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Mercoledì 2 ottobre 1968, Città del Messico

Nt-tlatelolco-massacre

L’oscurità genera la violenza
e la violenza ha bisogno di oscurità
per diventare crimine.
Per questo il due di ottobre attese la sera
perchè nessuno vedesse la mano che impugnava
l’arma, ma solo i colpi che sparò.
[Memorial de Tlatelolco di Rosario Castellanos]

La “Noche Triste” iniziò con un lancio di bengala. Quando la loro luce illuminò la notte, diecimila persone alzarono lo sguardo spaventate e cominciarono a correre.
Erano soprattutto studenti e, con loro, operai, lavoratori, uomini e donne, madri con i bambini in braccio, ragazzini ed anziani, tutti seduti a terra per partecipare all’assemblea indetta dagli studenti, che davano voce alla loro protesta. C’erano poi i venditori ambulanti, coloro che in piazza ci abitavano e quelli che, per curiosità, erano andati a “dare un’occhiata”.
Fino a quel momento l’atmosfera era stata abbastanza tranquilla, nonostante la massiccia presenza della polizia, dell’esercito e delle unità antiguerriglia urbana, che avevano organizzato un massiccio spiegamento di forze.
Gli interventi si stavano succedendo dalle 5 e mezzo del pomeriggio, il contingente operaio dei ferrocarrileros, con gli striscioni in appoggio alla lotta del Movimento Studentesco, era già entrato nella piazza fra gli applausi della folla e ormai si era fatto buio. Sul palco c’era Vega, uno studente dell’Istituto Politecnico nazionale, che comunicava indicazioni organizzative sulla marcia di protesta, che si sarebbe tenuta il giorno successivo, quando la notte divenne giorno. Un giorno cattivo e crudo alla luce dei bengala.
fr-sabra-et-shatilaLa gente spaventata aveva appena iniziato a correre, quando esplosero i primi spari. Una corsa inutile, perché tutte le uscite dalla piazza erano presidiate dalle forze armate. Il fuoco intensificò la sua potenza e, per 29 lunghissimi minuti fu l’inferno: fuoco serrato da tutti i lati e dall’alto di un edificio della Unidad de Tlatelolco, raffiche ininterrotte di mitragliatrici dai carri armati e dai blindati, che avanzavano impietosamente sulla piazza.
L’«Excélsior» di giovedì 3 ottobre 1968 scrisse: “nessuno vide da dove partirono i primi spari. Però la maggioranza dei manifestanti assicurano che i soldati iniziarono a sparare senza alcun preavviso[…]” e prosegue “Si calcola che parteciparono almeno 5000 soldati e molti agenti di polizia, quasi tutti in baiti civili. Come contrassegno avevano un fazzoletto avvolto nella mano destra. Così si identificavano l’un l’altro per non spararsi a vicenda […] il fuoco intenso durò 29 minuti. Poi gli spari decrebbero, senza però cessare […] l’esercito impedì di fotografare i corpi delle vittime rimaste sulla piazza”
Il massacro fu giustificato da tutti i settori governamentali, i più beceri con eclatanti dichiarazioni pubbliche, gli altri con un profondo silenzio complice. Nessuna voce ufficiale di protesta si levò contro la strage di Tlatelolco. I documenti ufficiali parlarono di 39 morti ma sulla piazza si seccò il sangue calpestato di centinaia di persone: studenti, uomini, donne bambini e anziani. Eduardo Galeano ha scritto: “il 2 ottobre 1968 a Tlatelolco le scarpe lasciavano impronte di sangue sul suolo”.
Su quel sangue nacque il gruppo armato “Liga 23 septiembre” e i movimenti guerriglieri che poi si rifugiarono nelle montagne del sud est. Il leader più conosciuto di quest’epoca fu Lucio Cabanas che con il suo gruppo sequestrò il governatore dello Stato del Guerrero. Uno dei primi rapimenti politici, fu risolto brutalmente dall’esercito nel 1974.
L’eco della strage fu enorme in tutto il mondo. Innumerevoli manifestazioni studentesche furono organizzate in Europa e negli Usa in solidarietà con gli studenti messicani.
1342083708385smith___carlosmediaMa gli echi internazionali del massacro, l’indignazione, le proteste, le manifestazioni in tutto il mondo non impedirono comunque la regolare apertura dei giochi olimpici, che iniziarono a Città del Messico il 12 ottobre 1968, dieci giorni dopo la strage di Tlatelolco.
Furono le olimpiadi più politicizate della storia, agli echi del massacro si unì la lotta dei neri americani, il cui momento più significativo fu il pugno alzato guantato di nero (simbolo della lotta delle Black Panters) di Tommie Smith e John Carlos immobili sul podio dei vincitori.

“Uccidere la dirigenza politica palestinese.
Uccidere gli istigatori palestinesi e i loro finanziatori.
Uccidere i palestinesi che agivano contro gli ebrei.
Uccidere gli ufficiali e i funzionari palestinesi [ del sistema mandatario ]
Danneggiare i trasporti palestinesi.
Danneggiare le fonti di sussistenza palestinesi: pozzi d’acqua, mulini, etc
Attaccare i villaggi palestinesi vicini che avrebbero potuto partecipare ad attacchi futuri.
Attaccare i club, i caffè, i ritrovi palestinesi etc.”
_Piano C o Piano “Gimel” 1947_

 “Si possono effettuare queste operazioni nella maniera seguente: distruggere i villaggi (dandogli fuoco, facendoli saltare in aria e minandone le macerie) e specialmente quei centri popolati difficili da controllare con continuità; oppure attraverso operazioni di rastrellamento e controllo, con le seguenti linee guida: circondare i villaggi e fare retate all’interno. In caso di resistenza si devono eliminare le forze armate e la popolazione deve essere espulsa fuori dai confini dello Stato”
_Piano D “Dalet”, 10 marzo 1948_

 “C’è bisogno ora di una reazione forte e brutale. Dobbiamo essere precisi nei tempi, nei luoghi e nei bersagli. Se accusiamo una famiglia, dobbiamo colpire tutti senza pietà, comprese le donne e i bambini. Altrimenti non sarà una reazione efficace. Durante l’operazione non c’è alcun bisogno di distinguere tra chi è colpevole e chi non lo è.”
_Ben Gurion, 1 gennaio 1948_

“ogni attacco dovrà terminare con l’occupazione, la distruzione e l’espulsione”
_Ben Gurion, citato da Danin, testimonianza per Bar-Zohar, pag.680_

fr-sabra-et-shatilaTra il 16 ed il 18 settembre 1982, avvenne uno dei più orrendi crimini contro l’umanità nella storia: i sanguinosi massacri dei campi profughi di Sabra e Chatila a Beirut, in Libano.

A Sabra e Chatila, abitavano migliaia di rifugiati palestinesi cacciati dalla Palestina nel 1948 durante l’occupazione Sionista delle loro case e delle loro terre. Il 16 settembre 1982,  durante l’aggressione Sionista e l’occupazione di Beirut, le forze Sioniste e le forze libanesi (una milizia di falangisti di destra con stretti legami con gli occupanti Sionisti, e l’Esercito del Libano del Sud, manovrato dell’entità Sionista in Libano sono entrate a Sabra e Chatila), sotto il comando di Ariel Sharon hanno prima accerchiato e poi assaltato i campi ormai svuotati dai combattenti della resistenza e abitati soprattutto da donne e bambini palestinesi. Per i due giorni che sono seguiti, aiutati dall’illuminazione dei razzi notturni e da altri appoggi dell’esercito Sionista che circondava i campi, queste milizie torturarono, stuprarono ed assassinarono migliaia di rifugiati palestinesi, con la piena approvazione ed appoggio degli invasori Sionisti.

Il massacro di Sabra e Chatila fu la più atroce tappa del piano sionista di devastazione e occupazione della terra di Palestina, un piano ben definito, iniziato più di 65 anni fa, come si può leggere dalla piccola carrellata di citazioni all’inizio di questo articolo nella quale ogni parola mette chiaramente in evidenza il punto centrale su cui si fonda lo stato di Israele: nient’altro che la pulizia etnica, l’espulsione del popolo presente, per insediarsi manu militari su una tabula rasa.

Ben Gurion, il fondatore dello stato di Israele, fu la mente di questa strategia genocitaria, che ha caratterizzato lo stato sionista sin dai suoi primi anni di vita ed ha, conseguentemente, segnato l’inizio della tragedia palestinese, ricordiamo le sue parole: “ogni attacco dovrà terminare con l’occupazione, la distruzione e l’espulsione” e ancora: “Durante l’operazione non c’è alcun bisogno di distinguere tra chi è colpevole e chi non lo è

Una strategia di devastazione mai terminata e ancora oggi perseguita con lucida determinazione; perché di “allievi eccellenti” Ben Gurion ne ha avuti tanti, ed ognuno ha aggiunto un suo personale, sadico apporto di crudeltà nell’occupazione militare; fino ad Ariel Sharon.

Dopo Sabra e Chatila, tante stragi sono seguite: ricordiamo Deir Yassin; a Safsaf, Lydda, Tantura e Kufr Qasem; a Qibya, Qana, Jenin, Nablus, Rafah, lo smantellamento della seconda Intifada nel 2002 in tutta la Palestina occupata; tutta un’impalcatura della colonizzazione dei Territori Occupati (e non solo), che a partire dall’istituzione del commando speciale Unità 101 (la cui attività principale fu il massacro di civili nei villaggi e nei campi profughi, facendo scempio del concetto di frontiera) per arrivare al suo primo piano di difesa post-1967, tra avamposti, costruzione della rete stradale, ed installazioni militari, altro non fu se non una prima fase di addomesticamento dei Territori, che trova il suo culmine nel muro dell’attuale colonizzazione, il feroce monumento all’apartheid mediterraneo.

La sola esistenza dell’entità Sionista in Palestina è un crimine di guerra; è basata sul massacro continuo e sull’espropriazione dei Palestinesi, la rapina e lo sfruttamento continuo delle loro risorse, e la colonizzazione continua della loro terra. Una strage infinita, che non si è mai fermata, che continua tutt’oggi e continuerà fino a quando non sarà realizzata la vera giustizia e la liberazione per tutti i rifugiati palestinesi con il riconoscimento del diritto a ritornare nelle proprie case e terre, e finché non verranno realizzati i diritti alla liberazione nazionale, alla sovranità e all’autodeterminazione.

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Ma una corretta analisi non può prescindere dal fatto che la strategia criminale sionista, in quanto progetto di insediamento coloniale, fa parte dei crimini commessi dall’imperialismo degli Stati Uniti nella nazione Araba ed in tutto il mondo. Sabra e Chatila, Guatemala, El Salvador, Nicaragua, Angola, Mozambico, Cambogia e molte altre nazioni rientrano in un piano globale imperialista di conquista di potere, controllo e risorse. Israele riceve miliardi di dollari ogni anno dal governo degli USA, e continua la sua aggressione furiosa contro il popolo palestinese col patrocinio dell’imperialismo USA.

Ad ogni nuova notizia di bombardamenti aerei, di artiglieria pesante e di missili terra-aria siamo “allucinati, indignati, addolorati, impotenti…”, scriviamo, protestiamo sotto le ambasciate. Non è possibile restare indifferenti a tutto questo, ma come agire? Come aiutare il popolo palestinese? Sappiamo bene che non saranno le risoluzioni Onu e neppure colloqui al Cairo a mettere fine a questo orrendo genocidio e tantomeno a disattivare il piano di sterminio sionista. Sappiamo bene che il motto dei democratici e dei riformisti “Due popoli, due Stati” è una misera favoletta, raccontata per riempire sterili manifesti elettorali.

L’unica soluzione resta lo smantellamento dello Stato sionista una soluzione che non potrà mai venire dal mondo imperialista, ma solo da noi, il popolo internazionale unito in una prospettiva rivoluzionaria che distruggendo l’esistente ponga le basi per un nuovo mondo socialista. Per ora il nostro dovere è informare, anzi contro-informare su cosa sia realmente Israele, il sionismo e quali sono i suoi obiettivi e boicottare in ogni modo possibile questo stato assassino ed i suoi alleati.

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Mahmud Darwish, il poeta della resistenza palestinese, ha scritto: “Io sto aspettando il momento in cui sarò capace di dire – all’inferno la Palestina , ma questo non accadrà prima che la Palestina torni libera. Io non posso ottenere la mia libertà personale senza la libertà del mio paese: quando la Palestina sarà libera, saro’ libero anche io”.

Quando la Palestina sarà libera saremo liberi tutti noi.

 

 

 

 

*Tutte le citazioni all’inizio del post sono tratte da “La pulizia etnica della Palestina” Ilan Pappe. Fazi Editore 2008