiato in stazione. Il medico condotto del paese, con cento fiale di adrenalina, correva da un carro all’altro per cercare di salvare più persone possibile, ma venne poi fatto allontanare dalle autorità giunte sul posto.Se gli Alleati fecero di tutto per rimuovere al più presto la sciagura (in tutti i sensi), l’inchiesta fu capillare. La causa fu individuata nella correlazione tra ristagno di monossido di carbonio e biossido di carbonio, e carenza d’ossigeno. Ma fini qui; alla capillarità dell’indagine non venne dato seguito; venne fatta poca luce su “responsabilità”, negligenze, concatenazione di cause. Come rivelò il «Times» nel 1951, l’esigenza primaria del governo alleato fu quella di “non divulgare e far dimenticare” nella contingenza bellica, per non deprimere il morale degli italiani. E ci riuscirono: fino alle pubblicazioni negli anni recenti, i giornali parlarono della strage fugacemente e con ricostruzioni confuse. In fin dei conti, per la relazione ufficiale del Ministero delle Comunicazioni, per la maggior parte i morti di Balvano erano “contrabbandieri” e “viaggiatori di frodo”.Tragedie di ieri? Tragedie di oggi! Come ieri in Basilicata, oggi in America Centrale: negli incidenti e nei deragliamenti dei lunghi treni merci che viaggiano in direzione nord, si contano numerose vittime, giovani e giovanissimi indocumentados clandestini che cercano di raggiungere gli USA nascosti nei carri. Vittime di un sistema brutale, che affama, che produce miseria estrema per molti ed infinita ricchezza per pochi, che costringe ad emigrare in condizioni disumane.Nel buio di una stretta galleria del profondo sud risuona ancor oggi l’urlo del macchinista della 476, nel disperato tentativo di salvare il carico di vite umane del suo treno facendolo retrocedere, prima di venire sopraffatto dai gas: O TUTTI DENTRO, O TUTTI FUORI!Oggi, settant’anni dopo Balvano, è più che mai attuale lottare contro questo marcio sistema, per la Rivoluzione comunista!

Un articolo bellissimo, che toglie il fiato  nel senso reale dell’espressione; infatti l’ho letto in apnea ed ho ricominciato a respirare solo dopo l’ultima parola. Sono brani dall’opera di Nicola Valentino “Senza corpo non si può vivere completo“, pubblicati nel sito Baruda.net (che fornisce anche l’url del testo integrale)
Valentina inizia con una breve introduzione, poi lascia che le parole di Nicola Valentino scorrano dentro il lettore, sempre più incisive.
L’articolo inizia così:

UN’EMOZIONE ED UN PIACERE OSPITARE QUEST’OPERA DI NICOLA VALENTINO.
Di Nicola, e con Nicola, c’è molto materiale su questo blog che fareste benissimo ad andarvi a leggere, una boccata di libertà le sue parole, sempre.
Così come quel che costruimmo nell’ergastolo di Santo Stefano, e che speriamo di ricominciare presto a vivere e costruire insieme.
Un diario pittorico scritto in questo periodo di quarantena e dedicato a Salvatore Ricciardi e Gigi Novelli.
Questi stralci provengono da un testo che potete integralmente leggere qui: 
Senza corpo non si può vivere completo 
“Senza corpo non si può vivere” è il titolo della serie di opere che ho creato tra i mesi di marzo e aprile del 2020.
Dal nove marzo mi ritrovo, come la quasi totalità delle persone in Italia, recluso agli arresti domiciliari per ragioni sanitarie collegate all’epidemia Covid-19, senza alcuna possibilità di uscire se non per limitatissime necessità, da dimostrare in caso di controllo delle forze di polizia. Appena questa condizione è stata istituita, nel mio corpo sono affiorate tutte le memorie dell’esperienza di reclusione all’ergastolo. Gli ultimi cinque anni della pena li ho trascorsi infatti in libertà condizionale con misure di libertà vigilata a ben vedere meno restrittive delle attuali. In questa nuova condizione infatti mi ritrovo con tutte le relazioni sociali: lavorative, affettive, amicali, ricreative, occasionali, amputate nella loro dimensione di scambio fra corpi, e un corpo de-socializzato viene ad essere minato nella sua umanità.
Ma oltre a questa reclusione domiciliare desocializzante il dispositivo che la nuova condizione ha maggiormente suscitato dal passato è che ogni decisione sulla mia vita sarà presa dallo Stato, nella forma ancora più ristretta del Governo: è lo Stato che ha deciso questo arresto, sarà lo Stato a determinarne modalità e durata in base a proprie valutazioni di ordine sanitario, politico, di opportunità… senza che né io e né a ben vedere altri milioni di persone in Italia, possiamo avere alcuna voce in capitolo. Questa impossibilità a decidere e ad autodeterminarsi in relazione con l’ambiente circostante è ciò che è stato definito anche come situazione estrema.

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20130503_191232 (1)Al tempo della guerra mondiale
in una cella del carcere italiano di San Carlo
pieno di soldati arrestati, di ubriachi e di ladri,
un soldato socialista incise sul muro col lapis copiativo:
viva Lenin!
Su, in alto, nella cella semibuia, appena visibile, ma
scritto in maiuscole enormi.
Quando i secondini videro, mandarono un imbianchino con un secchio di calce
e quello, con un lungo pennello, imbiancò la scritta minacciosa.
Ma siccome, con la sua calce, aveva seguito soltanto i caratteri
ora c’è scritto nella cella, in bianco:
viva Lenin!
Soltanto un secondo imbianchino coprì il tutto con più largo pennello
sì che per lunghe ore non si vide più nulla. Ma al mattino,
quando la calce fu asciutta, ricomparve la scritta:
viva Lenin!
Allora i secondini mandarono contro la scritta un muratore armato di coltello.
E quello raschiò una lettera dopo l’altra, per un’ora buona.
E quand’ebbe finito, c’era nella cella, ormai senza colore
ma incisa a fondo nel muro, la scritta invincibile:
viva Lenin!
E ora levate il muro! Disse il soldato.

(Bertolt Brecht La scritta invincibile – 1934)

Venerdì 26 Luglio 2019 inizia a diffondersi la notizia di “un carabiniere ucciso a Roma a coltellate da due nordafricani”.

Del carabiniere ucciso sinceramente non mi interessa, e non capisco i commenti di certi compagni, che sui social se ne dispiacciono. Per me i carabinieri sono quelli dei macellai Bava Beccaris e Carlo Alberto Dalla Chiesa. Due secoli di crimini e nefandezze li contraddistinguono: dagli orrendi delitti, stragi, stupri, massacri che sono sommariamente stati descritti come “lotta al brigantaggio”, alla strage di Milano del 1898, in cui presero a cannonate la folla ridotta in miseria ed alla fame; dai massacri nel Corno d’Africa alla costruzione dei primi campi di sterminio.
Primi nella storia ad usare i gas contro le popolazioni civili, hanno giurato fedeltà al re e poi al fascismo  e hanno partecipato alla persecuzione ebraica agendo da supporto nell’applicazione delle leggi razziali e nella schedatura.
Sono stati i principali alleati della mafia, che hanno affiancato e supportato in tutto per ragioni di stabilità politica anticomunista, fino all’ultimo decennio del ventesimo secolo.
Non hanno mai cessato la loro opera di spionaggio e schedatura sul territorio nazionale e sono stati i principali fautori nell’organizzazione di golpe (ad esempio Borghese), di associazioni militari golpiste come la Gladio, di logge massoniche (P2). Sono i principali attori della strategia della tensione e il motore dello stragismo di stato e dei successivi depistaggi. Sono i portatori di pace … e di morte sui vari teatri di guerra.
Pattugliano e controllano basi militari Usa, caserme, tribunali, prefetture, procure, carceri, redazioni, televisione, costituiscono il grosso delle scorte dei politici. Sono il vero potere occulto che controlla lo stato.
placaLi vediamo quotidianamente con il mitra spianato in assetto di guerra sulle strade, li abbiamo visti quando hanno assaltato la Diaz, in Piazza Alimonda, quando hanno assassinato Carlo e gli sono passati sopra con la camionetta,  sono gli autori della strage di via Fracchia, sono gli stessi che hanno giustiziato Mara Cagol, che hanno sparato alla schiena di Francesco Lorusso e qui mi fermo perché la lista è troppo lunga.
I fatti di Roma sono a mio parere un regolamento di conti tra infami, che in effetti non mi colpisce e non mi riguarda. Le mie lacrime e la mia rabbia sono indirizzate verso i nostri morti, non ne spreco per il nemico.
Quello che, invece, mi fa incazzare è l’improvviso silenzio che ha seguito i commenti di fuoco vomitati dai soliti imbecilli al governo e dai loro accoliti, contro “l’assassino nordafricano, alto 1.80, con la parrucca bionda”; non appena è emerso che ad accoltellare il carabiniere sono stati due strafatti ragazzotti nordamericani, di razza caucasica e di origine probabilmente benestante (considerato l’hotel in cui alloggiavano) nessuno più ha scritto o commentato nulla.
Questi extracomunitari di lusso che ammazzano uno sbirro non indignano nessuno? Non sono “animali che approdano” nel nostro bel paese, che devono essere espulsi o condannati ai “lavori forzati” ( a proposito, qualcuno dovrebbe avvisare Salvini che i lavori forzati sono stati aboliti agli inizi del secolo scorso)?
In realtà non mi incazzo più di tanto per i vari Salvini, Meloni, Di Majo e per i loro lacchè giornalisti, hanno già il mio odio, l’incazzatura  sarebbe un inutile spreco di energie; quello che realmente mi fa incazzare e inorridire è la vox populi , l’imbecillità ingombrante e spaventosa di questi nostri tempi bui.
Gli anni di piombo fanno ormai parte della storia, per quanto tempo dovremo ancora sopportare l’orrendo fetore di questi anni di merda?

 

Aggiungo questo link che mi è appena stato segnalato: https://www.wired.it/attualita/politica/2019/07/27/bufala-nordafricani-carabiniere-forze-ordine/

 

 

 

 

 

 

Andrea Camilleri (Porto Empedocle, 6 settembre 1925 – Roma, 17 luglio 2019)

“Alla nascita ti danno il ticket in cui è compreso tutto: la malattia, la giovinezza, la maturità e anche la vecchiaia e la morte. Non puoi rifiutarti di morire perché è compreso nel biglietto. O l’accetti serenamente e te ne fai una ragione o sei un povero coglione!”

 

 

Con la tua matita hai saputo parlar d’amore e al contempo attaccare il potere.

Que la tierra sea ligera para ti

Banksy-Parigi

Il risultato elettorale di ieri vede la lega come il partito vincente, con più del 34 per cento delle adesioni tra i votanti (56,09% degli aventi diritto).
Chi compone questa misera maggioranza? Non i padroni, non l’alta borghesia; è nei quartieri più degradati delle nostre città, dove regnano l’ignoranza e l’anomia, che il fascismo, l’intolleranza e il razzismo sono più presenti.
Chi ha letto la storia della Comune di Parigi ricorda che i comunardi furono sconfitti e assassinati anche da quella accozzaglia di delinquenti, ladruncoli, truffatori, che costituiva il Lumpenproletariat, che furono assoldati dalla borghesia, per marciare contro la parte più sana del popolo francese: gli operai.
Ricordo che Karl Marx sosteneva al riguardo: “Il sottoproletariato è anch’egli come la borghesia un nemico pericoloso della classe operaia”.
Lenin con altre parole sosteneva: “Per abbattere i padroni, prima bisogna eliminare i loro servi, cioè quella massa di gente senza idee e senza principi”.
Al lumpenproletariat si unisce l’uomo qualunque, il borghese piccolo piccolo, il pensatore monodimensionale, che pensa quello che i media gli comandano di pensare, quello che ama “ordine e disciplina” ed ha paura/orrore del diverso da sé.
Se permettiamo all’ignoranza e al qualunquismo di sopravvivere i ducetti come salvini (la minuscola non è un refuso) hanno vita facile.
“La scheda o il fucile” diceva MalcomX nel 1964, se non sono tempi per il fucile, certo non ci serve la scheda elettorale. Torniamo nelle strade, nelle fabbriche, nelle scuole a dialogare con la gente contro ogni forma di razzismo, xenofobia, sessismo, contro ogni forma di fascismo. Pratichiamo l’autodifesa con i fatti e con le parole. La bellezza è nelle strade.

20190517_142525

 

“Finché ancora tempo,mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
vorrei una notte di maggio
una di queste notti
sul lungosenna Voltaire
baciarti sulla bocca
e andando poi a Notre-Dame
contempleremmo il suo rosone
e a un tratto serrandoti a me
di gioia paura stupore
piangeresti silenziosamente
e le stelle piangerebbero
mischiate alla pioggia fine.” (Nazim Hikmet )

15 aprile 2019, ore 18.50: un terribile incendio è scoppiato nella cattedrale di Notre-Dame, ci sono volute più di 9 ore di furioso combattimento da parte di quasi 400 pompieri per domare la forza delle fiamme; la flèche (la grande guglia) e due terzi del tetto sono bruciati, all’interno è crollata parte della volta. Mentre scrivo ancora sono in corso le indagini per valutare quali siano i reali danni alla struttura e le origini dell’incendio.

Che sia stato errore umano o fatalità poco importa, un patrimonio dell’umanità è scomparso per sempre e nessuna ricostruzione potrà mai compensare la perdita, solo la nostra memoria lo preserverà e allora affido la mia a queste magnifiche parole:

 

Estratti da “Notre Dame de Paris” – Victor Hugo 1831

Notre Dame Cathedral at dusk in Paris, France

“L’immensa chiesa di Notre-Dame stagliando contro il cielo stellato la sagoma nera delle sue due torri, dei suoi fianchi di pietra e della sua groppa mostruosa, sembrava un’enorme sfinge a due teste seduta al centro della città. […]

Vasta sinfonia di pietra, per così dire; opera colossale di un uomo e di un popolo, unica e al tempo stesso complessa come l’Iliade e i Romanceros di cui è sorella; prodotto prodigioso del contributo di tutte le energie di un’epoca, ove su ogni pietra si vede impressa in cento modi diversi la fantasia dell’operaio disciplinata dal genio dell’artista; sorta di creazione umana, in poche parole, potente e feconda come la creazione divina a cui sembra aver strappato il suo duplice carattere: la varietà e l’eternità. […]

Ogni faccia, ogni pietra del venerabile monumento è una pagina non solo della storia del paese, ma anche della storia della scienza e dell’arte. […]

I grandi edifici, come le grandi montagne, sono opera dei secoli. […] L’uomo, l’artista, l’individuo svaniscono su queste grandi masse senza nome d’autore; l’intelligenza umana vi si riassume e vi si totalizza. Il tempo è l’architetto, il popolo è il muratore. […]

La chiesa di Notre-Dame di Parigi è certamente ancora oggi un maestoso e sublime edificio. Ma, per quanto bella si sia conservata col passare del tempo, è difficile non sospirare e non indignarsi di fronte alla degradazione e alle innumerevoli mutilazioni che il tempo e gli uomini alternativamente hanno inferto al venerabile monumento, senza rispetto per Carlomagno che ne aveva posto la prima pietra, né per Filippo Augusto che ne aveva posto l’ultima, […]

Sul volto di questa vecchia regina delle nostre cattedrali, accanto ad una ruga si trova sempre una cicatrice. Tempus edax, homo edacior, espressione che tradurrei volentieri così: il tempo è cieco, l’uomo è stupido. […]

Notre-Dame di Parigi non è per niente quel che si può dire un monumento completo, definito, classificato. Non è più una chiesa romanica, non è ancora una chiesa gotica. Questo edificio non è un tipo esemplare di architettura. Notre-Dame di Parigi non ha per nulla, come l’abbazia di Tournus, la grave e massiccia quadratura, la volta ampia e rotonda, la glaciale nudità, la semplicità maestosa degli edifici che hanno l’arco a tutto sesto come principio generatore. Non è, come la cattedrale di Bruges, il prodotto magnifico, leggero, multiforme, ridondante, denso, lussureggiante dell’ogiva. Impossibile classificarla in quell’antica famiglia di chiese tetre, misteriose, basse e come schiacciate dall’arco a tutto sesto. […]

Notre-Dame è un edificio della transizione. L’architetto sassone aveva appena eretto i primi pilastri della navata, quando l’ogiva che arrivava dalla crociata è venuta a posarsi da conquistatrice su quei larghi capitelli romanici che avrebbero dovuto sostenere solo archi a tutto sesto. L’ogiva, padrona da quel momento, ha costruito il resto della chiesa. Tuttavia, all’inizio inesperta e timida, essa si svasa, si allarga, si contiene, e non osa ancora slanciarsi in guglie e pinnacoli come farà più tardi in tante meravigliose cattedrali. Sembra risentire della vicinanza delle pesanti colonne romaniche. […]

Esistono sicuramente poche pagine architettoniche più belle di questa facciata sulla quale, successivamente e insieme, i tre portali incavati ad ogiva, il cordone ricamato fiancheggiato dalle sue due finestre laterali come il prete dal diacono e dal sottodiacono, l’alta e fragile loggia di archi trilobati che sostiene una pesante piattaforma sulle sue sottili colonnette, infine le due nere e massicce torri con le loro tettoie di ardesia, parti armoniose di un magnifico insieme, sovrapposte in cinque giganteschi piani, si sviluppano sotto lo sguardo, in gran numero ma ordinatamente, con i loro multiformi particolari di statuaria, di scultura e di cesellatura, potentemente armonizzati alla tranquilla grandezza dell’insieme. […]

C’è un’ora precisa in cui bisogna ammirare il portale di Notre-Dame. È il momento in cui il sole, che si appresta a tramontare, guarda quasi in faccia la cattedrale. I suoi raggi, sempre più orizzontali, si ritirano lentamente dal selciato della piazza e risalgono lungo lo strapiombo della facciata sulla quale fanno risaltare in un gioco di chiaroscuro le mille rientranze della scultura, mentre il grande rosone centrale fiammeggia come un occhio di ciclope infiammato dai riverberi della fucina.”

 

L’intero mondo, intorno a me, esplose e il mio piccolo mondo mi crollò addosso. Non dovevo aspettare che la TV raccontasse la storia perché ora era davanti al mio uscio. Belfast bruciava … (Bobby Sands)

Belfast ti accoglie con il fascino di Cary Grant. Ti invita ammiccante e scanzonata nel traffico cittadino e dello shopping, ti mostra i suoi gioielli: il verde delle colline e in lontananza i cantieri nautici, dove fu costruito il Titanic, orgoglio e rammarico di questa terra. Ti sorride, ma sotto il vestito impeccabile della moderna City, che ha dato i natali a Van Morrison e a George Best, si nascondono ancora le cicatrici di un conflitto … Belfast non si visita, a Belfast si fa esperienza.
Belfast è una delle quattro “B” (con Beirut, Baghdad e Bosnia) che, in tempi non lontani, ai viaggiatori era consigliato di evitare.
Belfast è una guerra che da oltre trent’anni continua a segnare i destini del Nord Irlanda e che prosegue anche oggi, seppur in maniera subdola e silenziosa, come fuoco sotto la cenere.
Per definirla sono state usati termini come “cattolici” e “protestanti”, nel tentativo (riuscito) di ridurre ad una natura settaria un conflitto, le cui radici affondano invece nel colonialismo, nel prevalere del più forte sul più debole, nelle lotte per i diritti civili.
È concettualmente difficile immaginarsi il colonialismo come qualcosa che può essere contestualizzato nel proprio continente: le colonizzazioni, infatti, sono sempre intese come un movimento, che si sviluppa secondo direttrici che portano i popoli europei ad occupare terre lontane; ma se proviamo a immaginarci che colonizzatori e colonizzati si trovino a meno di 400km di distanza gli uni dagli altri allora ecco la storia della Gran Bretagna e dell’Irlanda del Nord.
Quelle radici partono già dal XVII secolo e tutto è iniziato, sin da subito, come una guerra anti-coloniale e non come un conflitto di religioni: durante il regno di Giacomo I, tutti i possedimenti dei regnanti irlandesi, delle potenti dinastie O’Neill ed O’Donnell, così come di coloro che li avevano supportati, furono confiscate e riassegnate ai nuovi coloni/colonizzatori. I “governatori britannici”, così venivano chiamati i colonizzatori, che erano in gran maggioranza inglesi e scozzesi. Le terre espropriate raggiungevano la ragguardevole cifra di circa duemila chilometri quadrati. Gli insediamenti di coloni Inglesi in suolo irlandese si chiamarono Plantations e la Plantation of Ulster fu la maggiore di tutte. Lo scopo di tale operazione fu di prevenire ogni successiva ribellione, dato che il Nord era stata l’area dell’isola irlandese, che più aveva contrastato il dominio inglese nel secolo precedente.
Belfast è “The Troubles”: qualcuno continua a chiamarli disordini quei 30 anni di guerra tra protestanti e cattolici, un modo per definirla una guerra a bassa intensità, nonostante vi siano morte 3.700 persone di entrambe le parti, con una media agghiacciante di due morti a settimana. Agli inizi degli anni ’60, Belfast era una città fantasma, dove si poteva morire per poco; per il semplice fatto di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Una violenza cieca che poteva, davvero, colpire chiunque. Uno dei luoghi chiave degli scontri fu Bombay Street. I troubles esplosero proprio qui, nel 1969, quando le squadre degli lealisti attaccarono e distrussero le case degli indipendentisti. In questi vicoli segnati oggi da un reticolato alto nove metri, ogni pietra ricorda come ogni casa si trasformò allora in una trincea.
Le forze paramilitari lealiste, con la complicità dell’esercito inglese, attaccavano in modo sistematico non solo i membri dell’IRA, ma anche semplici cittadini colpevoli solo di essere cattolici o repubblicani. In particolare, a metà anni Settanta, divenne noto il gruppo degli “Shankill Butchers” – I Macellai di Shankill – un’unità dell’UVF (Ulster Volunteer Force )di Shankill Road che, sotto la guida del famigerato Lenny Murphy (in seguito ucciso dall’IRA), rapiva e uccideva cittadini cattolici tagliando loro la gola dopo averli orribilmente torturati e mutilati. Alla violenza settaria degli estremisti protestanti rispondeva l’IRA, i cui militanti, in quegli anni, ingaggiavano quasi tutti i giorni scontri a fuoco contro l’esercito britannico nelle strade di Belfast e Derry e colpivano i loro cosiddetti «obiettivi economici» con bombe. Nell’insieme, oltre 1.500 persone furono uccise per violenza politica e religiosa a Belfast tra il 1969 e il 2001.
Belfast è 40 anni di Muri. Il primo muro fu costruito a soli otto anni dalla costruzione di quello di Berlino. I muri sono parte integrante della città, uno dei suoi simboli; si ergono immutati i muri, parenti stretti di quelli di Gaza e della Cisgiordania; muri di campi di concentramento, coperti di graffiti in onore dei lealisti incappucciati dell’Ulster o dei martiri repubblicani dell’Ira.
Così come tendiamo a proiettare lontano da noi il colonialismo, allo stesso modo non ci immaginiamo che una città come Belfast possa essere divisa da un muro e da cancelli. Il muro è quello della pace, (ce ne sono 88 in Irlanda del Nord e il loro compito è di dividere indipendentisti da lealisti: i loro quartieri, le loro chiese, le loro scuole); a West Belfast lungo la “Peace Line”, che si distende per quattro chilometri, ci sono sei cancelli, che si alzano per sei metri, ogni entrata/uscita è composta da due cancelli separati da qualche metro di terra di nessuno, servono a separare Shankill Road, quartiere lealista, da Falls Road, il quartiere a maggioranza repubblicana e indipendentista: Il cancello attraverso il quale siamo passati noi, chiude ogni sera alle 19:30, quello da cui siamo tornati in Falls Road chiude invece alle 21:30, sapere che ogni maledetta notte si attua questo coprifuoco ci riempie di una rabbia sorda e ringhiante.
Belfast è il taxi nero, che ci trasporta lungo la Peace line, cupe cancellate alte fino a dieci metri, meta di un turismo della memoria, di cui anche noi oggi facciamo parte, con la volontà di entrare dentro questo pezzo di storia, così recente da non essere studiata, così imbarazzante da non essere insegnata, così importante da non poter essere ignorata.
Durante i Troubles, era stata vietata la circolazione dei classici bus nella zona indipendentista, dopo che alcuni combattenti li avevano usati come barricate bloccando le strade, facendone veri e propri posti di blocco dietro cui nascondersi dai proiettili dalle forze dell’ordine e lanciare pietre; gli abitanti di quelle strade sarebbero stati costretti a prendere il bus nella zona lealista, correndo gravi pericoli, fu così che decisero di acquistare alcuni black taxi, che divennero l’unico mezzo di trasporto collettivo per tornare a casa dal centro (omologati per sei passeggeri, ne trasportavano fino a 12). Il sorriso triste ma allo stesso tempo orgoglioso di Paul, il nostro tassista, mentre ci mostra il lasciapassare blu del suo taxi, sopravvissuto ai Troubles, e ci racconta dei rischi che gli autisti correvano mentre accompagnavano a casa i lavoratori è coinvolgente al punto da essere straziante.
Belfast è il miglio verde della collina di Crumlin Road. La prigione di Crumlin Road (gli irlandesi la chiamano Crumlin Road Gaol) fu costruita in epoca vittoriana, progettata per essere un vero simbolo di potere ed ordine. È un luogo in cui il dolore e le sofferenze inflitti hanno tolto il fiato alla libertà e alla felicità. Nei suoi 150 di attività ha visto tra le sue mura assassini, ladri e poveracci, bambini e malati mentali. Negli anni ’70 e ’80 si è riempita di prigionieri legati ai Troubles, ma anche di persone trascinate in carcere da sospetti e dicerie. Nel Crum furono impiccate 17 persone, 15 delle quali sepolte in tombe anonime fra le sue mura.
Belfast È la lotta per conservare lo status di prigioniero politico nelle prigioni di Long Kesh e di Maze, dentro ai famigerati blocchi H, contro la strategia di criminalizzazione del movimento repubblicano, attuata dal governo britannico, che mirava a presentare i detenuti repubblicani dell’IRA e dell’INLA come dei criminali comuni privi di qualsiasi motivazione politica.
Nel 1976 i detenuti repubblicani, che furono trasferiti negli H-Blocks e ai quali fu imposto di indossare l’uniforme carceraria prevista per i criminali comuni, si opposero a questo nuovo regime e, rifiutandosi di indossare la divisa, si coprirono solo con una coperta, dando vita alla blanket protest, affrontando i rigori del freddo e il divieto ad incontrare i familiari (senza divisa non era permesso accedere alle visite dall’esterno); nel 1978, per protestare contro la brutalità dei secondini, che li assalivano quando si recavano ai bagni, i prigionieri si rifiutarono di svuotare i propri buglioli, spalmando i propri escrementi sui muri delle celle e buttando l’urina sotto la fessura delle porte, dando inizio così alla dirty protest; quando, nonostante le pressioni provenienti da molti ambienti europei e di oltre atlantico, il governo britannico guidato da Margaret Thatcher si rifiutò ostinatamente di arrivare ad un qualsiasi compromesso con i detenuti, dopo più di 4 anni vissuti nudi con solo una coperta addosso e in mezzo ai propri escrementi, questi decisero di risolvere la questione drasticamente e annunciarono uno sciopero della fame. Il 27 ottobre cominciarono lo sciopero che durò fino al 18 dicembre quando, dopo 53 giorni di digiuno, ormai in fin di vita, decisero terminare lo sciopero sulla base di un confuso documento fatto arrivare attraverso intermediari dal governo britannico.
Nel 1981; i prigionieri decisero di cominciare un nuovo sciopero della fame, avanzando cinque richieste, che divennero note come Five Demands tese a sottolineare lo stato di prigioniero politico:
– Diritto di indossare i propri vestiti e non la divisa carceraria.
– Diritto di non svolgere il lavoro carcerario.
– Diritto di libera associazione con gli altri detenuti durante le ore d’aria.
– Diritto di avere reintegrata la remissione di metà della pena, (che avevano perduto in conseguenza delle proteste).
– Diritto di ricevere pacchi settimanali, posta e di poter usufruire di attività ricreative.
A differenza del primo sciopero della fame non avrebbero cominciato il digiuno in gruppo ma singolarmente, a intervalli regolari, per prolungare l’impatto sull’opinione pubblica e per mantenere alta la pressione sul governo britannico.
Il primo a rifiutare il cibo, il 1º marzo 1981, fu Bobby Sands, seguito, il 15 marzo da Francis Hughes, e una settimana dopo da Raymond McCreesh e da Patsy O’Hara. Sands morì il 5 maggio 1981, dopo 66 giorni di digiuno e fu sostituito nel digiuno da Joe McDonnell. Il 12 maggio morì Francis Hughes e il 21 maggio, morirono a poche ore di distanza l’uno dall’altro McCreesh e O’Hara; Tutti furono sostituiti da altri detenuti. Al dolore delle famiglie di aver perso i loro cari, si aggiunse la rabbia nel momento in cui gli vennero restituiti i corpi, che presentavano i segni di percosse ricevute quando erano già privi di vita.
Belfast è Brendan Hughes, Tommy McKearney, Sean McKenna, Leo Green, Raymond McCartney, Tom McFeeley, John Nixon, Mairéad Farrell, Mary Doyle e Mairéad Nugent.
Belfast è Bobby Sands, Francis Hughes, Raymond McCreesh, Patsy O’Hara, Joe McDonnell, Martin Hurson, Kevin Lynch, Kieran Doherty, Thomas McElwee, Mickey Devine.
Belfast è ogni uomo e ogni donna che, in qualsiasi parte del mondo, ha messo la propria vita in secondo piano rispetto alla lotta per la libertà.
Belfast è una città duplice e doppia, come lo era Berlino un tempo. Una città che divide coscienze politiche e opinioni morali. Odio, scontri, lotte dure sono meno visibili oggi, rispetto agli anni 70’ e 80’, gli anni di Bobby Sands e dei suoi compagni di lotta, gli anni in cui un Bono meno corrotto (o forse meno sputtanato?) cantava “How long, How long must we sing that song”. Eppure uscendo dalla stazione di Belfast, oggi 23 febbraio 2019, i miei occhi hanno visto quella città tanto letta e tanto vista nei film: hanno visto le scuole avvolte nel filo spinato con le entrate divise tra ragazze e ragazzi, i blindati e gli elicotteri che in quegli anni infestavano la città. Hanno visto una città che non c’è più, perché da allora, Belfast si è frammentata sempre di più, anno dopo anno, seguendo il tracciato dei cingolati militari. Ogni volta la città ha cambiato la sua morfologia, prendendo la forma di un labirinto che, come un tubo flessibile, modifica il suo percorso.
Fino ad una quindicina di anni fa, in Falls Road era pericoloso anche solamente camminare, perché gli “squadroni della morte” protestanti sceglievano le vittime a caso, fra i passanti, spesso sparando da auto in corsa. Oggi è un luogo più tranquillo, un museo a cielo aperto, dove però le auto della polizia sono ancora Land Rover blindati … dove abbattere i muri fa ancora paura e dove, al calar del buio, le auto non vanno più da una parte all’altra. Chi si chiama Patrick resterà a Falls road, chi George a Shankill road.
Belfast è la città che ha dato i natali a George Best e in cui, nel 2010, il Belfast City Council , come parte del progetto Peace III per contrastare il settarismo, aveva pagato 1.500 sterline dei contribuenti per i materiali da utilizzare in un murales in memoria di George Best nella zona protestante.
Belfast è la città in cui una domenica di settembre del 2013 (nel 50° anniversario della prima partita di George Best con il Manchester United), quel murales scomparve, per essere definitivamente sostituito da un paramilitare armato dell’UVF; accanto al bandito incappucciato spicca con macabro cinismo la citazione di Martin Luther King che recita: “La libertà non è mai concessa liberamente dall’oppressore, deve essere richiesta dagli oppressi”.
Belfast è il raggio di sole che disegna arabeschi tra le nuvole del cielo d’Irlanda in un sabato di febbraio. Belfast è il mio compleanno in questo 2019

 

“Ora mi trovo nel Blocco H, dove mi rifiuto di cambiare per adeguarmi a coloro che mi opprimono, mi torturano, mi tengono prigioniero e vogliono disumanizzarmi. Al pari dell’allodola non ho alcun bisogno di cambiare. È la mia ideologia politica e i miei principi che i miei carcerieri vogliono mutare. Hanno distrutto il mio corpo e attentato alla mia dignità. Se fossi un prigioniero comune mi presterebbero pochissima, o addirittura nessuna attenzione, ben sapendo che mi conformerei ai loro capricci istituzionali. Ho perso oltre due anni di condono. Non me ne importa nulla. Sono stato privato dei miei vestiti e rinchiuso in una cella fetida e vuota, dove mi hanno fatto patire la fame, picchiato e torturato. Come l’allodola, anch’io ho paura che alla fine possano uccidermi. Ma, oso dirlo, allo stesso modo della mia piccola amica possiedo lo spirito di libertà, che non può essere soppresso neppure con il più orrendo dei maltrattamenti. Certamente posso essere ucciso, ma, fintantoché rimango vivo, resto quel che sono, un prigioniero politico di guerra, e nessuno può cambiare questo.“

(Bobby Sands)

lolli905Quelli come noi, extraterrestri che sono precipitati in un mondo estraneo al loro cuore, si guardano intorno spaesati, a volte, incazzati, spesso, e si domandano: chi è  il pazzo? Io o tutti loro? Lottano, combattono a morsi per costruire una vita, che sia degna di questo nome: un’Isola Verde. Non ho mai inteso l’Isola Verde come follia, ho sempre pensato che fosse quel mondo migliore che da sempre cerchiamo di costruire e che gli altri, la moltitudine a una dimensione che popola questa marcia società, ciechi e sordi alla vita vera, non riescono a vedere. Mi piace pensare che Claudio non sia morto, che sia partito e ora sia lì a godersi la Vita, la Terra, la Luna e l’Abbondanza.

Vivere costa fatica, quando la vita è tutti i giorni uguale

Vivere costa fatica, quando dai giorni non nasce nient’altro che male
Ditemi come si fa, a vivere tutta la vita in questa città
Di giorno sudore d’attrezzi, di notte cercar nelle strade le donne coi prezzi
Arriva un mattino improvviso, una luce strana che entra da una finestra
E sotto è sparito il cortile, c’è un’isola verde che tinge i miei occhi di festa
Nessuno avrebbe esitato, a volare felice incontro ad un sogno così
E l’aria riempie il palato, la terra raccoglie le ossa di un uomo impazzito
Mi chiamano pazzo perché, ho sempre in mente di andarmene dalla città
Di andarmene a vivere là, nell’isola verde della mia felicità
Laggiù mi aspetta Maria, la donna che ho sempre sognato e non è stata mia
Mi aspetta dentro una casa, piena di luci, di fiori, dipinta di rosa
Laggiù mi aspettano giorni, pieni di sole, colore e di allegria
Laggiù saprei dimenticare, i muri guardiani che oggi mi fan compagnia
Ma, non vogliono ch’io viva là, nell’isola verde della mia felicità
Vogliono che viva qui, vestito di bianco e costretto a rispondere si
Aggiungo in coda un bell’articolo di Girolamo De Michele:
http://www.euronomade.info/?p=10976