Posts contrassegnato dai tag ‘Città del Messico’

È  il 16 ottobre 1986. Tommie Smith e John Carlos, due  atleti statunitensi, che facevano parte dell’ Olympic Project for Human Rights , decisero di correre alle Olimpiadi nonostante molti altri atleti, appartenenti alla stessa organizzazione, avessero deciso di non partecipare a causa  dell’assassinio di Martin Luther King  (avvenuto il 4 aprile dello stesso anno). Smith arrivò primo (stabilendo il nuovo record mondiale dei 200 metri), Carlos terzo. Quel giorno in una città avvelenata da un massacro avvenuto  solo due settimane prima (Il massacro di Tlatelolco  il 2 ottobre 1968 ) fu reso uno degli omaggi più belli e significativi della storia delle lotte per i diritti umani.

 

Tommie Smith e John Carlos sul podio dei 200 metri alle Olimpiadi a Città del Messico con i pugni alzati, i guanti neri (simbolo del black power), i piedi scalzi (segno di povertà), la testa bassa e una collanina di piccole pietre al collo (“ogni pietra è un nero che si batteva per i diritti ed è stato linciato”). Con loro Peter Norman, un australiano che per solidarietà con i due atleti afro-americani indossò durante la cerimonia la coccarda dell’Olympic Project for Human Rights

Tommie Smith e John Carlos sul podio dei 200 metri alle Olimpiadi a Città del Messico con i pugni alzati, i guanti neri (simbolo del black power), i piedi scalzi (segno di povertà), la testa bassa e una collanina di piccole pietre al collo (“ogni pietra è un nero che si batteva per i diritti ed è stato linciato”). Con loro Peter Norman, un australiano che per solidarietà con i due atleti afro-americani indossò durante la cerimonia la coccarda dell’Olympic Project for Human Rights

La storia di questa foto, che rappresenta una delle più significative immagini del novecento raccontata con le bellissime parole di Gianni Mura:

Bisogna sforzarsi di non guardare i due a testa bassa, il pugno chiuso alzato in un guanto nero, calze nere e niente scarpe, sul podio. Bisogna concentrarsi sull’atleta di sinistra, bianco, lo sguardo dritto, le braccia lungo i fianchi.
Bisogna ricordare alcune cose, di quel 1968 perennemente associato al Maggio francese. Il 16 marzo il massacro di My Lai, il 4 aprile l’assassinio di Martin L. King, il 5 giugno tocca a Bob Kennedy. Aggiungiamoci il Biafra, i carri armati sovietici sulla primavera di Praga, la strage di piazza delle Tre Culture poco prima che cominci l’Olimpiade messicana.
Bisogna sapere che la finale dei 200 metri la vince Tommie Smith in 19”83 (primo a scendere sotto i 20”) davanti a Norman (20’06”) e Carlos (20’10”). Carlos parte forte, troppo forte. Smith lo passa a 30 metri dalla linea e corre gli ultimi 10 a braccia alzate. Norman ai 100 metri è solo sesto, viene fuori nel finale, supera Carlos negli ultimi metri. Bisogna sapere che nel ‘67 Harry Edwards, sociologo a Berkeley, voce baritonale, discreto discobolo, ha fondato l’Ophr, Olympic program for human rights. L’idea è che gli atleti neri boicottino i Giochi, ma è difficile da realizzare. Chi aderisce porta il distintivo, una sorta di coccarda, ed è libero di manifestare la sua protesta come crede. Smith e Carlos, accolti alla San José perché bravi atleti, a loro volta studenti di Sociologia, portano il distintivo e vogliono manifestare.
Bisogna anche avere un’idea sull’età dei tre sul podio. Tutti nati nel mese di giugno. Smith nel Texas, settimo di undici figli. Ha 24 anni. Suo padre raccoglie cotone. Norman è il più anziano, ha 26 anni, suo padre è macellaio, famiglia molto credente e vicina all’Esercito della salvezza. Carlos ha 23 anni, è figlio di un calzolaio, nato e cresciuto ad Harlem.
Appena giù dal podio la loro carriera sarà finita, bruciata, e la vita un inferno. Ma loro non lo sanno e, se lo sanno, non gliene importa.
Nel sottopassaggio che va dagli spogliatoi al podio Norman assiste ai preparativi dei due americani. Tutto è fortemente simbolico, dalla mancanza di scarpe (indica la povertà) alla collanina di piccole pietre che Carlos mette al collo (ogni pietra è un nero che si batteva per i diritti ed è stato linciato).
Smith e Carlos spiegano. E Norman dice: «Datemi uno dei distintivi, sono solidale con voi. Si nasce tutti uguali e con gli stessi diritti». Così anche Norman sistema la coccarda sulla sinistra della tuta. C’è un problema, Carlos ha dimenticato i suoi guanti neri al villaggio, mentre Smith ha con sé quelli comprati da Denise, sua moglie. «Mettetevene uno tu e l’altro tu», consiglia Norman. Così fanno. Smith alza il pugno destro e Carlos il sinistro.
 (Gianni Mura)

 

Mercoledì 2 ottobre 1968, Città del Messico

Nt-tlatelolco-massacre

L’oscurità genera la violenza
e la violenza ha bisogno di oscurità
per diventare crimine.
Per questo il due di ottobre attese la sera
perchè nessuno vedesse la mano che impugnava
l’arma, ma solo i colpi che sparò.
[Memorial de Tlatelolco di Rosario Castellanos]

La “Noche Triste” iniziò con un lancio di bengala. Quando la loro luce illuminò la notte, diecimila persone alzarono lo sguardo spaventate e cominciarono a correre.
Erano soprattutto studenti e, con loro, operai, lavoratori, uomini e donne, madri con i bambini in braccio, ragazzini ed anziani, tutti seduti a terra per partecipare all’assemblea indetta dagli studenti, che davano voce alla loro protesta. C’erano poi i venditori ambulanti, coloro che in piazza ci abitavano e quelli che, per curiosità, erano andati a “dare un’occhiata”.
Fino a quel momento l’atmosfera era stata abbastanza tranquilla, nonostante la massiccia presenza della polizia, dell’esercito e delle unità antiguerriglia urbana, che avevano organizzato un massiccio spiegamento di forze.
Gli interventi si stavano succedendo dalle 5 e mezzo del pomeriggio, il contingente operaio dei ferrocarrileros, con gli striscioni in appoggio alla lotta del Movimento Studentesco, era già entrato nella piazza fra gli applausi della folla e ormai si era fatto buio. Sul palco c’era Vega, uno studente dell’Istituto Politecnico nazionale, che comunicava indicazioni organizzative sulla marcia di protesta, che si sarebbe tenuta il giorno successivo, quando la notte divenne giorno. Un giorno cattivo e crudo alla luce dei bengala.
fr-sabra-et-shatilaLa gente spaventata aveva appena iniziato a correre, quando esplosero i primi spari. Una corsa inutile, perché tutte le uscite dalla piazza erano presidiate dalle forze armate. Il fuoco intensificò la sua potenza e, per 29 lunghissimi minuti fu l’inferno: fuoco serrato da tutti i lati e dall’alto di un edificio della Unidad de Tlatelolco, raffiche ininterrotte di mitragliatrici dai carri armati e dai blindati, che avanzavano impietosamente sulla piazza.
L’«Excélsior» di giovedì 3 ottobre 1968 scrisse: “nessuno vide da dove partirono i primi spari. Però la maggioranza dei manifestanti assicurano che i soldati iniziarono a sparare senza alcun preavviso[…]” e prosegue “Si calcola che parteciparono almeno 5000 soldati e molti agenti di polizia, quasi tutti in baiti civili. Come contrassegno avevano un fazzoletto avvolto nella mano destra. Così si identificavano l’un l’altro per non spararsi a vicenda […] il fuoco intenso durò 29 minuti. Poi gli spari decrebbero, senza però cessare […] l’esercito impedì di fotografare i corpi delle vittime rimaste sulla piazza”
Il massacro fu giustificato da tutti i settori governamentali, i più beceri con eclatanti dichiarazioni pubbliche, gli altri con un profondo silenzio complice. Nessuna voce ufficiale di protesta si levò contro la strage di Tlatelolco. I documenti ufficiali parlarono di 39 morti ma sulla piazza si seccò il sangue calpestato di centinaia di persone: studenti, uomini, donne bambini e anziani. Eduardo Galeano ha scritto: “il 2 ottobre 1968 a Tlatelolco le scarpe lasciavano impronte di sangue sul suolo”.
Su quel sangue nacque il gruppo armato “Liga 23 septiembre” e i movimenti guerriglieri che poi si rifugiarono nelle montagne del sud est. Il leader più conosciuto di quest’epoca fu Lucio Cabanas che con il suo gruppo sequestrò il governatore dello Stato del Guerrero. Uno dei primi rapimenti politici, fu risolto brutalmente dall’esercito nel 1974.
L’eco della strage fu enorme in tutto il mondo. Innumerevoli manifestazioni studentesche furono organizzate in Europa e negli Usa in solidarietà con gli studenti messicani.
1342083708385smith___carlosmediaMa gli echi internazionali del massacro, l’indignazione, le proteste, le manifestazioni in tutto il mondo non impedirono comunque la regolare apertura dei giochi olimpici, che iniziarono a Città del Messico il 12 ottobre 1968, dieci giorni dopo la strage di Tlatelolco.
Furono le olimpiadi più politicizate della storia, agli echi del massacro si unì la lotta dei neri americani, il cui momento più significativo fu il pugno alzato guantato di nero (simbolo della lotta delle Black Panters) di Tommie Smith e John Carlos immobili sul podio dei vincitori.