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Un compagno mi ha ricordato questa vecchia canzone del movimento bolognese del 77. Non la ricordavo più, nonostante l’avessi cantata più e più volte. Riascoltandola ho rivissuto quegli anni Bolognesi, la rabbia e la speranza, la voglia di lotta (che non è mai passata) … Durante la ricerca in rete ho trovato anche l’appello che fecero gli intellettuali francesi in occasione del Convegno sulla repressione di settembre 1977. Li ripropongo entrambi, canzone e appello

 

In un Antico Palazzo
In un antico palazzo nel cuore della tua città
si lotta col tempo, si muore, nessuno lo sa
se passi vicino a ’ste mura,
ti prego, staccane un pezzo.
Se pensi di avere paura
ricorda che adesso, proprio in questo momento
un fratello è privato della libertà.

Tano D'Amico, La piazza di Bologna durante il convegno 09-23-77

Tano D’Amico, La piazza di Bologna durante il convegno 09-23-77

Mi chiamo Roberto, presunto BR,
mi hanno scoperto mentre rischiavo la pelle.
Non erano i soldi che mi facevano gola,
non era per rabbia che impugnavo una pistola.
Quindici anni in collegio, poi il quartiere a Milano,
la banda di autonomi ed un ultimo piano
Ma poi ho tagliato i miei lunghi capelli,
non servivano a niente, erano troppo belli,
non servivano a niente, erano troppi belli.

Il mio nome è Domenico, ma chiamatemi Dodi,
quand’ero più giovane picchiavo per soldi.
Solo dopo ho imparato che compagno vuol dire
aver meno soldi e più cose da dire.
Non bevo e non fumo, il mio mito è Bruce Lee,
non voglio sprecare i miei muscoli qui,
mi guardano stretto ma sto sempre all’erta,
nel caso ci sia qualche porta aperta,
nel caso ci sia qualche porta aperta.

In un antico palazzo nel cuore della tua città
si lotta col tempo, si muore, nessuno lo sa
se passi vicino a ’ste mura,
ti prego, staccane un pezzo.
Se pensi di avere paura
ricorda che adesso, proprio in questo momento
un fratello è privato della libertà.

Ed io sono Lino, il più buono di tutti,
dicono che ho fatto da solo trentacinque rapine.
Ma che andate dicendo? Questo è solo l’acconto,
dei tredici anni che mi avete rubato.
Ne avevo diciotto quando entrai in prigione,
e ho presto imparato la legge del bastone,
103 carceri mi hanno fatto girare,
ma sono qua pronto di nuovo a lottare,
ma sono qua pronto di nuovo a lottare.

In un antico palazzo nel cuore della tua città
si lotta col tempo, si muore, nessuno lo sa
se passi vicino a ’ste mura,
ti prego, staccane un pezzo.
Se pensi di avere paura
ricorda che adesso, proprio in questo momento
un fratello è privato della libertà.

E poi tutti gli altri, sono ormai centinaia,
seppelliti a Favignana o nei bunker dell’Asinara,
botte, isolamento e celle dove non puoi muovere un dito,
hanno paura di loro perché nessuno è pentito.
Miei cari compagni, non so come voi la pensiate,
se siete d’accordo, che giudizio politico date,
sarà forse banale, ma non sento ragione:
saremo tutti meno liberi finché resta in piedi una prigione.
saremo tutti meno liberi finché resta in piedi una prigione.

In un antico palazzo nel cuore della tua città
si lotta col tempo, si muore, nessuno lo sa
se passi vicino a ’ste mura,
ti prego, staccane un pezzo.
Se pensi di avere paura
ricorda che adesso, proprio in questo momento
un fratello è privato della libertà.

Appello degli intellettuali francesi per il convegno di Bologna sulla repressione in Italia (5 luglio 1977)
Nel momento in cui, per la seconda volta, si tiene a Belgrado la conferenza Est-Ovest, noi vogliamo attirare l’attenzione sui gravi avvenimenti che si svolgono attualmente in Italia e più particolarmente sulla repressione che si sta abbattendo sui militanti operai e sui dissidenti intellettuali in lotta contro il compromesso storico. In queste condizioni che vuol dire oggi, in Italia “compromesso storico”? Il “socialismo dal volto umano” ha, negli ultimi mesi, svelato il suo vero aspetto: da un lato sviluppo di un sistema di controllo repressivo su una classe operaia e un proletariato giovanile che rifiutano di pagare il prezzo della crisi, dall’altro, progetto di spartizione dello Stato con la DC (banche ed esercito alla DC; polizia, controllo sociale e territoriale al PCI) per mezzo di un reale partito “unico”. E’ contro questo stato di fatto che si sono ribellati in questi ultimi mesi i giovani proletari e i dissidenti intellettuali. Come si è arrivati a questa situazione? Cosa è successo esattamente? Dal mese di febbraio l’Italia è scossa dalla rivolta di giovani proletari, dei disoccupati e degli studenti, dei dimenticati dal compromesso storico e dal gioco istituzionale. Alla politica dell’austerità e dei scarifici essi hanno risposto con l’occupazione delle Università, le manifestazioni di massa, la lotta contro il lavoro nero, gli scioperi selvaggi, il sabotaggio e l’assenteismo nelle fabbriche, usando tutta la feroce ironia e la creatività di quelli che, esclusi dal potere, non hanno più niente da perdere: “Sacrifici! Sacrifici!”, “Lama, frustaci!”, “I ladri democristiani sono innocenti, siamo noi i veri delinquenti!”, “Più chiese, meno case!”. La risposta della polizia della DC e del PCI è stata senza ombra di ambiguità: divieto di ogni manifestazione a Roma, stato di assedio permanente a Bologna con autoblindo per le strade, colpi d’arma da fuoco sulla folla. E’ contro questa provocazione permanente che il movimento ha dovuto difendersi. A coloro che li accusano di essere finanziati dalla CIA e dal KGB gli esclusi dal compromesso storico rispondono: “il nostro complotto è la nostra intelligenza, il vostro è quello che serve ad utilizzare il nostro movimento di rivolta per avviare l’escalation del terrore”. Bisogna ricordare che:

– trecento militanti, tra i quali numerosi operai, sono attualmente in carcere in Italia;

– i loro difensori sono sistematicamente perseguitati: arresto degli avvocati Cappelli, Senese, Spazzali e di altri nove militanti del Soccorso Rosso, forme di repressione queste che si ispirano ai metodi utilizzati in Germania;

– criminalizzazione dei professori e degli studenti dell’Istituto di Scienze Politiche di Padova di cui dodici sono stati accusati di “associazione sovversiva”: Guido Bianchini, Luciano Ferrari Bravo, Antonio Negri, ecc.;

– perquisizioni nelle case editrici: Area, Erba Voglio, Bertani, con l’arresto di quest’ ultimo editore. Fatto senza precedenti: la raccolta delle prove viene tratta da un libro sul movimento di Bologna. Perquisizione delle abitazioni degli scrittori Nanni Balestrini ed Elvio Facchinelli. Arresto di Angelo Pasquini redattore della rivista letteraria ZUT;

– chiusura dell’emittente Radio Alice di Bologna e sequestro del materiale, arresto di dodici redattori di Radio Alice;

– campagna di stampa tendente a identificare la lotta del movimento e le sue espressioni culturali come un complotto; incitare lo Stato ad organizzare una vera e propria “caccia alle streghe”.

I sottoscritti esigono la liberazione immediata di tutti i militanti arrestati, la fine della persecuzione e della campagna di diffamazione contro il movimento e la sua attività culturale, proclamando la loro solidarietà con tutti i dissidenti attualmente sotto inchiesta.
J.P. Sartre, M Foucault, F. Guattari, G. Deleuze, R. Barthes, F. Vahl, P. Sollers, D. Roche, P. Gavi, M.A. Macciocchi, C. Guillerme e altri.

 

th
Cerco la rima.

Son pieno d’amore
per gli altri,
son pieno
d’amore
e il mio
amore
è un fluido
magnetico
passato
al setaccio.
Il mio
amore per gli
altri è vero.

E nel mio
amore vero
c’è tutto
th (1)c’è l’odio.
Un pizzico d’odio
non guasta
l’amore perfetto.
E il mio amore
perfetto è un mare
con un po’
d’odio dentro, granelli
di sabbia.
E il mio amore
è un fluido
magnetico passato
al setaccio.
(A.Pazienza)PAZ il_segno_di_una_resa_invincibile_450

C’è una prima volta per tutto … il primo bacio, le prime lacrime, il primo amore …
Francesco è stato il mio primo dolore di compagna, una coltellata nel cuore che ha ucciso i miei sedici anni e mi ha fatto capire il significato delle parole odio, vendetta, nemico. Non si è mai sopito quell’odio e neppure il desiderio di vendicare la morte di Francesco e di tutti i compagni che sono stati assassinati, li coltivo con cura, anno dopo anno, perché se non lo facessi, significherebbe che ho dimenticato e se dimenticassi avrebbero vinto loro, i miei nemici di sempre: il potere, lo stato, dio, i padroni …
Mai dimenticare, mai perdonare e lavorare per vendicare!

I GIORNALI DI MARZO*

03

I segni delle pallottole sul muro di via Mascarella

I giornali di marzo,
i giornali di marzo hanno spiegato,
i giornali di marzo,
i giornali di marzo hanno raccontato,
quello di ritrovare un accordo, un colloquio,
è sfuggito per miracolo al linciaggio.
Il più preoccupante per i medici è un carabiniere,
e mentre fanno un esame esterno del cadavere.
Senza sapere dove andare,
senza sapere che direzione prendere,
inginocchiarsi prendere la mira e sparare,
solo la pasticceria memore della recente ferita è serrata,
nel primissimo pomeriggio
con il cielo ancora parzialmente sereno.
I giornali di marzo,
i giornali di marzo hanno parlato,
i giornali di marzo,
i giornali di marzo hanno chiarito.
Un bottegaio a guardia della sua bottega
guardati con rabbia da un capannello di persone,
ha l’orlo del pantalone perforato, grida,
m’ha salvato lo scarpone.
Alle 13.15 sono partiti alcuni colpi.
In un succedersi incalzante
di fughe assalti e contrassalti,
solo le poche centinaia di persone che non erano scappate,
da alcuni uffici sono stati portati all’aperto tavoli,
i nostri aspiranti tupamaros devono convincersi.
I giornali di marzo,
i giornali di marzo hanno capito,
i giornali di marzo,
i giornali di marzo hanno mentito.
05Gli uomini sono scesi a terra già in assetto da campagna,
prudenza delle forze dello Stato,
hanno replicato con lanci a ripetizione di candelotti lacrimogeni,
è stato centrato alla schiena cadendo immediatamente.
Coi bottoni dorati e gli ottoni lucenti
fischiando la marsigliese,
mentre il vento fa il solletico ai sogni
rimasti impigliati nel cancello dei denti.

* Tutti i versi, tranne gli ultimi quattro, sono LETTERALMENTE ricavati dalle cronache dei fatti dell’11 e del 12 Marzo, apparse su “Il resto del Carlino” e su “Repubblica” di quei giorni.

Claudio Lolli

 

 

38776_1531193648871_8263239_n“Con l’espressione «strategia della tensione» si intende normalmente fare riferimento ad una ipotesi di strategia di condizionamento materiale e psicologico dei processi dinamici e delle interazioni tra sistema politico e ambiente sociale, che giunge ad utilizzare persino il delitto «politico» e la strage, tendendo però ad occultarsi agli occhi dell’opinione pubblica. … Questo disegno viene concepito e gestito da centri di potere insediati nel cuore dello stato, i quali da una parte utilizzano degli intermediari per i compiti operativi e dall’altra li proteggono ostacolando le indagini giudiziarie” (Estratto dalla Sentenza istruttoria sulla strage di Peteano)

E’ ora di smettere di commemorare, facciamo tacere questo stato coccodrillo, ora dobbiamo solo  rivelare una volta per tutte le verità e, con la giusta rabbia di chi sempre sta “dalla parte del torto” ricominciare a lottare.

 

BOLOGNA 2 agosto 1980

Alle ore 10.25 del 2 agosto 1980, i neofascisti dei NAR assoldati dallo stato ed aiutati dai servizi segreti misero una bomba alla stazione centrale di Bologna, causando 85 morti e 200 feriti.
Sono trascorsi 31 anni da quel torrido mattino e, nel corso del tempo, i depistaggi di stato e l’omertà di stato (dei governi sia di centrodestra sia di centrosinistra) hanno impedito di accertare i mandanti e di conoscere pienamente la verità.
Ogni anno, il palco delle commemorazioni è gremito quasi esclusivamente di divise militari, fasce tricolori, abiti impeccabili di politici, burocrati, sottosegretari. Nell’agosto 1980 il sindaco di Bologna Zangheri non si fece trovare per un mese intero (era in crociera sul Mar Nero), ma al ritorno fece poi il suo bel discorso dal palco. Nessuno dei sindaci che si sono susseguiti ha perso l’occasione di dire fandonie e parole inutili.

In una strage di stato, lo stato non ha alcun diritto di parlare in piazza. Uno stato ha intralciato e intralcia la verità, non ha il diritto di parlare né di commemorare.
Ogni anno da quel palco vogliono farci credere che il terrorismo sia qualcosa che viene sempre e soltanto da lontano, senza rapporti con lo stato e con le sue strategie.
Vogliono farci dimenticare che il nemico si trova “sempre alla nostra testa”, ben visibile, dinnanzi a noi: il nemico è la violenza “legale” degli apparati militari e di polizia, sono lo sfruttamento e la flessibilizzazione del lavoro, è la rapina dalle tasche dei lavoratori per finanziare eserciti e servizi segreti, è il taglio delle pensioni e dei diritti sociali, è il caro affitti, sono le leggi razziste sull’immigrazione, è la sempre maggiore compressione delle libertà di associazione e di espressione, è il carcere per chi si ribella e le bombe sui civili.
Nel corso degli anni i tentativi di sciacallaggio e depistaggio si sono susseguiti con uno zelo degno delle migliori tradizioni statuali. pubblico di seguito un articolo di Paolo Persichetti ed una serie di links che riguardano il tentativo (fallito) di coinvolgere e rendere funzionale all’assurdo teorema della pista palestinese una delle vittime della strage, Mauro di Vittorio, un compagno, un ragazzo ventiquattrenne romano originario del popolare quartiere di Torpignattara.

Strage di Bologna: la vera storia di Mauro Di Vittorio. Crolla il castello di menzogne messo in piedi da Enzo Raisi

L’inchiesta/prima parte – L’ultimo depistaggio sulla bomba esplosa alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980 tira in ballo una delle vittime dell’eccidio: Mauro Di Vittorio, ventiquattrenne romano originario del popolare quartiere di Torpignattara. Pur di renderlo funzionale al teorema della pista palestinese i suoi accusatori non hanno esitato a riscrivere cinicamente il suo passato. Il grossolano tentativo di modificare quanto era già emerso 32 anni fa, nei giorni immediatamente successivi all’esplosione, fallisce clamorosamente di fronte alle testimonianze dei familiari di Di Vittorio e alla mole di materiali documentali esistenti

Paolo Persichetti
il manifesto 18 ottobre 2012

«Prendo un passaggio da un ragazzo tedesco che come salgo mi offre di accendere una pipetta di fumo mi tranquillizza un po’, ma alla seconda pipa nella quale c’erano minimo due grammi di nero mi sconvolgo in modo veramente pauroso. Con la terza la tensione è salita di molto e mi sento male, molto male. Ho un trip violentissimo e delle visioni allucinanti, e per fortuna sono molto stanco per cui mi metto a dormire. Quando il tipo mi sveglia sto meglio e ho fatto molta strada. La sera dopo un passaggio di un belga molto simpatico arrivo a Liegi. Sono contento perché la strada da fare è poca, per cui penso di arrivare il giorno dopo». (Leggi il testo integrale).

L’Europa in autostop
È il 30 luglio 1980, Mauro Di Vittorio sta attraversando l’Europa in autostop diretto a Londra, inconsapevole di avere pochi giorni di vita davanti a sé. Giunto a Dover gli inglesi lo rimandano indietro perché non ha con sé sufficienti garanzie di reddito. Costretto a rientrare in Italia, tre giorni più tardi salta in aria insieme ad altre 300persone (85 morirono) nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna. Oltre venti chili di gelatinato e compound b, una micidiale miscela nascosta molto probabilmente in una valigia, mettono fine per sempre al suo ritorno.
Il racconto degli ultimi giorni di vita di Mauro è in un quaderno in cui sono annotate le tappe e gli incontri del viaggio, probabilmente scritto durante il rientro. Dopo 30 anni le pagine di questo diario sono diventate un affaire di Stato, un presunto mistero – secondo il parlamentare Enzo Raisi, già membro della commissione Mitrokhin – che sulla loro veridicità solleva dubbi insinuando che dietro vi sia una manipolazione per nascondere la responsabilità diretta, anche se involontaria, dello stesso Di Vittorio nella strage.

La fabbrica delle patacche ispirata dalla trama di un romanzo
Per il parlamentare di Fli, che sulla vicenda ha depositato un’interpellanza parlamentare urgente annunciando anche la prossima uscita di un libro, il giovane sarebbe stato un appartenente «all’area di Roma sud dell’Autonomia Operaia», incaricato di trasportare per conto di un gruppo palestinese, l’Fplp di George Habash in contatto con Carlos, la valigia poi esplosa per un incidente o forse addirittura per una trappola architettata all’insaputa del giovane. Episodio che, sempre secondo Raisi, andrebbe iscritto tra i retroscena del lodo Moro (l’accordo segreto tra Sismi e guerriglia palestinese per salvaguardare l’Italia da attentati in cambio del transito di armi), come un incidente di percorso o come una rappresaglia per la sua violazione l’anno precedente, quando davanti al porto di Ortona furono arrestati, perché trovati in possesso di un lanciamissili destinato alle forze palestinesi, tre esponenti dell’Autonomia romana e successivamente Abu Anzeh Saleh, responsabile dell’Fplp in Italia.
Raisi fonda i suoi sospetti sul fatto che nel fascicolo delle indagini, «non sembrerebbe risultare verbalizzato alcun rinvenimento di documento d’identità o agenda del Di Vittorio». Non è affatto vero ma al parlamentare non interessa al punto da sollevare ombre anche sulla scheda biografica presente nel sito web dell’Associazione familiari vittime del 2 agosto 1980, nella quale sono riportati alcuni brani virgolettati del diario.
A rafforzare i dubbi di Raisi ci sarebbero delle nuove testimonianze che riferiscono lo strano comportamento di una ragazza e di un uomo dalle sembianze mediorientali che avrebbero realizzato una ricognizione del cadavere di Di Vittorio all’obitorio di Bologna, fuggendo intimoriti prima che «il primario e il maresciallo presenti sul posto riuscissero a raggiungerli per identificarli».
Sarà soltanto una coincidenza ma il castello di sospetti avanzato da Raisi ricalca senza molta originalità la fantasiosa trama del romanzoStrage, di Loriano Machiavelli (circostanza segnalata dal sempre attento Ugo Maria Tassinari nel suo sito FascinAzione.info), uscito sotto pseudonimo e tra mille polemiche nel 1990 per Rizzoli e ripubblicato due anni fa da Einaudi, nel quale si narra la storia di una coppia di giovani che gravitano nell’area dell’Autonomia, si riforniscono di armi tra Parigi e la Cecoslovacchia fino a quando uno dei due salta in aria alla stazione di Bologna con una valigia di esplosivo attivata a sua insaputa da un sofisticato congegno trasportato da un’emissaria dei “poteri occulti”. Guarda caso anche qui la ragazza si reca all’obitorio con altri compagni.

Una forzatura di troppo
Il deputato post-missino, citando una testimonianza rilasciata 26 anni dopo i fatti dalla sorella maggiore di Di Vittorio, Anna, a Giovanni Fasanella e Antonella Grippo nel libro “I silenzi degli innocenti” (Bur, 2006), lascia intendere che la «strana telefonata» che informò i familiari del rinvenimento a Bologna della carta d’identità di Mauro, non proveniva dalla questura ma da probabili complici del giovane. Sempre Anna, alcuni anni fa concesse il perdono a Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, membri dei Nar condannati per la strage, con una lettera che facilitò l’accesso della Mambro alla liberazione condizionale. Lo scorso 2 agosto, come se nulla fosse, anche Fioravanti, ormai libero, ha ipotizzato in un articolo apparso sul Giornale un ruolo dell’«autonomo» Di Vittorio nella strage. Ma su questo argomento, Anna Di Vittorio e suo marito Gian Carlo Calidori, anche lui colpito negli affetti dalla strage, non hanno intenzione di scendere in polemica. Ritengono che ognuno debba rispondere alla propria coscienza: «Chi siamo noi due per giudicare gli altri?». In realtà, come ci ha spiegato Anna Di Vittorio, «non è mai esistita nessuna telefonata misteriosa». D’altronde quanto riportato nel libro non trova riscontro nelle dichiarazioni rilasciate dagli altri familiari il giorno del riconoscimento ufficiale della salma di Mauro. Luciana Sica di Paese sera, in una cronaca apparsa il 13 agosto 1980, racconta le ore passate nella casa di via Anassimandro, nel quartiere romano di Torpignattara. Descrive il clima attonito di una famiglia che per dieci lunghi giorni non ha voluto credere ai ripetuti segnali che annunciavano la tragica fine del loro congiunto, come la telefonata della questura felsinea del 3 agosto che – forse per un eccesso di cautela – riferiva soltanto del generico ritrovamento della sua carta d’identità in città. La cronista raccoglie le prime dichiarazioni del fratello più piccolo, Marcello, e quelle della zia che ancora non riescono a capacitarsi di quella rimozione. Riferisce dell’interessamento dei vicini che invece hanno sentito in televisione la descrizione dei corpi ancora non identificati ed hanno subito capito; finalmente Anna dopo una telefona all’obitorio decide di partire verso la capitale emiliana insieme a due amici. E’ lunedì 11 agosto, giunta all’istituto di medicina legale entra, sono le nove di sera e all’interno c’è poca luce, i suoi amici non resistono all’odore, tutt’intorno ci sono resti di cadaveri, Anna «vede il corpo del fratello, esce e dice di non averlo riconosciuto». Chiama Marcello a Roma per sapere se Mauro avesse dei pantaloni di velluto grigio. La risposta non offre scampo: «E’ lui».

Il mistero inesistente del diario
A chiarire invece il mistero del diario ci pensa Lotta continua che il 21 agosto 1980 ne pubblica il testo integrale insieme a una lettera firmata «I compagni di Mauro». Nel resoconto del viaggio Di Vittorio racconta di essere partito da Roma in automobile insieme a un amico di nome Peppe,probabilmente il 28 luglio. Due giorni dopo alla frontiera di Friburgo i doganieri tedeschi trattengono la macchina di Peppe perché due anni prima era stato trovato senza biglietto sulla metropolitana di Monaco e non ha ancora pagato la multa. Mauro gli lascia tutti i suoi soldi e prosegue solo, in autostop, con la speranza di arrivare rapidamente a Londra, nello squat di Brixton dove viveva, per trovare altro denaro da inviare a Peppe. I numerosi dettagli riportati offrono facili possibilità di riscontro sulla veridicità intrinseca del racconto e se ancora non bastasse c’è l’importo del biglietto del treno non pagato da Mauro durante il viaggio di ritorno che arrivò alla famiglia, quasi come una beffa, dopo la morte. Ancora più interessante è la lettera dei suoi compagni, dalla quale si capisce che Mauro non era un militante e non era mai stato vicino all’Autonomia. Gli autori del testo sono ex di Lotta continua del circolo di Torpignattara, ancora aperto nel 1980 – come accadde anche per altre sedi del gruppo – punto di riferimento per una parte di quella fragorosa comunità politico-esistenziale che non si era rassegnata allo scioglimento dell’organizzazione quattro anni prima. Mauro, che dopo la morte prematura del padre aveva lasciato la scuola per aiutare la famiglia, era molto conosciuto, amato e stimato. I suoi compagni lo descrivono come «Una persona, un compagno inestimabile che sapeva dare tutto a tutti. Capace di dare se stesso in qualsiasi momento. La persona che tutti avrebbero voluto vicino per qualsiasi cosa: per un viaggio, per parlare di se stessi, della vita, delle contraddizioni e dei problemi che ci si presentano quotidianamente».

Un indiano metropolitano a Londra
La domenica successiva, sempre su Lotta Continua, appare un’altra lettera che è quasi una seduta pubblica d’autocoscienza. In polemica con i toni ritenuti troppo politici della prima, i suoi autori che si firmano «Alcuni amici di Mauro» sostengono che «per Mauro la parola compagno era diventata vuota e priva di senso come lo è diventata per noi, perché questa maturazione l’avevamo vissuta insieme e insieme avevamo smesso di illuderci e insieme avevamo visto crollare miti, ideologie e propositi rivoluzionari. Quindi, oggi, il minimo che possiamo fare è rispettare il suo modo di vedere, le sue disillusioni. Evitare quindi cose che suonano speculative, evitare analisi che lui non avrebbe fatto, evitare termini in cui non si riconosceva più, evitare inni alla rivolta di cui tutti conosciamo la falsità e la vuotezza».
C’è l’intera parabola di quel che accadde in un pezzo del movimento del 77 in queste frasi che annunciano l’epoca del grande riflusso, dove le grandi narrazioni cedono spazio a traiettorie più intimistiche e personali, in ogni caso situate a una distanza siderale dall’immagine del giovane dalla doppia vita con la valigia piena di esplosivo suggerita da Enzo Raisi. Mauro Di Vittorio con i suoi lunghi capelli neri che sembrano anticipare la moda dei dread, la barba folta e l’aspetto freak, era un’altra persona. Chi lo descrive oggi come l’autore della strage di Bologna lo ha ucciso una seconda volta.
«Quest’accusa – replica Gian Carlo Calidori – ci sta facendo vivere un’esperienza sgradevole, ma nonostante ciò continuiamo a confidare, come sempre, nelle Istituzioni della Repubblica Italiana».
E Anna aggiunge: «Nell’agosto del 1980 sono andata a Bologna. Ho visto il cadavere di mio fratello Mauro: era intatto; non carbonizzato; con una sola ferita, mortale, nel costato. Poi, ho incontrato la Polizia Ferroviaria che, molto umanamente, mi ha consegnato gli effetti personali di mio fratello, tra cui il diario di Mauro».
http://insorgenze.wordpress.com/2012/10/18/strage-di-bologna-la-vera-storia-di-mauro-di-vittorio-crolla-il-castello-di-menzogne-messo-in-piedi-da-enzo-raisi/

 

Link
“Vi diciamo noi chi era Mauro Di Vittorio”, le parole dei compagni e degli amici su Lotta continua dell’agosto 1980
Strage di Bologna, il diario di viaggio di Mauro Di Vittorio
Stazione di Bologna 2 agosto 1980, una strage di depistaggi
Strage di Bologna, la storia di Mauro Di Vittorio che Enzo Raisi e Giusva Fioravanti vorrebbero trasformare in carnefice
Strage di Bologna, in arrivo un nuovo depistaggio. Enzo Rais, Fli, tira in ballo una delle vittime nel disperato tentativo di puntellare la sgangherata pista palestinese
Daniele Pifano sbugiarda il deputato Fli Enzo Raisi: Mauro Di Vittorio non ha mai fatto parte del Collettivo del Policlinico o dei Comitati autonomi operai di via dei Volsci
 http://www.ilmanifestobologna.it/wp/2012/11/strage-di-bologna-tra-misteri-frutto-di-ignoranza-e-spiegazioni-che-si-preferisce-non-vedere/

 

08“Alle ore 10 sono stabiliti i funerali del compagno Francesco Lorusso. L’ordinanza del prefetto che vietava ogni tipo di manifestazione nel centro storico, ha impedito l’allestimento di una camera ardente nel centro della città; il funerale si é tenuto alla periferia della città in Piazza della Pace. Per quanto riguarda i partiti: il PCI non ha aderito ufficialmente, il PSI ha mandato una delegazione. Da notare che il sindacato ha indetto un’ora di sciopero con assemblee in fabbrica, proprio in coincidenza con l’orario del funerale… Gli studenti hanno inviato delegazioni nelle più grosse fabbriche, per spiegare l’accaduto e richiedere un prolungamento dello sciopero. Nonostante tutto vi é stata una forte partecipazione da parte di operai, cittadini e studenti.
16Al tentativo di isolamento del funerale, si é sommato lo sciopero dell’ATC, che ha di fatto impedito la partecipazione di molte persone.
Nel pomeriggio gli studenti si sono riuniti al quartiere San Donato per tenere un’assemblea che poi è stata impedita dalla polizia la quale, dopo aver bloccato il ponte, ha circondato il quartiere. Gli studenti allora si sono divisi in delegazioni per fare interventi nelle fabbriche; venivano intanto accuratamente seguiti da elicotteri della polizia. I pullman che andavano verso il centro sono stati fermati dalla polizia che ha fatto scendere con i mitra spianati gli studenti, perquisendoli e fermando chi era senza documenti o in possesso di limoni.
Al termine delle assemblee nelle fabbriche, gli studenti si sono riuniti al cinema Minerva per valutarne i risultati: si é notato un grado notevole di disinformazione tra gli operai su quanto era avvenuto nei giorni precedenti. In assemblea si é inoltre deciso di mandare una delegazione alle Aldini per chiedere agli studenti l’utilizzazione di tre aule come luogo di riaggregazione del movimento”.
Bologna. 14 marzo 1977 (documento del Collettivo di controinformazione del movimento)

BOLOGNA MARZO 1977 … FATTI NOSTRI (AUTORI MOLTI COMPAGNI – BERTANI EDITORE)
“Ora so che era la notte tra il 10 e l’11 marzo. Al mattino ci si doveva vedere, come al solito, in Piazza Verdi, verso le dieci.
Noi non saremmo andati ma é anche difficile spiegare il perché. Eravamo forse stanchi, forse avevamo solo voglia di stare insieme. Certamente non sentivamo sensi di colpa e non eravamo piú “indispensabili”, cioé quasi inutili. Quando ci si ritiene indispensabili, in politica, specialmente quando é vero che lo si é, vuol dire che si lavora al posto di troppi altri che a loro volta non sono affatto indispensabili.
Ma ci eravamo ritrovati in quattro o cinque, passando di casa in casa, non certo per dirci queste cose. E non ricordo neppure quello che ci siamo detti.
Ci siamo tirati degli Optiladon sulla testa, abbiamo fumato, io ho rinunciato a pisciare in camera di Pino perché pensavo fosse un cesso occupato, Paolo e Ivo giocavano ai pesi e alla bilancia, G.B. sbriciava un libro. Cosí fino a giorno, con le mascelle indolenzite e con un grande sonno. Due scompaiono in qualche camera, dove Paola e chissá chi altro dormivano gi dalla sera, G.B. crolla completamente vestito, io metto i calzini fuori dalla finestra e mi butto su un lettino in cucina.

Abbiamo dormito poco. La voce spaventata di Paola sembra a tutti un sogno: fuori piove.
– Francesco chi? Lorusso?
– Gli hanno sparato alla schiena, non parlava piú, gli usciva il sangue dalla bocca. Sono stati i carabinieri.
03– Quei bastardi…
– Hanno detto di chiamarvi. State attenti, qui fuori c’é una 127 piena.
– Usciamo un po’ alla volta in fretta. Datemi dei calzini, i miei sono tutti bagnati.
Mentre si va all’universitá penso alla discussione avuta con Francesco sul servizio d’ordine, che non era mai stato un problema sapere chi aveva ragione. Ogni tanto lo vedo su una carrozzella e allora scuoto la testa e dico che sono scemo. Me lo ricordo sudato, con la camicia bagnata e lo spolverino aperto, che si scappava via insieme.
In via Zamboni ci sono barricate che si susseguono una all’altra, tutte lucide di pioggia; riconosco i tavoli della mensa, le panche di Lettere, i vasi di fiori di Piazza Scaravilli.
Piazza Verdi é un’istantanea terribile che mi spaventa e nello stesso momento mi inghiotte, e non penso piú, vado avanti sbattendo ogni tanto contro qualcuno, senza salutare nessuno, senza che nessuno mi fermi.
Ci sono centinaia di compagni, di studenti, tutti muti, con i capelli bagnati. Qualcuno allinea, facendole tintinnare, decine di bottiglie vuote di diverse dimensioni che vengono riempite di benzina travasata da un enorme contenitore della mensa. Ogni tanto ci si lamenta che il nastro sta per finire, che bisogna andare a prendere altri antivento.
Francesco é morto, e dalle facce si capisce che tutti lo sanno.
Si vedono occhi arrossati ovunque, uno piange da solo davanti a un muro, alcuni vanno avanti e indietro per la piazza, come se cercassero di parlare, ma non ce n’é bisogno. Tutti pensano la stessa cosa.
Nel CPS ci sono compagni buttati sulle sedie, che piangono e si guardono in faccia. Dopo un po’ entra Matteo, quasi sorretto da Paola e da Fernanda che, staccatasi un attimo, mi abbraccia piangendo e mi fa delle domande che non capisco. Matteo non sembra neanche vivo, é pallido, ha la bocca socchiusa. Muove solo gli occhi che in un attimo mi chiedono un sacco di cose.
Arrivano altri compagni e, non so come, si inizia a parlare, in fretta, con una durezza che non so descrivere. Ogni tanto si sente qualcuno che singhiozza.
Nessuno fa grandi discorsi, gli obiettivi sono chiari, un compagno inizia a strappare una bandiera per ricavarne dei fazzoletti. In piazza incontro G.B. che si aggira con un sorriso nervoso in faccia e mi dice che non riesce a fare altro. Vicino a Lettere, un compagno mi ricorda senza cattiveria che avevo quasi litigato con Francesco, un altro mi dice che é stato attaccato un commissariato lí vicino. Nell’aula bianca ci sono altri che discutono nervosamente.
E’ chiaro che vogliamo andare in centro, che vogliamo passare per la Democrazia Cristiana, ma penso che la gente che si sta ammucchiando per via Zamboni non ha bisogno di un tracciato da seguire.
Il corteo si ferma poco dopo e si iniziano a sentire i primi slogan: in testa gridano “guai guai guai a chi ci tocca”. Io sto in coda con un centinaio di compagni dei vari SdO dell’universitá. Ma in mezzo non c’é un corteo da difendere. Passano migliaia di compagni con le tasche piene di sampietrini, tra le file girano sacchetti di bottiglie.
E’ un corteo diverso da quelli fatti solo pochi giorni prima, anche se le facce sono le stesse; il mucchio mobile, festante, che invade i marciapiedi tra le borse della spesa, che invita a parlare con l’ironia e crea un rapporto con tutti. Non é il serpentone che partiva a mezzanotte per tirare giú dal letto quelli che erano abituati ai riti ordinati delle manifestazioni. Sembrava che nessuno volesse tornare a “casa” neanche per un attimo.
I compagni sfilano nei cordoni senza cantare, con una disciplina non guidata. Ma il salto, la differenziazione, non é avvenuto di lato alla voglia di essere soggetti non astratti delle proprie lotte, dei propri movimenti. Ora i sassi, le bottiglie, le barricate, sono di tutti, non c’é niente di nascosto. La retorica commemorativa non percorre neppure per un attimo i gruppi delle facoltá, delle scuole. L’attacco é contro tutti.
Ucciso un compagno, non hanno militarizzato piccoli gruppi, ma hanno dato a tutti la responsabilitá di difendersi e di capire. L’attacco che si prepara é passato attraverso un dibattito politico ancora vacillante, una ricerca promossa dalle case dei compagni, dalle esperienze collettive che avevano ricondotto capillarmente al posto giusto le parole e la critica.
La critica é viva e manifesta; la ricomposizione si manifesta cristallina nella agitazione delle piazze e delle strade e la violenza cresce dentro in un’opposizione radicale simultaneamente pedagogica e non separata.
Questa sensazione l’avevo giá avuta ai cortei del collettivo Jacquerie, nel mio cordone di amici, compagni presenti ora allo stesso modo. La vendetta non puó piú essere fatta di epicitá isolata, ma di assimilazione e di coscienza, di amore e di ricerca di amore.
Mi viene da pensare ai funzionari di partito, ai giocolieri prezzolati delle parole, ai cadaveri ammuffiti degli insegnanti democratici.
La linea di demarcazione é diventata un fossato: tra il cinismo della cultura ufficiale che é l’arroganza del potere, e la forza della vita e delle contraddizioni reali che si agitano e si compongono su mille fronti. 05
Nessuna strada contiene interamente il corteo: quasi per guardarci meglio giriamo per Piazza Maggiore che non basta per farci vedere tutte le facce nascoste dai fazzoletti e dai passamontagna.
A fianco delle lapidi una cinquantina di militanti del PCI che sembrano quasi veri. Ogni loro provocazione é inutile: non esistono nemmeno. Non piove piú. Alla gente che forse spaventata, intontita, se ne sta ammucchiata sui marciapiedi si grida insieme “gente gente gente non state lí a guardare – abbiamo un compagno da vendicare”.
Quando la coda sta per entrare in via Ugo Bassi, da via Marconi si sentono le prime detonazioni,e in pochi secondi la strada si riempie di rumori, di richiami e il fumo si spande per centinaia di metri. I frammenti del corteo diventano macchie nere che si spostano evitando i candelotti che girano sull’asfalto e i fuochi delle bottiglie lanciate.
Ci gridano che la polizia si sta spostando dalla Questura temiamo di essere imbottigliati. A dividerci c’é subito uno sbarramento di fiamme, ma non si puó piú stare lí, c’é tanto di quel fumo che non ci riconosciamo tra di noi. Io e Gigi, che siamo restati indietro crediamo di non farcela a raggiungere gli altri che scappano verso via Indipendenza. Non vediamo assolutamente nulla, ci viene da vomitare, seguiamo la voce di Andrea che grida di aver trovato aria fresca.
Lungo via Indipendenza ci ritroviamo in un centinaio, con le idee poco chiare sul dove andare. Il piccolo gruppo si stira come un elastico in una direzione o in un’altra. Ma tutti abbiamo la sensazione che in tutta la cittá, in tutto il centro, molti gruppi si muovono come il nostro. Non riusciamo a capire se abbiamo vinto, se abbiamo perso, ma nessuno si sente né vinto né vincitore: sappiamo che non é finita cosí.
06All’universitá incrociamo un piccolo spezzone di corteo e aspettiamo insieme notizie dai compagni che girano in bicicletta. Molte notizie arrivano confuse, qualcuno si é provato a seguire le tracce degli scontri, una scia di vetri rotti, frammenti di bottiglie, alettoni di candelotti lacrimogeni.
Alla stazione ci sono degli scontri, molti compagni sono chiusi dentro. Si riparte subito, quasi di corsa. Alla stazione ci sono molti autobus di traverso, un sacco di fumo, non si sa da che parte andare.
Gruppi di carabinieri e poliziotti si spostano velocemente sotto i portici, verso le due uscite. Ma i colpi che subito si sentono non sono dei candelotti. Ci sparano addosso con i moschetti, in tutta la piazza esplodono numerose bottiglie, si libera un’uscita. Io e altri due o tre ci mettiamo a gridare di buttarsi per terra, di strisciare verso le colonne. Uno studente, fuggito dalla stazione ha una crisi isterica: piange, tossisce, racconta che gli hanno sparato addosso con un mitra.
Dal fumo, reso piú spesso dai fari della stazione, si vede uscire piegato sulla bicicletta Maurizio, che agitando un braccio grida a chissá chi di non sparare. Un altro compagno in bicicletta si butta per terra sotto le schegge di muro sollevate da un colpo di moschetto.
Torniamo all’universitá solo quando siamo certi che tutti sono usciti dalla stazione. Si dice che qualcuno é stato arrestato. In Piazza Verdi affluiscono folti gruppi di compagni: siamo tutti stremati, assenti, scossi. Molti girano per la piazza chiedendo di questo e di quello, io chiedo di Sara, di Gigi, di altri amici e solo quando li vedo riesco a sentirmi addosso la stanchezza, la fame, la sete.
Tutti i bar sono chiusi, non c’é neache una fontanella per l’acqua. Molti entrano al “Cantunzein” e dopo un po’ girano pezzi di carne, frutta, bottiglie di vino.
Penso che non é giusto né sbagliato. Nessuno si diverte del saccheggio, si mangia e si beve per tenersi su. Non riesco a parlare con nessuno, non mi va di raccontare e di sentire racconti.
kossigaRiprendo a pensare a Francesco, alla morte, all’assenza, a me. La notte mi ha riportato la paura, gli scricchiolii delle porte. Ogni sigaretta sa di lacrimogeno.”