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DAL BLOG "LA RESISTENZA TRADITA"

17 OTTOBRE 1961: PARIGI, IL MASSACRO DIMENTICATO DEGLI ALGERINI

Pubblicato il da kiba1957

 

17octobre61matraque-6fdf4-96780Durante gli anni settanta e ottanta il ricordo del 17 ottobre 1961 è stato avvolto da uno spesso silenzio. Chi ricordava che un giorno di autunno uomini, donne e bambini che manifestavano disarmati per le strade di Parigi sono stati uccisi dalla polizia a colpi di bastone, gettati vivi nella Senna, ritrovati impiccati nei boschi? “Dal diciannovesimo secolo è stata una delle poche volte in cui la polizia ha sparato su degli operai a Parigi”, constata lo storico Benjamin Stora. Nelle settimane successive decine di cadaveri di algerini con il volto tumefatto furono ripescati nella Senna. Stora stima che la repressione abbia fatto un centinaio di morti, lo storico inglese Jim House parla di “almeno” 120-130 persone, mentre per Jean-Luc Einaudi, autore de La bataille de Paris, sarebbero più di 150.
Quel giorno i “francesi musulmani di Algeria” manifestavano su richiesta della federazione francese dell’Fln contro il coprifuoco imposto dal prefetto di Parigi Maurice Papon. Più di 20mila persone sfilavano pacificamente per le strade del quartiere latino, sui Grands Boulevards, vicino agli Champs Elysées. La reazione della polizia fu di una violenza inaudita. Gli agenti li attendevano all’uscita della metropolitana e per strada per picchiarli e insultarli. “I più deboli venivano picchiati a morte, l’ho visto con i miei occhi”, ha raccontato Saad Ouazen nel 1997. Anche se non avevano opposto alcuna resistenza, decine di manifestanti furono uccisi a colpi d’arma da fuoco, altri annegati nella Senna. In totale più di 11mila algerini furono arrestati e trasferiti nel palazzo dello sport o allo stadio Pierre de Coubertin.mattanza-14d51
Furono ammassati per diversi giorni in condizioni igieniche spaventose e picchiati dai poliziotti, che li chiamavano “sporchi arabi”. Al palazzo dello sport i prigionieri terrorizzati non osavano neanche andare al bagno, perché la maggior parte di quelli che lo avevano fatto erano stati uccisi. Il giorno dopo la prefettura contò ufficialmente tre morti, due algerini e un francese. La bugia diventò ufficiale e ben presto fu coperta dal silenzio. Un silenzio che durerà per più di venti anni.
Questa lunga rimozione del massacro del 17 ottobre non stupisce Stora. “In quegli anni c’era un’enorme ignoranza per quello che veniva definito l’indigeno o l’immigrato, cioè l’altro. Quando si ha questa percezione del mondo, come ci si può interessare agli immigrati che vivono nelle bidonville della regione parigina? Gli algerini erano gli ‘invisibili’ della società francese”.
A questa indifferenza dell’opinione pubblica si aggiunse nei mesi successivi l’opera di dissimulazione condotta dai poteri pubblici. Le testimonianze che rimettono in discussione la versione ufficiale sono censurate. L’amnistia che accompagna l’indipendenza dell’Algeria nel 1962 mette definitivamente fine alla vicenda nella società francese. Tutte le denunce vengono archiviate.
Ma nonostante il silenzio, la memoria di quel 17 ottobre sopravvive, frammentata, divisa, sotterranea. Una memoria che, ovviamente, rimane viva negli immigrati algerini della regione parigina. “Questi uomini parlavano fra loro, ma pochi hanno trasmesso la memoria di quell’avvenimento ai figli”, spiega lo storico inglese Jim House. “Negli anni ottanta sapevano che i loro figli sarebbero rimasti in Francia e hanno paura di compromettere il loro futuro raccontando le violenza subite dalla polizia”.
Si dovrà arrivare all’età adulta della seconda generazione dell’immigrazione algerina per veder cambiare questa situazione. Questi ragazzi hanno frequentato la scuola pubblica, sono elettori e cittadini francesi, ma hanno l’intuizione che i pregiudizi e gli sguardi di disprezzo di cui sono vittime sono legati alla guerra d’Algeria.
A poco a poco la memoria si risveglia. Negli anni ottanta Jean-Luc Einaudi avvia un immenso lavoro di ricerca. Quando il suo libro esce, nel trentesimo anniversario del 17 ottobre, è un trauma. La Bataille de Paris, che riprende ora per ora lo svolgimento dei fatti e il silenzio che ne è seguito, ha suscitato un acceso dibattito sulla repressione degli algerini.
Con questo libro e altri, la memoria del 17 ottobre 1961 comincia ad avere un suo posto nello spazio pubblico. Due documentari hanno in seguito alimentato questa memoria: Le silence du fleuve, di Agnès Denis e Mehdi Lallaoui nel 1991, e Une journée portée disparue, di Philip Brooks e Alan Hayling. Tuttavia le autorità hanno continuato a rimanere fedeli alla versione ufficiale.
Dopo gli storici e i militanti della memoria, è la volta della giustizia: durante il processo aMaurice Papon nel 1997, i magistrati si soffermano a lungo sul 17 ottobre 1961. In un incontro con Jean-Luc Einaudi, l’ex prefetto ammette “15-20 morti” nel corso di quella “triste serata”, ma li attribuisce a regolamenti di conti fra algerini. Per la prima volta il potere fa un gesto: il primo ministro Lionel Jospin apre gli archivi. Basandosi sul solo registro di ingresso dell’Istituto medico-legale – la maggior parte degli archivi della prefettura e della brigata fluviale erano misteriosamente scomparsi – nel 1998 lo storico arriva a contare almeno 32 morti accertati.
Due anni dopo Papon denuncia Einaudi per diffamazione. Questa volta Papon ammette una trentina di morti, ma il tribunale gli dà torto. Rendendo omaggio al carattere “serio, pertinente e completo” del lavoro di Einaudi, i giudici constatano che “numerosi membri delle forze dell’ordine hanno agito con estrema violenza, in preda a una volontà di rappresaglia”.
La versione ufficiale del 17 ottobre ormai fa acqua da tutte le parti, ed è arrivato il momento della commemorazione. In occasione del 40° anniversario, nel 2001, il sindaco di Parigi Bertrand Delanoë ha deposto sul ponte di Saint-Michel una targa “in memoria dei numerosi algerini uccisi durante la sanguinosa repressione della pacifica

"Qui si annegano algerini", Parigi, Quai de Conti, lungo la Senna, 1961

manifestazione del 17 ottobre 1961″. Nella regione parigina una ventina di targhe o di steli commemorative hanno introdotto nella memoria collettiva questi giorni di autunno. Il puzzle della memoria collettiva ha finito per ricomporsi, ma per molti manca ancora una tessera fondamentale: il riconoscimento dello stato.                                                                     Solo il 18 ottobre del 2011 François Hollande riconosce per la prima volta i fatti avvenuti 51 anni prima con questa dichiarazione: “Il 17 ottobre 1961 degli algerini che manifestavano per il diritto all’indipendenza sono stati uccisi in una sanguinosa repressione. La Repubblica riconosce con lucidità questi fatti. 51 anni dopo questa tragedia, rendo omaggio alla memoria delle vittime”.
Il breve comunicato di Hollande evita il “pentimento”, ma anche di fare riferimento al numero dei morti o di citare i responsabili della “sanguinosa repressione”. Ma per l’opposizione è già troppo. Il presidente del gruppo Ump all’Assemblea, Christian Jacob, afferma che “è intollerabile mettere in causa la polizia repubblicana e, attraverso essa, la Repubblica tutta intera”. Proteste anche da parte delle associazioni dei rimpatriati (i “pieds noirs”). L’Algeria, invece, si è felicitata per la presa di posizione di Hollande, considerata un passo avanti nel riconoscimento dei crimini commessi durante la guerra d’Algeria. Fino a pochi anni fa, la Francia non parlava di “guerra”, ma solo di “avvenimenti d’Algeria”.

Il massacro di Parigi del 17 ottobre 1961 aspetta ancora verità e giustizia. Una vicenda orribile insabbiata e dimenticata, una macchia di sangue secco sui pantaloni in stile coloniale forse non ancora del tutto dismessi (Libia, Costa d’Avorio… Siria?) dalla Francia. Ufficialmente, il male è e resta solo nazifascismo. I crimini coloniali non sono all’ordine del giorno nella giustizia francese e nemmeno in quella europea… e forse non lo saranno mai.

Ariane Chemin, http://www.voxeurop.eu/

Per approfondire:http://www.monde-diplomatique.it/

http://17octobre1961.free.fr/

Le foto inedite: http://www.lemonde.fr/

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no-bordersDa venerdì sera sto tentando di scrivere proposito dell’attacco a Parigi, tento ma non ci riesco. Parigi è anche casa mia, la mia città, quella che mi sono scelta (perchè certe città sono come gli amici, che te li scegli e non te li ritrovi sul groppone come i parenti) e il coinvolgimento mi impedisce di comporre frasi che descrivano ciò che provo in maniera razionale.

Quello di venerdì scorso è stato un atto di guerra, di quella stessa guerra atroce e inutilmente vigliacca che le potenze imperialiste occidentali hanno prodotto con i loro reiterati attacchi militari in Medioriente.

Con le loro missioni di guerra, che chiamano pace, motivate da interessi economici e politiche di potenza, americani ed europei (attraverso la manipolazione di identità ed appartenenze utilizzate come armi nel loro gioco economico), sono stati in grado, in una manciata di decenni di distruggere forze progressiste e tessuti sociali, di annientare resistenze popolari ed aprire così la strada ad un fascismo integralista religioso, che non conosce pietas e, in nome della realizzazione del “Grande Califfato”, porta il suo terrore sanguinario ovunque, dentro e fuori dai confini nazionali.

Ma se la responsabilità di aver prodotto IS e fondamentalismo è facile da attribuire, meno facile è scrivere che tutti noi siamo ugualmente responsabili dei morti di Parigi così come dei morti di Damasco, di Beirut, dei territori occupati della Palestina e di tutti i paesi in questa folle guerra.

Siamo tutti responsabili,  ognuno a modo nostro, con il silenzio, la passiva accettazione della versione fornita dai media, l’incapacità di far capire che non possiamo più stare a guardare ma che dobbiamo ribellarci e combattere insieme la barbarie. Dobbiamo abbattere le frontiere. Dobbiamo deciderci ed agire subito, perché non saranno solo i più di cento morti di Parigi. La guerra ed il terrore portati nel cuore dell’Europa faranno migliaia di altre vittime: tutti coloro che hanno un colore di pelle diverso, un diverso accento sono già e saranno sempre più le vittime di questo terrore. Non moriranno per una pallottola di kalashnikov, ma per la fascistizzazione, la xenofobia, l’intolleranza, le perquisizioni, i posti di blocco, l’odio. Moriranno di esclusione, moriranno di “terrore”. E con loro, inesorabilmente, moriremo tutti noi

 

VII: Rap Rivoluzionario

Pubblicato: 07/14/2015 in Musica
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La mort d’un monde

Nous avions les bombes, les ceintures d’explosifs
Aujourd’hui encore nos martyrs sont vos tombes
C’est le tour de ma rage ne rangez pas vos armes
Vous aviez le napalm nous avions le courage
Exister, nous n’avions pas le temps
Chacune de nos grèves réprimées dans le sang
Nous marchons dans le sens du progrès prolétaire
Les flics ou l’armée rien ne peux nous faire taire
Héros d’Action directe, ou des Brigades Rouges
De la Bande à Baader nous en étions la souche
On s’acharne sur nous car nous sommes la terreur
Chacune de nos luttes répondent à vos erreurs
Vous les chiens de l’Etat de la France de Vichy
De Papon à Pétain c’est vos putins qu’étaient là
Nous étions l’usine vous étiez le profit
Vos démocraties n’étaient belles que de profil
Vus de face, vous nous traquiez sans cesse
C’étaient l’Indochine et l’Algérie française
C’était celle des colons, ceux pour qui c’est permis
De faire germer la honte et d’enculer des colombes
Des kilos de slogans, des militants harcelés
Cachés dans vos bureaux, nous dans la rue à gueuler
Sur vos plateaux télé nous sommes des extrémistes
Les grands actionnaires n’ont pas la gueule de la crise
Ne joue pas l’impliqué si t’y connais que dale
Ne viens pas m’expliquer ton nouvel ordre mondial
Je m’en tape d’tes fantasmes à deux balles
Tous ces antisémites qui ne parlent que de ça
Les abrutis de base, les apprentis fachos
C’est l’horreur d’Auschwitz et des camps de Dachau
C’est la mémoire de l’homme, la douleur incolore
De la traite négrière jusqu’aux camps de la mort
Nos vies ont peu d’valeur ici rien n’a changé
Les mecs de l’UMP ne vendent que de la peur
Oublie pas tes papiers, c’est l’incompréhension
C’est la France, et ses centres de rétention
C’est l’absence sociale la répression totale
Nos licenciements sont les bénefs de Total
L’étalage de richesse, le nantis qui s’affirme
Qui nous nargue et qui frime tout est superficiel
Les doctrines officielles les vérités sordides
L’ONU n’est rien d’autre qu’un repaire de bandits
Aucun de nos papes n’avait rien de touchant
Le Vatican soutient les fascistes en tout genre
Délocalisations, licenciements tragiques
Mais vos journaux ne parlent que de voile islamique
De casquettes à l’envers, de verlan, de bandes
Et c’est ta Marseillaise que tu voudrais qu’ils chantent ?
La police les matons les juges et leur justice
Voilà le bras armé des états capitalistes
Gardez vos baratins même si tout le monde y croit
Les USA sont rois sans le mur de Berlin
Vos banques vos retraites vos systèmes en faillite
Votre libéralisme qu’on attaque et rejette
Vous ne faites plus recette alors laissez tomber
C’est l’avenir des peuples que vous avez plombé
Sous les assauts des lâches nous étions la bravoure
De Louise Michel à Rosa Luxemburg
C’est les îles de Césaire et l’Afrique de Fanon
Quand la terre des damnés entrait dans vos salons
Comme une odeur d’amiante au fond des ambassades
Je ne salue aucun de vos drapeaux minables
Sous notre menace vous demandiez pardon
Nous prenions en otage vos flics et vos patrons
Nous étions l’ETA militants radicaux
Nous étions la réponse aux violences de Franco
C’est la machine en marche des parias, des proscrits
Nous avons lu Marx, Lénine et Trotsky
Nous savions que vous étiez nos drames
Que notre égalité s’obtient avec vos armes
Étiez-vous dans mon camp, Mesdames et Messieurs ?
Moi c’est la mort d’un monde que j’ai vu de mes yeux
De mes yeux, de mes yeux, des mes yeux…

[VII – “INFERNO : LA JEUNE FILLE ET LA MORT” track 14]

 

image002LA DANZA DELLE BOMBE

Amici, grandina la mitraglia
avanti tutti! Voliamo! Voliamo!
Su di noi ringhia
il tuon della battaglia…Cantiamo amici!
Salve Versailles, salve Montmartre.
Guai a voi! Ecco i leoni!
La madre delle rivoluzioni
nella sua piena vi travolgerà.

Avanti, avanti sotto le rosse bandiere!
Vita o tombe!
Oggi son tutti belli gli orizzonti.
Confiderem, fratelli, le madri nostre
a coloro che ci seguiranno.

Su di noi niente lacrime amare!
Noi canterem morendo.
Così nell’immensa lotta,
Montmartre amo i tuoi figli.
La fiamma è nei loro occhi ardenti
e sono all’agio lor nella tormenta.

Avanti, avanti sotto le rosse bandiere!
Vita o tombe!
Oggi son tutti belli gli orizzonti.
E’ uno splendente sorgere di stelle.
Sì, tutto oggi dice: Speranza!
Il diciotto marzo gonfia le vele.
O fiore, digli: a rivederci ancora!

comune Parigi.preview“Meravigliosa, in verità fu la trasformazione operata dalla Comune di Parigi! Sparita ogni traccia della depravata Parigi del secondo Impero. Parigi non fu più il ritrovo dei grandi proprietari fondiari inglesi, dei latifondisti assenteisti irlandesi, degli ex-negrieri e affaristi americani, degli ex-proprietari di servi russi e boiardi valacchi. Non più cadaveri alla “morgue”, non più rapine e scassi notturni, quasi spariti i furti. Invero per la prima volta dopo le giornate del febbraio 1848, le vie di Parigi furono sicure, e questo senza nessuna vigilanza di polizia.
“Non sentiamo più parlare – diceva un membro della Comune – di assassinii, furti, aggressioni. Si direbbe veramente che la polizia ha trascinato con sé a Versailles tutta la sua clientela conservatrice.
“Le cocottes avevano seguito le orme dei loro protettori – gli scomparsi campioni della famiglia, della religione e, al di sopra di tutto, della proprietà. Al loro posto ricomparvero le vere donne di Parigi, eroiche, nobili e risolute come le donne dell’antichità. Una Parigi che lavorava, pensava, combatteva, dava il proprio sangue, quasi dimentica, nella gestazione di una società nuova, raggiante nell’entusiasmo della sua iniziativa storica, che i cannibali erano alle sue porte!”
Karl Marx, La Guerra Civile in Francia, 1871 (il testo completo: qui)

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Barricade_Paris_1871_by_Pierre-Ambrose_Richebourg6L’INTERNAZIONALE [Pottier-Degeyter]

Debout, les damnés de la terre!
Debout, les forçats de la faim!
La raison tonne en son cratère, C’est l’éruption de la fin
Du passé
faisons table rase
Foule esclave, debout! debout!
Le monde va changer de base
Nous ne sommes rien,
soyons tout!
C’est la lutte finale
Groupons-nous, et demain
L’Internationale
Sera le genre humain
Il n’est pas de sauveurs suprêmes
Ni Dieu, ni César, ni tribun
Producteurs, sauvons-nous nous-mêmes!
Décrétons le salut commun!
Pour que le voleur rende gorge
Pour tirer l’esprit du cachot,
Soufflons nous-mêmes notre forge
Battons le fer quand il est chaud!
L’Etat comprime et la Loi triche,
L’impôt saigne le malheureux
Nul devoir ne s’impose au riche paris-commune

Le droit du pauvre est un mot creux.
C’est assez languir en tutelle
L’Egalité veut d’autres lois
Pas de droits sans devoir, dit-elle
Egaux, pas de devoirs sans droits!
Hideux dans leur apothéose
Les rois de la mine et du rail
Ont-ils jamais fait autre chose
Que dévaliser le travail?
Dans les coffres-forts de la bande
Ce qu’il a créé s’est fondu
En décrétant qu’on le lui rende
Le peuple ne veut que son du
Les rois nous saoulaient de fumées
Paix entre nous, guerre aux tyrans!
Appliquons la grève aux armées
petroleuse_1871Crosse en l’air et rompons les rangs!
S’ils s’obstinent, ces cannibales
A faire de nous des héros
Ils sauront bientôt que nos balles
Sont pour nos propres généraux!
Ouvriers, paysans, nous sommes!
Le grand parti des travailleurs
La terre n’appartient qu’aux hommes
L’oisif ira loger ailleurs
Combien de nos chairs se repaissent
Mais si les corbeaux, les vautours
Un de ces matins disparaissent
Le soleil brillera toujours

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imagesC’était le dix-huit mars dix-huit-cent-soixante-onze…
Ils s’étaient tus soudain tous ces monstres de bronze
Que la guerre avait fait serviteurs de la mort !
Ces canons qui, de poudre, étaient tous noirs encor
Trahi ! Livré ! Paris ne voulait plus de honte…
En vain les généraux Clément Thomas, Lecomte,
Commandent à Montmartre et ténébreusement,
L’assassinat du peuple et son désarmement
Mais, grâce à son courage, après tant d’infortune,
Ces lâches sont punis, ce jour de Liberté ;
Bientôt on va pouvoir proclamer la Commune,
A la face de tous, au cri d’Egalité

Soldat ! en ce grand jour tu comprends et t’arrêtes…
Dégoûté de carnage et lassé de conquêtes,
Tu comprends maintenant qu’on ne trompe que toi ;
Qu’il te la faut briser cette exécrable loi
Qui te fait l’assassin, – aveuglement extrême –
Du Peuple, et que c’est toi le Peuple, oui, toi-même
Quand viendra donc le jour où nul ne combattra
L’instant où sur nous tous la lumière luira
Qu’il ne faudra plus, ô Justice, défendre
Que le bonheur humain par le sang acheté,
Tous nos vils oppresseurs seront réduits en cendre
Et que ce monde, enfin, aura l’Egalité.

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Commune_de_Paris_Appel_aux_ouvrières_18_mai_1871

  paris-communeAll’alba del 18 marzo, Parigi fu svegliata da un fragore di tuono: ” Vive la Commune! “. Che cos’è dunque la Comune, questa sfinge che tormenta così seriamente lo spirito dei borghesi?

Affiche_commune_Paris_(1871)” I proletari di Parigi – diceva il Comitato centrale nel suo manifesto del 18 marzo – in mezzo alle disfatte e ai tradimenti delle classi dominanti hanno compreso che è suonata l’ora per essi di salvare la situazione prendendo nelle loro mani la direzione degli affari pubblici … Il proletariato… ha capito che era suo dovere imperioso e suo diritto assoluto prendere nelle sue mani il proprio destino, e di assicurarsene il trionfo impadronendosi del potere “.
Ma la classe operaia non può accontentarsi semplicemente di prendere nelle proprie mani la macchina statale bella e pronta, e di farla funzionare per i propri fini.
Il potere centralizzato dello Stato, con i suoi organi dappertutto presenti: esercito permanente, polizia, burocrazia, clero e magistratura – organi prodotti secondo un piano di divisione sistematica e gerarchica, del lavoro – trae la sua origine dall’epoca della monarchia assoluta, quando servì alla nascente società borghese come un’arma formidabile nelle sue lotte contro il feudalismo. Il suo sviluppo fu però intralciato da ogni sorta di residui medievali: prerogative di nobili e signori, privilegi locali, monopoli municipali e corporativi, Costituzioni provinciali. Il gigantesco colpo di scena della Rivoluzione francese del XVIII secolo spazzò via tutti questi resti di tempi passati, sbarazzando così in un solo colpo il sostrato sociale degli ultimi ostacoli che si frapponevano alla sovrastruttura dell’edificio dello Stato moderno. Questo fu edificato sotto il primo Impero, il quale a sua volta fu il prodotto delle guerre di coalizione della vecchia Europa semifeudale contro la Francia moderna. Durante i successivi régimes, il governo posto sotto il controllo parlamentare, cioè, sotto il diretto controllo delle classi possidenti, non diventò solamente l’incubatrice di enormi debiti nazionali e di imposte schiaccianti; con le sue irresistibili attrattive di posti, guadagni, protezioni, divenne da una parte il pomo della discordia tra le frazioni rivali e gli avventurieri delle classi dirigenti; dall’altra anche il suo carattere politico cambiò di pari passo con le trasformazioni economiche della società. Via via che il progresso della industria moderna sviluppava, allargava, accentuava, l’antagonismo di classe tra capitale e lavoro, il potere dello Stato assumeva sempre più il carattere di una forza pubblica organizzata ai fini dell’asservimento della classe operaia, di un apparato di dominazione di classe.382px-Crane_Vive_la_Commune
Dopo ogni rivoluzione, che segna un progresso nella lotta di classe, il carattere puramente repressivo del potere dello Stato risulta in modo sempre più evidente. La rivoluzione del 1830, trasferì il potere dai grandi proprietari fondiari ai capitalisti, lo trasferì dai più lontani antagonisti degli operai ai loro avversari più diretti. I repubblicani borghesi che, in nome della rivoluzione di Febbraio, si erano impadroniti del potere statale, se ne servirono per provocare i massacri di Giugno, allo scopo di convincere la classe operaia che la Repubblica ” sociale ” stava a significare la Repubblica che assicurava la loro soggezione sociale, e per convincere la massa monarchica della classe borghese e dei grandi proprietari fondiari che poteva tranquillamente lasciare ai borghesi “repubblicani” le cure e le proficue prerogative finanziarie del governo. Tuttavia dopo la loro unica impresa eroica di giugno, ai repubblicani borghesi non rimaneva che retrocedere dalla prima fila alla retroguardia del ” partito dell’ordine ” combinazione formata da tutte le frazioni e fazioni rivali della classe dei profittatori nel loro ormai dichiarato antagonismo con le classi produttrici. La forma più adeguata del loro governo di società per azioni fu la ” Repubblica parlamentare ” con Louis Bonaparte come presidente. Esso fu un regime di aperto terrorismo di classe e di deliberata irrisione alla ” vile multitude “. Se, come diceva Thiers, la Repubblica parlamentare era il regime che “meno divideva [le variopinte frazioni della classe dirigente] “, essa denunciava per contro un abisso tra questa classe e l’intero corpo della società che era escluso dalle sue ristrette file. La loro alleanza rimuoveva gli impedimenti che sotto i precedenti governi erano posti al potere statale dalle divisioni tra le frazioni della classe dirigente. In presenza della minaccia di sollevazione del proletariato, la classe dominante riunita utilizzò il potere dello Stato, senza riguardi e con ostentazione, come pubblico strumento di guerra del Capitale contro il Lavoro. Nella sua ininterrotta crociata contro le masse dei produttori, essa fu però costretta non solo ad attribuire all’esecutivo poteri sempre più vasti, ma in pari tempo a spogliare, l’uno dopo l’altro, la loro stessa fortezza parlamentare – l’Assemblea nazionale – di tutti i suoi mezzi di difesa contro l’esecutivo. L’esecutivo, nella persona di Louis Bonaparte, li mise tutti alla porta. Il frutto naturale della Repubblica del ” partito dell’ordine ” fu il secondo Impero.
L’Impero, con il colpo di Stato come certificato di nascita, il suffragio universale come autenticazione e la sciabola come scettro, pretendeva di poggiare sui contadini, la grande massa di produttori che non era impegnata direttamente nella lotta tra Capitale e lavoro. Pretendeva di salvare la classe operaia mettendo fine al parlamentarismo, e insieme con questo l’aperta sottomissione del governo alle classi possidenti. Pretendeva di salvare le classi possidenti mantenendo la loro supremazia sulla classe operaia. Finalmente pretendeva di realizzare l’unità di tutte le classi risuscitando per tutte la chimera della gloria nazionale. In realtà era l’unica forma di governo possibile in un periodo in cui la borghesia aveva già perduto – e la classe operaia non aveva ancora acquisito – la capacità di governare la nazione. Esso fu salutato in tutto il mondo come il salvatore della società. Sotto il suo dominio la società borghese, liberata da tutte le preoccupazioni politiche, raggiunse uno sviluppo che essa stessa non aveva mai sperato. La sua industria e il suo commercio raggiunsero proporzioni colossali; la truffa finanziaria celebrò orge cosmopolite; la miseria delle masse faceva stridente contrasto con la sfacciata ostentazione di lusso sfrenato, dissoluto e abietto. Il Potere dello Stato, in apparenza in tranquillo equilibrio al disopra della società, era però esso stesso lo scandalo più grande di questa società e in pari tempo il focolaio di tutta la sua corruzione. La sua decomposizione e la decomposizione della società che esso aveva salvaguardato vennero messe a nudo dalle baionette della Prussia, ben disposta a trasferire il centro di gravità di questo regime da Parigi a Berlino. L’imperialismo è la più prostituita e insieme la più recente forma di quel potere statale che la nascente società borghese aveva incominciato a perfezionare come strumento della propria emancipazione dal feudalismo, e che la società borghese aveva infine pienamente trasformato in strumento per l’asservimento del lavoro al Capitale.
La Comune fu la diretta antitesi all’Impero. Il grido di ” Republique sociale “,col quale il proletariato di Parigi aveva iniziato la rivoluzione di Febbraio non esprimeva che una vaga aspirazione ad una Repubblica che non avrebbe dovuto eliminare solamente la forma monarchica del dispotismo di classe, ma lo stesso potere di classe. La Comune fu la forma positiva di questa Repubblica.
Parigi, sede centrale del vecchio potere governativo, e, nello stesso tempo, fortezza sociale della classe operaia francese, era balzata in armi contro il tentativo di Thiers e dei suoi rurali di restaurare e perpetuare il vecchio potere governativo ereditato dall’Impero. Parigi poteva solamente resistere perché, in conseguenza dell’assedio, si era sbarazzata dell’esercito e lo aveva sostituito con una guardia nazionale, la cui massa era costituita da operai. È questo stato di fatto che doveva, ora, essere trasformato in un’istituzione permanente. Il primo decreto della Comune, quindi, fu la soppressione dell’esercito permanente, e la sua sostituzione con il popolo in armi.
La Comune fu composta da consiglieri municipali, eletti a suffragio universale nei diversi circondari di Parigi. Essi erano responsabili e revocabili in qualunque momento. La maggioranza dei suoi membri erano naturalmente operai o rappresentanti riconosciuti della classe operaia. La Comune non doveva essere un organismo parlamentare, ma un organo di lavoro esecutivo e legislativo nello stesso tempo.
Invece di continuare ad essere lo strumento del governo centrale, la polizia fu immediatamente spogliata delle sue attribuzioni politiche e trasformata in strumento della Comune, responsabile dinanzi ad essa e revocabile in qualunque momento. Lo stesso venne fatto per i funzionari di tutte le branche della amministrazione. Dai membri della Comune fino ai gradi subalterni, le pubbliche funzioni venivano retribuite con salari da operai. I diritti acquisiti e le indennità di rappresentanza degli alti funzionari dello Stato scomparvero con i funzionari stessi. Le cariche pubbliche cessarono di essere proprietà private delle creature del governo centrale. Non solo l’amministrazione municipale, ma tutte le altre iniziative fino allora esercitate dallo Stato passarono nelle mani della Comune.
Una volta abolito l’esercito permanente e la polizia, strumenti di potere del vecchio governo, la Comune si preoccupò di spezzare la forza di repressione spirituale, il potere dei preti; decretò la separazione della Chiesa e dello Stato disciogliendo ed espropriando tutte le chiese in quanto ordini possidenti. I sacerdoti furono restituiti al tranquillo riposo della vita privata, per vivere delle elemosine dei fedeli, ad imitazione dei loro predecessori, gli apostoli. La totalità degli istituti di istruzione furono aperti gratuitamente al popolo e liberati in pari tempo da ogni ingerenza della Chiesa e dello Stato. Così non solo l’istruzione fu resa accessibile a tutti, ma la scienza stessa fu liberata dalle catene che le erano state imposte dai pregiudizi di classe e dal potere governativo.
I funzionari della giustizia vennero spogliati di quella finzione di indipendenza che non era servita ad altro che a mascherare la loro vile sottomissione a tutti i vari governi che si erano alternati al potere ai quali, di volta in volta, avevano prestato giuramento di fedeltà per violare in seguito tale giuramento. Come gli altri funzionari pubblici, i magistrati e i giudici dovevano essere elettivi, responsabili e revocabili.
La Comune di Parigi doveva, beninteso, servire di modello a tutti i grandi centri industriali della Francia. Una volta stabilito a Parigi e nei centri secondari il potere della Comune, il vecchio governo centralizzato avrebbe dovuto, anche nelle province, cedere il posto all’autogoverno da parte dei produttori. In un abbozzo sommario dell’organizzazione nazionale che la Comune non ebbe il tempo di sviluppare, è detto espressamente che la Comune doveva essere la forma politica anche del più piccolo villaggio e che nelle regioni rurali l’esercito permanente doveva essere sostituito da una milizia popolare, con un periodo di servizio estremamente breve. Le comuni rurali di ogni distretto dovevano amministrare i loro affari comuni mediante un’assemblea di delegati con sede nel capoluogo, e queste assemblee distrettuali dovevano a loro volta inviare i propri rappresentanti alla delegazione nazionale a Parigi; i delegati dovevano essere revocabili in ogni momento e legati da un mandat imperatif dei propri elettori. Le funzioni, poco numerose, ma importanti, che ancora rimanevano ad un governo centrale, non dovevano essere soppresse, come venne detto falsamente in mala fede, ma dovevano venire assolte da funzionari comunali e quindi strettamente responsabili. L’unità della nazione non doveva essere spezzata, ma doveva al contrario essere riorganizzata dalla Costituzione comunale; doveva diventare una realtà attraverso la distruzione del potere dello Stato che pretendeva essere l’incarnazione di questa unità, ma voleva essere indipendente dalla nazione stessa, e persino superiore ad essa, mentre non costituiva che un’escrescenza parassitaria. Mentre era importante amputare gli organi puramente repressivi del vecchio potere governativo, le sue funzioni legittime dovevano essere strappate a una autorità che usurpava una posizione dominante al di sopra della società stessa, e restituite agli agenti responsabili della società. Invece di decidere una volta ogni tre o sei anni quale membro della classe dirigente dovesse ” rappresentare ” e calpestare il popolo al Parlamento, il suffragio universale doveva servire al popolo costituito in Comuni, così come il suffragio individuale serve ad ogni altro imprenditore in cerca di operai e personale direttivo per i suoi affari. Ed è ben noto che le società, come i singoli imprenditori, quando si tratta di veri affari, sanno generalmente mettere a ogni posto l’uomo adatto, o se una volta tanto commettono un errore, sanno rapidamente come rimediare. D’altra parte nulla poteva essere più estraneo allo spirito della Comune, che mettere al posto del suffragio universale una investitura gerarchica.
È in generale destino di tutte le formazioni storiche interamente nuove di essere prese a torto per riproduzioni di vecchie e anche defunte forme di vita sociale, con le quali possono avere una certa rassomiglianza. Così, di questa nuova Comune, che manda in frantumi il potere dello Stato moderno, si è voluto vedere il richiamo alla vita dei comuni medievali, che prima precedettero questo potere di Stato e poi ne divennero il fondamento stesso.
La Costituzione della Comune è stata presa a torto come un tentativo di spezzare in una federazione di piccoli Stati, come era stata segnata da Montesquieu e dai suoi girondini, quella unità delle grandi nazioni, che, se originariamente è stata realizzata con la violenza, è ora diventata un potente fattore della produzione sociale. L’antagonismo fra la Comune e il potere dello Stato è stato preso a torto come una forma esagerata della vecchia lotta contro l’eccesso di centralizzazione. Particolari circostanze storiche possono avere impedito in altri paesi lo sviluppo classico della forma borghese di governo che si è avuto in Francia, e possono avere permesso, come in Inghilterra, di completare i propri organi centrali dello Stato con corrotte vestries (Assemblee parrocchiali), con consiglieri comunali affaristi, feroci custodi dell’Ufficio di beneficenza nelle città, e con magistrati virtualmente ereditari nelle Contee. La Costituzione della Comune avrebbe restituito al corpo sociale tutte le forze fino allora assorbite dallo Stato parassita che si nutre a spese della società e ne paralizza il libero movimento. Con questo solo fatto avrebbe costituito la base di partenza per la rigenerazione della Francia. La classe media delle città di provincia vide nella Comune un tentativo di restaurare il controllo che il suo ceto aveva esercitato sulle campagne al tempo di Louis-Philippe, e che, sotto Louis-Napoléon, era stato soppiantato dal preteso sopravvento delle campagne sulle città. In realtà la Costituzione della Comune avrebbe messo i produttori rurali sotto la direzione intellettuale dei capoluoghi dei dipartimenti e avrebbe dato a loro la sicurezza di trovare negli operai delle città i naturali garanti dei loro interessi.

KARL MARX  “Indirizzo del consiglio generale dell’Associazione Internazionale dei lavoratori”
CAP. III (parte prima)

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Paul Éluard ritratto ‎da Salvador Dalí.‎

Au nom du front parfait profond
Au nom des yeux que je regarde
Et de la bouche que j’embrasse
Pour aujourd’hui et pour toujours

Au nom de l’amour enterré
Au nom des larmes dans le noir
Au nom des plaintes qui font rire
Au nom des rires qui font peur

Au nom des rires dans la rue
De la douceur qui lie nos mains
Au nom des fruits couvrant les fleurs
Sur une terre belle et bonne

Au nom des hommes en prison
Au nom des femmes déportées
Au nom de tous nos camarades
Martyrisés et massacrés
Pour n’avoir pas accepté l’ombre

II nous faut drainer la colère
Et faire se lever le fer
Pour préserver l’image haute
Des innocents partout traqués
Et qui partout vont triompher. [PAUL ÉLUARD]

TRAD. F. FORTINI
Per la fronte perfetta profonda
Per le pupille che fisso
E per la bocca che bacio
In quest’ora e per sempre

Per la speranza sepolta
Per le lacrime nel buio
Per i pianti che fan ridere
Per le risa che fan paura

Per le risa nelle vie
Della dolcezza che stringe le dita
Per i frutti che coprono i fiori
Su una terra bella e buona

Per i nostri uomini in carcere
Per le donne deportate
E per tutti i nostri compagni
Torturati e massacrati
Perché l’ombra non accettano

Noi si deve drenare l’ira
E far sì che il ferro insorga
A serbare l’alta immagine
Degli innocenti in ogni terra tormentati
E che fra poco in ogni terra vinceranno