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Un fiammifero per penna
sangue versato in terra per inchiostro
l’involto di una garza dimenticata per foglio.
Ma cosa scrivo?
Forse ho solo tempo per il mio indirizzo.
Strano,l’inchiostro s’è coagulato
Vi scrivo da un carcere in Grecia
Carcere militare di Boiati – isolamento 5 giugno 1971  – Era un sabato scrissi questa poesia subito dopo esser stato selvaggiamente picchiato
(Alexandros Panagulis, Prigione militare di Boiati “Vi Scrivo da un Carcere in Grecia”, 1971)

panagulis

Alexandros Panagulis nacque ad Atene il 2 luglio 1939. Figlio di Atena e Basilio Panagulis, colonnello dell’esercito greco. Studente di ingegneria al Politecnico e membro del Comitato centrale della Federazione giovanile del partito “Unione di Centro”, fondatore e capo di “Resistenza Greca”. Partecipò attivamente alla lotta per il ritorno alla democrazia e contro il regime dei colonnelli. Disertore dopo il colpo di stato di Papadopulos, il 13 agosto 1968 fu autore di un attentato contro il dittatore. Fu arrestato, seviziato e condannato a morte: pena da lui stesso sollecitata durante il processo.
La sentenza a morte non venne mai eseguita: forse per paura che la sua morte lo trasformasse in un eroe, simbolo della lotta contro il Potere, della lotta contro il tiranno. Ma simbolo lo divenne comunque, anche da vivo.

Durante l’arresto Alexandros rifiutò di cooperare con la giunta e fu vittima di atroci torture sia fisiche sia psicologiche. Evase dalla prigione di Bogiati (S.F.B.) il 5 giugno 1969 ma fu presto di nuovo catturato e condotto provvisoriamente al campo di Goudi. Infine fu destinato ad un esilio solitario a Bogiati, dal quale tentò varie volte di evadere senza risultato.
Trascorse cinque anni rinchiuso in una cella di un metro e mezzo per tre, poi Papadopulos gli concesse la grazia. Una volta caduta la Giunta, fu eletto come deputato in Parlamento: ma la sua lotta contro il Potere non era ancora finita: perché in Grecia non si poteva ancora parlare di democrazia. Non dava requie a nessuno, meno che mai al ministro della di Difesa Averoff: uomo che col passato regime aveva tenuto rapporti non chiari.
Alekos sapeva che esistevano documenti in grado di provare l’ex collaborazionismo del ministro, ma due giorni prima della presentazione in Parlamento di quei documenti (1 maggio 1976), rimase ucciso in un incidente automobistico.
Difficile pensare ad una semplice coincidenza. Ai suoi funerali partecipò un milione e mezzo di persone.

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firmaComunista!

Voglio dirti due parole:

che tu sia segretario del Comitato centrale

o un semplice iscritto,

che tu sia al potere o incatenato in un carcere,

è necessario che Lenin, come vivo,

possa entrare nel tuo lavoro, nella tua famiglia ,

entrare nella tua vita,come se fosse la sua.

Nâzım Hikmet 1956           

939298bef193a4f3b991557ad9fe80d5c80c6f50572673c0e10c8f4cIl 30 settembre del 1977  Walter Rossi, militante comunista di Lotta Continua, veniva assassinato a colpi di pistola da un gruppo di fascisti usciti da una sede del MSI in viale Medaglie d’Oro, favorito dalla presenza di un blindato della polizia, che li precedeva.
Walter Rossi stava effettuando insieme ad altri compagni un volantinaggio di protesta, per le aggressioni subite nei giorni precedenti da alcuni militanti e simpatizzanti della sinistra nei quartieri del municipio ed il ferimento, la sera prima a Piazza Igea, della compagna Elena Pacinelli.

Dopo una serie di indagini bluff, come è logico aspettarsi che siano le indagini svolte dai servi dello stato, la vicenda giudiziaria fu definitivamente chiusa nel 2001 con l’incriminazione di tre compagni di Walter per falsa testimonianza.

Oggi, a quasi 40 anni da quella tragica data, che ha segnato la vita di tutti noi, che allora c’eravamo, scrivo queste righe non certo per chiedere giustizia alle istituzioni, non riconosco loro questo potere, né mi aspetto una verità che questo stato sempre più autoritario, razzista, con la sua pseudocultura neofascista, in aperta ostilità verso chiunque lotti contro l’omologazione per rivendicare una trasformazione del presente che sia contrapposta al profitto del capitale che sfrutta e specula sulle nostre vite e sui nostri territori.

Sappiamo bene che Walter fu ucciso per mano dei neofascisti del MSI, di Almirante, Fini e Alemanno, con la copertura della polizia di stato. L’assassino, Cristiano Fioravanti, vive ancora oggi sotto protezione dello stato. Furono i fascisti ad uccidere e un nome per me vale l’altro, tutti nemici tutti da eliminare.

Scrivo perché Walter continui a rimanere vivo … CHI HA COMPAGNI NON MUORE MAI
http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/2760-30-settembre-1977-i-nar-uccidono-walter-rossi

CARLO GIULIANI“Gli sbirri hanno ammazzato un ragazzo in Piazza Alimonda!” Questa frase, che incombeva come un mantello nero su noi che eravamo in Piazzale Kennedy in quel maledetto torrido pomeriggio di venerdì 20 luglio 2001, avrebbe dovuto essere un orrore già sufficiente per i nostri cuori … avrebbe dovuto … invece era solo l’inizio, perché Carlo è stato ucciso ancora più e più volte, con le calunnie, con le menzogne, con gli abusi sul suo corpo inerme, con le frasi del cazzo pronunciate dalla ” gente perbene”, quella che ama ordine e disciplina: “Sì, è triste che sia morto un ragazzo, ma in fondo stava per lanciare un estintore…”, “il padre e la madre mi fanno pena ma il loro figliolo non era un santo, era un teppista aveva il passamontagna”.

L’orrore dei giorni di Genova non ha trovato il suo apice nell’assassinio di Carlo, ancora più atroce è stato il complice accettare (magari anche criticamente ma che conta?) le versioni ufficiali della camionetta isolata e  del teppista con l’estintore come fossero verità. Una complicità trasversale che alimenta l’ignoranza e che da un lato seda l’indignazione delle “anime belle” (in fondo un teppista morto e dei poveri sbirri indifesi che sparano per paura sono quasi accettabili no?) e dall’altro contribuisce a costruire quel recinto di ignoranza con cui il regime ci sta intrappolando giorno dopo giorno in una politica condotta sull’orlo dell’annientamento, la cui “soluzione finale” non è Auschwitz ma la resa definitiva del pensiero, della speranza, della rabbia, della rivolta.

Allora il miglior modo per ricordare Carlo oggi è ricordare a tutti la verità sulla sua morte, svelare tutto ciò che gli hanno fatto quando era ancora vivo, dopo che la camionetta lo aveva investito; svelare  L’orrore in Piazza Alimonda (leggi). Guardare «La trappola», il documentario prodotto nel 2006 da il Comitato “Piazza Carlo Giuliani”, che, detto con le parole di chi lo ha prodotto, “ricostruisce l’uccisione di Carlo e le violenze efferate compiute sul suo corpo, partendo da tutto ciò che deve essere considerato causa e premessa dell’omicidio

Guardiamolo tutto, senza chiudere gli occhi e poi andiamo a rispondere a chi domani andrà alla manifestazione promossa dal Coisp in tutta Italia per chiedere la rimozione della targa in ricordo di Carlo in Piazza Alimonda, pardon in PIAZZA CARLO GIULIANI.

 

vedi anche: GIAP: “Tu che straparli di Carlo Giuliani, conosci l’orrore di Piazza Alimonda?” (un consiglio: non limitatevi a leggere l’articolo, proseguite a leggere i commenti)

 

 

Fausto e Jaio: chi ha compagni non muore mai!

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L’esecuzione
Milano, 18 marzo 1978. Tardo pomeriggio. Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci detto Iaio, diciannove anni, sono due amici  inseparabili: due ragazzi impegnati a sinistra,frequentano il centro sociale Leoncavallo. Negli ultimi mesi fanno parte di un gruppo di giovani che lavorano ad un dossier sullo spaccio di eroina a Milano. Non sono militanti di partiti politici. Spesso di sabato si recano a casa di Fausto dove la madre Danila prepara la cena. L’appuntamento è alle 19,30 alla Crota piemunteisa di via Leoncavallo, proprio davanti al centro sociale. Fausto raggiunge il locale intorno alle 19. Nella sala biliardo sono presenti tre giovani mai visti prima. Lo confermano alcuni testimoni. Lorenzo arriva alle 19,35, in ritardo di pochi minuti. Alle 19,45, Fausto e Lorenzo escono dal locale, attraversano la strada e a piedi si incamminano lungo via Lambrate. Il tragitto è breve, trecento metri. I due ragazzi si trovano ora in piazza…

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FIRMAFinito il baraccone, le mimose sono state tutte consegnate, le pizze mangiate e qualche strip sicuramente è stato fatto. Le donne sono state festeggiate!
Ma non è per questo che scrivo oggi, già ho spiegato cosa è per me il 8 marzo e, sebbene a modo mio, già ho reso il tributo necessario alle lotte della donna nella società capitalistica ed a questa giornata che si perde tra le tante date che sono marchiate a fuoco sul mio cuore.
Sì perchè marzo è pieno di anniversari, la maggior parte dei quali terribili ed angoscianti.

Quando penso al mese di marzo penso ai compagni che mi hanno rubato, a Francesco, la cui corsa è stata fermata da un proiettile sparato da un carabiniere in via Mascarella il 11 marzo 1977; ad Annamaria Ludmann, a Lorenzo Betassa, a Piero Panciarelli, a Riccardo Dura, massacrati dagli sgherri di Carlo Alberto Dalla Chiesa in via Fracchia a Genova il 28 marzo 1980; a Dax, ucciso da fascisti a Milano il 16 marzo 2003; a Pedro, ucciso dalla polizia a Trieste il 9 marzo 1985; all’arresto di Sole, Baleno, e Silvano Pellissero il 5 marzo 1998 ed alla morte di Baleno il 28 marzo successivo; a Giangiacomo Feltrinelli sotto il traliccio il 14 marzo 1972; a Fausto e Iaio assassinati dai fascisti a Milano il 18 marzo 1978. Ai tanti, troppi compagni, così tanti che fermo qui l’elenco e racchiudo in questi nomi tutti i cuori che ci hanno rubato.

Quando penso al mese di marzo penso al 30 marzo, la giornata in cui, ogni anno la Palestina e il suo popolo celebrano e festeggiano la giornata della terra per ricordare i palestinesi che sono stati uccisi nel difendere il diritto di vivere nella propria terra e per lottare e portare avanti la resistenza contro il continuo furto di terre e il trasferimento forzato della popolazione araba, contro lo stato d’assedio, il muro dell’Apartheid, la continua perpetrazione di crimini contro l’umanità ai danni di civili arabi.

«Que le bonheur humain par le sang acheté, Tous nos vils oppresseurs seront réduits en cendre Et que ce monde, enfin, aura l’Egalité»

«Que le bonheur humain par le sang acheté, Tous nos vils oppresseurs seront réduits en cendre Et que ce monde, enfin, aura l’Egalité»

Quando penso al mese di marzo penso alla bandiera rossa, che sventola sull’Hotel de Ville a Parigi il 18 marzo 1871, al primo governo rivoluzionario popolare e operaio ed ai suoi martiri «Parigi operaia, con la sua Comune, sarà celebrata in eterno come l’araldo glorioso di una nuova società. I suoi martiri hanno per urna il grande cuore della classe operaia. I suoi sterminatori, la storia li ha già inchiodati a quella gogna eterna dalla quale non riusciranno a riscattarli tutte le preghiere dei loro preti». (Karl Marx, La guerra civile in Francia, Londra, 30 maggio 1871)

Quando penso al mese di marzo penso al marzo di fuoco dei grandi scioperi nel 1943, il «risveglio operaio» contro il regime, la guerra, la fame in fabbriche militarizzate, dove scioperare poteva costare il tribunale speciale e la galera.

Penso, penso, penso … ma credo sia meglio smettere di pensare … «Un gruppo di compagni decide di agire, di svegliarsi dal letargo, di smetterla con il radicalismo verbale, con le discussioni su una strategia che perdono sempre più di significato…»

DEDICATA A TUTTI I COMPAGNI CHE LOTTANO.34075_1481690491323_1505665007_1201278_2566066_n

Che tristezza per coloro che accettarono
Di essere gli ingranaggi di una macchina
Credendo che fosse la loro voce
I monotoni rumori della macchina

Che orrore quando vedo
mani senza testa muovere la macchina
con movimenti ritmici, gli stessi,
che una voce di altri comanda

Che inaudito schifo
osservare occhi e bocca
di chi per conto di altri parla e guarda
anche loro ingranaggi della macchina

Che odio infinito
per chi uccide con mani altrui
quando con carne costruisce ingranaggi
scavando una fossa per la vita

Che amore, culto, ammirazione
verso coloro che si battono sempre
perché scoprano voce gli ingranaggi
e nella vita trovino uno scopo

( Luglio 1971)

images (2)Avevo un figlio Valerio, che riempiva la nostra vita e me lo hanno ammazzato. È caduto sul divano in quell’angolo, aveva la testa dove adesso c’è quel gattino di pezza. Sono stati i fascisti, forse per vendetta perché Valerio faceva parte di Autonomia o forse per paura. Valerio era un loro nemico giurato, stava raccogliendo un dossier sui fascisti del quartiere, chissà ? Ma da quel giorno viviamo con uno scopo, scoprire la verità su nostro figlio. Dare un nome ai tre assassini che ce l’ hanno ucciso davanti agli occhi. Se la sua morte rimarrà un mistero. Mio figlio sarebbe ucciso per la seconda volta ” Carla Verbano
Dal 2013 Carla non è più con noi in questo giorno di ricordo e di rabbia, spetta solo a noi ora il compito di tenere vivo Valerio. Chi ha compagni non muore mai

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VALERIO ERA UN RAGAZZO, UN GIOVANE MILITANTE CON LE IDEE CHIARE CHE È STATO BARBARAMENTE UCCISO IN CASA SUA DA UN MANIPOLO FASCISTA. VALERIO, COMUNISTA, ANTIFASCISTA, RIVOLUZIONARIO CONTINUA A VIVERE IN OGNI LOTTA, IN OGNI RISATA, IN OGNI  COMPAGNO, CHE ALZA LA TESTA E COMBATTE CONTRO QUESTO PRESENTE REAZIONARIO, FASCISTA E RAZZISTA .

LO HANNO UCCISO IL 22 FEBBRAIO 1980 A 19 ANNI. Il giorno dopo io avrei compiuto quegli stessi 19 anni e questo ha creato per me una specie di debito permanente nei confronti di Valerio, che mi ha portato ad essere, o perlomeno a cercare di essere, fedele al senso più profondo e vero del significato di “essere una compagna”

 

Il fatto:
“Siamo amici di suo figlio e vorremmo parlargli”. Il 22 febbraio del 1980 a Roma tre ragazzi armati e con il volto coperto fanno irruzione in casa Verbano, al quarto piano di Via Montebianco 114 al quartiereMontesacro. Legano e imbavagliano il padre e la madre e attendono l’arrivo del loro unico figlio Valerio, 18 anni, attivista di Autonomia Operaia, che in quel momento è ancora a scuola. Ai genitori dicono che devono solo fare delle domande a Valerio, vogliono sapere dei nomi. Sono le ore 13 circa. Passano 50 minuti, durante i quali gli assassini rovistano nella camera da letto di Valerio, 50 minuti in cui la madre spera che il figlio faccia un incidente con la vespetta e non rientri a casa. Ma Valerio torna. Appena apre la porta i genitori sentono i rumori di una colluttazione, le grida del figlio e uno sparo soffocato. I tre assassini scappano di corsa per le scale, quasi subito accorrono i vicini che slegano i genitori e soccorrono Valerio, ma ormai non c’e’ più niente da fare, l’unico proiettile e’ entrato nella spalla sinistra, dall’alto verso il basso e ha reciso l’aorta uccidendo il ragazzo. Nella fuga i banditi lasciano un paio d’occhiali da sole, un bottone, una pistola con silenziatore e quasi inspiegabilmente un guinzaglio per cani. L’omicidio di Valerio Verbano è uno dei grandi enigmi degli anni di piombo. Un assassinio dalle mille ipotesi rivendicato sia da destra che da sinistra, che apre squarci improvvisi su anni inquieti e che rimane ancora oggi insoluto. “ Molti sono stati i pentiti di destra e di sinistra che hanno cercato di ricostruire le dinamiche che avvenivano in quegli anni. Solo alcuni omicidi non hanno trovato una paternità nonostante le numerose confessioni rese da moltissime persone e tra i pochissimi quello di Valerio Verbano” (Antonio Capaldo, magistrato).

Le rivendicazioni:
Lo stesso giorno dell’omicidio arrivano due rivendicazioni la prima è di una formazione di sinistra “Gruppo Proletario Rivoluzionario Armato” che afferma di aver ucciso Verbano perchè è una spia, un delatore, un “servo della polizia” anche se dicono “è stato un errore, volevamo solo gambizzarlo”. Un’ora dopo verso le 21 arriva una seconda rivendicazione dei “Nuclei Armati Rivoluzionari, avanguardia di fuoco” (NAR), la sigla di punta dell’estrema destra: “Abbiamo giustiziato Valerio Verbano mandante dell’omicidio Cecchetti. Il colpo che l’ha ucciso è un calibro 38. Abbiamo lasciato nell’appartamento una calibro 7.65. La polizia l’ha nascosta”. In tarda serata arriva un’altra telefonata del Movimento Popolare Rivoluzionario, una formazione di destra. Il giorno dopo arrivano le smentite la prima è del “Gruppo Proletario Rivoluzionario Armato” con un volantino, poi quella dei NAR: “Non avevamo nessun interesse a suscitare una guerra tra movimenti rivoluzionari”. Un altro volantino recapitato verso mezzogiorno, sempre dei NAR (“comandi Thor, Balder e Tir”), non parla esplicitamente di Verbano ma del “martello di Thor che ha colpito a Montesacro”. Dieci giorni dopo compare un altro volantino a Padova ancora a firma NAR che smentisce categoricamente qualsiasi coinvolgimento nel delitto Verbano. Ma per gli inquirenti la rivendicazione più probabile è la prima telefonata dei NAR, che fa a riferimento al calibro 38. Quando arrivò quella telefonata infatti non c’era ancora la conferma del medico legale sul calibro che aveva ucciso Valerio. Come potevano saperlo’ Valerio Valerio era figlio unico, si interessava di politica, ma in casa, ricorda la mamma Carla , non se ne parlava mai. I genitori non erano dunque a conoscenza del coinvolgimento e del grado d’impegno di Valerio. Il rapporto in casa era comunque tranquillo Valerio studiava, usciva con gli amici, aveva la sua fidanzata: un ragazzo normale come tanti. La militanza politica di Valerio Verbano comincia nel 1975 al liceo scientifico Archimede sezione D. Una militanza attiva che non evita lo scontro fisico e diretto con l’avversario. Valerio va in palestra pratica il judo e il karate dall’età di otto anni. I suoi interessi comprendono anche la musica: i Beatles i Pink Floyd e la Roma, la sua squadra, una vera fissazione. La fotografia è una sua altra grande passione che metterà presto al servizio del suo impegno politico. Ma il 20 aprile 1979 lo arrestano, viene sorpreso in un casolare abbandonato insieme a quattro amici mentre fabbricano ordigni incendiari. Le istruzioni sono contenute nel libro Il sangue dei Leoni edito da Feltrinelli nel 1969, un manuale di guerriglia urbana molto diffuso all’epoca. Nella perquisizione della sua stanza gli agenti trovano anche una pistola: una berretta 765 con la matricola limata. I genitori cascano dalle nuvole quando vedono la pistola. “Le armi all’epoca giravano, ne giravano parecchie, era facile procurarsele. Era difficile non accorgersene” ricorda un amico. Valerio sconta sette mesi a Regina Coeli. Quando entra in carcere ha diciotto anni e due mesi, è forse il detenuto più giovane di tutto il carcere romano. Il Dossier di Valerio Durante la perquisizione gli agenti trovano infatti anche una grande quantità di materiale, un archivio con centinaia di foto e nomi di militanti dell’estrema destra romana. Un lavoro iniziato nel 1977 quando Valerio aveva soltanto sedici anni. Valerio aveva formato il collettivo autonomo dell’Archimede, un gruppo che si specializza, ricorda un amico : “ nella controinformazione,documentavamo, fotografavamo..…eravamo organizzati come un piccolo servizio segreto, nel nostro piccolo estremamente efficiente. Ci avvicinavamo a manifestazioni dell’estrema destra o ai loro luoghi di ritrovo. Scattavamo foto e poi cercavamo d’identificarli…veniva fatta la raccolta di tutti gli articoli di giornale che parlavano dell’estrema destra, degli arresti. Avevamo un archivio fotografico e uno storico con tutti i fatti dell’estrema destra e degli informatori infiltrati negli ambienti dell’estrema destra. Tutto finiva in un quaderno in cui venivano catalogate tutte queste persone…in quel momento c’era la sensazione che ci potesse essere da un momento all’altro un colpo di stato della destra in Italia. Quindi ci si doveva preparare a contrastarlo in qualche maniera. Avevamo l’esempio del Cile, dell’Argentina. I dati servivano se succedeva qualcosa”. Dell’esistenza di questo “dossier” è a conoscenza, e probabilmente lo ha tra le mani, anche un giudice che indaga sull’eversione nera, Mario Amato. Il giudice Amato morirà per mano dei NAR il 23 giugno 1980 a Roma in Viale Jonio a pochi passi dall’abitazione di Valerio Verbano. Roma: i quartieri Montesacro e Trieste La Roma di quegli anni è una città dura e violenta dove ogni giorno si scontrano ragazzi di destra e di sinistra armati e pronti allo scontro. I quartieri su cui ruota questa storia e anche molte altre di quel tragico periodo sono due: Montesacro, zona rossa per eccellenza e Trieste roccaforte dei giovani di destra di Terza Posizione, nel mezzo quasi a segnare una divisione ideologica e geografica scorre un piccolo fiume l’Aniene, affluente del grande Tevere. Ci si accanisce contro le sezione dei rispettivi partiti di riferimento: PCI e MSI. Centinaia di azioni intimidatorie da l’una e l’altra parte per il controllo del territorio, per non permettere al nemico di prevalere. All’interno di questi confini dal 1976 al 1983 si consumano ben nove omicidi a sfondo politico: Vittorio Occorsio magistrato, 45 anni, 10 luglio 1976, ore 8.15, via Mogadiscio; Stefano Cecchetti, studente, 19 anni, 10 gennaio 1979, ore 19.30, Largo Rovani ; Francesco Cecchin, 17 anni, studente, 28 maggio 1979, ore 24, Via Montebuono ; Valerio Verbano studente, 18 anni, 22 febbraio 1980 ore 14.00, via Montebianco; Angelo Mancia, fattorino, 27 anni, 12 marzo 1980, ore 8, Via Federico Tozzi; Franco Evangelista, appuntato di Polizia, 37 anni, 28 maggio 1980 ore 8.10, Corso Trieste; Mario Amato, 42 anni, magistrato, 23 giugno 1980, ore 8.00, Viale Jonio; Luca Perucci, studente, 18 anni, 6 gennaio 1981 ore 17.15, Via Lucrino; Paolo di Nella, studente, 20 anni, 2 febbraio 1983, ore 22.45, Viale Libia. Le indagini Gli inquirenti sembrano partire con il piede giusto. Un vicino di casa ha visto quei ragazzi, viene costruito un identikit. Afferma anche di aver visto Valerio parlare proprio a quei ragazzi il giorno prima dell’omicidio davanti alla sala giochi. Ma questa preziosa testimonianza verrà poi ritrattata, l’uomo telefona al padre di Valerio e si scusa: “Mi dispiace, ho un figlio di quindici anni…”, forse è stato minacciato. Dopo poco tempo comunque cambia casa e se ne va dal quartiere. Il padre di Valerio Sardo Verbano, comunque non ha intenzione di aspettare gli eventi: è un assistente sociale che lavora per il Ministero degli Interni e pochi mesi dopo la morte del figlio decide di svolgere delle indagini in proprio. Nasce così una sorta di memoriale in cui fa tre ipotesi precise sulla morte di suo figlio Valerio. La prima ipotesi Un primo possibile movente, scrive Sardo, potrebbe essere legato allo scontro avvenuto il 19 settembre 1978 a Piazza Annibaliano al quartiere Trieste tra quattro autonomi e un gruppo di Terza Posizione facente parte dei Nar e della cosiddetta “Legione”. Valerio per difendere un compagno aggredito ferisce con una coltellata un ragazzo di destraNanni De Angelis . Valerio riceve una martellata nel petto. Dopo la colluttazione tutti fuggono, ma rimane a terra la borsa di tolfa di Valerio. Secondo Marcello de Angelis, il fratello di Nanni, in quella borsa non c’era nulla che potesse far risalire al proprietario: solo un goniometro e una penna. Secondo la madre di Valerio c’erano i documenti del figlio e così gli aggressori hanno potuto sapere chi era e dove abitava. Il padre di Valerio dopo l’assassinio chiede un incontro con Nanni De Angelis, che accetta, dal dialogo i genitori si convincono che De Angelis non abbia nulla a che fare con la morte di Valerio. La seconda ipotesi Un altro movente che ipotizza il padre Sardo è legato a quel dossier che Valerio stava preparando sui NAR, Terza Posizione e sull’estrema destra romana. Forse vennero a sapere del dossier dopo l’arresto di Valerio nel 1979. Riapparso e poi scomparso, che cosa ci fosse in quel dossier e che importanza avesse per la destra eversiva non è ancora chiaro. Degli appunti di Valerio Verbano restano solo delle fotocopie, l’originale è stato sequestrato dagli inquirenti nel 1979 al momento dell’arresto, poi è scomparso. Dalle poche fotocopie fatte dalla Digos è possibile comunque ricostruire una mappa della Destra a Roma. Un materiale prezioso che avrebbe potuto portare gli inquirenti sulla pista giusta. Nel 1981 nell’ambito delle indagini sulla strage di Bologna vengono fuori quasi per caso delle informazioni interessanti anche per il caso Verbano. A parlare è Laura Lauricella, compagna di un personaggio di spicco dell’estrema destra di quel periodo Egidio Giuliani. LaLauricella decide di parlare tra le cose che racconta fa riferimento a un silenziatore che il Giuliani avrebbe dato all’assassino di Verbano. Lo scambio avvenne al poligono di Tor di Quinto a Roma, dove molti neofascisti si incontrano. La Lauricella racconta che Giuliani le avrebbe confidato che lui stesso aveva costruito quel silenziatore e che lo avrebbe dato a un ragazzo che quel giorno sparava vicino a lui . Quel ragazzo è RobertoNistri membro di spicco di Terza Posizione. Il giudice Claudio d’Angelo che indaga sull’omicidio Verbanointerroga sia Nistri che Giuliani entrambi negano ogni addebito e chiedono un confronto con la Lauricella, ma quel confronto non ci sarà mai. Il 30 settembre 1982 Walter Sordi, ex terrorista dei Nar pentito, fa nuove rivelazioni sul delitto Verbano dice di aver raccolte le confidenze di un altro esponente dei Nar Pasquale Belsito : “ fu Belsito a dirmi che a suo avviso gli autori dell’omicidio Verbano erano da identificarsi nei fratelli Claudio e Stefano Bracci e in Carminati Massimo. Il 25 gennaio 1984 nell’unico interrogatorio a cui è sottoposto Claudio Bracci nega ogni addebito e smentisce di conoscere Pasquale Belsito. In ottobre MassimoCarminati rilascia identiche risposte. Ai pentiti e ai collaboratori si unisce anche Angelo Izzo, detenuto dal 1975, per i fatti del Circeo. Izzo afferma di aver raccolto in carcere le confidenze di Luigi Ciavardini, militante di terza Posizione poi passato a i Nar. “Luigi Ciavardini mi disse che l’omicidio era da far risalire a militanti di Terza Posizione, mi disse che il mandante era sicuramente Nanni de Angelis, per quanto riguarda gli esecutori mi disse che sicuramente si trattava di componenti del gruppo capeggiati da Fabrizio Zani. Solo un pasticcione come Zani poteva perdere la pistola durante la colluttazione con Verbano”. Ma anche le parole diIzzo non trovano nessun riscontro. Da tutta questa serie di pentiti non uscirà nessun elemento concreto tutti gli indiziati verranno prosciolti nel 1989, l’inchiesta è chiusa. La terza ipotesi Il padre di Verbano indica anche un altro possibile movente : “ nei giorni precedenti al suo assassinio, mio figlio Valerio, potrebbe essere venuto a conoscenza di un gruppo composto da autonomi e neofascisti che svolgevano traffici di armi e droga. Questo gruppo venuto a conoscenza che Valerio indagava su di loro avrebbe inviato i tre assassini per interrogare Valerio e sapere quali nomi e fatti conoscesse”. Nel memoriale Sardo Verbano scrive un nome che è la perfetta sintesi di questa alleanza criminale tra rossi e neri, si tratta di Marco Guerra , un informatore di Valerio. Sentito dal giudice il 20 marzo del 1987, Marco Guerra dichiara: “All’epoca dl delitto Verbano facevo parte di un gruppo di giovani che si riconoscevano nel Movimento Comunista rivoluzionario, fino al 1978 avevo militato nella destra extraparlamentare, ma poi confluimmo nel movimento comunista rivoluzionario”. Prima di aderire all’estrema sinistra Marco Guerra frequenta il gruppo di estrema destra capeggiato da Egidio Giuliani e Armando Colantoni. Secondo gli investigatori questo gruppo avrebbe tentato un approccio con formazioni del terrorismo rosso per esaminare la possibilità di una strategia comune. Questa terza ipotesi non è stata mai presa in considerazione e non c’è comunque nessuna prova che Valerio Verbano sia stato ucciso da un gruppo misto rosso e nero, uniti per eliminare un ragazzo troppo curioso che forse aveva scoperto troppo. Un altro elemento…trascurato dagli inquirenti. Il 28 maggio del 1980 tre mesi dopo l’omicidio Verbano un commando dei NAR uccide Franco Evangelista, detto “Serpico“, agente di guardia davanti al liceo Giulio Cesare. Da queste indagini esce un elemento che potrebbe essere significativo anche per l’omicidio Verbano . Durante le indagini finisce nella rete un ragazzino di sedici anni Elio De Scala, soprannominato “Kapplerino”, nella sua abitazione viene trovato un vero e proprio arsenale: tre pistole , dieci silenziatori centinaia di pallottole, sul comodino le chiavi di un auto rubata usata per due sanguinose rapine. Ma c’è un elemento che non quadra: la rivendicazione di quelle due rapine sono firmate dai NAR, ma la rivendicazione del furto di quell’automobile era stata firmata dalla sigla “Proletari Organizzati. Gruppo Valerio Verbano” in un linguaggio intriso del linguaggio dell’estrema sinistra. Il gruppo “Proletariiorganizzati” scrivono i giornali è una sigla per depistare le indagini. E’ una novità che potrebbe gettare luce sul delitto di Via Montebianco. Eppure non si muove nulla, non ci sono indagini mirate, interrogatori nel fascicolo dell’istruttoria non c’è alcun riferimento. La lettera della madre di Valerio a Pasquale Belsito Ma la madre di Valerio non si arrende ancora, ha deciso di scrivere all’ultimo irriducibile dei Nar Pasquale Belsito, arrestato nel 2001 in Spagna e estradato in Italia nel 2005, per chiedergli aiuto: “ Durante questi anni non ho mai perso la speranza di poter conoscere la verità sull’omicidio di mio figlio, mi rivolgo a lei Pasquale Belsito perché ha conosciuto e frequentato gli ambienti di estrema destra: Nar, Terza Posizione. Chi meglio di lei conosce la storia di quel particolare momento. Lei ha oggi quarantaquattro anni, gli stessi che avrebbe il mio Valerio, è in carcere da quasi quattro anni e mezzo, non so quanta pena debba scontare complessivamente, credo però che ne passeranno molti prima che possa riprendere la sua vita. Spero che lei sappia qualcosa e che abbia voglia di raccontarlo a una madre in cerca della verità. Non voglio vendetta ma solo giustizia, quella che è stata negata fino ad ora dal silenzio assordante che ha coperto l’assassinio di mio figlio. Credo che la decisione di raccontare le cose come stanno potrebbe portare sollievo anche a lei”. (Pina Carla Verbano).

 

images (3)“Prima di morire vorrei che l’assassino suonasse ancora alla mia porta. Vorrei che, prima ancora di dirmi buongiorno, mi dicesse: “Io sono l’uomo che ha ucciso suo figlio”. Lo farei entrare e gli parlerei. Prima di morire vorrei capire. Adesso ho quasi 86 anni e vorrei conoscere tutto di quell’esecuzione. […]
Quasi ogni notte sogno di essere in strada con Valerio, in un viale alberato: mezzogiorno, estate, una giornata caldissima.
C’è una fontanella e lui s’avvicina. Alcune volte è più altro della fontanella, altre più basso. Ma sempre, per arrivare all’acqua si sporge e poco dopo si scioglie, Valerio, diventa liquido e scompare giù, nella bocca della fontanella.
Quando mi sveglio, ogni mattina da trent’anni, voglio solo una cosa: scendere nella bocca della fontanella.”
da “Sia folgorante la fine” di Carla Verbano con Alessandro Capponi, Rizzoli 2010“

Compagno sembra ieri
eppure ne è passato di tempo
da quando si stava insieme
a ridere cantare bere ed era bello
vivere insieme in piazza e all’osteria
avere un cuore solo una sola allegria
un unico ideale piazzato lì davanti
giorno e notte convinti di far cose importanti
amici da star male l’un verso l’altro attenti
forti, comprensivi fiduciosi e contenti

Cos’è successo poi della nostra allegria
forse il grigio del tempo ce l’ha portata via
o forse è la ragione che ha preso il sopravvento
schiantandoci la testa col senso di sgomento
che vien dall’affrontare le beghe quotidiane
e la lotta personale per un pezzo di pane
lasciandoci sperduti in questo mare di merda
aggrappati a un’ideale che non vuoi che si perda

Sì, compagno ne è passato di tempo e sembra ieri
eravamo uno solo persino nei pensieri
la riunione a sera la notte al ciclostile
il volantino all’alba tutti a distribuire
e insieme nella piazza contro la polizia
portavamo la nostra rabbia, sì ma anche la nostra allegria
e lavolontà di vivere diversi dai borghesi
e passavano i giorni e passavano i mesi

E son passati gli anni e quella nostra rabbia
siamo riusciti quasi a rimetterla in gabbia
ci son riuscito quasi anch’io e non so il perchè
spiegatemelo voi, voi più bravi di me
che avete letto Marx tra i libri di famiglia
mentre io non so-non so cosa mi piglia
quando vedo mia madre che si trascina appena
fare i conti con niente per preparar la cena

“Non è più il ’68, Masi, c’è l’organizzazione
bisogna che ti entri dentro a questo testone”.
Ma dico io se non tieni conto del cuore della gente
partito o non partito non me ne frega niente.
Compagni tutti e subito e guai a chi lo nega
io del processo storico forse non capisco una sega
ma sento il ’68 che ritorna attuale
compagni tutti e subito se no finisce male

Qui finisce che siccome la strada è tortuosa
c’è chi si perde subito e c’è anche chi riposa
dicendo compagni, il socialismo si farà dopo il potere
e ci nasconde una rinunzia che non vuol far sapere
Non è più il ’68, lo so, ma a maggior ragione
vivere da compagni almeno a noi si impone
o quando arriveremo forse un giorno al potere
io non so se il socialismo lo sapremo vedere.

PINO MASI – Compagno sembra ieri
AA.VV., Avanti popolo – Due secoli di popolari e di protesta civile, Roma, Ricordi, 1998

Il 14 gennaio 2013 moriva da prigioniero Prospero Gallinari. Per ricordarlo oggi, dopo due anni, voglio pubblicare il saluto a lui scritto da Salvatore Ricciardi, suo compagno di organizzazione e di carcere

contromaelstrom

ProsperoStanotte (14 gennaio 2013) è morto Prospero Gallinari.

Una vita dedicata alla lotta di classe rivoluzionaria. Un compagno, un amico, un fratello per me e per quelle compagne e quei compagni che con lui hanno lottato, condividendo un percorso scabroso e difficile, mettendo in gioco la propria esistenza, per raccogliere e rilanciare la spinta rivoluzionaria che proveniva dal cuore stesso della classe operaia: le grandi fabbriche e le periferie metropolitane.

Ciao Prospero! Oggi non trovo altre parole per ricordare i tanti giorni, mesi, anni, passati insieme calpestando gli stessi metri del pavimento di una cella o le spianate di cemento dei cortili ingabbiati delle carceri speciali.

In quegli spazi angusti, in quelle gabbie, si camminava insieme, si  ricordava insieme, si ragionava insieme, si criticava e ci criticavamo; e si continuava a progettare percorsi rivoluzionari. Oggi altre braccia raccoglieranno quelle idee e su altre giovani gambe continueranno il cammino per farla…

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