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Avevano lasciato l’Italia ed erano arrivati in America nel 1908, Sacco aveva diciassette anni, Vanzetti venti, senza conoscersi fra loro.

Vanzetti scrisse: “Al centro immigrazione, ebbi la prima sorpresa. Gli emigranti venivano smistati come tanti animali. Non una parola di gentilezza, di incoraggiamento, per alleggerire il fardello di dolori che pesa così tanto su chi è appena arrivato in America . Dove potevo andare? Cosa potevo fare? Quella era la Terra promessa. Il treno della sopraelevata passava sferragliando e non rispondeva niente. Le automobili e i tram passavano oltre senza badare a me“.

Bartolomeo e Nicola, appena arrivati, per non morire di fame, dovettero cominciar subito ad elemosinare  un lavoro qualsiasi, a qualsiasi paga – domandando di porta in porta con quel poco di inglese che conoscevano.

Vanzetti lavorò qua e là: in trattorie, in una cava, in un’acciaieria, in una fabbrica di cordami (la Plymouth Cordage Company, oggi consociata della RAMJAC). Ogni momento libero lo dedicava  alla sua formazione; studiò Marx e Darwin e Victor Hugo e Gor’kij e Tolstoj e Zola e Dante. Nel 1916 guidò uno sciopero contro la fabbrica di cordami. Era sulle liste nere dei datori di lavoro, sicché alla fine, per sopravvivere, si mise a fare il pescivendolo.
Sacco, che in Italia aveva fatto il calzolaio, trovò un posto in una fabbrica di calzature a Milford, nel Massachusetts. Lavorava sei giorni la settimana, dieci ore al giorno. Svolgeva attività politica e sindacale, teneva discorsi dava contributi in denaro e organizzava manifestazioni per un salario più alto e migliori condizioni di lavoro; nel 1916 per tali attività fu arrestato.

Fu nel 1916, quando si unirono ad un gruppo di anarchici italo americani che riparavano in Messico per non partecipare alla Grande Guerra, che Sacco e Vanzetti si conobbero bene. Entrambi, infatti, che ben conoscevano la brutalità del padronato, erano consapevoli  che i campi di battaglia altro non sono se non  luoghi di pericoloso e odioso lavoro, dove pochi sovrintendenti controllano lo spreco di milioni di vite allo scopo di far soldi. Quando tornarono nel Massachusetts, erano inclusi nell’elenco segreto compilato dal dipartimento di Giustizia: la lista degli stranieri che non facevano mistero di quanto trovavano ingiusta, insincera, sfruttatrice ed ignorante la cosiddetta Terra promessa. Iniziarono ad essere pedinati da spie del governo.

Incluso nella lista era anche un tipografo a nome Andrea Salsedo, amico di Vanzetti, che fu arrestato a New York da agenti federali, senza specifiche accuse, e tenuto isolato per otto settimane. Il 3 maggio 1920 Salsedo fu spinto da una finestra al quattordicesimo piano, dove avevano sede certi uffici del dipartimento di Giustizia.

Vanzetti organizzò un comizio per chiedere che fosse aperta un’inchiesta sull’arresto e sulla morte di Salsedo ma prima che il comizio avesse luogo, lui e Sacco furono arrestati per attività sovversive. Il loro reato era il possesso da parte di entrambi di una rivoltella e per Vanzetti anche il possesso di alcuni appunti da destinarsi alla tipografia per l’annuncio del comizio: rischiavano fino a un anno di carcere.
Mentre erano in stato di arresto, furono anche accusati di due omicidi rimasti irrisolti: il cassiere e una guardia giurata di un calzaturificio, che, circa un mese prima, erano stati uccisi durante una rapina a South Braintree (Massachusetts) . La pena per questo reato era la sedia elettrica.

Vanzetti, fu anche accusato di un tentativo di rapina a Bridgewater sempre nel Massachusetts. Processato, fu riconosciuto colpevole così, ancora prima che lui e Sacco fossero processati per duplice omicidio, Vanzetti era già stato etichettato come noto criminale.
Il giudice che diresse il processo per la tentata rapina, Webster Thayer disse alla giuria: “Quest’uomo, benché potrebbe non aver effettivamente commesso il reato contestatogli, è tuttavia moralmente colpevole, poiché è un nemico giurato delle nostre vigenti Istituzioni”. (Citazione tratta da “ Labor’s Untold Story” di Richard O. Boyer e Herbert M. Morais (ed. United Front, San Francisco 1955).

Webster Thayer  fu lo stesso giudice che nel luglio 1923 diresse il processo per omicidio e condannò Sacco e Vanzetti a morte.

La condanna palesemente ingiusta provocò proteste in tutto il mondo. Il carattere puramente indiziario delle prove addotte contro i due anarchici italiani dimostraronosenza ombra di dubbio la faziosità della corte, dettata da motivi politici e razziali. Molti famosi intellettuali, compresi Albert Einstein, Dorothy Parker, Edna St. Vincent Millay, Bertrand Russell, John Dewey, George Bernard Shaw, John Dos Passos, Upton Sinclair, H. G. Wells sostennero una campagna per giungere a un nuovo processo; l’iniziativa non produsse, tuttavia, alcun risultato rilevante.

L’indignazione del mondo intero costrinse le varie istituzioni giudiziarie degli USA a rinviare la sentenza. Proclami, associazioni, petizioni appositamente fondate si levarono in difesa dei condannati ma la richiesta di riaprire il caso fu sistematicamente rifiutata, anche quando un altro detenuto, condannato a morte, li scagionò confessando di aver preso parte alla rapina in cui erano morte le due guardie giurate.

Save_Sacco_and_Vanzetti

sacco_vanzetti04L’affaire Sacco e Vanzetti divenne planetario: “Mai ci saremmo aspettati, in vita nostra,” disse Vanzetti, “di poter compiere un tale lavoro in favore della tolleranza, della giustizia, della comprensione reciproca fra gli uomini, come ora vuole il caso che compiamo.”

Quando il verdetto di morte fu reso noto, si tenne una manifestazione davanti al palazzo del governo, a Boston. La manifestazione durò ininterrottamente per dieci giorni, fino alla data dell’esecuzione, quel giorno il corteo attraversò il fiume e le strade sterrate fino alla prigione di Charlestown. La polizia e la guardia nazionale li attendevano con le mitragliatrici puntate verso i manifestanti che chiedevano giustizia.
Davanti alla prigione fu srotolato un enorme striscione sul quale erano dipinte le parole che il giudice Webster Thayer aveva detto a un amico poco dopo aver emesso la sentenza di morte per Sacco e Vanzetti: “Hai visto che cosa gli ho fatto a quei due bastardi anarchici, l’altro giorno?

La sentenza di assassinio sulla sedia elettrica fu eseguita a Charlestown il 23 agosto 1927 alle 0,19 Nicola Sacco, alle 0,26 Bartolomeo Vanzetti.

 

 

bartolomeo vanzettiSí. Quel che ho da dire è che sono innocente, non soltanto del delitto di Braintree, ma anche di quello di Bridgewater. Che non soltanto sono innocente di questi due delitti, ma che in tutta la mia vita non ho mai rubato né ucciso né versato una goccia di sangue. Questo è ciò che voglio dire. E non è tutto. Non soltanto sono innocente di questi due delitti, non soltanto in tutta la mia vita non ho rubato né ucciso né versato una goccia di sangue, ma ho combattuto anzi tutta la vita, da quando ho avuto l’età della ragione, per eliminare il delitto dalla terra. Queste due braccia sanno molto bene che non avevo bisogno di andare in mezzo alla strada a uccidere un uomo, per avere del denaro. Sono in grado di vivere, con le mie due braccia, e di vivere bene. Anzi, potrei vivere anche senza lavorare, senza mettere il mio braccio al servizio degli altri. Ho avuto molte possibilità di rendermi indipendente e di vivere una vita che di solito si pensa sia migliore che non guadagnarsi il pane col sudore della fronte. Mio padre in Italia è in buone condizioni economiche. Potevo tornare in Italia ed egli mi avrebbe sempre accolto con gioia, a braccia aperte. Anche se fossi tornato senza un centesimo in tasca, mio padre avrebbe potuto occuparmi nella sua proprietà, non a faticare ma a commerciare, o a sovraintendere alla terra che possiede. Egli mi ha scritto molte lettere in questo senso, ed altre me ne hanno scritte i parenti, lettere che sono in grado di produrre. Certo, potrebbe essere una vanteria. Mio padre e i miei parenti potrebbero vantarsi e dire cose che possono anche non essere credute. Si può anche pensare che essi sono poveri in canna, quando io affermo che avevano i mezzi per darmi una posizione qualora mi fossi deciso a fermarmi, a farmi una famiglia, a cominciare una esistenza tranquilla. Certo. Ma c’è gente che in questo stesso tribunale poteva testimoniare che ciò che io ho detto e ciò che mio padre e i miei parenti mi hanno scritto non è una menzogna, che realmente essi hanno la possibilità di darmi una posizione quando io lo desideri. Vorrei giungere perciò ad un’altra conclusione, ed è questa: non soltanto non è stata provata la mia partecipazione alla rapina di Bridgewater, non soltanto non è stata provata la mia partecipazione alla rapina ed agli omicidi di Braintree né è stato provato che io abbia mai rubato né ucciso né versato una goccia di sangue in tutta la mia vita; non soltanto ho lottato strenuamente contro ogni delitto, ma ho rifiutato io stesso i beni e le glorie della vita, i vantaggi di una buona posizione, perché considero ingiusto lo sfruttamento dell’uomo. Ho rifiutato di mettermi negli affari perché comprendo che essi sono una speculazione ai danni degli altri: non credo che questo sia giusto e perciò mi rifiuto di farlo. Vorrei dire, dunque, che non soltanto sono innocente di tutte le accuse che mi sono state mosse, non soltanto non ho mai commesso un delitto nella mia vita — degli errori forse, ma non dei delitti — non soltanto ho combattuto tutta la vita per eliminare i delitti, i crimini che la legge ufficiale e la morale ufficiale condannano, ma anche il delitto che la morale ufficiale e la legge ufficiale ammettono e santificano: lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. E se c’è una ragione per cui io sono qui imputato, se c’è una ragione per cui potete condannarmi in pochi minuti, ebbene, la ragione è questa e nessun’altra. Chiedo scusa. I giornali hanno riferito le parole di un galantuomo, il migliore che i miei occhi abbiano visto da quando sono nato: un uomo la cui memoria durerà e si estenderà, sempre. più vicina e più cara al popolo, nel cuore stesso del popolo, almeno fino a quando durerà l’ammirazione per la bontà e per lo spirito di sacrificio. Parlo di Eugenio Debs. Nemmeno un cane — egli ha detto — nemmeno un cane che ammazza i polli avrebbe trovato una giuria americana disposta a condannarlo sulla base delle prove che sono state prodotte contro di noi. Quell’uomo non era con me a Plymouth né con Sacco a Boston, il giorno del delitto. Voi potete sostenere che è arbitrario ciò che noi stiamo affermando, che egli era onesto e riversava sugli altri la sua onestà, che egli era incapace di fare il male e riteneva ogni uomo incapace di fare il male. Certo, può essere verosimile ma non lo è, poteva essere verosimile ma non lo era: quell’uomo aveva una effettiva esperienza di tribunali, di carceri e di giurie. Proprio perché rivendicava al mondo un po’ di progresso, egli fu perseguitato e diffamato dall’infanzia alla vecchiaia, e in effetti è morto non lontano dal carcere. Egli sapeva che siamo innocenti, come lo sanno tutti gli uomini di coscienza, non soltanto in questo ma in tutti i paesi del mondo: gli uomini che hanno messo a nostra disposizione una notevole somma di denaro a tempo di record sono tuttora al nostro fianco, il fiore degli uomini d’Europa, i migliori scrittori, i piú grandi pensatori d’Europa hanno manifestato in nostro favore. I popoli delle nazioni straniere hanno manifestato in nostro favore. È possibile che soltanto alcuni membri della giuria, soltanto due o tre uomini che condannerebbero la loro madre, se facesse comodo ai loro egoistici interessi o alla fortuna del loro mondo; è possibile che abbiano il diritto di emettere una condanna che il mondo, tutto il mondo, giudica una ingiustizia, una condanna che io so essere una ingiustizia? Se c’è qualcuno che può sapere se essa è giusta o ingiusta, siamo io e Nicola Sacco. Lei ci vede, giudice Thayer: sono sette anni che siamo chiusi in carcere. Ciò che abbiamo sofferto, in questi sette anni, nessuna lingua umana può dirlo, eppure — lei lo vede — davanti a lei non tremo — lei lo vede — la guardo dritto negli occhi, non arrossisco, non cambio colore, non mi vergogno e non ho paura. Eugenio Debs diceva che nemmeno un cane — qualcosa di paragonabile a noi — nemmeno un cane che ammazza i polli poteva essere giudicato colpevole da una giuria americana con le prove che sono state prodotte contro di noi. Io dico che nemmeno a un cane rognoso la Corte Suprema del Massachusetts avrebbe respinto due volte l’appello — nemmeno a un cane rognoso. Si è concesso un nuovo processo a Madeiros perché il giudice o aveva dimenticato o aveva omesso di ricordare alla giuria che l’imputato deve essere considerato innocente fino al momento in cui la sua colpevolezza non è provata in tribunale, o qualcosa del genere. Eppure, quell’uomo ha confessato. Quell’uomo era processato e ha confessato, ma la Corte gli concede un altro processo. Noi abbiamo dimostrato che non poteva esistere un altro giudice sulla faccia della terra più ingiusto e crudele di quanto lei, giudice Thayer, sia stato con noi. Lo abbiamo dimostrato. Eppure ci si rifiuta ancora un nuovo processo. Noi sappiamo che lei nel profondo del suo cuore riconosce di esserci stato contro fin dall’inizio, prima ancora di vederci. Prima ancora di vederci lei sapeva che eravamo dei radicali, dei cani rognosi. Sappiamo che lei si è rivelato ostile e ha parlato di noi esprimendo il suo disprezzo con tutti i suoi amici, in treno, al Club dell’Università di Boston, al Club del Golf di Worcester, nel Massachusetts. Sono sicuro che se coloro che sanno tutto ciò che lei ha detto contro di noi avessero il coraggio civile di venire a testimoniare, forse Vostro Onore — e mi dispiace dirlo perché lei è un vecchio e anche mio padre è un vecchio come lei — forse Vostro Onore siederebbe accanto a noi, e questa volta con piena giustizia. Quando ha emesso la sentenza contro di me al processo di Plymouth, lei ha detto — per quanto mi è dato ricordare in buona fede — che i delitti sono in accordo con le mie convinzioni — o qualcosa del genere — ma ha tolto un capo d’imputazione, se ricordo esattamente, alla giuria. La giuria era cosí prevenuta contro di me che mi avrebbe giudicato colpevole di tutte e due le imputazioni, per il solo fatto che erano soltanto due. Ma mi avrebbe giudicato colpevole di una dozzina di capi d’accusa anche contro le istruzioni di Vostro Onore. Naturalmente, io ricordo che lei disse che non c’era alcuna ragione di ritenere che io avessi avuto l’intenzione di uccidere qualcuno, anche se ero un bandito, facendo cadere cosi l’imputazione di tentato omicidio. Bene, sarei stato giudicato colpevole anche di questo? Se sono onesto debbo riconoscere che fu lei a togliere di mezzo quell’accusa, giudicandomi soltanto per tentato furto con armi, o qualcosa di simile. Ma lei, giudice Thayer, mi ha dato per quel tentato furto una pena maggiore di quella comminata a tutti i 448 carcerati di Charlestown che hanno attentato alla proprietà, che hanno rubato; eppure nessuno di loro aveva una sentenza di solo tentato furto come quella che lei mi aveva dato. Se fosse possibile formare una commissione che si recasse sul posto, si potrebbe controllare se è vero o no. A Charlestown ci sono ladri di professione che sono stati in metà delle galere degli Stati Uniti, gente che ha rubato o che ha ferito un uomo sparandogli. E solo per caso costui si è salvato, non è morto. Bene, la maggior parte di costoro, colpevoli senza discussione, per autoconfessione o per chiamata di correo dei complici, ha ottenuto da 8 a 10, da 8 a 12, da 10 a 15. Nessuno di loro è stato condannato da 12 a 15 anni come lo sono stato io da lei, per tentato furto. E per di piú lei sapeva che non ero colpevole. Lei sa che la mia vita, la mia vita pubblica e privata in Plymouth, dove ho vissuto a lungo, era cosí esemplare che uno dei piú grandi timori del pubblico ministero Katzmann era proprio questo che giungessero in tribunale le prove della nostra vita e della nostra condotta. Egli le ha tenute fuori con tutte le sue forze, e c’è riuscito. Lei sa che se al primo processo, a Plymouth, avessi avuto a difendermi l’avvocato Thompson, la giuria non mi avrebbe giudicato colpevole. Il mio primo avvocato era un complice di mister Katzmann, e lo è ancora. Il mio primo avvocato difensore, mister Vahey, non mi ha difeso: mi ha venduto per trenta monete d’oro come Giuda vendette Gesú Cristo. Se quell’uomo non è arrivato a dire a lei o a mister Katzmann che mi sapeva colpevole, ciò è avvenuto soltanto perché sapeva che ero innocente. Quell’uomo ha fatto tutto ciò che indirettamente poteva danneggiarmi. Ha fatto alla giuria un lungo discorso intorno a ciò che non aveva alcuna importanza, e sui nodi essenziali del processo è passato sopra con poche parole o in assoluto silenzio. Tutto questo era premeditato, per dare alla giuria la sensazione che il mio difensore non aveva niente di valido da dire, non aveva niente di valido da addurre a mia difesa, e perciò si aggirava nelle parole di vacui discorsi che non significavano nulla e lasciava passare i punti essenziali o in silenzio o con una assai debole resistenza. Siamo stati processati in un periodo che è già passato alla storia. Intendo, con questo, un tempo dominato dall’isterismo, dal risentimento e dall’odio contro il popolo delle nostre origini, contro gli stranieri, contro i radicali, e mi sembra — anzi, sono sicuro — che tanto lei che mister Katzmann abbiate fatto tutto ciò che era in vostro potere per eccitare le passioni dei giurati, i pregiudizi dei giurati contro di noi. Io ricordo che mister Katzmann ha presentato un teste d’accusa, un certo Ricci. Io ho ascoltato quel testimone. Sembrava che non avesse niente da dire. Sembrava sciocco produrre un testimone che non aveva niente da dire. Sembrava sciocco, se era stato chiamato solo per dire alla giuria che era il capo di quell’operaio che era presente sul luogo del delitto e che chiedeva di testimoniare a nostro favore, sostenendo che noi non eravamo tra i banditi. Quell’uomo, il testimone Ricci, ha dichiarato di aver trattenuto l’operaio al lavoro, invece di mandarlo a vedere che cosa era accaduto, dando cosí l’impressione che l’altro non avesse potuto vedere ciò che accadeva nella strada. Ma questo non era molto importante. Davvero importante è che quell’uomo ha sostenuto che era falsa la testimonianza del ragazzo che riforniva d’acqua la sua squadra d’operai. Il ragazzo aveva dichiarato d’aver preso un secchio e di essersi recato ad una certa fontana ad attingere acqua per la squadra. Non era vero — ha sostenuto il testimone Ricci — e perciò il ragazzo non poteva aver visto i banditi e non era in grado quindi di provare che né io né Sacco fossimo tra gli assassini. Secondo lui, non poteva essere vero che il ragazzo fosse andato a quella fontana perché si sapeva che i tedeschi ne avevano avvelenato l’acqua. Ora, nella cronaca del mondo di quel tempo non è mai stato riferito un episodio del genere. Niente di simile è avvenuto in America: abbiamo letto di numerose atrocità compiute in Europa dai tedeschi durante la guerra, ma nessuno può provare né sostenere che i tedeschi erano tanto feroci da avvelenare una fontana in questa regione, durante la guerra. Tutto questo sembrerebbe non aver nulla a che fare con noi, direttamente. Sembra essere un elemento casuale capitato tra gli altri che rappresentano invece la sostanza del caso. Ma la giuria ci aveva odiati fin dal primo momento perché eravamo contro la guerra. La giuria non si rendeva conto che c’è della differenza tra un uomo che è contro la guerra perché ritiene che la guerra sia ingiusta, perché non odia alcun popolo, perché è un cosmopolita, e un uomo invece che è contro la guerra perché è in favore dei nemici, e che perciò si comporta da spia, e commette dei reati nel paese in cui vive allo scopo di favorire i paesi nemici. Noi non siamo uomini di questo genere. Katzmann lo sa molto bene. Katzmann sa che siamo contro la guerra perché non crediamo negli scopi per cui si proclama che la guerra va fatta. Noi crediamo che la guerra sia ingiusta e ne siamo sempre più convinti dopo dieci anni che scontiamo — giorno per giorno — le conseguenze e i risultati dell’ultimo conflitto. Noi siamo più convinti di prima che la guerra sia ingiusta, e siamo contro di essa ancor più di prima. Io sarei contento di essere condannato al patibolo, se potessi dire all’umanità: «State in guardia. Tutto ciò che vi hanno detto, tutto ciò che vi hanno promesso era una menzogna, era un’illusione, era un inganno, era una frode, era un delitto. Vi hanno promesso la libertà. Dov’è la libertà? Vi hanno promesso la prosperità. Dov’è la prosperità? Dal giorno in cui sono entrato a Charlestown, sfortunatamente la popolazione del carcere è raddoppiata di numero. Dov’è l’elevazione morale che la guerra avrebbe dato al mondo? Dov’è il progresso spirituale che avremmo raggiunto in seguito alla guerra? Dov’è la sicurezza di vita, la sicurezza delle cose che possediamo per le nostre necessità? Dov’è il rispetto per la vita umana? Dove sono il rispetto e l’ammirazione per la dignità e la bontà della natura umana? Mai come oggi, prima della guerra, si sono avuti tanti delitti, tanta corruzione, tanta degenerazione. Se ricordo bene, durante il processo, Katzmann ha affermato davanti alla giuria che un certo Coacci ha portato in Italia il denaro che, secondo la teoria della pubblica accusa, io e Sacco avremmo rubato a Braintree. Non abbiamo mai rubato quel denaro. Ma Katzmann, quando ha fatto questa affermazione davanti alla giuria, sapeva bene che non era vero. Sappiamo già che quell’uomo è stato deportato in Italia, dopo il nostro arresto, dalla polizia federale. Io ricordo bene che il poliziotto federale che lo accompagnava aveva preso i suoi bauli, prima della traduzione, e li aveva esaminati a fondo senza trovarvi una sola moneta. Ora, io dico che è un assassinio sostenere davanti alla giuria che un amico o un compagno o un congiunto o un conoscente dell’imputato o dell’indiziato ha portato il denaro in Italia, quando si sa che non è vero. Io non posso definire questo gesto altro che un assassinio, un assassinio a sangue freddo. Ma Katzmann ha detto anche qualcos’altro contro di noi che non è vero. Se io comprendo bene, c’è stato un accordo, durante il processo, con il quale la difesa si era impegnata a non presentare prove della mia buona condotta in Plymouth, e l’accusa non avrebbe informato la giuria che io ero già stato processato e condannato in precedenza, a Plymouth. A me pare che questo fosse un accordo unilaterale. Infatti, al tempo del processo di Dedham, anche i pali telegrafici sapevano che io ero stato processato e condannato a Plymouth: i giurati lo sapevano anche quando dormivano. Per contro, la giuria non aveva mai veduto né Sacco né me, e io penso che sia giusto dubitare che nessun membro della giuria avesse mai avvicinato prima del processo qualcuno che fosse in grado di dargli una descrizione sufficientemente precisa della nostra condotta. La giuria non sapeva niente, dunque, di noi due. Non ci aveva mai veduto. Ciò che sapeva erano le cattiverie pubblicate dai giornali quando fummo arrestati e il resoconto del processo di Plymouth. Io non so per quale ragione la difesa avesse concluso un simile accordo, ma so molto bene perché lo aveva concluso Katzmann: perché sapeva che metà della popolazione di Plymouth sarebbe stata disposta a venire in tribunale per dire che in sette anni vissuti in quella città non ero mai stato visto ubriaco, che ero conosciuto come il piú forte e costante lavoratore della comunità. Mi definivano «il mulo», e coloro che conoscevano meglio le condizioni di mio padre e la mia situazione di scapolo si meravigliavano e mi dicevano: «Ma perché lei lavora come un pazzo, se non ha né figli né moglie di cui preoccuparsi?». Katzmann poteva dunque dirsi soddisfatto di quell’accordo. Poteva ringraziare il suo Dio e stimarsi un uomo fortunato. Eppure, egli non era soddisfatto. Infranse la parola data e disse alla giuria che io ero già stato processato in tribunale. Io non so se ne è rimasta traccia nel verbale, se è stato omesso oppure no, ma io l’ho udito con le mie orecchie. Quando due o tre donne di Plymouth vennero a testimoniare, appena la prima di esse raggiunse il posto ove è seduto oggi quel gentiluomo — la giuria era già al suo posto — Katzmann chiese loro se non avesse già testimoniato in precedenza per Vanzetti. E alla loro risposta affermativa replicò: «Voi non potete testimoniare». Esse lasciarono l’aula. Dopo di che testimoniarono ugualmente. Ma nel frattempo egli disse alla giuria che io ero già stato processato in precedenza. È con questi metodi scorretti che egli ha distrutto la mia vita e mi ha rovinato. Si è anche detto che la difesa avrebbe frapposto ogni ostacolo pur di ritardare la prosecuzione del caso. Non è vero, e sostenerlo è oltraggioso. Se pensiamo che l’accusa, lo Stato, hanno impiegato un anno intero per l’istruttoria, ciò significa che uno dei cinque anni di durata del caso è stato preso dall’accusa solo per iniziare il processo, il nostro primo processo. Allora la difesa fece ricorso a lei, giudice Thayer, e lei aspettò a rispondere; eppure io sono convinto che aveva già deciso: fin dal momento in cui il processo era finito, lei aveva già in cuore la risoluzione di respingere tutti gli appelli che le avremmo rivolti. Lei aspettò un mese o un mese e mezzo, giusto per render nota la sua decisione alla vigilia di Natale, proprio la sera di Natale. Noi non crediamo nella favola della notte di Natale, né dal punto di vista storico né da quello religioso. Lei sa bene che parecchie persone del nostro popolo ci credono ancora, ma se noi non ci crediamo ciò non significa che non siamo umani. Noi siamo uomini, e il Natale è dolce al cuore di ogni uomo. Io penso che lei abbia reso nota la sua decisione la sera di Natale per avvelenare il cuore delle nostre famiglie e dei nostri cari. Mi dispiace dir questo, ma ogni cosa detta da parte sua ha confermato il mio sospetto fino a che il sospetto è diventato certezza. Per presentare un nuovo appello, in quel periodo, la difesa non prese piú tempo di quanto ne avesse preso lei per rispondere. Ora non ricordo se fu in occasione del secondo o del terzo ricorso, lei aspettò undici mesi o un anno prima di risponderci; e io sono sicuro che aveva già deciso di rifiutarci un nuovo processo prima ancora di consultare l’inizio dell’appello. Lei prese un anno, per darci questa risposta, o undici mesi. Cosicché appare chiaro che, alla fine, dei cinque anni, due se li prese lo Stato: uno trascorse dal nostro arresto al processo, l’altro in attesa di una risposta al secondo o al terzo appello. Posso anzi dire che, se vi sono stati ritardi, essi sono stati provocati dall’accusa e non dalla difesa. Sono sicuro che se qualcuno prendesse una penna in mano e calcolasse il tempo preso dall’accusa per istruire il processo e il tempo preso dalla difesa per tutelare gli interessi di noi due, scoprirebbe che l’accusa ha preso piú tempo della difesa. C’è qualcosa che bisogna prendere in considerazione a questo punto, ed è il fatto che il mio primo avvocato ci tradí. Tutto il popolo americano era contro di noi. E noi abbiamo avuto la sfortuna di prendere un secondo legale in California: venuto qui, gli è stato dato l’ostracismo da voi e da tutte le autorità, perfino dalla giuria. Nessun luogo del Massachusetts era rimasto immune da ciò che io chiamo il pregiudizio, il che significa credere che il proprio popolo sia il migliore del mondo e che non ve ne sia un’altro degno di stargli alla pari. Di conseguenza, l’uomo venuto dalla California nel Massachusetts a difendere noi due, doveva essere divorato, se era possibile. E lo fu. E noi abbiamo avuto la nostra parte. Ciò che desidero dire è questo: il compito della difesa è stato terribile. Il mio primo avvocato non aveva voluto difenderci. Non aveva raccolto testimonianze né prove a nostro favore. I verbali del tribunale di Plymouth erano una pietà. Mi è stato detto che piú di metà erano stati smarriti. Cosicché la difesa aveva un tremendo lavoro da fare, per raccogliere prove e testimonianze, per apprendere quel che i testimoni dello Stato avevano sostenuto e controbatterli. E considerando tutto questo, si può affermare che se anche la difesa avesse preso doppio tempo dello Stato, ritardando cosí il caso, ciò sarebbe stato piú che ragionevole. Invece, purtroppo, la difesa ha preso meno tempo dello Stato. Ho già detto che non soltanto non sono colpevole di questi due delitti, ma non ho mai commesso un delitto in vita mia non ho mai rubato, non ho mai ucciso, non ho mai versato una goccia di sangue, e ho lottato contro il delitto, ho lottato sacrificando anche me stesso per eliminare i delitti che la legge e la chiesa ammettono e santificano. Questo è ciò che volevo dire. Non augurerei a un cane o a un serpente, alla piú miserevole e sfortunata creatura della terra, ciò che ho avuto a soffrire per colpe che non ho commesso. Ma la mia convinzione è un’altra: che ho sofferto per colpe che ho effettivamente commesso. Sto soffrendo perché sono un radicale, e in effetti io sono un radicale; ho sofferto perché sono un italiano, e in effetti io sono un italiano; ho sofferto di piú per la mia famiglia e per i miei cari che per me stesso; ma sono tanto convinto di essere nel giusto che se voi aveste il potere di ammazzarmi due volte, e per due volte io potessi rinascere, vivrei di nuovo per fare esattamente ciò che ho fatto finora. Ho finito. Grazie. 

Bartolomeo Vanzetti, Ultime parole ai giudici, in  “Non piangete la mia morte : lettere ai familiari / Bartolomeo Vanzetti” ; a cura di Cesare Pillon e Vincenzina Vanzetti. – Roma : Editori riuniti, 1962.

 

 

 

Non ho parole nuove per la Strage di Piazza Fontana, nulla che non sia già stato detto più e più volte, sempre con la stessa rabbia e il medesimo senso di impotenza.

Quest’anno ho deciso, quindi di lasciare la parola ai compagni di allora.

A distanza di oltre 40 anni queste analisi conservano tutta la loro validità.

 

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Da un volantino del 14 dicembre ’69:
“Dietro gli assassini di Milano non ci sono solo i fascisti veri e propri, ma ci sono, da un lato le forze borghesi più arretrate e parassite […] dall’altro l’ala avanzata e riformista della borghesia che vuole rinsaldare attorno alle istituzioni «repubblicane e democratiche» del patto costituzionale la propria unità di potere nell’oppressione e nello sfruttamento.”

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Da un volantino del Collettivo operai-studenti del 16 dicembre 1969 dal titolo: “I soli assassini sono i padroni”
Sappiamo bene che cosa sia questa democrazia, sappiamo bene che cosa abbia dato questa Repubblica democratica fondata sul sangue dei lavoratori: 91 proletari uccisi (dal ’47 a oggi), 674 proletari feriti, 44.325 operai uccisi in fabbrica dal ’51 al ’66, uno ogni mezz’ora di lavoro. 15.677.070 operai infortunati sul lavoro. 

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Volantino del 16 dicembre 1969

Il reichstag brucia?
 Compagni,
il movimento reale del proletariato rivoluzionario italiano lo sta conducendo verso il punto da cui sarà impossibile – per lui e per i suoi nemici – ogni ritorno al passato. Mentre si dissolvono una dopo l’altra tutte le illusioni sulla possibilità di ristabilire la “normalità” della situazione precedente, matura per entrambe le parti la necessità di rischiare il proprio presente per guadagnarsi il proprio futuro. Di fronte al montare del movimento rivoluzionario, malgrado la metodica azione di recupero dei sindacati e dei burocrati della vecchia e nuova “sinistra”, diviene fatale per il Potere rispolverare ancora una volta la vecchia commedia dell’ordine, giocando questa volta la falsa carta del terrorismo, nel tentativo di scongiurare la situazione che lo costringerà a scoprire tutto il suo gioco di fronte alla chiarezza della rivoluzione. Gli attentati anarchici del 1921, i gesti disperati dei sopravvissuti al fallimento del movimento rivoluzionario di allora, fornirono un comodo pretesto alla borghesia italiana per instaurare, con il fascismo, lo stato d’assedio su tutta la società. Forte – nella sua impotenza – della lezione del passato, la borghesia italiana del 1969 non ha bisogno di vivere la grande paura del moto rivoluzionario, né di aspettare la forza che solo dalla sconfitta di questo le può ancora derivare, per liberarsi delle proprie illusioni democratiche. Oggi essa non ha più bisogno degli errori dei vecchi anarchici per trovare un pretesto alla realizzazione politica della propria realtà totalitaria, ma tale pretesto cerca di fabbricarselo da sola, incastrando i nuovi anarchici in una montatura poliziesca, o manipolando i più sprovveduti fra loro in una grossolana provocazione. Gli anarchici, in effetti, offrono i migliori requisiti per le esigenze del potere: immagine staccata e ideologica del movimento reale, il loro “estremismo” spettacolare permette di colpire in loro l’estremismo reale del movimento.

LA BOMBA Dl MILANO E’ ESPLOSA CONTRO IL PROLETARIATO
Destinata a ferire le categorie meno radicalizzate, per allearle al potere, e a chiamare a raccolta la borghesia per la “caccia alle streghe”: non a caso la strage fra gli agricoltori (Banca Nazionale dell’Agricoltura), solo la paura tra i borghesi (Banca Commerciale). I risultati, diretti e indiretti, degli attentati, sono il loro fine. Per il passato, l’atto terroristico – come manifestazione primitiva e infantile della violenza rivoluzionaria nelle situazioni arretrate, o come violenza perduta sul terreno delle rivoluzioni sconfite – non è mai stato che un atto di rifiuto parziale, e perciò vinto in partenza: la negazione della politica sul terreno della politica stessa. Al contrario, nella situazione attuale, di fronte all’ascesa di un nuovo periodo rivoluzionario, è il Potere stesso che, nel tendere alla propria affermazione totalitaria, esprime spettacolarmente la propria negazione terroristica. In un’epoca che vede rinascere il movimento che sopprime ogni potere separato dagli individui, il Potere stesso è costretto a riscoprire, fino alla prassi cosciente, che tutto ciò che esso non uccide lo indebolisce. Ma la borghesia italiana è la più miserabile d’Europa. Incapace oggi di realizzare il proprio terrore attivo sul proletariato, non le resta che tentare di comunicare alla maggioranza della popolazione il proprio terrore passivo, la paura del proletariato. Impotente e maldestra, nel tentativo di bloccare in questo modo lo sviluppo del movimento rivoluzionario e di crearsi ad un tempo artificialmente una forza che non possiede, rischia di perdere in un sol colpo entrambe le possibilità. E’ così che le fazioni più avanzate del potere (interne o parallele – governative o d’opposizione) hanno dovuto sbagliare. L’eccesso di debolezza riporta la borghesia italiana sul terreno dell’eccesso poliziesco, essa comincia a comprendere che la sua sola possibilità uscire da un’agonia senza fine passa per il rischio della fine immediata della sua agonia. Così il Potere deve bruciare fin dall’inizio l’ultima carta politica da giocare prima della guerra civile o di un colpo di stato di cui è incapace, doppia carta del falso “pericolo anarchico” (per la destra) e del falso “pericolo fascista” (per la sinistra), allo scopo di mascherare e di rendere possibile la sua offensiva contro il vero pericolo, il proletariato. Di più, l’atto con cui oggi la borghesia tenta di scongiurare la guerra civile è in realtà il suo primo atto di guerra civile contro il proletariato. Per il proletariato dunque, non si tratta più evitarla né di incominciarla, ma di vincerla. Ed esso ha ormai incominciato a capire che non è con la violenza parziale che la può vincere, ma con l’autogestione totale della violenza rivoluzionaria e l’armamento generale dei lavoratori organizzati nei Consigli operai. Esso quindi sa ormai di dover respingere definitivamente, con la rivoluzione, l’ideologia della violenza insieme alla violenza dell’ideologia.
Compagni: non lasciatevi fermare qui: il potere e i suoi alleati hanno paura di perdere tutto; noi non dobbiamo avere paura di loro e soprattutto non dobbiamo averne di noi stessi: « non abbiamo da perdere che le nostre catene e tutto un mondo da guadagnare ».
Viva il potere assoluto dei Consigli operai!
GLI amici dell’INTERNAZIONALE

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Da un volantino distribuito da Lotta Continua il 17 dicembre 1969 dal titolo:”No alle bombe dei padroni”
“…gli atti terroristi servono a convincere gli sfruttati che questo ordine democratico è il migliore che si possa avere e che vada preservato, facendo loro dimenticare che è proprio questo ordine democratico a esercitare la sua violenza su di loro giorno per giorno nelle fabbriche, nella scuola, nei quartieri e nelle baracche in cui vivono.”

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“Attentati, bombe, azioni squadristiche, sparatorie contro i compagni. L’aggressione fascista sta diventando guerra civile. […] sono i padroni che l’hanno promossa, sono gli imperialisti che l’hanno voluta, è lo Stato con la sua polizia e con la sua magistratura a sostenerla.”
Brigate Rosse, Comunicato n. 2. Processo popolare contro i fascisti, 25 aprile 1971

“…questo disegno repressivo per ora si estende e mira non tanto alla liquidazione istituzionale dello Stato «democratico» come ha fatto il fascismo, quanto alla repressione più feroce del movimento rivoluzionario.” 
Brigate Rosse, Auto-intervista, settembre 1971

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ALTRO SU PIAZZA FONTANA:

soledad_rosas_sole_«Compagni

la rabbia mi domina in questo momento. Io ho sempre pensato che ognuno è responsabile di quello che fa, però questa volta ci sono dei colpevoli e voglio dire a voce molto alta chi sono stati quelli che hanno ucciso Edo: lo Stato, i giudici, i magistrati, il giornalismo, il T.A.V., la Polizia, il carcere, tutte le leggi, le regole e tutta quella società serva che accetta questo sistema.
Noi abbiamo lottato sempre contro queste imposizioni e’ per questo che siamo finiti in galera.
La galera e’ un posto di tortura fisica e psichica, qua non si dispone di assolutamente niente, non si può decidere a che ora alzarsi, che cosa mangiare, con chi parlare, chi incontrare, a che ora vedere il sole. Per tutto bisogna fare una “domandina”, anche per leggere un libro. Rumore di chiavi, di cancelli che si aprono e si chiudono, voci che non dicono niente, voci che fanno eco in questi corridoi freddi, scarpe di gomma per non fare rumore ed essere spiati nei momenti meno pensati, la luce di una pila che alla sera controlla il tuo sonno, posta controllata, parole vietate.
Tutto un caos, tutto un inferno, tutto la morte.
Così ti ammazzano tutti i giorni, piano piano per farti sentire più dolore, invece Edo ha voluto finire subito con questo male infernale. Almeno lui si e’ permesso di avere un ultimo gesto di minima liberà, di decidere lui quando finirla con questa tortura.
Intanto mi castigano e mi mettono in isolamento, questo non solo vuol dire non vedere nessuno, questo vuol dire non essere informata di niente, non avere nulla neanche una coperta, hanno paura che io mi uccida, secondo loro il mio e’ un isolamento cautelare, lo fanno per “salvaguardarmi” e così deresponsabilizzarsi se anche io decido di finire con questa tortura. Non mi lasciano piangere in pace, non mi lasciano avere un ultimo incontro con il mio Baleno.
Ho per 24 ore al giorno, un’agente di custodia a non più di 5 metri di distanza.
Dopo quello che e’ successo sono venuti i politici dei Verdi a farmi le condoglianze e per tranquillizzarmi non hanno avuto idea migliore che dirmi: “adesso sicuramente tutto si risolverà più in fretta, dopo l’accaduto tutti staranno dietro al processo con maggiore attenzione, magari ti daranno anche gli arresti domiciliari”. Dopo questo discorso io ero senza parole, stupita, però ho potuto rispondere se c’è bisogno della morte di una persona per commuovere un pezzo di merda, in questo caso il giudice.
Insisto, in carcere hanno ammazzato altre persone e oggi hanno ucciso Edo, questi terroristi che hanno la licenza di ammazzare.
Io cercherò la forza da qualche parte, non lo so, sinceramente non ho più voglia, però devo continuare, lo farò per la mia dignità e in nome di Edo.
L’unica cosa che mi tranquillizza sapere e’ che Edo non soffre più. Protesto, protesto con tanta rabbia e dolore.

Sole

P.S. Se mettermi in carcere vuol dire castigare una persona, mi hanno già castigata con la morte o meglio con l’assassinio di Edo. Oggi ho iniziato lo sciopero della fame, chiedendo la mia libertà e la distruzione di tutta l’istituzione carceraria. La condanna la pagherò tutti i giorni della mia vita.»

 

Chi controlla il passato controlla il futuro… Chi controlla il presente controlla il passato.” (G. Orwell)

Nel dicembre 1969 avevo 8 anni, i miei ricordi su piazza fontana sono dei filmati in bianco e nero, e le frasi che mio nonno, anarchico reduce della guerra di spagna ripeteva in continuazione: “stato assassino” e “ci hanno dichiarato guerra”.
Siccome non vedevo né divise né carri armati, come nei film, non riuscivo a capire cosa fosse successo … ma poi ho capito

Perché poi sono arrivate le altre bombe. Stessa matrice, uguali complicità e stessa versione ufficiale: non si sa chi è stato. Sono arrivati
-Gli attentati alle linee ferroviarie a Gioia Tauro nel luglio 1970.
-Le quattro bombe a mano di Catanzaro, lanciate contro un corteo antifascista.
-Poi Peteano, nel 1972 e l’anno dopo alla Questura di Milano.
-E poi il cestino dei rifiuti che esplode in Piazza della Loggia a Brescia seminando morte in una manifestazione sindacale nel maggio 1974
-e pochi mesi dopo, ad agosto l’Italicus.
Poi nel 1980 la stazione di Bologna.
-E nel dicembre 1984 l’attentato al treno 904

Otto stragi in 15 anni La mia generazione le ricorda tutte. Memoria di anni passati e lontani.
44 anni.
Sono un lasso di tempo di tempo sufficientemente lungo per storicizzare un accadimento, ma diventa difficile quando una serie impressionante di processi e depistaggi porta sempre tutto al punto di partenza quando tutte le ricerche e le inchieste sono puntualmente zittite da una verità ufficiale pronta all’azzeramento che preferisce nascondere, seppellire la verità sotto una montagna di omissis.
E se comprendere e conoscere questi fatti è già difficile per chi ne ha la memoria storica, diventa quasi impossibile per i più giovani, che a scuola, è già molto se arrivano a Giolitti, altro che storia recente.
Così capita di leggere che nei questionari e sondaggi svolti nelle scuole, la gran parte dei ragazzi è convinta che la strage di Piazza Fontana sia stata opera delle Brigate Rosse.
E così arriviamo alla farsa e realizziamo che disinformazione e cattiva memoria, sono riuscite ad addossare quella strage alla sinistra rivoluzionaria meglio di tutti i tentativi della destra eversiva e dei servizi segreti più o meno deviati.
Oggi la strage di Piazza Fontana è ormai una ricorrenza vuota di significato, buona solo per riempire un paio d’ore in un palinsesto televisivo una volta all’anno o a produrre opere ignobili, tra cui le più recenti sono il libro di Cucchiarelli l’altrettanto ignobile film di Marco Tullio Giordana.
Se chiediamo fuori, nelle piazze, alla gente comune, cosa fu Piazza Fontana ci diranno che Piazza Fontana fu una bomba esplosa in una banca affollata di gente sotto Natale.
Pochi si ricorderanno di un anarchico ucciso innocente in una stanza della questura di Milano. Ancora meno di Valpreda rinchiuso in carcere a scontare una pena non commessa e quasi nessuno si ricorderà di Saverio Saltarelli morto assassinato colpito al cuore da un candelotto di lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo esattamente un anno dopo, mentre manifestava a Milano per chiedere la verità su quell’attentato.
Ecco perché è importante, anno dopo anno, continuare a ricostruire la memoria storica esatta di quel che successe, perché se la verità giudiziaria non è stata né probabilmente mai sarà raggiunta, la verità storica esiste a dispetto della volontà di annegare tutto nel silenzio o dietro a concetti mistificanti come “anni di piombo” o “terrorismo” o “Italia dei misteri”. I fatti sono e rimangono fatti storicamente accaduti e acclarati e noi dobbiamo analizzarli per capire come lo stato agisce quando sente messo in pericolo l’ordine sociale capitalistico.

COMINCIAMO QUINDI AD ELIMINARE 2 LUOGHI COMUNI:
Nella ricostruzione storica ufficiale, la strage di Piazza Fontana, quelle successive, e i tentativi di golpe sono definiti, nella migliore delle ipotesi, come un mistero, una pagina oscura nella storia della repubblica. Addossando ogni responsabilità alla destra eversiva ed alla presenza di servizi deviati, nel cuore dello stato borghese.
Come a dire che ciò che è successo fosse qualcosa di anomalo, uno scostamento dalla norma.
Ma quale anomalia!
Le stragi sono i momenti emergenti di un fenomeno più esteso: la STRATEGIA DELLA TENSIONE attuata dal potere per MANTENERE L’ORDINE SOCIALE CAPITALISTICO AD OGNI COSTO E CON QUALSIASI MEZZO.
Piazza Fontana non fu un evento straordinario fu la risposta delle istituzioni di fronte a un movimento che stava ponendo il problema della trasformazione sociale e che agiva per realizzarla. Fu una dichiarazione di guerra per la conservazione del potere. Una guerra che non voleva fare prigionieri e della quale tutti noi siamo stati le vittime necessarie.
E la storia non è cambiata, ora non serve una strage, ma ci sono le denunce, le perquisizioni i fermi di polizia che si abbattono su chiunque cerchi di contrastare il disegno politico economico del potere. La storia non cambia perché questa è la funzione dello Stato. Penso ai no tav, ai no muos, agli operai della logistica ai ferrotranvieri, che stanno combattendo in questi giorni.
Il secondo luogo comune riguarda la vicenda giudiziaria: in sede processuale la verità su Piazza Fontana non è mai stata raggiunta e anche questo fatto è presentato come un’eccezione nella storia italiana.
Ma non è assolutamente così. In realtà questa è la “regola” di funzionamento dello stato borghese
Ogni qual volta lo stato opera nei fatti in un modo che è diverso da quelle che sono le regole costituzionali “dichiarate”, la verità processuale non deve necessariamente essere realizzata.
E che è così lo dimostrano i fatti di Genova nel 2001, l’assassinio di Carlo Giuliani di Aldrovandi, le manganellate alla nuca dei manifestanti, gli abusi ai danni dei militanti e tutti i morti assassinati in carcere
Il polverone e le “nebbie” che si alzano in questi casi sono strumentali, servono solo a proteggere i “veri” meccanismi di funzionamento dello stato dal rischio che si faccia largo l’idea che “la legge possa davvero essere uguale per tutti”
Perché la legge NON è uguale per tutti, il principio di uguaglianza per lo stato non vale: e lo abbiamo visto nei fatti, ce lo hanno sparato in faccia che “la divisa non si processa” e che “il cuore dello stato è al di sopra della legge”.

Chiarito questo andiamo alla vicenda e cerchiamo di riannodare i fili di quegli avvenimenti ormai lontani:

Siamo a Milano, è il 1969.
È l’anno degli scioperi, dei cortei …operai e studenti che scendono in piazza.
Dell’autunno caldo, delle rivendicazioni di salario garantito e di un lavoro per tutti di diritto allo studio.
E nel il triangolo industriale, Torino, Milano, Genova, le lotte sono più calde: con 7milioni507mila persone coinvolte in conflitti di lavoro per 302milioni597mila ore di produzione perdute a causa di scioperi
Ma il clima è incandescente ovunque, e le repressioni sono feroci: Il 2 dicembre ’68, ad Avola, la polizia apre il fuoco contro una manifestazione di braccianti, due manifestanti rimangono uccisi e centocinquanta subiscono denunce.
Il 9 aprile ’69, a Battipaglia, in provincia di Salerno, la polizia di stato spara sui manifestanti durante uno sciopero generale 2 morti, 200 feriti e 119 persone arrestate. Su richiesta del prefetto erano stati inviati a Battipaglia 120 carabinieri e 160 agenti di Ps; alla fine della giornata i carabinieri erano 300 e gli agenti 700. Il giorno dopo ci saranno manifestazioni in tutta Italia, accompagnate da violenti scontri con la polizia. Il commissariato di Battipaglia è dato alle fiamme.
L’11 aprile ’69 scoppia una rivolta all’interno del carcere Le Nuove. I detenuti chiedevano l’abolizione del regolamento penitenziario del periodo fascista, Ps e carabinieri stroncano la protesta con una violenza bestiale.
Il 12 maggio ’69 a Torino la polizia aggredisce una manifestazione a Torino contro il caro, affitti, arresta una trentina di persone e ne fersce più di 70.
Il 27 Ottobre. A Pisa, durante una manifestazione contro i colonnelli greci la polizia carica i manifestanti uccidendo con un candelotto lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo uno studente Cesare Pardini; e ferendo molti altri manifestanti
Due settimane prima della strage, il 28 novembre ’69, con cinque treni speciali e centinaia di pullman arrivano a Roma 150.000 metalmeccanici. Le tute blu riempiono tutta piazza del Popolo con la volontà di inasprire la lotta per contrastare l’arroganza confindustriale. La tensione si taglia col coltello, Roma era sotto assedio. Non mancarono naturalmente provocazioni da parte delle forze dell’ordine.
Negli ultimi tre mesi del ’69 furono denunciate oltre 13.000 persone. Il 19nov, a Milano, manifestaz. per la casa, due camionette si scontrano; muore Annaruma. Il fatto fu utilizzato per parlare della violenza dei manifestanti
E’ l’anno delle bombe.
Dal 3 gennaio al 12 dicembre se ne conteranno 145, una ogni tre giorni. Per 96 la responsabilità accertata è dell’estrema destra. Il 15 aprile ne scoppia una nell’ufficio del Rettore dell’Università di Padova. Il 25 aprile, alla Fiera di Milano,un ordigno ad alto potenziale provoca il ferimento di venti persone. Il 25 luglio a Milano scoppia una bomba al Palazzo di giustizia. In agosto vengono piazzati dieci ordigni sui treni:otto di questi esplodono e colpiscono dodici passeggeri.
Si è appena insediato il secondo governo Rumor. Il suo vice è Paolo Emilio Taviani. Ministro degli Esteri Aldo Moro,agli Interni Franco Restivo. Un monocolore Dc.
Capo del Sid è l’ammiraglio Eugenio Henke. Al vertice della polizia c’è Angelo Vicari. Presidente della Repubblica è Giuseppe Saragat. Il Pci è il più forte partito comunista occidentale. La Cgil è il sindacato meglio organizzato.
Il prefetto di Milano è Libero Mazza, il questore Marcello Guida, lo stesso che nel 1942 era direttore del confino politico cui venivano condannati gli antifascisti a Ventotene e figura controversa ereditata dal ventennio è anche il capo dell’ufficio politico Antonino Allegra.
Nel 1969, lo stipendio di un operaio specializzato era di 110mila lire al mese.
L’affitto medio di un appartamento a Milano e Roma ammontava a 35 mila lire al mese.
La Fiat 500 costava 525 mila lire.
Una tazza di caffè al bar costava 50 lire.
Un litro di benzina 75 lire.
Allora come oggi arrivare a fine mese era un miraggio.

Questa era l’Italia del 12 dicembre 1969.

Quel giorno 5 ordigni esplosivi furono collocati in 5 posti differenti: 2 a Milano e 3 a Roma, programmati per esplodere nel breve arco di 40 minuti.
Delle due bombe di Milano, la prima non esplode, probabilmente per un difetto del “timer”. Era stata messa in una borsa abbandonata nella sede della Banca Commerciale Italiana in Piazza della Scala. Il peso eccessivo e la vista della cassetta di metallo fanno scattare l’allarme, così alle 16:25 la bomba viene interrata e, in seguito, sarà fatta esplodere … inspiegabilmente o forse assai comprensibilmente.
L’altra è quella della strage. Quella di Piazza Fontana (a poche centinaia di metri da Piazza della Scala.). Questa invece esplode … alle 16:37 e quell’esplosione provoca 17 morti e 88 feriti.
Pochi minuti dopo esplodono altri tre ordigni, questa volta a Roma con un bilancio approssimativo di 17 feriti.
Il primo alle 16:55 nella Banca Nazionale del Lavoro, vicino a via Veneto. Il secondo alle 17:16 sulla seconda terrazza dell’Altare della Patria, dalla parte di via dei Fori Imperiali. Il terzo otto minuti dopo, ancora sulla seconda terrazza ma dalla parte della scalinata dell’Ara Coeli.
È proprio alla luce della strage appena compiuta, e delle altre esplosioni che prima ho commentato la stranezza della decisione di far brillare l’unica bomba rimasta inesplosa. Quella bomba avrebbe dovuto essere considerata una bella fortuna per gli investigatori della polizia … se avessero avuto l’intenzione di far luce sulla verità dei fatti.
Ma è chiaro che la verità non interessava nessuno, perciò la cassetta fu fatta esplodere in tutta fretta dagli artificieri e con essa andarono distrutti preziosissimi indizi e, forse addirittura la firma certa degli attentatori.
Rimasero solo la borsa ed il timer di fabbricazione tedesca uguali a quelli di Piazza Fontana, e la certezza che la cassetta metallica contenente l’esplosivo era anch’essa dello stesso tipo di quella usata per la bomba della strage.
Una distruzione inspiegabile di indizi che non ci stupisce, dato che i responsabili erano già stati scelti.
Nelle ore che seguirono gli attentati, partì immediatamente una massiccia opera di propaganda contro le organizzazioni dell’estrema sinistra in generale ma i colpevoli erano già stati designati.
Gli anarchici, i senzadio, i bombaroli, i più disorganizzati ed isolati dell’estrema sinistra furono immediatamente eletti a capro espiatorio.

Lo dice chiaramente il messaggio diramato dal Viminale nelle prime ore dopo l’attentato: “In questo momento non possediamo alcuna indicazione utile sui possibili autori del massacro, ma indirizziamo i nostri sospetti verso i circoli anarchici”
Dall’ondata di perquisizioni a tutte le sedi anarchiche effettuate immediatamente dopo l’attentato scaturirono una decina di arresti.
Tra di loro c’era: Giuseppe Pinelli, un ferroviere di 41 anni.
La sera stessa iniziano gli interrogatori. Progressivamente tutti i fermati vengono mandati al carcere di San Vittore, Pinelli invece è trattenuto in questura per tre giorni. Trattenuto illegalmente perché il fermo di polizia scade dopo 48 ore e non essendoci stato alcun mandato della magistratura per trasferirlo a San Vittore Pinelli avrebbe dovuto essere rilasciato.

Ad interrogarlo è il commissario Calabresi che guida l’inchiesta sulla strage.

Fermiamoci un attimo e cerchiamo di conoscere almeno un poco Giuseppe Pinelli, per liberarlo dalla costrizione della cronaca che ce lo presenta come l’anarchico che vola dalla finestra. Questo, credo, gli sia dovuto.
Giuseppe Pinelli era nato a Milano, a Porta Ticinese, nel 1928. Non frequentò alcuna scuola perché finite le elementari fu costretto ad andare a lavorare come garzone. Era esperantista convinto e formò la sua cultura (un’ottima cultura sia detto per inciso) da autodidatta, attraverso la lettura di centinaia e centinaia di libri.
Nel 44/’45 partecipò alla Resistenza antifascista come staffetta delle Brigate Bruzzi e Malatesta e dopo la fine della guerra, contribuì attivamente alla crescita del movimento anarchico a Milano.
A metà degli anni 50 vinse un concorso ed entrò nelle ferrovie come manovratore.
Legato ai giovani anarchici della gioventù Libertaria, fondò il circolo “Sacco e Vanzetti” e, quando questo fu chiuso a causa di uno sfratto, Pinelli fu tra i fondatori del nuovo circolo “Ponte della Ghisolfa”, era il 1° maggio 1968.
Qui si organizzavano cicli di conferenze e assemblee dei primi comitati di base unitari, i CUB, che segnarono la prima ondata di sindacalismo ad azione diretta, al di fuori delle organizzazioni sindacali ufficiali.
Pinelli fu tra i promotori della ricostruzione della sezione dell’Unione Sindacale Italiana (USI), un’organizzazione di ispirazione sindacalista-rivoluzionaria e libertaria.
Dopo gli assurdi arresti degli anarchici per le bombe esplose il 25 aprile 1969 alla stazione centrale e alla fiera campionaria di Milano, (questi compagni saranno assolti solo nel giugno 1971), Pinelli si impegnò instancabilmente per raccogliere pacchi di cibo, vestiario e libri da inviare ai compagni in carcere. E nell’ambito della Croce Nera Anarchica, si impegnò nella costruzione di una rete di solidarietà e di controinformazione, che potesse servire anche in altri casi simili.
Quel 12 dicembre 1969, dopo la strage di Piazza Fontana, Pinelli fu invitato a seguire i poliziotti in questura, anzi a precederli col motorino. Tre giorni dopo, il suo corpo veniva scaraventato giù dalla finestra di una stanza dell’ufficio politico, al quarto piano della questura. È morto senza riprendere conoscenza in una stanza d’ospedale piantonata dalla polizia che non lasciava entrare nessuno, neppure la moglie e la madre.


Cosa accadde nella notte tra il 15 e il 16 dicembre?
Sono passati tre giorni dal fermo, tre giorni di interrogatorio e a Pinelli non è contestata nessuna imputazione ma non viene comunque rilasciato.
Pinelli era intercettato, pedinato, da tempo sospettato. Alla Questura viene privato del sonno. Si voleva incastrarlo anche degli attentati del 25 aprile alla Fiera di Milano e dell’8 agosto a un convoglio ferroviario. Gran parte dell’interrogatorio di Calabresi verteva proprio su questo.
La versione ufficiale parla di suicidio, il questore Guida sostiene che fosse fortemente indiziato e che, vedendo dissolversi il suo alibi, si fosse ucciso in uno slancio di disperazione … i poliziotti che stavano conducendo l’interrogatorio parlano di “uno scatto felino” verso la finestra.
Colpisce il fatto che l’orario della tragedia viene cambiato nel corso degli anni e delle inchieste. All’inizio si parla di mezzanotte, un gesto inconsulto compiuto dopo la frase trabocchetto di Calabresi (“Valpreda ha parlato”). Ma questa versione confermerebbe la presenza di Calabresi nella stanza mentre Pinelli veniva buttato giù, quindi l’ora viene cambiata più volte: fino ad arrivare alle 19,30.
Ma non è vero, non c’è nulla di vero, né la storia dell’alibi dissolto, né lo scatto felino, Pinelli è stato ammazzato, e poi gettato dalla finestra lo dimostra il fatto che il suo corpo è precipitato nel vuoto senza un grido e urtando i due cornicioni della facciata del palazzo, chiaro segno che non c’è stato nessuno slancio, nessun tuffo.
Qui si può vedere la testimonianza di Paquale Valitutti, un compagno anarchico arrestato con Pinelli la sera del 12.

Valitutti avrebbe dovuto essere l’ultimo interrogato. Pinelli era il penultimo. Nei giorni di fermo aveva parlato più volte con Pinelli, che gli aveva confessato la sua stanchezza per la veglia forzata cui lo avevano sottoposto e la sua preoccupazione perché il suo alibi non era creduto.
Racconta di essere stato rinchiuso in una stanza attigua a quella in cui stavano interrogando Pinelli. Racconta che se Calabresi fosse uscito durante l’interrogatorio avrebbe dovuto necessariamente passare davanti a lui e che non passò nessuno. Racconta di aver sentito dei forti rumori come di una rissa e poi il silenzio. Dopo di che fu prelevato da 2 agenti che gli dissero che Pinelli si era buttato dalla finestra, portato a San Vittore e rilasciato il giorno dopo senza essere interrogato.
Da decenni Pasquale fornisce la sua versione di quella sera, senza mai cambiare una parola. Le sue parole sono pesanti come un macigno e degne di tutto il nostro rispetto, soprattutto in un momento politico come questo, caratterizzato dal revisionismo, dalla revanche fascista e da uno stato che uccide sempre più impunemente:
Questo è quello che Valitutti dice e scrive ogni volta che gli viene data la possibilità di raccontare la verità: “il compagno Giuseppe Pinelli è stato materialmente assassinato dai signori: Calabresi, Lograno, Panessa, Muccilli, Mainardi e Caracuta su mandato degli alti vertici di polizia e governo. Se qualcuno si sente calunniato sporga denuncia e ci si dia la possibilità di un nuovo processo. Io continuo a chiedere giustizia e verità per il nostro compagno Giuseppe Pinelli. Si aprano gli armadi, si rimuova il segreto di Stato sulle stragi e si dica la verità su tutto quel periodo”.
I quattro poliziotti e il capitano dei carabinieri, che erano presenti nella stanza dell’interrogatorio saranno oggetto di un’inchiesta per omicidio colposo. Verrà poi aperto nei loro confronti un procedimento penale per omicidio volontario.
Nei confronti del Commissario Calabresi, che aveva detto di non essere nella stanza al momento del delitto, si procederà per omicidio colposo.

Calabresi seguirà poi il suo destino e gli imputati rimasti saranno infine prosciolti dal giudice D’Ambrosio nel 1975, perché “il fatto non sussiste” e Pinelli sarà ucciso una seconda volta dalla grottesca e vigliacca tesi di questo giudice, che per l’occasione ha coniato un neologismo: il malore attivo.
Secondo questa vergognosa sentenza, che sarà alla base dell’assoluzione degli assassini, Pinelli stanco, stressato … si era poi avvicinato alla finestra per prendere una boccata d’aria, ma invece di tirarsi indietro si è piegato in avanti in stato quasi d’incoscienza, così il suo corpo, ruotando sulla ringhiera è precipitato nel vuoto.
Ecco fatto, i poliziotti sono salvi perché testimoni innocenti e Pinelli, che non poteva più logicamente essere usato come mostro, viene ridotto ad un automa che si butta inconsapevolmente da un quarto piano, con buona pace di tutte le controinchieste, dei fatti, delle verità accertate, delle testimonianze e della rabbia e del dolore di chi vedeva morire assassinato un altro compagno.
Personalmente vorrei chiedere a Licia Pinelli perchè è andata al Quirinale anzichè continuare a lottare perché sia riconosciuta pubblicamente la verità, tutta la verità su un uomo fermato come testimone e non imputato, tenuto illegalmente in un luogo (la Questura) dove le anime candide credono che gli onesti dovrebbero sentirsi al sicuro.

Morto un indiziato, se ne fa un altro. Questo lo hanno trovato a Roma. La polizia aveva bisogno di fare in fretta, doveva trovare un altro capro espiatorio da gettare in pasto alla stampa e all’opinione pubblica, per far dimenticare la faccenda di Pinelli.
Il telegiornale del 16 dicembre è significativo ed inquietante, dalla notizia dell’accidentale volo del ferroviere anarchico si passa all’ambigua faccia di Bruno Vespa che annuncia l’arresto del colpevole della strage Pietro Valpreda anarchico del gruppo 22 marzo.
Valpreda fu accusato di essere l’esecutore materiale della strage a causa della testimonianza di un tassista (Rolandi), che racconta di averlo portato il 12 dicembre a Piazza Fontana e che lo riconosce in un confronto diretto in questura il giorno dopo averlo visto in una foto che opportunamente i carabinieri gli avevano mostrato.
A incastrare Pietro Valpreda non è stata solo la testimonianza del tassista, ci sono state anche le informazioni passate da 3 infiltrati nel gruppo «22 marzo»: Il compagno Andrea che in realtà era un poliziotto infiltrato di nome Ippoliti, un informatore del Sid di nome Serpieri e Mario Merlino un neofascista di avanguardia nazionale, legato a Stefano delle Chiaie e infiltrato dai servizi segreti.

(Merlino è ora professore di filosofia al liceo San Francesco d’Assisi a Roma. Ha scritto un libro di memorie dall’inquietante titolo “E venne Valle Giulia. Un ragazzaccio in camicia nera racconta” (le edizioni sono naturalmente ‘Settimo Sigillo’), libro che è stato presentato con tutti gli onori in una sala del Comune di Roma)

Per tornare ai fatti, con questo bel castello di prove e testimonianze che gli avevano costruito intorno, il mostro Valpreda fu imprigionato in carcere, fino al 1972, e fu assolto definitivamente solo nel 1985.


Anche se continuavano a dar la colpa agli anarchici, già dai primi giorni erano però emersi consistenti indizi che portavano verso la destra neonazista[1]. I primi neofascisti ad essere individuati come coinvolti nell’attentato sono Franco Freda e Giovanni Ventura.
Freda: è un procuratore legale di Padova, convintissimo sostenitore della superiorità della razza ariana legato all’organizzazione Ordine Nuovo guidata da Pino Rauti.
Ventura: è di Treviso, milita nell’Azione cattolica e poi nell’Msi. È amico di Freda e come lui ha una formazione ideologica di stampo neonazista[2]. Esfiltrato dal SID da anni vive in Argentina dove gestisce una catena di ristoranti di lusso

I magistrati scoprono anche che ci sono state delle riunioni periodiche di un gruppo neonazista a Padova, in una delle quali, il 18 aprile 69, si preparò la strategia che doveva portare agli attentati di dicembre e all’organizzazione dei “campi paramilitari” di addestramento alla controrivoluzione e scoprono che, oltre a Freda e Ventura a queste partecipavano, anche Guido Giannettini e Pino Rauti.

Guido Giannettini è un giornalista romano esperto di tecniche militari e dei metodi di guerriglia controrivoluzionaria.
È sul libro paga del Sid, con il nome “agente Zeta”. Nel 1962 era stato invitato dalla marina militare americana, ad Annapolis, per tenere un corso sul tema “tecniche e possibilità di un colpo di stato in Europa”.
Nell’aprile 1973 quando le indagini sugli attentati si stavano avvicinando troppo a lui, il Sid, nelle persone di Maletti e Labruna, lo fece fuggire in Francia, continuando a pagargli lo stipendio. (Nel gergo dei servizi segreti questa si chiama ESFILTRAZIONE)[3]

Per quanto riguarda Pino Rauti. Vale la pena spendere due parole su questo losco individuo che per anni ha avvelenato la nostra storia.
Rauti fu da sempre uomo dei servizi. Legato al SIFAR e poi al SID, non ha mai fatto mistero delle sue convinzioni naziste.
La storia politica di Pino Rauti si è sovrapposta, quasi aderendovi, ai percorsi della “strategia della tensione”:
Nel 1954 diede vita ad “Ordine Nuovo”, rifacendosi apertamente alle teorie hitleriane sul progetto di un “nuovo ordine europeo” da instaurare contro quello che definiva “putridume democratico”. (“Ordine Nuovo”fu denominato così in omaggio alla Neue Ordnung sognata da Hitler)
– Era tra i relatori al Convegno dell’Istituto Pollio tenuto tra militari e fascisti nel ’65 a Roma
– partecipò al viaggio in Grecia con 51 “giovani camerati” (fra cui Merlino) per un “corso di addestramento” da parte dei colonnelli greci
– Era alla famosa riunione del 18 aprile 1969 a Padova.
E’ Rauti a tenere i rapporti con l’ Aginter-Press: la succursale della CIA a livello europeo, una centrale della provocazione, in quegli anni, guidata da un ex-Waffen-SS come Guérin Sérac.
E sono proprio gli uomini della Aginter-Press a istruire i neofascisti italiani all’uso degli esplosivi, tenendo corsi a Roma nella sede di Avanguardia Nazionale.
Pino Rauti fu incriminato e arrestato nell’ambito delle attività eversive di Freda e Ventura. L’incriminazione si estenderà poi anche alla strage alla di Piazza Fontana. In tutti i processi è sempre stato indicato, da chi aveva militato con lui in “Ordine Nuovo”, come la “mente”, il “capo” a cui spettavano le decisioni finali. Nonostante ciò alla fine è stato prosciolto da ogni accusa
Nel 2004, ha fondato il Movimento Idea Sociale che è rimasto nell’orbita della Casa delle Libertà fino ai primi mesi del 2006. Nel 2008 non essendo riuscito a trovare un accordo con la coalizione di Centrodestra, come invece fecero Alternativa Sociale e Fiamma Tricolore, il MIS di Rauti ha partecipato alle elezioni politiche nazionali sotto il simbolo del partito di Roberto Fiore (Forza Nuova). Nel 2012 questo losco figuro è morto, ma sempre troppo tardi e purtroppo in tutta la tranquillità di una stanza d’ospedale.


Pista nera e pista anarchica.è così che inizia e procede per anni la storia processuale di Piazza Fontana. Tra ipotesi che cadono e altre che si fanno largo sarà un susseguirsi di nuove inchieste, nuovi rinvii a giudizio, nuovi dibattimenti e nuove sentenze.
Persone sempre diverse prenderanno il volto degli imputati. Si creerà la più fitta ed impenetrabile rete di complicità, reticenze e deviazioni che la storia conosca.
Una strategia dell’occultamento di cui fanno parte la frammentazione dei processi e il ricorso agli omissis
Dal 23 febbraio 1972 si avranno ben 10 processi ai primi dei quali si vedranno imputati contemporaneamente neofascisti, SID e anarchici.
Nel corso delle indagini compariranno i nomi di Delfo Zorzi come capo delle operazioni militari della cellula veneta di Ordine Nuovo e come responsabile materiale della bomba di Piazza Fontana. E di Licio Gelli ritenuto lo stratega dei progetti golpisti che avrebbero fatto da sfondo alle stragi di quegli anni. Contro nessuno dei due si è però potuto procedere
Delfo Zorzi dal 1974 è fuggito in Giappone, mai estradato in Italia, vive ancora lì con il passaporto giapponese e con il nuovo nome di Roi Hagen.
Oggi un miliardario proprietario della “Oxus”, una ditta specializzata in pelletteria con sede a Tokyo che possiede due negozi anche in Italia: a Roma e in galleria Vittorio Emanuele a Milano, non molto lontano…da Piazza Fontana. In Italia la “Oxus”produce principalmente borse, sia con un marchio proprio sia come licenziataria di marche più famose, tra le quali Laura Biagiotti, Luciano Soprani e Gianmarco Venturi.

Dal 2001 Licio Gelli è in detenzione domiciliare nella sua villa Wanda di Arezzo, ubicata sulla collina di Santa Maria delle Grazie a ridosso del centro storico, dove sconta la pena di 12 anni per la bancarotta fraudolenta dell’Ambrosiano e dove vive tranquillo scrivendo poesie. Villa Wanda è stata sequestrata dallo Stato ma, dopo varie aste andate deserte è stata affidata a Licio Gelli come custode giudiziario
Nel 2008 ha condotto un ciclo di nove puntate dedicato alla storia italiana del Novecento su Odeon TV in un programma dall’inquietante titolo “venerabile Italia” e i primi suoi ospiti sono stati quel Marcello Dell’Utri e quel Giulio Andreotti che hanno sempre negato di conoscerlo direttamente. Ma questa è un’altra vergogna dello Stato Italiano che qui non abbiamo tempo di affrontare
Licio Gelli era in ottimi rapporti con i generali argentini Roberto Eduardo Viola (che fu successore di Videla)e Emilio Massera, durante il periodo della dittatura (aveva pure un passaporto diplomatico dell’Argentina). Durante questo periodo che va dal 1976 al 1983 ci furono 2.300 omicidi politici, oltre 30.000 persone furono uccise o diventarono desaparecidos e molte altre migliaia furono imprigionate e torturate.
Massera, il capo supremo dell’Esma, il più grande centro di detenzione clandestina, scrisse a Gelli pochi giorni dopo il golpe, nel marzo 1976, per esprimere “la sua sincera allegria per come tutto si fosse sviluppato secondo i piani prestabiliti” e augurargli “un governo forte e fermo sulle sue posizioni e nei suoi propositi che sappia soffocare l’insurrezione dei dilaganti movimenti di ispirazione marxista”. I rapporti con i militari continueranno dopo il ritorno della democrazia in Argentina, nel 1983.

Guerra Sucia (24/28 marzo1976) organizzato e condotto, nel periodo tra il 1976 ed il 1983 dalla Giunta militare argentina, capeggiata da Jorge Rafael Videla e dai suoi successori Roberto Eduardo Viola, Leopoldo Galtieri e Reynaldo Bignone.

Tra mancate estradizioni, esfiltrazioni, deviazioni e inceppamenti arriviamo alla beffa finale:
28 aprile 2005 la seconda sezione penale della Cassazione ha posto la parola ‘fine’ alla vicenda di Piazza Fontana e ha respinto il ricorso presentato dalla procura di Milano e dalle parti civili contro le assoluzioni dei tre neofascisti, Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, che erano stati condannati nel 2001 all’ ergastolo in primo grado per la strage di Piazza Fontana. Inoltre, la Cassazione ha condannato le parti civili – tra le quali i familiari delle vittime, la Provincia di Milano e Lodi e il Comune di Milano – al pagamento delle spese processuali.
Solo una verità storica è sopravvissuta alle sentenze di assoluzione. Le responsabilità di Franco Freda e Giovanni Ventura, ritenuti anche dalla Corte di Cassazione tra gli esecutori della strage di piazza Fontana, ma non più giudicabili dopo l’assoluzione definitiva nel gennaio del 1987.
Il 30 settembre scorso, il gip di Milano, Fabrizio D’Arcangelo, ha accolto la richiesta di archiviazione dell’ultimo capitolo giudiziario sulla strage di piazza Fontana presentata dai pm Maurizio Romanelli e Grazia Pradella, ponendo una definitiva pietra tombale sulla ricerca della verità giudiziaria.
A questa mazzata si aggiunge la mancata rimozione del segreto politico militare, grazie alla connivenza del Parlamento e di tutte le forze politiche.
– “Il fatto che, a distanza di oltre 40 anni da quel tragico 12 dicembre 1969, e dopo la celebrazione di vari processi, la strage di piazza Fontana non abbia visto alcun colpevole punito non puo’ che determinare una generale insoddisfazione, sia sul piano giuridico che su quello sociale”. La considerazione e’ firmata dal gip di Milano Fabrizio D’Arcangelo nella motivazione del provvedimento col quale ha archiviato l’ultima inchiesta su piazza Fontana.”Si tratta di uno stato d’animo – osserva il gip – e di un rilievo non certo attenuati dal fatto che Carlo Digilio sia stato riconosciuto in via definitiva colpevole della strage e che di Freda e Ventura, pur in precedenza definitivamente assolti, si parli in motivazioni di sentenze successive come responsabili della strage”. Digilio e’ stato prosciolto per prescrizione il 30 giugno 2011 e per il fatto che – constata il gip – questa sentenza “non e’ stata impugnata da Digilio ed e’ quindi divenuta definitiva, si puo’ dire che la sua responsabilita’ e’ stata accertata”

Questa la vicenda. La domanda ora è PERCHÉ? La risposta la conosciamo tutti e sta in tre parole  STRATEGIA DELLA TENSIONE.

Ma che cos’è la strategia della tensione?
La definizione più giusta mi sembra quella contenuta nella sentenza istruttoria della strage di Peteano:
“Con l’espressione «strategia della tensione» si intende normalmente fare riferimento ad una ipotesi di strategia di condizionamento materiale e psicologico dei processi dinamici e delle interazioni tra sistema politico e ambiente sociale, che giunge ad utilizzare persino il delitto «politico» e la strage, tendendo però ad occultarsi agli occhi dell’opinione pubblica. … Questo disegno viene concepito e gestito da centri di potere insediati nel cuore dello stato, i quali da una parte utilizzano degli intermediari per i compiti operativi e dall’altra li proteggono ostacolando le indagini giudiziarie”. G. De Lutiis, “Il sistema eversivo”, in C. Schaerf [et al.], 20 anni di violenza politica in Italia, op. cit., p. 16.

Dal 1969 ad agosto 1984 ci sono state otto stragi in Italia
Milano (12 dicembre 1969),
Gioia Tauro (22 luglio 1970),
Peteano (31 maggio 1972),
Questura di Milano (17 maggio 1973),
Brescia (28 maggio 1974),
ltalicus (4 agosto 1974),
stazione di Bologna (2 agosto 1980),
treno 904 (23 dicembre 1984)
Dopo ogni strage ci sono state delle imponenti manifestazioni politiche promesse di un grande impegno dalla polizia e dai magistrati. Ma non si è mai raggiunta una verità giudiziaria.
Non si è mai potuta raggiungere o non si è mai voluto?
Chiunque può collocare una bomba in un treno e riuscire magari per anni a restare insospettato e insospettabile. Ma se le stragi sono otto e per trentanove anni i responsabili restano impuniti il problema assume, evidentemente, una dimensione diversa.

Oggi noi sappiamo che le forze dietro tutte queste stragi erano di natura internazionale, che gli ordini erano venuti da oltre Atlantico, che su tutte le istruttorie che ci sono state (circa venti) sono intervenuti i servizi segreti portando all’estero i possibili autori delle stragi, facendo nascere dei testimoni falsi, facendo scomparire testimoni veri e facendo scomparire anche oggetti che erano prove dell’istruttoria.
Libero Gualtieri presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi nel novembre 1988 , nella relazione introduttiva della commissione stessa scrive:
«Una ipotesi più volte avanzata, anche in sede processuale, è che il terrorismo nero sia stato soprattutto un terrorismo «di servizio», impiegato da settori dell’apparato dello Stato per contrastare la contestazione operaia e studentesca e per bloccare e spinte a sinistra dell’elettorato italiano […] Il problema, a questo punto è di vedere se il terrorismo di destra […] sia mai rientrato nei piani di stabilizzazione e di controllo di settori «moderati» della classe politica e, per questa via, di settori «disponibili» degli apparati dello Stato»

L’attentato di strage entra quindi stabilmente nella vita politica italiana nel 1969 e vi resta come una componente costante per quasi 16 anni.
Il modo più corretto per cercare di capire cosa sia successo è dunque quello di esaminare i fatti nella loro globalità.
E per fare questo dobbiamo fare un bel passo indietro e guardare la politica degli industriali negli anni del dopoguerra e alla risposta operaia e sociale.

Siamo nell’Italia di Valletta, il famigerato ingegnere Fiat. L’attacco al movimento operaio è diretto e feroce: divisione degli operai, forte limitazione del diritto di sciopero, ricatto sulla garanzia del posto di lavoro, sistematica discriminazione nei confronti delle avanguardie sindacali più attive, cacciata dei comunisti promozione dei sindacati gialli e tribunali di fabbrica, con la funzione di giudicare i lavoratori indisciplinati e applicare la pena del licenziamento.
Sul piano sociale, questi sono gli anni del miracolo economico, di quella che sarà definita la “repubblica delle cambiali: dilatazione del credito alle aziende, vendite rateali ai lavoratori e il circuito dei mass media che contribuisce largamente a creare un’immagine di società del benessere che incrementa i bisogni indotti.
In queste condizioni, nella primavera del 1960 si formò il governo Tambroni, il primo governo di centro-destra italiano, nato con l’appoggio esterno del MSI e della Confindustria.
Nel luglio dello stesso anno, Tambroni autorizzò il MSI a svolgere il proprio congresso nazionale a Genova, città di forti tradizioni operaie e di sinistra. L’autorizzazione data ai fascisti se in parte fu una forma di ringraziamento del governo per l’appoggio esterno, soprattutto, fu un tentativo da parte della maggioranza di governo di misurare la temperatura dell’Italia per verificare la possibilità di un’apertura all’estrema destra: Genova, la città rossa medaglia d’oro della Resistenza era infatti un importante campione e la sua reazione avrebbe permesso di misurare il comportamento delle masse di tutto il Paese.
Ma erano passati pochi anni dalla guerra, gli ideali della Resistenza non si erano ancora appannati e la risposta di Genova fu chiara ed espressa nei termini di una rivolta popolare che durò tre giorni e si estese in molte città d’Italia. Le manifestazioni antigovernative, furono ferocemente represse e la violenta risposta dalla polizia, provocò 11 morti: 5 a Reggio Emilia e 6 in Sicilia. Allarmata per la sua immagine di “partito popolare ed antifascista” la Dc dovette quindi sconfessare Tambroni, il cui governo cadde.
A questo punto in una situazione critica e resa incontrollabile dal tentativo di aprire alle forze di destra, si rese necessario giocare la carta del riformismo e della socialdemocrazia per mandare in letargo la conflittualità sociale[4].
Iniziano così i governi di centrosinistra con i socialisti nella “stanza dei bottoni”.
Ma lo sperato letargo sociale non arriva e, nel 1962 in occasione dei rinnovi dei contratti, scoppiano le lotte di Piazza Statuto. Quattro giorni di scontri durissimi e repressioni feroci.
Queste lotte sono particolarmente importanti perché, al di là degli aumenti salariali, le rivendicazioni si concentravano sulla qualità della vita in fabbrica: revisione delle norme disciplinari, orario, ritmi e tempi di lavoro.
L’alterazione del clima sociale e la fortissima avanzata del Pci alle elezioni dell’aprile 1963 spaventarono i settori dell’Industria e gran parte della Dc, che preoccupati di bloccare in qualsiasi modo l’avanzata popolare nelle fabbriche e nella società giocarono l’ultima carta per riprendere il controllo della situazione: la minaccia di colpo di stato con l’avvallo USA.
Siamo al “rumor di sciabole”, al cosiddetto PIANO SOLO (14-15-16 luglio 1964).
Un piano di mobilitazione, che prevedeva l’utilizzo della sola Arma dei carabinieri, gruppi di civili, ex parà e repubblichini di Salò, addestrati nella base segreta di Gladio di Capomarrangiu e reclutati dal SIFAR, per preparare un’azione di forza militare da realizzare contro l’incedere dell’ondata progressista. La Confindustria e alcuni circoli militari, legati all’ex ministro della Difesa Pacciardi, avrebbero finanziato le formazioni paramilitari[5].
Organizzatore del piano fu il generale De Lorenzo, capo del SIFAR (Servizio Informazioni delle Forze Armate) e capo dell’Ufficio degli Affari Riservati del Ministero dell’Interno.
De Lorenzo è stato l’artefice della schedatura dei cittadini: negli anni 1963-64 esistevano 157mila fascicoli con documentazioni fotografiche segnalazione di orientamenti politici attività economiche e finanziarie, relazioni extraconiugali, consuetudini sessuali e via dicendo.
(Dicono che Il fuoco dell’inceneritore di Fiumicino li abbia distrutti. Così ha riferito la stampa. ma la notizia è falsa. Un’identica fascicolazione fu istituita presso il Ministero degli Interni, per ordine di Taviani … Ed è ancora là, regolarmente aggiornata.)
Il golpe rientrò … non è accertato se lo si volesse portare realmente fino in fondo, ma è certo che il messaggio fu chiaramente recepito: non si doveva aprire alla sinistra al governo. Seguì infatti un quadriennio di totale immobilismo politico e sociale con Aldo Moro, presidente del Consiglio per l’intero periodo.
Tutto ciò rese superfluo il ricorso a nuove minacce golpiste.
Arriva, però, il ’68 studentesco e arrivano le lotte dell’autunno caldo operaio. La società mostra di non accettare più la sonnolenta politica morotea democristiana e il centro-sinistra si era ormai dimostrato una formula esaurita e inadeguata a contenere le nuove spinte della società.
E così tanta gente scende in piazza per rivendicare diritti, per poter dire come gestire scuole, fabbriche, vita quotidiana, tempo libero, costumi ed abitudini. E qui inizia il vero problema.
Perché finché la questione è un po’ più di salario, questo può andare: si inserisce nel meccanismo del consumo, si vendono più lavatrici, più macchine … si fanno più cambiali … Ma per più potere no. Il neocapitalismo italiano a quel punto dice: “no calmi, qualche cambiamento va bene, ma la gestione politico istituzionale non si tocca …. Se ci provate vi sbarriamo la strada.
E l’hanno sbarrata eccome la strada … con delle bombe che dicevano : “fermi tutti, tornate indietro o non ce n’è per nessuno”.

Ecco che la bomba a Piazza Fontana comincia ad essere meno misteriosa, almeno in parte: a livello nazionale c’era bisogno di un intervento contenitivo nei confronti della spinta verso sinistra che veniva da un ampio strato della popolazione.
Un intervento che facesse paura e che bloccasse il passo.
E questo intervento era già stato preparato dai servizi segreti alcuni anni prima.
Fin dal 1965 con il convegno dell’istituto di studi militari Alberto Pollio a Roma.
A questo convegno, possiamo far risalire le basi teoriche della “strategia della tensione” come piano inserito nella più ampia operazione internazionale nota come “Operazione CHAOS” e volta a contrastare l’avanzata del comunismo nel mondo.
Il convegno, che fu finanziato dal SIFAR (e quindi con denaro pubblico) è il primo consistente indizio che attribuisca ai servizi segreti la responsabilità della svolta operata in Italia nel 1969 dall’estremismo di destra[6]. Fu presieduto da 2 alti ufficiali dell’esercito.
Fra i relatori troviamo i nomi di Guido Giannettini e Pino Rauti, inoltre parteciparono personalità del mondo imprenditoriale e, come dice la relazione introduttiva, “venti studenti universitari che l’istituto ha pregato – dopo una selezione di merito – di prendere parte ai lavori”. Tra questi studenti è stata accertata la presenza di Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino.
Il tema del convegno, la guerra rivoluzionaria, era basato sulla constatazione che il crescente potere del PCI costituisse un concreto pericolo per la politica italiana, nel senso che avrebbe potuto influenzarne le scelte sul piano internazionale e sociale.
Occorreva quindi che la destra si facesse carico del dovere di contrastare la crescita del pericolo comunista, affiancandosi in questa attività ad apparati dello stato particolarmente “sensibili” per usare un loro termine: ossia uomini dei servizi segreti, corpo dei carabinieri e militari di fede neofascista.
I contenuti culturali del convegno sono perfettamente in linea con i dettami della dottrina Truman e della politica estera statunitense a questa ispirata[7] e le relazioni rivestono uno straordinario interesse per una corretta analisi delle origini della strategia delle stragi. Vediamone i titoli
Vittorio De Biase: “Necessità di una azione concreta contro la penetrazione comunista”
Giorgio Pisanò: “Guerra rivoluzionaria in Italia 1943-1945”
Giano Accame: “La controrivoluzione degli ufficiali greci”
Guido Giannettini: “La varietà delle tecniche nella condotta della guerra rivoluzionaria”
Pino Rauti: “La tattica della penetrazione comunista in Italia”
Dal 1947 al 1965 il mondo era cambiato e, a partire dal XX Congresso del PCUS, passando per la presidenza di Kennedy e per il papato di Giovanni XXIII, si articolava, pur se tra alti e bassi, la sempre più diffusa speranza di una distensione dei rapporti tra i due blocchi internazionali contrapposti.
Dagli atti del convegno traspare che tutto ciò determina allarme e rafforza l’idea dell’imminenza di un pericolo, con specifico riferimento alla situazione italiana.
Paura dell’espansione comunista, volontà di contrastare la tendenza culturale e politica in atto verso la distensione, necessità di una azione concreta contro la penetrazione comunista da attuarsi con qualsiasi mezzo.
Così, ad esempio, Beltrametti dice: “Prevenire significa preparare uno strumento militare adeguato […] di gruppi permanenti di autodifesa che non esitino ad accettare la lotta nelle condizioni meno ortodosse con l’energia e la spregiudicatezza necessaria [per] portare l’offensiva nelle zone controllate dal nemico”.
È facile collegare quello “strumento militare adeguato” con la struttura Gladio, che nel 1965 era già stata costituita da circa un decennio.
infatti nel corso del convegno si fa riferimento a delle “liste di mobilitazione” nelle quali includere quei cittadini che diano sicuro affidamento in vista della formazione di gruppi di autodifesa. Il tutto coordinato da “Stati maggiori misti, assistiti anche da civili”.
È da notare che il convegno si svolse appena otto mesi dopo il mancato tentativo di colpo di Stato del giugno-luglio 1964, quindi è legittimo ipotizzare che esso sia stato organizzato dopo aver preso atto della estrema difficoltà, di attuare in Italia un colpo di Stato di tipo tradizionale.
Non potendo utilizzare la forma del golpe L’intervento delle forze armate e dei gruppi collegati poteva essere previsto solo come un atto legittimo di “guerra controrivoluzionaria”, nella previsione che presto vi sarebbero state le basi per questo intervento.
Anzi, per meglio dire, nella certezza che tali basi sarebbero state create.
Lo dice chiaramente Pino Rauti nella relazione di chiusura: “Non si pensi che questo convegno esaurisca la sua importanza nel dar vita al documento conclusivo. […] Spetterà poi ad altri organi, in senso militare, in senso politico generale, trarre da tutto questo le conseguenze concrete […] e far si che […] segua l’elaborazione completa della tattica controrivoluzionaria e della difesa”.

Ecco la strategia della tensione.
Questa è una verità, ormai accertata sia a livello storico che giudiziario e da tempo confermata da alcuni degli stessi imputati.
Vincenzo Vinciguerra, responsabile confesso della strage di Peteano, ha affermato: “Il fine politico che attraverso le stragi si è tentato di raggiungere è molto chiaro: attraverso gravi «provocazioni», innescare una risposta popolare di rabbia da utilizzare poi per una successiva repressione; […] il fine massimo era quello di giungere alla promulgazione di leggi eccezionali o alla dichiarazione dello stato di emergenza. In tale modo si sarebbe realizzata quella operazione di rafforzamento del potere che di volta in volta sentiva vacillare il proprio dominio. Il tutto ovviamente inserito in un contesto internazionale nel quadro dell’inserimento italiano nel sistema delle alleanze occidentali”.

A livello nazionale, dunque Volontà dei detentori del potere di bloccare definitivamente qualsiasi spinta da sinistra e, attraverso l’arma della strage, proclamare lo stato di emergenza, premessa necessaria per la creazione di un regime autoritario di centro destra.

Ma dal punto di vista internazionale quali sono le ragioni dell’appoggio americano a questa operazione?

È vero che era da anni era in corso il confronto Russia – Stati uniti, comunismo e cosiddetto “mondo libero” ma in Europa, si trattava di un conflitto di carattere economico, politico, propagandistico mentre lo scontro militare era lontano, era in Asia.
Se la propaganda urlava al “pericolo comunista” i vertici politici e militari sapevano perfettamente che il pericolo non proveniva né dalle mire sovietiche sulla Germania né da quelle jugoslave su Trieste e Gorizia.
Quello che veramente preoccupava gli Stati maggiori della Difesa, italiani, ed atlantici era la penetrazione sovietica nel Mediterraneo, che si stava allargando:
a livello politico con gli aiuti economici e militari agli Stati arabi,
a livello militare con la massiccia presenza della flotta russa nei porti del Mediterraneo che poteva contare sulle basi navali nel Mediterraneo, fornite dai paesi arabi..
Questa era la minaccia da sventare e neutralizzare ad ogni costo.
La politica degli Stati uniti in Medio oriente, si era sempre più sbilanciata in difesa dello Stato di Israele inimicandosi i paesi arabi, consapevoli che solo la protezione americana permetteva a Israele di mettere a ferro e fuoco la Palestina.
E la guerra dei sei giorni, iniziata il 5 giugno 67, era la prova evidente, che gli Stati uniti in Medio oriente contavano su un solo alleato ed amico: Israele. E che lo sostenevano per rafforzarlo e potenziarlo, a spese dei paesi confinanti, per creare una gigantesca base militare a difesa dei propri interessi nel controllo delle risorse energetiche dell’intera regione.
Ma Israele non bastava, servivano basi d’appoggio anche sull’altra sponda del Mediterraneo e queste potevano essere solo la Grecia e l’Italia, con le loro posizioni geografiche privilegiate.
Il 21 aprile 1967, due mesi e mezzo prima dell’inizio della guerra dei sei giorni, in Grecia c’era stato il colpo di stato e le forze armate greche avevano assunto il potere, da quel lato la Nato era ormai tranquilla.
Ma in Italia, lo abbiamo visto, l’arma del colpo di Stato non funziona, come evitare quindi che il Partito comunista italiano, strumento passivo della politica estera sovietica, potesse condizionare in senso neutralistico la politica dei governi italiani, che non erano abbastanza filoisraeliani?
Bisognava frenare l’influenza del Pci e per farlo, occorreva creare un regime autoritario, dotato di quegli strumenti normativi che consentono di tacitare l’opposizione, vietare le manifestazioni pubbliche, mettere fuori legge partiti e movimenti contrari alla sua politica
In sostanza, come trasformare una democrazia parlamentare in una democrazia autoritaria, in presenza di forze politiche avverse troppo forti per essere battute elettoralmente e senza ricorrere al colpo di stato come in Grecia?
Serviva qualcosa che potesse destabilizzare l’ordine pubblico per stabilizzare quello politico, e quel qualcosa è la strategia della tensione.

Dice Orwell: “C’è da qualche parte un luogo, un mondo di oggetti solidi, dove il passato sta ancora avvenendo?
La risposta sempre di Orwell è: “Nei documenti. Vi è registrato”. “Nei documenti. E… nella mente. Nella memoria degli uomini”.

Con queste righe ho cercato di recuperare i documenti e la memoria, per dimostrare che dietro l’esplosione di Piazza Fontana non c’è nulla di oscuro e misterioso.

Chi mise la bomba? Lo sappiamo bene, furono i fascisti. Anzi, “l’apparato militare poliziesco della Nato, con la manovalanza estremista di segno fascista, coperta dalla burocrazia italiana militare poliziesca e giudiziaria legata alla Cia”.
La strage, le stragi di allora, sono state coltellate alla schiena, vigliacche ma non inaspettate. Quello Stato e tutti i suoi apparati effettivi, non deviati, tra una bomba e l’altra non stavano con le mani in mano: “… tra settembre e dicembre 1969 nei conflitti del lavoro si sono avute: 8396 denunce, di cui 3325 per occupazione illegale di azienda, terreni o edifici pubblici; 1712 per violenza privata; 1610 per occupazione di binari ferroviari; 1376 per interruzione servizio pubblico,…”
È facile capire che non si trattò solo di bombe e stragi, Il potere economico, quello finanziario, militare, ecclesiastico, giudiziario, quello familiare … il potere ad ogni livello non accetta di essere messo in discussione. È logico
E quel grande movimento che rifiutando la collaborazione di classe voleva trasformare il sistema sociale esistente, che cominciava a cambiare i rapporti di forza tra le classi e prospettava un cambiamento dei rapporti di produzione andava fermato con ogni mezzo e così fu fatto I mezzi li hanno usati tutti: Bombe, stragi, arresti, fucilazioni per strada e dentro le case; processi speciali e carceri speciali, condanne speciali e torture per il pentimento, pestaggi e lusinghe per la dissociazione, e pene infinite per gli altri.

Due ultime questioni vorrei porre:

  • La strategia della tensione fu “stabilizzante” o “destabilizzante”?

  • A distanza di 40 anni ha ottenuto i suoi scopi o no?

ALLA PRIMA DOMANDA NON È SEMPLICE RISPONDERE.
In ultima analisi attraverso la Strategia della Tensione si voleva “stabilizzare” l’ordine borghese, ma questo rischiò di provocare reazioni che in alcuni momenti lo “destabilizzarono” ancora di più, perché la reazione “democratica”, da un certo momento in poi, fu ampia
E’ anche possibile che i promotori della strategia (settori Nato, servizi segreti, destra della DC) volessero “destabilizzare” quella parte della DC che stava seppur debolmente aprendo a sinistra per ottenere una “stabilizzazione” a destra, magari “provocando” l’intervento delle forze armate
In ogni caso il punto certo è che tutta la classe dominante “usò” direttamente o indirettamente la strategia della tensione contro l’ascesa delle lotte operaie e dei movimenti e in qualche modo anche il PCI la usò indirettamente, pur denunciandola come rivolta contro di sé, per convincere la base alla moderazione e alla necessità del “compromesso storico” con la DC e con le classi dominanti…

PER QUANTO RIGUARDA IL RAGGIUNGIMENTO DEGLI SCOPI PREFISSATI:
No, se ci riferiamo a ciò che si proponevano i settori che attuarono le stragi i quali probabilmente volevano subito una svolta autoritaria garantita dai militari, se non una vera e propria svolta fascista.
Ma purtroppo sì, se vediamo come è andata a finire: l’ascesa rivoluzionaria venne interrotta e dopo un’effimera stagione in cui sembrò che il compromesso storico fosse sul punto di concretizzarsi, il potere borghese si stabilizzò su basi moderate.
E dopo la crisi della prima repubblica (1992-93), con l’ascesa di Berlusconi, con le varie riforme elettorali (e anche grazie alla politica delle direzioni maggioritarie del movimento operaio nel corso degli anni settanta e ottanta, che collaborarono a disperdere una grande forza sociale e a preservare l’intangibilità dello stato borghese), si è ormai quasi compiuto il “programma di rinascita nazionale” che Gelli aveva previsto
esecutivo forte, maggioritario, controllo dell’esecutivo sulla Tv e sulla magistratura, scuola privata, emarginazione del dissenso politico.

Vorrei concludere con le parole di un volantino apparso il 19 dicembre 1969 sui muri di Milano, firmato dai situazionisti e intitolato “Il Reichstag brucia”:

così il potere deve bruciare fin dall’inizio l’ultima carta politica da giocare prima della guerra civile o di un colpo di stato di cui è incapace, la doppia carta del falso “pericolo anarchico” (per la destra) e del falso “pericolo fascista” (per la sinistra), allo scopo di mascherare e di rendere possibile la sua offensiva contro il vero pericolo, il proletariato. Di più; l’atto con cui oggi la borghesia tenta di scongiurare la guerra civile è in realtà il suo primo atto di guerra civile contro il proletariato
[1] Soprattutto grazie alla testimonianza di un professore di Treviso, un certo Lorenzon, che riferisce al giudice Calogero che il suo amico (Giovanni Ventura) gli aveva confidato di aver preso parte agli attentati dinamitardi che nel 1969 avevano preceduto le bombe di dicembre: utilizzate per contenere l’esplosivo erano stata acquistate a Padova e che il timer dell’ordigno proveniva da quello del 25 aprile alla fiera campionaria e le dieci bombe messe sui treni nella notte fra l’8 e il 9 agosto (anche per questi attentati si era seguita la pista anarchica).
Dalla testimonianza e dalla scoperta che le borse Treviso, si arriverà dopo più di un anno ad indagare anche negli ambienti dell’eversione nera del Veneto.
La testimonianza del negoziante che aveva venduto le borse fu resa immediatamente dopo la strage, ma fu fatta sparire e nell’ottobre 1972 furono fatti pervenire 3 avvisi a procedere , per omissione di atti d’ufficio nelle indagini sulla strage di piazza Fontana, sono inviati a Elvio Catenacci, dirigente degli affari riservati del Ministero degli interni, al questore di Roma Bonaventura Provenza e al capo dell’ufficio politico della questura di Milano Antonino Allegra.

[2] Nel 1971, mentre Valpreda è ancora in carcere, si scopre per caso un arsenale di munizioni NATO presso l’abitazione di un esponente veneto di Ordine Nuovo. Tra le armi ritrovate sono presenti delle cassette identiche a quelle utilizzate per contenere l’ordigno di Piazza Fontana. Quell’arsenale era stato nascosto da Giovanni Ventura dopo il 12 dicembre.

[3] Nel 1972 il Sid era già intervenuto per far espatriare in Spagna, fornito di un passaporto falso, Pozzan, (il custode dell’Istituto per ciechi dove si tenevano le riunioni a Padova) latitante dal giugno dello stesso anno, quando fu emesso nei suoi confronti un mandato di cattura per concorso nell’attentato di piazza Fontana, e fece evadere Ventura (incarcerato in seguito al processo del febbraio 1972), che ora vive in Argentina dove gestisce una catena di ristoranti di lusso.

[4] Nel 1962 si formò un nuovo governo Fanfani, concordato con i socialisti, che si impegnarono a dare il loro appoggio ai singoli progetto legislativi. si registrò. Fu in questa fase che la politica di centrosinistra conseguì i suoi risultati più avanzati: fu avanzata da nazionalizzazione dell’energia elettrica, istituita la scuola media unica. Per contro, le Regioni, istituti prevista dalla Costituzione, non videro ancora la luce del loro ordinamento, per il timore della DC di un rafforzamento delle sinistre a livello locale.

[5] In un elenco, rinvenuto negli archivi della CIA di Roma, c’erano i nomi di circa duemila anticomunisti che si dichiaravano pronti a compiere anche atti terroristici. Il “Piano Solo” prevedeva la cattura degli “enucleandi”, cioè di dirigenti comunisti, socialisti, e di sindacalisti; e l’occupazione armata delle sedi dei partiti di sinistra, le redazioni dell’Unità, le sedi della Rai e le prefetture.
Lo scandalo delle schedature e del “Piano Solo” furono rivelati, solo tre anni dopo, con una campagna di stampa condotta dai giornalisti Lino Jannuzzi ed Eugenio Scalfari.
Secondo ricostruzioni che vanno guadagnando crescente credito, lo scoop de L’Espresso, sarebbe stato favorito dal KGB sovietico che, avendovi ovvio interesse, fornì ai giornalisti materiale sul “Piano Solo”. Leonid Kolosov, capo della struttura italiana del Servizio di Mosca, avrebbe poi ammesso nel 1992 di aver favorito la diffusione di queste notizie, raccolte in tempo reale nel ’64 grazie ad una talpa nel Sifar.
Il Generale a riposo querelò il direttore de “L’Espresso” Eugenio Scalfari e l’autore degli articoli, Lino Jannuzzi. I due giornalisti vennero condannati in primo grado a diciassette mesi per diffamazione a mezzo stampa (anche se poi vi fu la remissione di querela).
In sede processuale Jannuzzi affermò che oltre ad Anderlini, a fornire informazioni erano stati anche Ferruccio Parri ed i Generali Beolchini, Gaspari e Manes.
Nel 1968 De Lorenzo fu eletto alla Camera dei Deputati tra le file del Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica. Successivamente avrebbe militato per il Movimento Sociale Italiano fino alla morte 1973.

[6] e in particolare dall’Ufficio REI, un ufficio creato formalmente per occuparsi del controspionaggio industriale, sostanzialmente per gestire, in nome del partito di governo, i traffici politico-finanziari diretti ad espandere il potere democristiano.

[7] Con Dottrina Truman si intende quella dottrina formulata dall’allora presidente degli Stati Uniti d’America Harry S. Truman il 12 marzo 1947 all’indomani della seconda guerra mondiale, in un discorso tenuto alle camere in seduta comune, che prendeva spunto dai casi di Grecia e Turchia, i quali avevano lasciato intravedere la possibilità dell’espansionismo sovietico. Questa dottrina si proponeva di combattere l’espansionismo comunista in Europa e in Asia. È importante sottolineare come l’Unione Sovietica fosse chiaramente al centro dei pensieri di Truman, anche se nel suo discorso la nazione non venne mai direttamente menzionata.
Storia: Harry S. Truman, supportato dal senatore Arthur H. Vandenberg, promulgò la dottrina dopo un incontro con il Presidente Greco. Il presidente americano sosteneva che per la sicurezza interna gli Stati Uniti non potevano rimanere insensibili e indifferenti di fronte a casi in cui l’indipendenza e la sovranità di popoli liberi venisse messa in pericolo da tentativi di sovversione interna o da pressioni esterne. In tal caso gli Stati Uniti avrebbero supportato i popoli liberi a resistere ai tentativi di assoggettamento da parte di minoranze armate o da pressioni esterne.
La dottrina trova esplicazione nella teoria del contenimento, di George F. Kennan secondo la quale ad ogni atto teso a destabilizzare l’ordine mondiale sarebbe stato opposto un atto uguale e contrario.
La dottrina ebbe conseguenze anche in Europa. I governi dell’Europa occidentale con potenti movimenti comunisti come Italia e Francia vennero incoraggiati di tenere i gruppi comunisti fuori dal governo. Queste mosse furono compiute in risposta a quelle dell’Unione Sovietica che volevano mandare gruppi di opposizione nell’Europa dell’Est.