Fahrenheit 451

"non siamo che copertine di libri, il cui solo significato è proteggerli dalla polvere"

“non siamo che copertine di libri, il cui solo significato è proteggerli dalla polvere”

In un “non luogo” e in un “non tempo” (che potrebbero essere anche un futuro a noi troppo vicino) il possesso e la lettura dei libri è severamente punita dalla legge ed i pompieri sono impegnati non già a spegnere gli incendi, ma a scoprire dove i libri vengono nascosti e a bruciarli.
Come si proteggono i libri dalle fiamme e dall’oblio? La soluzione, quando l’orizzonte è solo distruzione, è la più semplice e antica del mondo: il ricordo.
Lungo il fiume, nel bosco, esiste una comunità di persone-libro, uomini e donne che imparano il testo dei libri a memoria per poterlo tramandare di generazione in generazione, che svuotandosi della propria individualità, cercano nutrimento nelle parole proibite, possibilità di vivere nelle pagine censurate. Persone dall’animo libresco, libri che si fanno corpo.
In questa pagina io sarò di volta in volta una di loro.

Maggio 2015

 

COME PUÒ LO SCRITTORE RENDERE A PAROLE UN CONCETTO COSÌ PARADOSSALE COME LA TOTALITÀ DELL’UNIVERSO? BORGES C’È RIUSCITO
OGGI SONO IL RACCONTO <L’ALEPH>, TRATTO DALL’OMONIMA RACCOLTA.
(Testo di riferimento:  L’Aleph, trad. Francesco Tentori Montalto, Feltrinelli, 1961)

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Jorge Luis Borges (1889-1986)

 

<<< Arrivo, ora, all’ineffabile centro del mio racconto; comincia, qui, la mia disperazione di scrittore. Ogni linguaggio è un alfabeto di simboli il cui uso presuppone un passato che gl’interlocutori condividono; come trasmettere agli altri l’infinito Aleph, che la mia timorosa memoria a stento abbraccia? […]
Nella parte inferiore della scala, sulla destra, vidi una piccola sfera cangiante, di quasi intollerabile fulgore. Dapprima credetti ruotasse; poi compresi che quel movimento era un’illusione prodotta dai vertiginosi spettacoli che essa racchiudeva. Il diametro dell’Aleph sarà stato di due o tre centimetri, ma lo spazio cosmico vi era contenuto, senza che la vastità ne soffrisse. Ogni cosa (il cristallo dello specchio, ad esempio) era infinite cose, poiché io la vedevo distintamente da tutti i punti dell’universo. Vidi il popoloso mare, vidi l’alba e la sera, vidi le moltitudini d’America, vidi un’argentea ragnatela al centro d’una nera piramide, vidi un labirinto spezzato (era Londra), vidi infiniti occhi vicini che si fissavano in me come in uno specchio, vidi tutti gli specchi del pianeta e nessuno mi rifletté, vidi in un cortile interno di via Soler le stesse mattonelle che trent’anni prima avevo visto nell’andito di una casa di Fray Bentos, vidi grappoli, neve, tabacco, vene di metallo, vapor d’acqua, vidi convessi deserti equatoriali e ciascuno dei loro granelli di sabbia, vidi ad Inverness una donna che non dimenticherò, vidi la violenta chioma, l’altero corpo, vidi un tumore nel petto, vidi un cerchio di terra secca in un sentiero, dove prima era un albero, vidi in una casa di Adrogué un primo esemplare della prima versione di Plinio, quella di Philomen Holland, vidi contemporaneamente ogni lettera di ogni pagina (bambino, solevo meravigliarmi del fatto che le lettere di un volume chiuso non si mescolassero e perdessero durante la notte), vidi insieme il giorno e la notte di quel giorno, vidi un tramonto a Querétaro che sembrava riflettere il colore di una rosa nel Bengala , vidi la ma stanza da letto vuota, vidi in un gabinetto di Alkmaar un globo terracqueo posto tra due specchi che lo moltiplicano senza fine, vidi cavalli dalla criniera al vento, su una spiaggia del mar Caspio all’alba, vidi la delicata ossatura d’una mano, vidi i sopravvissuti a una battaglia in atto di mandare cartoline, vidi in una vetrina di Mirzapur un mazzo di carte spagnolo, vidi le ombre oblique di alcune felci sul pavimento di una serra, vidi tigri, stantuffi, bisonti, mareggiate ed eserciti, vidi tutte le formiche che esistono sulla terra, vidi un astrolabio persiano, vidi un cassetto della scrivania (e la calligrafia mi fece tremare) lettere impudiche, incredibili, precise che Beatriz aveva diretto a Carlos Argentino, vidi un’adorata tomba alla Chacarita, vidi il resto atroce di quanto deliziosamente era stata Beatriz Viterbo, vidi la circolazione del mio oscuro sangue, vidi il meccanismo dell’amore e la modificazione della morte, vidi l’Aleph, da tutti i punti, vidi nell’Aleph la terra e nella terra di nuovo l’Aleph e nell’Aleph la terra, vidi il mio volto e le mie viscere, vidi il tuo volto, e provai vertigini e piansi, poiché i miei occhi avevano visto l’oggetto segreto e supposto, il cui nome usurpano gli uomini, ma che nessun uomo ha contemplato: l’inconcepibile universo”.>>>

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OGGI SONO IL BRANO  DI “CENT’ANNI DI SOLITUDINE“, CHE QUASI NESSUNO RICORDA
(TESTO DI RIFERIMENTO: “Centanni di solitudine” Milano, Feltrinelli, 1968 Traduzione dallo spagnolo di Enrico Cicogna. pp. 145-148)

Gabriel García Márquez (1927-2014) -- aqui en el 1975

Gabriel García Márquez (1927-2014) — aqui en el 1975

<<< Il grande sciopero esplose. I coltivi rimasero a mezzo, la frutta maturò sugli alberi e i treni di centoventi vagoni si fermarono sui binari morti. …
Li si trovava José Arcadia Secondo il giorno in cui si annunciò che l’esercito era stato incaricato di ristabilire l’ordine pubblico. Benché non fosse uomo di presagi, la notizia fu per lui come un annuncio della morte, che aveva aspettato fin dal lontano mattino in cui il colonnello Gerineldo Màrquez gli aveva permesso di assistere a una fucilazione. …

Allora si affacciò in strada, e li vide.
Erano tre reggimenti la cui marcia ritmata da tamburi di galeotti faceva trepidare la terra. Il loro alito di drago multicefalo impregnò di un vapore pestilenziale il chiarore del mezzogiorno. Erano piccoli, massicci, bruti. Sudavano con sudore di cavallo, e avevano un odore di carnaccia macerata dal sole, e l’impavidità taciturna e impenetrabile degli
uomini dell’altipiano. Benché ci mettessero più di un’ora a passare, si sarebbe potuto pensare che
fossero soltanto poche squadre intente a girare in giro, perché tutti erano identici figli della stessa
madre, e tutti sopportavano con ugual stolidità il peso dei tascapane e delle borracce, e la vergogna
dei fucili con le baionette innestate, e la scoglionatura dell’obbedienza cieca e del senso dell’onore.
Ursula li sentì passare dal suo letto di tenebre e alzò la mano con le dita in croce. Santa Sofia de la Piedad ebbe un attimo di esistenza, curva sulla tovaglia ricamata che aveva appena stirato, e pensò a suo figlio, José Arcadio Secondo, che vide passare senza scomporsi gli ultimi soldati dalla porta dell’Hotel di Jacob.
La legge marziale dava facoltà all’esercito di assume re funzioni di arbitro nella controversia, ma non fu fatto nessun tentativo di conciliazione. Non appena eseguita la loro esibizione a Macondo, i soldati misero da parte: i fucili, tagliarono e caricarono le banane e fecero muovere i treni.
I lavoratori, che fino a quel momento si erano accontentati di aspettare, si buttarono nella selva senza altre armi che i loro machetes da lavoro, e cominciarono a sabotare il sabotaggio. Incendiarono
poderi e magazzini, distrussero i binari per impedire il passaggio dei treni che cominciavano ad aprirsi la strada col fuoco delle mitragliatrici, e tagliarono i fili del telegrafo e del telefono.
I canali di irrigazione si tinsero di sangue. …
La situazione minacciava di degenerare in una guerra civile impari e sanguinosa, quando le autorità diramarono un comunicato ai lavoratori perché si concentrassero a Macondo. Il comunicato annunciava che il Capo Civile e Militare della provincia sarebbe arrivato il venerdí seguente, disposto a intercedere nel conflitto.
José Arcadio Secondo si trovava tra la folla che si era concentrata nella stazione fin dal mattino del venerdì. Aveva partecipato a una riunione dei dirigenti sindacali ed era stato incaricato insieme
al colonnello Gavilàn di mescolarsi alla folla e di orientarla secondo le circostanze. Non si sentiva bene, e ruminava una pasta salnitrosa sul palato, da quando aveva notato che l’esercito aveva piazzato nidi di mitragliatrici intorno alla piazzetta, e che la città recintata della compagnia bananiera era protetta da pezzi di artiglieria. Verso le dodici, in attesa di un treno che non arrivava, più di tremila persone, tra lavoratori, donne e bambini, traboccavano nello spazio scoperto davanti alla stazione e si ammassavano nelle strade adiacenti che l’esercito chiuse con file di mitragliatrici.
Sembrava in quei momenti, più che un’accoglienza, una fiera allegra. Avevano fatto venire i banchi di frittelle e le baracche di bibite dalla Strada dei Turchi, e la gente sopportava di buon animo il fastidio dell’attesa e il sole rovente. Poco prima delle tre corse voce che il treno ufficiale non sarebbe arrivato fino al giorno dopo. La folla stanca esalò un sospiro di avvilimento.
Un tenente dell’esercito salì allora sul tetto della stazione, dove erano piazzati quattro nidi di mitragliatrici puntate sulla folla, e ci fu lo squillo del silenzio.
Di fianco a José Arcadio Secondo c’era una donna scalza, molto grassa, con due bambini di quattro e sette anni circa. Prese in braccio il minore, e chiese a José Arcadio Secondo, senza conoscerlo, di alzare l’altro perché potesse sentire meglio quello che avrebbero detto. José Arcadio Secondo prese il bambino sulle spalle.
Molti anni dopo, quel bambino avrebbe continuato a raccontare, anche se nessuno gli credeva, di
aver visto il tenente leggere dentro una tromba da grammofono il Decreto Numero 4 del Capo
Civile e Militare della provincia.
Era firmato dal generale Carlos Cortes Vargas, e dal segretario, il maggiore Enrique Garcìa Isaza, e in tre articoli di ottanta parole dichiarava gli scioperanti un
branco di malfattori e dava facoltà all’esercito di ucciderli a fucilate.
Letto il decreto, in mezzo a un’assordante fischiata di protesta, un capitano sostituì il tenente sul tetto del la stazione, e con la tromba da grammofono fece segno che voleva parlare. La folla tornò a fare silenzio.
“Signore e signori,” disse il capitano con voce bassa, lenta, un po’ stanca, “concedo cinque minuti perché tutti si ritirino.”
I fischi e gli urli raddoppiati soffocarono lo squillo di tromba che annunciò l’inizio del tempo concesso. Nessuno si mosse.
“Sono passati cinque minuti,” disse il capitano con lo stesso tono. “Un minuto ancora e poi si farà fuoco”
José Arcadio Secondo, sudando ghiaccio, fece scendere il bambino dalle spalle e lo consegnò
a sua madre; “Questi cornuti sono capaci di sparare,” mormorò la donna.
José Arcadio Secondo non ebbe il tempo di parlare, perché in quello stesso momento riconobbe la voce: rauca del colonnello Gavilàn che faceva eco con un grido alle parole della donna. Ubriacato dalla tensione, dalla meravigliosa profondità del silenzio e, inoltre, convinto che nulla avrebbe smosso quella
folla ammaliata da fascino della morte, José Arcadio Secondo si alzò sulla punta dei piedi al di
sopra delle teste che aveva davanti a lui, e per la prima volta in vita sua alzò la voce. “Cornuti!” gridò. “Vi regaliamo il minuto che manca.”
Al termine del suo grido accadde qualcosa che non gli causò spavento ma una specie di allucinazione.
Il capitano diede l’ordine di fuoco e quattordici nidi mitragliatrici gli risposero all’ istante.
Ma tutto sembrava una farsa. Era come se le mitragliatrici fossero state caricate con fuochi
pirotecnici, perché si udiva il loro affannoso crepitio, e si vedevano gli schizzi incandescenti, ma non si percepiva la benché minima reazione, né una voce, nemmeno un sospiro, tra la folla compatta che sembrava pietrificata da una invulnerabilità istantanea.
Improvvisamente, da un lato della stazione , un grido di morte lacerò l’incanto: “Aaaahi, madre mia.” Una forza sismica, un alito vulcanico, un ruggito da cataclisma, scoppiarono nel centro della folla con una straordinaria potenza espansiva. José Arcadio Secondo ebbe appena il tempo di sollevare il bambino, mentre la madre con l’altro era assorbita dalla folla centrifugata dal panico.
Molti anni dopo, il bambino avrebbe raccontato ancora, nonostante i vicini continuassero a
crederlo un vecchio svitato, che José Arcadio Secondo lo aveva alzato sopra la sua testa, e si era
lasciato trascinare, quasi in aria, come fluttuando nel terrore della folla, verso una strada adiacente.
La posizione privilegiata del bambino gli consentì di vedere che in quel momento la massa
traboccante cominciava ad arrivare all’angolo e la fila delle mitragliatrici aprì il fuoco.
Parecchie voci gridarono contemporaneamente:
“Buttatevi a terra! Buttatevi a terra!”
Quelli delle prime file lo avevano già fatto, falciati dalle raffiche di mitragliatrice. I sopravvissuti,
invece di gettarsi a terra, cercarono di tornare nella piazzetta, e il panico diede allora una codata da drago, e li mandò in un’ondata compatta contro l’altra ondata compatta che si muoveva in senso contrario, lanciata dall’altra codata da drago della strada opposta, poiché anche lì le mitragliatrici sparavano senza sosta.
Erano accerchiati, giravano in un vortice gigantesco che a poco a poco si riduceva al suo epicentro perché i suoi bordi venivano sistematicamente ritagliati in tondo, come una cipolla, quando viene pelata, dalle forbici insaziabili e metodiche della mitraglia.
Il bambino vide una donna inginocchiata, con le braccia in croce in uno spazio vuoto misteriosamente
vietato agli scoppi. Lí lo mise José Arcadio Secondo, nell’attimo di stramazzare con la faccia bagnata di sangue, prima che il branco colossale travolgesse lo spazio vuoto, la donna inginocchiata, la luce dell’alto cielo di secca, e il mondo troia dove Ursula Iguaràn aveva venduto tanti animaletti di caramello.
Quando José Arcadio Secondo si svegliò era disteso supino nel buio. Si accorse che stava viaggiando su un treno interminabile e silenzioso, e che aveva i capelli appiccicati dal sangue secco e che gli dolevano tutte le ossa.
Provò una tremenda stanchezza. Con una voglia di dormire per ore e ore, al sicuro dal terrore e dall’orrore, si accomodò sul lato che gli faceva meno male, e soltanto allora scoprì d’esser sdraiato sui morti. Non c’era uno spazio libero nel vagone, tranne il corridoio centrale. Dovevano essere trascorse parecchie ore dal massacro, perché i cadaveri avevano la temperatura del gesso in autunno, e la sua stessa consistenza di schiuma pietrificata, e
coloro che li avevano messi nel vagone avevano avuto il tempo di stivarli nell’ordine e nel senso
con cui si trasportano i caschi di banane.
Cercando di sfuggire all’incubo, José Arcadio Secondo si trascinò di vagone in vagone, nella direzione verso la quale avanzava il treno, e nei lampi di luce che divampavano tra le assi di legno quando passavano per i villaggi addormentati vedeva i morti uomini, i morti donne, i morti bambini, destinati ad essere gettati in mare come le banane di scarto. Riconobbe soltanto una donna che vendeva rinfreschi in piazza e il colonnello Gavilàn, che teneva ancora stretto nella mano il cinturone con la fibbia d’argento col quale aveva cercato di aprirsi la strada attraverso il panico.
Quando arrivò nel primo vagone fece un salto nel buio, e rimase disteso nella cunetta finché il treno non fu passato del tutto. Era il treno più lungo che aveva mai visto, con quasi duecento carri merci, e una locomotive ad ogni estremo e una terza nel
centro. Non aveva nessuna luce, nemmeno i fanali verdi e rossi di posizione, e scivolava a una velocità notturna e furtiva. Sopra il tetto dei carri si vedevano le masse scure dei soldati con le mitragliatrici piazzate.
Dopo mezzanotte scrosciò un acquazzone torrenziale José Arcadio Secondo ignorava dove era saltato, ma sapeva che camminando in senso contrario a quello del treno sarebbe arrivato a Macondo.
Dopo più di tre ore di marcia, inzuppato fino alle ossa, con un terribile mal di testa, scorse le prime case alla luce dell’alba. Attratto dall’odore del caffè, entrò in una cucina dove una donna con un bambino in braccio era curva sul focolare.
“’giorno,” disse esausto. “Sono José Arcadio Secondo Buendía.”
Pronunciò il nome completo, spiaccicando ogni sillaba, per convincersi di essere vivo.
Fece bene, perché la donna aveva pensato che fosse un fantasma vedendo sulla porta la figura squallida, oscura, con la testa e i vestiti sporchi di sangue, e toccata dalla solennità della morte.
Lo conosceva.
Portò una coperta perché vi si avvolgesse mentre gli asciugava la roba vicino al focolare, gli scaldò l’acqua perché si lavasse la ferita, che era solo una lacerazione della pelle, e gli diede una fascia pulita perché si bendasse la testa. Poi gli offrì una ciotola di caffè, senza zucchero, come le avevano detto che lo bevevano i Buendìa, e sciorinò la roba vicino al fuoco.
José Arcadia Secondo non parlò finché non ebbe bevuto il caffè.
“Dovevano essere un tremila,” mormorò.
“Cosa?”
“I morti,” spiegò lui. “Dovevano essere tutti quelli che erano nella stazione.”
La donna lo guardò con un’occhiata di compassione. “Qui non ci sono stati morti,” disse. “Dai tempi di tuo zio, il colonnello, non è successo nulla a Macondo.”
In tre cucine dove si fermò José Arcadio Secondo prima di arrivare a casa gli dissero la stessa cosa: “Non ci sono stati morti.” >>>

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