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La costituzione è l’atto normativo fondamentale, che definisce la natura, la forma, la struttura, l’attività e le regole fondamentali di uno Stato; è la la legge fondamentale, il vertice nella gerarchia delle fonti di diritto.

In quanto tale, è evidente che i valori della costituzione siano funzionali all’esercizio del potere e pertanto che questa non possa rappresentare “il popolo”, che a tale potere è soggetto. L’idea di una costituzione che ci protegge è un “santino”, creato per confondere le idee, per far credere che siamo tutelati da “dei poteri buoni” e, quindi, per ridurci al silenzio.

Esser contro le ragioni del sì mi sembra ovvio, quello che mi sembra ancor più ovvio è la consapevolezza che votando no non si salvi nulla, perché nulla c’è da salvare.
Non si ottiene giustizia chiedendola allo stato o ai giudici, ma conquistandola con la lotta; la qualità della vita potremo migliorarcela solo con una guerra tra civiltà (la nostra) e barbarie (la loro). Non c’è alternativa: o stiamo dentro un’idea di democrazia tutelata, per cui accettiamo il fatto che c’è uno sbarramento, che potremo rivendicare fino ad un certo punto, senza mai andare oltre il limite che il potere ha sancito, oppure diciamo che no, non accettiamo ci si dica fin dove si può andare, che perché non solo noi “stiamo” in questo paese, ma soprattutto perché noi “facciamo” questo paese, lo costruiamo giorno per giorno con la nostra fatica ed il nostro sangue, per la nostra vita, quindi, vogliamo poter dire come gestire scuole, fabbriche, vita quotidiana, tempo libero, costumi, abitudini. Ma questo nessun referendum, nessuna votazione potrà mai “darcelo”; questo ce lo dobbiamo conquistare combattendo in prima persona e fino all’ultimo respiro.

Non sarà una scheda a liberarci … solo un reale conflitto di classe potrà aprire la strada al cambiamento.

 

Soltanto dei mascalzoni o dei semplicioni possono credere che il proletariato debba prima conquistare la maggioranza alle elezioni effettuate SOTTO IL GIOGO DELLA BORGHESIA, sotto IL GIOGO DELLA SCHIAVITU’ SALARIATA, e poi conquistare il potere.
E’ il colmo della stupidità o dell’ipocrisia; ciò vuol dire sostituire alla lotta di classe e alla rivoluzione le elezioni fatte sotto il vecchio regime, sotto il vecchio potere. […]
I cretini parlamentari e i moderni Louis Blanc “esigono” assolutamente delle elezioni, e assolutamente organizzate dalla borghesia, per determinare la simpatia della maggioranza dei lavoratori. Ma questo è; un punto di vista di pedanti, di cadaveri o di abili ingannatori.
[Lenin, Saluto ai comunisti italiani, francesi e tedeschi, 10 ottobre 1919 – Opere complete, vol. 30, pp. 46-47]

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Domani ricorrerà il 69° anniversario della ricorrenza del 25 aprile e in tutte le città d’Italia, la classe al potere allestirà il solito show di una pacifica giornata della memoria, con parate, manifestazioni, bande, e, perché no, bancarelle, negozi e supermercati aperti (si sa nei giorni di festa la gente spende e chissenefrega se i lavoratori devono stare dietro una cassa invece che godersi la giornata festiva).
Sono più di 60 anni che il padronato della repubblica “antifascista” cerca di depotenziare il contenuto conflittuale della Resistenza antifascista (e quindi anticapitalista) e fare del 25 aprile una liturgia compatibile con l’ordine di cose esistente, corredato da criminali e squallidi tentativi di “pacificazione”, tesi ad affermare il concetto che partigiani e repubblichini fascisti fossero tutti uguali, tutti egualmente italiani e patrioti.

Basta! Il 25 Aprile è l’anniversario della rivolta armata partigiana e popolare contro le truppe di occupazione naziste tedesche e contro i loro fiancheggiatori fascisti della Repubblica Sociale Italiana.
image002La discesa dei partigiani in armi a liberare le città dalla ferocia nazifascista, ha segnato il punto di arrivo di anni di resistenza proletaria e di lotte eroiche contro la dittatura dei latifondisti e degli industriali. Il prezzo in vite umane, anni di galera, confino e sacrifici che i proletari, primi tra loro i comunisti,  hanno pagato per riannodare le fila dopo ogni ondata repressiva, è stato altissimo: questi compagni certamente pensavano che il giorno della Liberazione sarebbe stato solamente una tappa nel processo di emancipazione della classe operaia e dei lavoratori.
Invece ogni speranza di trasformazione sociale venne subito soffocata; ben presto i fascisti furono liberati ed i partigiani incarcerati e costretti a riconsegnare il potere nelle mani di quella stessa borghesia, ripulita e senza camicia nera, che aveva finanziato i fascisti.
Tutte le aspettative rivoluzionarie di chi aveva lottato per la libertà e contro il capitalismo, anche nella sua formula più reazionaria e fascista, andarono tradite dalla politica di “spartizione del mondo” operata da Stalin con l’imperialismo anglosassone, che non prevedeva cambiamenti sociali in Italia.
Gli anni che seguirono furono anni di dure lotte, non solo economiche ma anche antifasciste ed antimperialiste, represse duramente dall’apparato dello Stato democratico con centinaia di proletari assassinati nelle piazze, da Portella della Ginestra a Reggio Emilia, ad Avola, a Battipaglia fino ad arrivare a Genova nei giorni del G8.
Ancora oggi ci troviamo a combattere nelle piazze contro le manganellate degli sgherri del potere “democratico”. Ancora oggi ci ritroviamo a difendere i nostri diritti contro i governi, di qualsiasi colore e provenienza siano, che con le loro ricette liberiste in campo sociale ed economico scaricano la crisi sulle spalle dei lavoratori.
Torniamo a fare del 25 aprile una giornata di lotta; mai come oggi è importante riprendere la Resistenza dal punto in cui è stata interrotta e tradita (in primo luogo dal Pci di Togliatti, che conformandosi all’indirizzo staliniano, ha spezzato la resistenza delle masse lavoratrici e ha pacificato la situazione mediante la concessione di quel futile pezzo di carta chiamato Costituzione, che tra gli enunciati ormai senza valore e costantemente smentiti come il richiamo al lavoro e alla pace aveva come discriminante il carattere borghese della nascente Repubblica italiana, con tanto di salvaguardia della famiglia patriarcale e dell’inviolabilità della proprietà privata dei mezzi di produzione).
Oggi, come ieri, bisogna quindi guardarci da chi vuole modificare la storia per affermare nel presente un nuovo autoritarismo fatto di razzismo e discriminazioni nei confronti di ogni “diversità”, di negazione dei diritti dei lavoratori, di repressione poliziesca del dissenso, di annientamento di ogni garanzia sociale.
È importante mantenere chiaro ed evidente il legame tra lotta antifascista e lotta anticapitalista, soprattutto oggi, nelpieno di una delle più devastanti crisi del sistema capitalista, caratterizzata dal rincrudimento delle misure di austerità e dagli attacchi sempre più feroci alle masse popolari. Soprattutto oggi è più che mai necessario opporsi alla svolta reazionaria delle classi padronali, praticando un antifascismo di classe, che si colleghi alla mobilitazione anticapitalista, perché è in circostanze come queste che ritorna puntualmente il pericolo fascista, il pericolo di una reazione della classe padronale alle lotte operaie, che si poggia sul malcontento dei ceti medi impoveriti privi di una direzione operaia (un esempio è in Grecia, dove Alba dorata rappresenta ormai un braccio operativo del governo contro le organizzazioni del movimento operaio).
L’antifascismo “costituzionale” e “legalitario”, che sarà ostentato domani, è solo un modo per nascondere il vero problema: un sistema fondato sullo sfruttamento e l’esclusione sociale per la grande maggioranza della popolazione, ossia il capitalismo; fintanto che non sarà distrutto il sistema capitalistico, e ciò può avvenire solo con la rivoluzione socialista, rimarrà sempre il pericolo fascista, che da questo sistema è prodotto e promosso a salvaguardia dei propri profitti.

Il nostro pensiero in questa giornata deve andare ai 40.000 uomini e donne italiani, che furono strappati dalle loro case dagli sgherri della Repubblica Sociale o dalle truppe naziste e deportati nei lager (di questi 30.000 erano partigiani, antifascisti e lavoratori arrestati in gran parte dopo gli scioperi del marzo del 1943). Il nostro dovere oggi e nei giorni a venire è di ricostruire quel filo rosso, che lega le attuali forme di resistenza sociale alle lotte di chi, eroicamente, ci ha preceduto. Solo la mobilitazione di lavoratori, precari, uomini e donne, disoccupati e studenti uniti in una visione socialista e rivoluzionaria potrà fermare le destre ed il capitale oggi come fu sessanta anni fa, quando il movimento partigiano liberò il Paese dalla canaglia fascista.

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