Posts contrassegnato dai tag ‘Lotta Armata’

Margherita Cagol (Mara), fondatrice delle Brigate Rosse, è stata assassinata il 5 giugno 1975 alla Cascina Spiotta, sulle colline di Acqui Terme, durante il sequestro dell’industriale Vallarino Gancia. Era sul prato, seduta e con le mani alzate, ferita in modo lieve, quando un carabiniere ha sparato a bruciapelo sotto il braccio sinistro il proiettile che ha fermato il suo respiro.

unnamed

…una raffica
inchiodò
alla terra
il tenero sorriso…
l’erba di giugno
carezzò il suo viso
capelli sparsi
giocarono col vento…
(Agrippino Costa, Mara, 1991)

“Margherita per due anni è stata il dirigente più autorevole della colonna di Torino, composta di operai, e chi conosce gli operai della Fiat sa che ci vuole qualcosa di più che due occhi verdi, bellissimi fra l’altro, per farsi rispettare da loro” (M. Moretti)

 

BRIGATE ROSSE: Volantino di Commemorazione del 6 Giugno 1975

“Ai compagni dell’organizzazione, alle forze sinceramente
rivoluzionarie, a tutti i proletari. È caduta combattendo Margherita Cagol, “Mara”, dirigente comunista e membro del Comitato esecutivo delle Brigate Rosse.

La sua vita e la sua morte so
no un esempio che nessun combattente per la libertà potrà dimenticare. Fondatrice della nostra organizzazione, “Mara” ha dato un inestimabile contributo di intelligenza, di abnegazione, di umanità, alla nascita dell’autonomia operaia e della lotta armata per il comunismo. Comandante politico-militare di colonna, “Mara” ha saputo guidare vittoriosamente alcune fra le più importanti operazioni dell’organizzazione. Valga per tutte la liberazione di un nostro compagno dal carcere di Casale Monferrato. Non possiamo permetterci di versare lacrime sui nostri caduti, ma dobbiamo impararne la lezione di lealtà, coerenza, coraggio ed eroismo! È la guerra che decide in ultima analisi della questione del potere: la guerra di classe rivoluzionaria. E questa guerra ha un prezzo: un prezzo alto certamente, ma non così alto da farci preferire la schiavitù del lavoro salariato, la dittatura della borghesia nelle sue varianti fasciste o socialdemocratiche. Non è il voto che decide la conquista del potere; non è con una scheda che si conquista la libertà. Che tutti i sinceri rivoluzionari onorino la memoria di “Mara” meditando l’insegnamento politico che ha saputo dare con la sua scelta, con il suo lavoro, con la sua vita. Che mille braccia si protendano per raccogliere il suo fucile!
Noi, come ultimo saluto, le diciamo: “Mara”, un fiore è sbocciato, e questo fiore di libertà le Brigate Rosse continueranno a coltivarlo fino alla vittoria! Lotta armata per il comunismo”

Tonino Loris Paroli, Testimonianza al Progetto Memoria, Reggio Emilia 1995.

br_marac“[…] Mara era una dirigente comunista, una delle prime donne emancipate dell’epoca moderna e credeva alla donna come uno dei poli della societa’; determinante per l’emancipazione di tutti gli altri. Un giorno manifestando a lei le mie perplessità sulla poca presenza femminile nella nostra organizzazione, anche in relazione alla durezza del vivere clandestini tra soli maschi, mi disse di essere certa che la componente donna nell’arco di pochi anni sarebbe aumentata enormemente. Aveva avuto ragione. Infatti in pochi anni quasi tutte le organizzazioni armate erano dirette da una elevata componente femminile. E questo è uno degli aspetti più profondi della nostra storia, mai messo in luce da colo i quali hanno riversato su centinaia di libri tutti quei tentativi manipolati e disperati nel volerla spiegare.
Mara era una compagna vera e concreta e sapeva costruire relazioni semplici e complesse con tutti i compagni. Con lei non vedevi mai la rottura tra le discussioni politiche e il momento in cui si poteva suonare la chitarra e cantare, scherzare o ridere, o quando si cucinava o si era a tavola. Il tempo era per lei tutto dentro una scelta di vita e con dolcezza sapeva sempre armonizzare i momenti belli con quelli stressanti e angosciosi.
Sul piano personale è la compagna che mi aspetta all’imbocco dell’autostrada di Reggio Emilia, nel lontano ’74, quando faccio la scelta della clandestinità. Ed è lei che fin dal primo momento sa leggermi dentro e capire quanto per me questa scelta fosse anche una scelta sofferta, dato che avevo lasciato gli affetti personali, soprattutto quelli del figlio.
Questa sua comprensione era importante, per me era liberatoria, non mi costringeva, rispetto a certe persone tutte d’un blocco, a essere quello che non ero…
Sul piano politico sono molti i momenti cruciali dove Mara è esageratamente attiva, propulsiva e stimolante nei confronti di tutti nei della colonna di Torino. Un particolare importante: quando l’esecutivo decide di far entrare ‘Frate Mitra’ nelle BR, lei si oppone, politicamente condivideva il metodo di farlo entrare trasversalmente; asseriva che lui doveva inserirsi nel mondo di lavoro e solo in seguito a verifiche… avremmo valutato se e come farlo entrare nell’organizzazione. Nessuno la ascoltò. Frate Mitra si rivelò una spia facendo arrestare Curcio e Franceschini.
Ma il momento più rivelante, ricco e nel contempo lacerante è quello dei primi mesi del ’75, quando noi di Torino proponemmo di affrontare il problema dei nostri compagni prigionieri. Periodo ricco perché dopo tanti compagni arrestati avevamo rimesso assieme le forze in grado di riprendere l’iniziativa teorica e pratica della propaganda guerrigliera. Lacerante in quanto la proposta di Torino non era condivisa da molti compagni di altre colonne. Infatti alla proposta  operativa di liberare Curcio da Casale Monferrato, due compagni scelsero di uscire dall’organizzazione. Altri compagni sospettarono Mara di personalismo, in quanto moglie di Renato (ma se vi fosse stato in lei anche una quota di personalismo affettuoso verso il compagno da liberare era una cosa così grave?) il che non era assolutamente vero: noi di Torino stavamo lavorando da tempo anche su altre prigioni dove erano rinchiusi dei nostri compagni. Solo che proponemmo Casale dove le nostre inchieste avevano individuato dei punti vulnerabili più che altrove.
Alla fine di una serie di dibattiti riuscimmo a far passare la proposta e facemmo l’intervento alla prigione. La cosa riuscì: fu una delle più belle azioni guerrigliere delle BR, attorno alla quale il consenso e l’entusiasmo si manifestarono a livello di massa. Il giorno prima di quell’azione io e Mara ci appartammo in macchina in un viottolo per attendere il momento di fare un sopralluogo al passaggio a livello… E, in attesa che calassero le sbarre, ricordo quel tempo durato circa un’ora di totale mutismo tra me e lei, mentre ascoltavamo Bob Dylan. […] Di certo avevamo la consapevolezza del fatto che all’indomani dovevamo affrontare per la prima volta un attacco ad una struttura militare dello Stato. E benché il nostro intento fosse quello di fare tutto il possibile per evitare sparatorie, non sapevamo se era realizzabile: potevamo lasciarci anche la pelle. La paura è sempre in relazione a ciò che non sei in grado di prevedere, a ciò che non conosci esaurientemente e temi di non saper affrontare i problemi che ti pone.
Mentre parlo di Mara mi accorgo di avere il pensiero fisso alla cascina Spiotta su quel maledetto lenzuolo bianco che sovrasta il suo corpo. Quello è stato uno dei primi sipari calati sulla nostra storia. Ma la cascina Spiotta di Mara non è solo quel finale. Lei in quella nostra vare con diversi ettari di terra era molto attiva e coltivava di tutto, dalle verdure ai frutti e mi parlava spesso di ogni sorta di piante. Simpaticamente, con gesti rassomiglianti ai contadini, l’ho vista irrorare il vigneto su quella dolce rupe delle Langhe, dove il sole si confondeva sul sorriso del suo viso biondo trentino. Lei era una poetessa della vita, nella vita, per la vita; per cui manifestava sempre quella generosità nel suo essere compagna che oltrepassava tutti i limiti, fino a quello di vent’anni fa dove morimmo un po’ tutti sotto quel lenzuolo bianco, ma anche dove rinascemmo un po’ tutti.”

Da una lettera di Mara ai genitori
“Cari genitori, vi scrivo per dirvi che non dovete preoccuparmi troppo per me. Ora tocca a me e ai tanti compagni che vogliono combattere questo potere borghese ormai marcio continuare la lotta. Non pensate per favore che io sia un’incosciente. Grazie a voi sono cresciuta istruita, intelligente e soprattutto forte. E questa forza in questo momento me la sento tutta. È giusto e sacrosanto quello che sto facendo, la storia mi dà ragione come l’ha data alla Resistenza nel ’45. Ma voi direte, sono questi i mezzi da usare? Credetemi non ce ne sono altri. Questo stato di polizia si regge sulla forza delle armi e chi lo vuol combattere si deve mettere sullo stesso piano.”

La liberazione di Curcio dal carcere di Casale Monferrato.
A Mara. Un ricordo di vita, di lotta.

mara218 febbraio 1975. È giorno di colloqui nel carcere di Casale Monferrato. L’unico scadenzato refolo di vitalità che interrompe la grigia monotonia della piccola struttura. Poco più di quaranta detenuti e meno della metà di guardie carcerarie. Cinque uomini e una donna bionda fermano due macchine vicino all’ingresso. Nulla di strano. Lei suona e chiede di consegnare un pacco al marito. Il piantone apre. Il gesto è quasi automatico, il cambio di scena repentino. D’improvviso i suoi occhi vedono solo il mitra che la giovane dal bel volto e dal sorriso luminoso gli punta contro. Alla mente giunge quasi surreale l’intimazione di una voce femminile decisa: «Stai buono o sei un uomo morto». Parole ferme, non cupe. Due, forse tre uomini con la tuta blu degli operai della Sip staccano i fili del telefono. In mano scala e mitra. Mara e un compagno arrivano al corridoio dove sono le celle: «Renato… dove sei?»

 Lo sconforto dura un attimo. Curcio scende veloce dal piano di sopra e subito la loro macchina parte in direzione Alassio. Gli altri fanno perdere le loro tracce. Una ventina di brigatisti mobilitati per un’azione perfetta. Mara si toglie la parrucca bionda. Torna con i suoi capelli neri e occhi che si intuiscono verdi anche nella foto tessera in bianco e nero della sua patente falsa. Dove l’ovale regolare e allungato è incorniciato dalla pettinatura cotonata e ripiegata all’insù delle presentatrici televisive dell’epoca.

Le prigioni di Stato sono state violate. Una vittoria politica per l’organizzazione, un’azione dal forte simbolismo che colpisce e libera l’immaginario romantico. Un nucleo armato delle Brigate Rosse ha assaltato e occupato il carcere di Casale Monferrato liberando il compagno Renato Curcio. Questa operazione si inquadra nella guerra di resistenza al fascio di forze della controrivoluzione che oggi nel nostro paese sta attuando un vero e proprio “golpe bianco” seguendo le istruzioni dei superpadroni imperialisti Ford e Kissinger. […] Compito dell’avanguardia rivoluzionaria oggi è quello di combattere a partire dalle fabbriche, il golpismo bianco in tutte le sue manifestazioni, battere nello stesso tempo la repressione armata dello stato e il neocorporativismo dell’accordo sindacale. La liberazione dei detenuti politici fa parte di questo programma.
Liberiamo e organizziamo tutte le forze rivoluzionarie per la resistenza al golpe bianco.

Le polemiche fioccano, il generale Dalla Chiesa tuona contro chi ha lasciato il capo delle Brigate Rosse in un carcere «di cartapesta».

[…] Milano è per me una grande esperienza. Questa grande città che in un primo momento mi è parsa luminosa, piena di attrattive, mi appare sempre di più come un mostro feroce che divora tutto ciò che di naturale, di umano e di essenziale c’è nella vita. Milano è la barbarie, la vera faccia della società in cui viviamo. […] Questa società, che violenta ogni minuto tutti noi, togliendoci ogni cosa che possa in qualche modo emanciparci o farci sentire veramente quello che siamo (ci toglie la possibilità di coltivare la famiglia, di coltivare noi stessi, le nostre esigenze, i nostri bisogni, ci reprime a livello psicologico, fisiologico, etico, ci manipola nei bisogni, nell’informazione, ecc. ecc.) ha estremo bisogno di essere trasformata da un profondo processo rivoluzionario. […] Ebbene se pensiamo che tutto questo potrebbe essere eliminato benissimo (ti ricordi quando l’anno scorso ti dicevo che utilizzando al massimo tutti i progetti tecnologici studiati ed impiegandoli nel processo produttivo sarebbe possibile mantenere 10 miliardi di persone al livello del reddito medio attuale americano?) ma che questo non è possibile fin quando esisteranno sistemi politici come quello europeo o americano attuali. Tuttavia esistono moltissime condizioni oggi per trasformare questa società e sarebbe criminale (verso l’umanità) non sfruttarle. Tutto ciò che è possibile fare per combattere questo sistema è dovere farlo, perché questo io credo sia il senso profondo della nostra vita. […] La vita è una cosa troppo importante.” (Margherita – Mara – Cagol)

 

8d612173713a569d22d9e2cc010db1adIl 14 marzo 1972 Giangiacomo Feltrinelli, editore e fondatore dei Gruppi d’Azione Partigiana rimase ucciso in una esplosione vicino ad un traliccio dell’alta tensione a Segrate (Milano).
Giangiacomo Feltrinelli, soprannominato Osvaldo (Milano, 19 giugno 1926 – Segrate, 14 marzo 1972), è stato un editore e rivoluzionario italiano.
Fu fondatore della casa editrice Feltrinelli e, nel 1970, dei GAP (Gruppi d’Azione Partigiana), una delle prime organizzazioni armate di sinistra della stagione degli Anni di piombo.
Le ipotesi sulle cause della sua morte sono diverse; il suo corpo fu rinvenuto, dilaniato da un’esplosione mentre stava preparando un’azione di sabotaggio, ai piedi di un traliccio dell’alta tensione a Segrate, nelle vicinanze di Milano. I fautori della disinformazione come strumento controrivoluzionario sostennero ed inventarono di tutto, fino all’omicidio ad opera della CIA in accordo con i servizi italiani. Nel 1979, al processo contro gli ex membri dei Gap (poi confluiti nelle Brigate Rosse) gli imputati, fra i quali Renato Curcio ed Augusto Viel, emisero un comunicato che dichiarava: “Osvaldo non è una vittima, ma un rivoluzionario caduto combattendo. Egli era impegnato in una operazione di sabotaggio di tralicci dell’alta tensione che doveva provocare un black-out in una vasta zona di Milano, al fine di garantire una migliore operatività a nuclei impegnati nell’attacco a diversi obiettivi. Inoltre il black-out avrebbe assicurato una moltiplicazione degli effetti delle iniziative di propaganda armata. Fu un errore tecnico da lui stesso commesso, e cioè la scelta e l’utilizzo di orologi di bassa affidabilità trasformati in timers, sottovalutando gli inconvenienti di sicurezza, a determinare l’incidente mortale e il conseguente fallimento di tutta l’operazione” [Comunicato letto dai prigionieri politici durante il processo Gap-Feltrinelli-Brigate Rosse (1979)].

Sulla morte di Osvaldo le Brigate Rosse fecero una loro inchiesta, il 1 settembre 1974, in un appartamento delle Brigate Rosse a Robbiano del Mediglia fu trovata la registrazione contenente il racconto del compagno (Gunther) che era con Feltrinelli durante l´azione e che aveva raccontato esattamente l’accaduto. La trascrizione riferisce tutto il viaggio dei gappisti, a partire dal ritrovo a Milano e dalla partenza con il pulmino verso Segrate fino a descrivere con precisione la preparazione dell’attentato. L’esplosione viene collocata da Gunther verso le 9 meno 10, 9 meno 5 circa, causata dallo scoppio di un candelotto che Feltrinelli teneva sotto la gamba sinistra: “All’inizio Osvaldo ha i candelotti di dinamite (della carica che serviva a far saltare il longherone centrale) in mezzo alle gambe. […] Si trova impacciato nella posizione, impreca. Sposta i candelotti, probabilmente sotto la gamba sinistra e, seduto con i candelotti sotto la gamba, in modo che li tiene fermi, sembra che prepari l’innesco, cioè il congegno di scoppio. È in questo momento che quello a mezz’aria sul traliccio sente uno scoppio fortissimo. Guarda verso l’alto e non vede nulla. Guarda verso il basso e vede Osvaldo a terra, rotolante. La sua impressione immediata è che abbia perso entrambe le gambe. Va da lui immediatamente e gli dice: “Osvaldo, Osvaldo…”. Non c’è… è scoppiato

Bella la rivendicazione di Potere Operaio in un articolo ancor oggi degno di nota intitolato “Un rivoluzionario è caduto”; eccolo:

12813892_1028830137206863_6724811543654680007_n

Inserisci una didascalia

 

Potere Operaio del Lunedì

26 marzo ’72      Settimanale politico Anno I n° 5      Lire 50

 Un rivoluzionario è caduto

Lo dipingono come un avventuriero, come un deficiente o come un crudele terrorista. Noi sappiamo che dopo aver distrutto la vita del compagno Feltrinelli ne vogliono infangare e seppellire la memoria – come si fa con i parti mostruosi. Sì perché Feltrinelli ha tradito i padroni, ha tradito i riformisti. Per questo tradimento è per noi un compagno. Per questo tradimento i nostri militanti, i compagni delle organizzazioni rivoluzionarie, gli operai di avanguardia chinano le bandiere rosse segno di lutto per la sua morte. Un rivoluzionario è caduto.

Giangiacomo Feltrinelli è morto. Da vivo era un compagno dei GAP (Gruppi d’Azione Partigiana) – una organizzazione politico-militare che da tempo si è posta il compito di aprire in Italia la lotta armata come unica via per liberare il nostro paese dallo sfruttamento e dall’ingiustizia. A questa determinazione Feltrinelli era arrivato dopo una bruciante e molteplice attività – dalla partecipazione alla guerra di liberazione, alla milizia nel PCI, all’impegno editoriale, alla collaborazione con i movimenti rivoluzionari dell’ America Latina. L’indimenticabile ’68, lo aveva spinto ad un ripensamento di tutta la sua milizia politica; la breve ma intensa confidenza con Castro e Guevara gli forniva gli strumenti teorici attraverso cui analizzare il fallimento storico del riformismo e, ad un tempo, la prospettiva da seguire per una ripresa del movimento rivoluzionario in Europa. La forte passione civile, la rivolta ad ogni forma di sopraffazione e di ingiustizia (si pensi all’attenzione con cui ha sempre seguito le rivendicazioni autonomiste delle minoranze linguistiche italiane) lo spingevano a saltare i tempi, a bruciare le mediazioni. É l’inquietudine di cui parla oggi con disprezzo misto a compatimento il “Corriere della Sera”. In realtà è l’inquietudine che porta con sé ogni uomo che non si adatti a vivere come un bue, che nutre un odio profondo per tutti i cani ed i porci dell’umanità. Certo nell’azione di questo compagno ci sono stati errori, ingenuità, improvvisazioni.
Grave soprattutto ci è sembrata e ci sembra, nel programma politico dei GAP, la sottovalutazione delle lotte operaie, della loro capacità di andare oltre il terreno rivendicativo per porre la questione dei rapporti di forza tra le classi cioè del potere politico. Ma i suoi errori, la sua impazienza, appartengono al movimento rivoluzionario e operaio; “assalto al cielo” che da qualche anno migliaia di militanti hanno cominciato a ricostruire dopo decenni di oscurità e di paura. Fanno parte di questo cammino che, come diceva Lenin, non è diritto e piano ma tortuoso e difficile, e dove accanto all’estrema determinazione di percorrerlo non v’è alcuna certezza sui tempi necessari a mandare in rovina lo stato delle cose presenti.
Il compagno Feltrinelli è morto. E gli sciacalli si sono scatenati. Chi lo vuole terrorista e chi vittima. Destra e sinistra fanno il loro mestiere di sempre. Noi sappiamo che questo compagno non è né una vittima, né un terrorista. É un rivoluzionario caduto in questa prima fase della guerra di liberazione dello sfruttamento. É stato ucciso perché era un militante dei GAP. E carabinieri, polizia, fascisti esteri e nostrani lo sapevano e lo sanno benissimo. É stato ucciso perché era un rivoluzionario che con pazienza e tenacia, superando abitudini, comportamenti, vizi, ereditati dall’ambiente alto-borghese da cui proveniva, s’era posto sul terreno della lotta armata, costruendo con i suoi compagni i primi nuclei di resistenza proletaria. É probabilmente vero che la ricerca affannosa che, da mesi, fascisti e servizi segreti vari avevano scatenato per prendere Feltrinelli, si è intensificata dopo il contributo ulteriormente portato dei GAP nello smascheramento dei mandanti e degli esecutori della strage del dicembre del ’69. É probabilmente vero che questo compagno ha commesso, per generosità, errori fatali di imprudenza – cadendo così in un’imboscata nemica la cui meccanica è a tutt’oggi oscura. Quello che è certo è che di questo assassinio si sono fatti complici tutti coloro che cercavano un “mandante ed un finanziatore” per l’attività dei gruppi rivoluzionari. Dal Secolo all’Unità in una paradossale unità d’intenti dopo la manifestazione del giorno 11 a Milano, tutti hanno latrato: vogliamo il mandante, vogliamo il finanziatore. Come se la lotta di strada, la lotta di piazza avesse bisogno di finanziatori. Le bottiglie “molotov” sono generi di largo consumo nell’Italia degli anni 70. Costano poche centinaia di lire. Come dire alla portata di qualsiasi militante. Sono le attrezzatissime bande fasciste, sono i giornali di partito senza lettori, sono le costose campagne di pubblicità elettorale, sono i mastodontici apparati di Partito che richiedono e trovano i finanziamenti di Cefis, di Agnelli, di Borghi, di Ravelli – oltreché il generoso contributo delle casse statali e parastatali. Comunque loro – destra e sinistra – volevano il mandante, il finanziatore. Fascisti e servizi segreti glielo hanno trovato. Un cadavere straziato di un pericoloso rivoluzionario che aveva deciso di far sul serio è diventato utile per la bisogna – perché era Giangiacomo Feltrinelli discendente di una delle famiglie più ricche del paese. Ed i giornali della borghesia si sono affrettati a sputare sopra il cadavere. Con tutto l’odio che si sente per un traditore. Perchè è vero. Giangiacomo Feltrinelli li aveva traditi. Aveva rotto con il suo ed in tre anni densi di attività minuta, continua e coraggiosa era diventato un rivoluzionario. E i miliardari che finanziano i partiti, si drogano al “Number One”, vogliono l’ordine e la morale nelle fabbriche e nelle scuole – e per questo utilizzano le bande fasciste – non possono perdonare questo figlio degenere.

 

baader-meinhof_5c

A 38 anni dall’assassinio dei compagni della RAF, Andreas Baader, Jan Karl Raspe e Gudrun Ensslin, nel carcere di Stammheim, li voglio ricordare con questo articolo di Salvatore Ricciardi, che riporta la testimonianza di Irmgard Möller (anche lei detenuta a Stammheim e sopravissuta alla strage) sui fatti della notte tra il 17 ed il 18 ottobre e sulla morte di Ulrike Meinhof.

 

 

 

In Italia si torturava, in Germania si uccidevano i compagni imprigionati

Nel 1976 e nel 1977,  lo stato della Germania dell’Ovest, per cercare di stroncare la guerriglia interna, assassinò nelle sue carceri i prigionieri della Raf: Ulrike Meinhof nel 1976;  e l’anno successivo,  nel carcere di Stammheim, Andreas Baader, Jan Karl Raspe e Gudrun Ensslin, i primi due a seguito di colpi di arma da fuoco, la terza impiccata. Irmgard Möller (a volte scritto anche Moeller), anche lei prigioniera a Stammheim, è stata l’unica sopravvissuta a quel massacro: fu ferita gravemente da quattro coltellate. (da un’intervista alla Moeller di prossima pubblicazione su questo Blog)
Questa è la sua testimonianza su quella notte. La Moeller smentisce tutte le menzogne che hanno sostenuto la tesi di regime del “suicidio”. Tesi sostenuta anche da “pentiti” e “dissociati” in cambio di congrui sconti di pena. Queste falsità sono presenti nel bruttissimo film di Uli Edel  “La banda Baader Meinhof” del 2007, e nel libro pieno di falsità del “pentito e dissociato” Peter Jürgen Boock “L’ autunno tedesco” (vedi qui cosa ne dice il militante della Raf, Klaus Viehmann).
==========
*Nel 1976 Ulrike Meinhof è morta in carcere. Come hai appreso la notizia?
Di mattina alla radio, con il supplemento che disse che si era suicidata. In quel periodo ero ancora ad Amburgo Holstenglacis ed avevo l’ora d’aria con Ilse Stachowiak o Christa Eckes o Margrit Schiller. Eravamo come elettrizzate. La notizia era identica a quella del BILD del luglio 1972 nel quale era corsa voce che Ulrike si fosse suicidata per tensioni nel gruppo. Per questo pensammo all’inizio “ non può essere vero”, lei vive, era poi stata da noi. Quando non ci furono più dubbi sulla morte avemmo la consapevolezza che fosse stata assassinata. Conoscevamo le sue lettere che fino all’ultimo aveva scritto ad ognuno di noi. Da esse si capiva la stretta relazione che aveva con noi e sapevamo altresì del suo lavoro sul processo di Stammheim dove si trattava di chiamare a testimoniare testi del governo USA, membri del governo e rappresentanti del pentagono, membri del governo RFT di tutto il decennio della guerra del Vietnam, ex membri della CIA, polemologi  cioè tutti quelli che avrebbero potuto dire qualcosa sull’escalation e la partecipazione del governo federale tedesco alla guerra di aggressione contro il Vietnam.
Infine aveva lavorato ad una istanza per chiamare a testimoniare Willy Brandt e chiedergli del suo rapporto con la CIA. Era particolarmente ferrata e dirompente nella storia della repubblica federale.
Ulrike sapeva che c’era un azione di liberazione ma come noi non sapeva esattamente né quando né come. Si trattava concretamente di due azioni, l’una dietro l’altra ed entrambe preparate da più organizzazioni. La prima fu il sequestro aereo del giugno 1976 conclusosi ad Entebbe, azione che , per come si svolse, non ebbe il nostro assenso. La seconda per gli sviluppi in Libano saltò. Che un’azione di liberazione ci dovesse essere lo sapevano anche i servizi segreti. Il ministro Maihofer lo dichiarò pubblicamente per giustificarsi di fronte al caso Traube (è il caso del fisico Walter Traube, socialdemocratico collaboratore di una società di costruzione di centrali nucleari, che fu licenziato dopo un anno di controlli telefonici da parte del Verfassungsschutz-servizi segreti- per i suoi contatti con attivisti antinucleare). Dopo la storia di Stoccolma, il governo Schmidt era deciso a fare l’impossibile per evitare nuove azioni di liberazione. Il modo più efficiente è alla fine quello di uccidere i prigionieri. Dopo le torture nel braccio morto e il tentativo di psichiatrizzare Ulrike per impedirgli di pensare, sembrò essere la soluzione migliore. Sin dall’inizio Ulrike fu l’obiettivo centrale delle azioni contro la RAF. La sua storia particolare di vent’anni di resistenza antifascista, la sua rottura rivoluzionaria con le forme borghesi della politica comunista e il legalismo senza esito dell’opposizione alla guerra in Vietnam, il movimento studentesco, la sua notorietà internazionale furono le coordinate della trama e del calcolo per l’azione che, inscenando un “suicidio”, avrebbe avuto un effetto demoralizzante  nei gruppi di guerriglia e nei movimenti di liberazione, ma anche che facesse apparire un’azione di liberazione inutile e che fosse  “l’eliminazione dei capi per sgretolare il gruppo” per usare le parole del capo del Verfassungsschutz di Amburgo Horchem. Che con noi fosse diverso, è un’altra questione.
Ci fu una commissione d’inchiesta indipendente sulla sua morte nella quale si sono riuniti personalità internazionali. Nel resoconto finale arrivarono alla conclusione “ Non è stato prodotto un solo dubbio che superi tutte le prove che Ulrike non fosse più viva al momento dell’impiccagione. Al contrario si può dimostrare che fosse già morta”.
*La procura ha sostenuto che Ulrike si fosse suicidata per le tensioni all’interno del gruppo, prima tra tutte Gudrun Ensslin
Come prova portarono bigliettini singoli forniti dalla procura e dal ministero della giustizia del Baden Württemberg tra Ulrike e Gudrun, ma risalivano a  un particolare periodo nel 1975, quindi già vecchi. Inoltre non erano completi… La polemica interna era già stata risolta da tanto tempo al momento della sua morte. Quando fummo assieme a Stammheim ne parlammo a lungo, anche di come un prigioniero possa vedere la morte come unica possibilità contro la lenta distruzione. Eravamo sicuri che se Ulrike si fosse sentita così ce ne avrebbe parlato. Ad Andreas e agli altri. Non c’era motivo di nascondere questi sentimenti in una tale situazione, anzi il contrario.

=cronaca di quel periodo= L’autunno tedesco e le sue conseguenze
Il 1977 fu un anno di crisi. A febbraio lo Spiegel pubblicò i documenti del caso Traube titolando “stato di diritto o stato atomico?”. Si scoprì inoltre che nel biennio 1975/76 si erano effettuate intercettazioni nelle celle di prigionieri, soprattutto della RAF.
Il movimento antinucleare si trovò di fronte al confronto con la questione della violenza. Se a febbraio a Brokdorf c’era stata una manifestazione pacifica dove i manifestanti non si lasciarono dividere tra buoni e cattivi, a Malville in Francia  la polizia fece un morto e numerosi feriti gravi.
Il 23 e 24 settembre si manifestò contro il reattore di Kalkar, 20.000 furono bloccati dagli sbarramenti della polizia con carri armati, elicotteri e un intero apparato militare. L’impreparazione  a tale apparato militare venne definita “Kalkar Schock”. Il movimento antinucleare non fu solo indebolito dall’aspro confronto con la polizia, si era anche orientato in maniera diversa nei contenuti. Non si parlava più del significato militare della cosa, ma di quello ecologico, del pericolo di fronte ad una catastrofe nucleare.
La RAF intanto cercava di liberare i suoi prigionieri. Durante il 1977 si consuma la seconda offensiva della RAF. Il 7 aprile ‘77 a Karlsruhe il ”Kommando Ulrike Meinhof “ assalta l’auto dove viaggia il procuratore generale Sigfried Buback uccidendo a raffiche di mitra lui, il suo autista ed un poliziotto della scorta.
Il 28 dello stesso mese si conclude il lungo processo a carico di Baader, Ensslin, Raspe per gli attentati del 1972: tutti e tre vengono condannati all’ergastolo.
Il 30 luglio il presidente della Dresdner Bank, Juergen Ponto viene ucciso nella sua casa in un tentativo di sequestro.
Il 5 settembre ‘77 a Colonia il commando “Siegfried Hausner” della RAF sequestrò il presidente della Arbeitgeber Hans Martin Schleyer uccidendo i tre agenti della scorta e l’ autista. In cambio della liberazione di Schleyer il commando chiedeva la liberazione di 8 detenuti della RAF e il trasporto in un paese a loro scelta, così come la somma di 100.000 Marchi ciascuno.
Due giorni dopo, 72 prigionieri vengono posti in isolamento con il blocco totale dei contatti sia tra prigionieri sia con l’esterno, radio tv e giornali vengono altresì proibiti.  L’ operazione viene legalizzata da una legge ad hoc approvata il 29 settembre. Occorre far notare che con le due unità di crisi vengono uniti potere legislativo ed esecutivo e che gli ordini del tribunale che sanciscono l’incostituzionalità dei provvedimenti e che  permettono un incontro tra prigionieri ed avvocati vengono ignorati.
A metà settembre il commando con l’ostaggio si trasferisce da Colonia a l’Aia per sfuggire alla pressione investigativa. Alla fine del mese il commando si divide : una parte si trasferisce con l’ ostaggio a Bruxelles e gli altri membri vanno a Baghdad per incontrarsi con membri della resistenza palestinese con la mediazione di un membro delle R.Z. (Cellule Rivoluzionarie). Nella capitale irachena Abu Hani propone un dirottamento aereo a supporto del sequestro Schleyer.
Visto che le autorità non cedevano allo scambio il 13 ottobre un commando palestinese del S.A.W.I.O, con la supervisione di Abu Hani del PFLP/SC dirottò il Landshut, un Boeing 707 della Lufthansa della  linea Maiorca Francoforte, con 86 passeggeri a bordo chiedendo la liberazione di una lista di prigionieri politici , tra i quali il vertice della RAF.
I giornali reazionari come il BILD chiedono l’ esecuzione di “terroristi” per rispondere a quella di ostaggi, pure sul giornale liberale FAZ si legge “non sarebbe il tempo di istituire un diritto d’emergenza contro i terroristi?” settori della  CSU chiedono la pena di morte.
Il 17 ottobre verso la mezzanotte un commando delle truppe speciali tedesche, il GSG 9, assaltò l’ aereo uccidendo tre dei quattro dirottatori e ferendo la quarta. La mattina seguente nelle loro celle di massima sicurezza del carcere di Stammheim (Stoccarda) vennero trovati morti Andreas Baader,  Jan Karl Raspe e Gudrun Ensslin, I primi due a seguito di colpi di arma da fuoco, la terza impiccata. Irmgard Moeller invece era ferita gravemente da quattro coltellate al petto. La versione ufficiale parla di suicidi a seguito della notizia del fallimento del  dirottamento aereo, senza però riuscir a spiegare come avevano potuto saperlo e come potevano avere due pistole e un coltello in un carcere di massima sicurezza, trovandosi inoltre in isolamento da due mesi. Per l’estrema sinistra furono omicidi di stato.
Oltre alla seguente testimonianza della Moeller ci sono numerose incongruenze nella versione. Perché il mancino Baader teneva la pistola nella mano destra? Come ha fatto a spararsi da trenta a quaranta centimetri nella nuca? Perché il cavo elettrico con la quale la Ensslin si sarebbe impiccata si rompe al tentativo di sollevarla? Inoltre vennero rinvenute ferite che non avevano a che fare con l’impiccagione. Appare altresì strano che non ci fossero impronte sulla pistola di Raspe.
A seguito di questi avvenimenti venne ucciso Schleyer. Il suo cadavere fu scoperto dietro segnalazione, nel portabagagli di un Audi 100 a Mulhouse, in Francia.
Il mese successivo venne trovata impiccata nella sue cella, anche Ingrid Schubert, un’altra prigioniera della RAF di cui era stata chiesta la liberazione. Permangono gli stessi dubbi, tanto più che lei, a differenza dei tre che avevano preso da poco un ergastolo, sarebbe uscita nel 1982. Nei due anni successivi nel corso di operazioni di polizia, vennero uccisi altri tre membri della RAF:  Willy Peter Stoll (a Duesseldorf il 6 settembre1978), Michael Knoll (24 settembre1978 presso Dortmund) ed Elizabeth Von Dyck (a Norimberga il 4 maggio 1979). Rolf Heissler scampò invece alla morte solo perché riuscì a ripararsi la testa con una cartellina che deviò il  colpo mortale.
Nella società tedesca si assistette ad un operazione di massiccia censura di tutto ciò che mostrasse simpatia per i movimenti di liberazione, persino un pezzo teatrale come “Antigone” (di Sofocle) venne censurato. L’interdizione dall’impiego, la limitazione dei diritti della difesa e la censura furono criticati dal tribunale Russell.
*Quando avete saputo a Stammheim che Schleyer era stato rapito?
La sera stessa dalla TV. Poco dopo venne un commando di polizia. Dovemmo spogliarcinudi, i nostri vestiti vennero vagliati minuziosamente e poi fummo chiusi in celle vuote ad aspettare la fine della perquisizione di sbirri e magistrati. Alla prima occhiata mancavano la radio, tv, giradischi e tutti gli accessori. A questo punto eravamo 4 nel braccio morto, Nina era stata spostata a Stadelheim il 18 agosto e doveva tornare subito da noi. Fino ad allora avevamo delle mensole davanti alle celle (nel corridoio) con degli oggetti che usavamo in comune come libri, roba da toilette ecc. il 6 settembre il corridoio venne sgomberato e tutta la roba fu messa sotto chiave. Da allora in avanti non potevamo usare più nulla in comune né consolarci a vicenda. Il blocco dei contatti era già stato attivato, non solo contro di noi, ma contro tutti i prigionieri politici nella RFT. Erano più di 90.
*Prima del rapimento Schleyer avete vissuto in celle d’isolamento?
Prima a notte potevamo rimanere assieme, uomini e donne divisi. Da agosto ero assieme a Gudrun, anche perché era estremamente indebolita dagli scioperi della fame e della sete e pensavamo che non ce la facesse a sopravvivere. Nella notte fummo divise e rimanemmo tutti in celle d’isolamento.
*Avete riavuto le cose confiscate nella perquisizione?
No. Dopo alcuni giorni riavemmo solo il giradischi. Ciò che poteva servire per  l’informazione se lo sono tenuto.
*Avevate saputo in anticipo che Schleyer sarebbe stato rapito? C’erano stati accordi tra di voi e le persone che formarono il commando Siegfried Hausner?
Non c’erano stati accordi col commando. È stato detto che i prigionieri gestivano le azioni dalla cella, ma non è così. Come avremmo potuto farlo? Avemmo però il presentimento che qualcosa sarebbe avvenuto. Il 7/4/77 il commando Ulrike Meinhof uccise il procuratore generale  Buback mentre ci trovavamo in sciopero della fame per ottenere la revoca dell’isolamento e la riunione in un gruppo di 15 persone. Durante questo sciopero, dopo l’uccisione di Buback, fummo isolati per la prima volta, senza poter ricevere nemmeno gli avvocati, allora non c’era una base legale che lo permettesse. Per protesta siamo entrati in sciopero della sete. Il blocco dei contatti è stato rimosso, ma le nostre richieste non sono state accolte. In questo periodo ci fu un enorme solidarietà internazionale, teologi, giudici americani, belgi, francesi e inglesi avvocati e giuristi sostennero le nostre richieste di riunione. Il 30 aprile abbiamo ottenuto la promessa che altri prigionieri sarebbero stati trasferiti a Stammheim. Poi il 30 luglio venne ucciso Ponto (….). In quel periodo era chiaro che il processo di Stammheim si avviava alla fine e che ci sarebbe stata la sentenza. Era una fase nella quale è successo molto e l’atmosfera era tesa. Per questo ci aspettavamo che succedesse qualcosa, anche se non sapevamo cosa. Quando abbiamo sentito che Schleyer era stato rapito abbiamo pensato che potesse avere a che fare con noi. Le richieste furono divulgate il giorno successivo, allora fummo isolati completamente.
*C’era comunicazione tra di voi?
Potevamo gridarci qualcosa. Principalmente la notte. Quando se ne sono accorti ci hanno inchiodato materassi di gommapiuma davanti alla porta. Inoltre le grida erano difficili da capire perché, dopo che il corridoio era stato svuotato, rimbombava assai
*Oltre alla comunicazione a voce c’erano altre possibilità di comunicazione?
No, non avevamo nessuno a cui poter dire le cose.
[….]
Avevo dormito pochissimo nei giorni precedenti, anche di giorno; niente pisolini. Fisicamente ero esaurita per lo sciopero della fame, perché non mangiavo quella roba e ci era proibito acquisto di viveri. Non avevo più riserve per rimanere attiva, ma mi aiutava a stare sveglia. Poi ho chiamato Jan tardi in nottata. La cella dove allora stavo era abbastanza sformata e se ci si sdraiava si poteva chiamare da sotto la porta. Jan era davanti a me, a  un paio di metri di distanza di lato. Mi ha sentito e risposto ho detto “He, um” per sapere che succedeva. Poi mi son messa sotto le coperte e mi sono addormentata. Quando non so dirlo, con esattezza , ma fu nelle ore successive.
La mia prima sensazione fu un rumore in testa, mentre qualcuno mi apriva le palpebre sotto la luce accecante del corridoio, molte figure attorno a me che mi hanno afferrato. Dopo ho sentito una voce che ha detto “Baader ed Ensslin sono morti”. Infine ho perso i sensi. Mi sono risvegliata completamente giorni dopo nell’ospedale a Tubinga. Un giudice sedeva accanto al letto e voleva sapere cosa fosse successo. Da lui ho sentito che anche Jan era morto. Da lui ho anche appreso che l’aereo era stato assaltato e che i dirottatori, tranne una donna, erano stati uccisi. La mia avvocatessa mi ha detto che ha tentato senza successo di arrivare a me per tutto il tempo.
Ma non potrei raccontarti il senso di quel discorso. Prova a immaginarti che dopo settimane di blocco totale, era il primo contatto con una persona di fiducia. Inoltre ero gravemente ferita ed avevamo solo un ora di tempo. Ero nel reparto ustionati e tutto era piastrellato e sterile. Ero attaccata ad una flebo che gorgogliava, avevo dolori terribili, c’erano sbirri ovunque, persino i dottori di questo reparto erano sorvegliati.
Inizialmente non seppi che ferite avevo. Me lo disse dopo un medico di fiducia. Di 4 coltellate al petto, una aveva colpito il pericardio e ferito un polmone che si era riempito di sangue. A Tubinga mi dovettero incidere la gabbia toracica e posizionarvi un drenaggio per aspirare tutto il liquido della ferita. Il corpo contundente doveva essere stato conficcato con violenza ed essere stato fermato da una costola che presentava un’incisione.
Nel reparto rianimazione rimasi una settimana, là una fisioterapista mi ha aiutato a recuperare la capacità respiratoria. Ho ricevuto forti dosi di tranquillanti e sedativi e mi ricordo poco di quel giorno. Ma un immagine mi è rimasta impressa: giorno e notte c’erano due o tre sbirri con i berretti, mantelli e soprascarpe  sterili, mentre davanti alla finestra pattugliavano altri armati di mitra. Il fine settimana mi riportarono in carcere a Hohen Asperg  con l’elicottero. Là rimasi 4 settimane per molto tempo non fui in grado di camminare ed ebbi dolori per anni a respirare,tossire, sdraiarmi di fianco e persino a ridere.
*Hanno trovato l’arma con la quale sei stata ferita?
Nella versione officiale si parla del coltellino in dotazione, ma non quadra perché la ferita è piuttosto profonda. Quello era un coltellino che si utilizza per spalmare il burro e, assieme alle forbicine per ritagliare giornali che erano in un angolo, fu l’unico oggetto “da taglio” ritrovato in cella. Ma non si trattava di esse, loro dissero che era stato il coltello smussato.
*Il tuo avvocato ha parlato con i medici per sapere se le ferite sarebbero state compatibili con un coltellino del genere.?
Hanno provato a parlare con i medici e il personale d’assistenza, ma hanno sempre trovato porte chiuse. Gli era proibito parlare con il mio avvocato. Alcune infermiere hanno tentato di fargli arrivare notizie, ma non ha funzionato granché. Il personale aveva paura. Anche gli avvocati erano stati intimiditi. Vennero istituiti numerosi procedimenti disciplinari contro i nostri avvocati, non erano certo buone premesse per chiarire qualcosa. Io stessa ho provato ad avere gli atti e la documentazione, inutilmente. Le lastre non ho mai potuto vederle. Anche in seguito, quando ero a Lubecca ed avevo ancora dolori al respiro, il medico della prigione le ha richieste. Pensavamo che da prigione a prigione potesse funzionare. Ma nulla, le due prigioni non le hanno spedite (Hoheasperg e Stammheim).
*Quando hai raccontato per la prima volta ciò che ti è successo?
Prima ho parlato con un avvocato, poi ho fatto le mie  dichiarazioni davanti alla commissione di inchiesta. Era il 16 gennaio 1978. avrebbero già voluto farlo nel dicembre 1977, ma ero troppo debole e mi trovavo in sciopero della fame perché volevo assolutamente essere raggruppata con gli altri. Fu tremendo. Giacevo in divisa carceraria sul materasso in terra ed ero sorvegliata continuamente. Venne poi un funzionario della commissione d’inchiesta e mi disse che ero tenuta a rilasciare una dichiarazione e di tenermi pronta per l’8 dicembre. La dichiarazione si sarebbe svolta a porte chiuse. Ma in questo modo mi sono rifiutata. Così hanno stabilito il termine per gennaio 1978.
Ci andai perché volevo dichiarare pubblicamente di fronte alla stampa. L’audizione si svolse nella sala dove c’era stato il processo. C’erano 200 posti ed erano tutti gremiti. Risposi alle loro domande. Il protocollo si può anche leggere. Gli atti della commissione non li ho ricevuti fino ad oggi. Non ho potuto correggere, cambiare o aggiungere cose al contenuto della mia dichiarazione perché nessuno me l’ha data. La versione stampata non è autorizzata e neppure completa.
*Com’era la situazione per te?quella notte ti sei alzata ed eri gravemente ferita. Che hai pensato?
Per me fu tutto confuso. C’era il dolore terribile che gli altri non fossero più con me. Non avevo però neppure il tempo di rattristarmi, dovevo chiarirmi la situazione. Riflettei ai segnali che c’erano stati di una tale escalation. Volevo chiarire un po’ di cose. Nel corso degli anni c’erano state minacce di morte contro Andreas, Ulrike era morta, avevamo pensato che tali omicidi potessero succedere, non ci siamo mai sentiti sicuri in galera. Questo era un motivo per il quale volevamo restare uniti e non lasciarci dividere, per proteggerci a vicenda. Ma sapere che questo può avvenire, è ben altro che viverlo in realtà. Da sola dovevo venirne a capo. Era un dolore totale che mi stordiva più della paura che qualcuno ci riprovasse.
Poi ho tentato meglio che potevo per arrivare alle informazioni. Ciò ha caratterizzato il corso dei miei giorni allora. Fu terribilmente difficile perché non avevo giornali, non avevo gli atti e non potevo avere visite. Gli avvocati venivano ma avevamo appena il tempo di discutere solo le cose più necessarie e urgenti. Non avevo nulla da verificare o controllare. All’Hohen Asperg hanno tolto il blocco dei contatti a fine ottobre. La radio non me l’hanno ridata perché dissero che avrei potuto usare il filo per impiccarmi. Con questa scusa mi hanno tolto tutto. In questo periodo, quando giravano la gran parte delle informazioni ed ho tentato con urgenza di sapere le cose. Non avevo accesso al modo.
*Non avevi neppure giornali? Con quelli è difficile impiccarsi..
Tagliavano tutto ciò che potesse aver a che fare con Stammheim o il Landshut nel senso più ampio. Li ho avuti 20 anni dopo quando sono uscita di carcere nella cassa dei “beni”. Allora dai giornali leggevo solo lo sport e forse un paio di articoli del Feuilleton.
*Non hai potuto ricevere testi o informazioni per posta dai difensori?
Gli avvocati non hanno spedito nulla. Avevano paura che tutto fosse illegalizzato come sistema d’informazione. Di fronte al clima arroventato era anche un timore giustificato. In Germania due avvocati erano già in galera e Klaus Croissant era in Francia in attesa di estradizione.
*Quando avesti di nuovo contatti con qualcuno del tuo gruppo?
Per lungo tempo non avvenne. Avevo voglia di essere riunita con gli altri, in particolare con Nina (Ingrid Schubert). A Hohen Asperg sentii da lontano un brano della radio: Ingrid Schubert si era impiccata a Hohen Asperg. Ero come tramortita. Questo era il 12 novembre. Si parlò subito di suicidio per quanto tutti i fatti parlassero contro. Ho letto molto più tardi le sue lettere dell’ultima settimana e descrive di come fu assalita il 18 ottobre e sottoposta a perquisizione ginecologica. I suoi piani per il futuro prossimo erano quelli di tornare con noi. Dalla pubblica discussione è uscita subito perché non è morta a Stammheim e perché nonostante le stranezze non ci fu nessuno che continuò le indagini. Gli atti furono chiusi nel 1978.
[…]
*Altra domanda fondamentale è come avreste potuto procurarvi armi. K.H. Roth in un’intervista al “Konkret” sostiene che c’erano armi in cella e la cosa era risaputa dalle autorità senza che si sapesse però esattamente quali fossero.
Non avevamo armi. Dire che avessimo nascosto armi in cella ha poco senso perché durante il blocco dei contatti dovemmo spostarci più volte e non sapevamo in anticipo né quando né dove.
Se avessimo avuto armi ne avremmo fatto altro uso che quello di suicidarsi. Ci saremmo difesi o tentato di uscirne e certamente non ci saremmo uccisi isolatamente
*Vista così avrebbe senso lo scenario ipotizzato da Schmidt a una conferenza: Baader avrebbe tentato di portare qualcuno della cancelleria da voi in prigione per prenderlo in ostaggio
Ma non l’ha fatto! Se avessimo progettato un’azione di liberazione da Stammheim avremmo tramato ben altro. Scenari del genere sono, di fronte agli scenari che avevamo davanti, totalmente irrealistici. Siamo stati perquisiti continuamente, tutto era sorvegliato. Non avevamo armi. Come poi? Andreas, come risulta anche dalla documentazione del governo, aveva uno scopo politico. Non era un’azione mascherata. Certo che di solito piace girarci intorno, ma porta poco lontano. La realtà del 1977 ha lasciato poco spazio a questi pensieri artistici. Vivevamo in una condizione estrema, il blocco dei contatti appunto.
*Il fatto che avevate armi in cella non è sostenuto solo dalla commissione, ma anche alcuni testimoni che dicono di aver aiutato a imboscare le armi. A questa storia di Volker Speitel c’è anche una variante di Peter Jürgen Boock che sostiene di aver preparato più armi.
È sempre difficile dimostrare che qualcosa non è successo. Su Volker Speitel non posso dire molto perché io stessa non ebbi a che fare con lui. Ma Hanna Krabbe lo conosceva perché originariamente voleva partecipare all’azione di Stoccolma. Ma se l’è svignata un paio di settimane prima per riapparire poi nell’ufficio dell’avvocato Klaus Croissant. Dice di aver preparato le armi ed esplosivi nella primavera del 1977 che sarebbero poi state portate da Arndt Müller nascoste in un coperchio degli atti e poi passate durante il dibattimento a Jan, Andreas e Gudrun che le portarono dal tribunale in cella. Chi sa come venivano controllati i nostri avvocati non può credere a questa versione. Ci fu fin dall’inizio la propaganda che gli avvocati fossero nostri corrieri, ambasciatori e galoppini. Per questo venivano perquisiti a fondo ed in maniera pignola. Ogni foglio veniva spiato, in queste condizioni introdurre armi sarebbe stata pura pazzia. Inoltre per come era fattaStammheim sarebbe stato poco probabile uscirne anche se si avevano tre pistole e dell’esplosivo. Ci aspettavamo di essere liberati da fuori dalla RAF.
Le storie di Speitel non sono per niente credibili. Inizialmente ha dichiarato di aver ricevuto le armi dagli illegali, tramite un corriere nel marzo del 1977, dopo ha sostenuto che gli illegali stessi gli avessero dato le armi, in ogni caso non si poteva ricordare chi fosse il corriere o gli illegali che gliele dettero. Dopo disse che fu Sieglinde Hoffmann a dargli una pistola e l’anno successivo si ricordo esattamente che erano due. Ricorda poi che potrebbe essere stato il Giugno 1977, ma in quel periodo il processo era alla fine e gli avvocati, anche se lo avessero voluto, non avrebbero più potuto introdurre le armi nel modo indicato dalla commissione. Le favole di Boock non sono migliori:  Speitel, che sostiene di aver preparato le armi, non appare nel racconto di Boock e Boock, che sostiene di aver preparato le armi per il trasporto,non appare nel racconto di Speitel.
*Ci sono altre due “interne” che dichiarano che voi vi sareste suicidati. Susanne Albrecht e Monika Helbing, che nel 1977 erano nella RAF e che in seguito andarono da fuoriuscite nella DDR hanno dichiarato che ci sarebbe stato tra i quadri della RAF un “azione suicida” nel caso che non ci fossero più state altre possibilità di uscire. Entrambe si riferiscono a Brigitte Mohnhaupt che fu rilasciata nella primavera del 1977 e che rientrò subito in clandestinità
Entrambe hanno escogitato la cosa in un momento nel quale erano testimoni in un processo e volevano ottenere uno sconto di pena. Questo sui motivi. Posso dire che tra noi non c’era nulla del genere né come discussione né come piano.
[…]
*Per voi quindi il solo sopravvivere era una vittoria?
Sicuro. Nel momento in cui devi essere schiacciato ma sopravvivi, qualcosa l’hai raggiunto e ci rimani attaccato. Ciò che avevamo in testa era di fare un ulteriore sciopero della fame per accelerare alla decisione in quella settimana. Si trattava anche di prendere dalle mani del governo la decisione su di noi, come dicemmo in quei giorni, che non si tratta certo di annunciare il nostro suicidio come interpretarono avidamente governo e polizia. Perché poi avremmo dovuto annunciarlo? Per dargli la gioia dell’attesa?. Sapevamo bene che ci avrebbero visto più volentieri morti che vivi. Inoltre era chiaro che fino a che eravamo dentro e vivi, ci sarebbero stati quelli fuori che avrebbero voluto liberarci.
[…]
*Negli anni , hai riflettuto di un possibile scenario , di cosa poté essere successo in quella notte?
Ero e sono convinta che fu un’azione dei servizi. Il BND poteva entrare ed uscire liberamente da Stammheim ed aveva installato da noi le apparecchiature per le intercettazioni ambientali. Era anche risaputo che il personale del carcere non era ritenuto abbastanza degno di fiducia per un’azione del genere. Alcuni hanno sempre raccontato qualche nostra ridicola storia al “Bunten”, “Quick” o allo “Stern” e se qualcosa doveva succedere doveva essere fatta senza coinvolgerli. In relazione a ciò è importante che il personale fu cambiato, anche se non tutto, durante il blocco dei contatti. Le telecamere del corridoio poi non funzionavano la notte.
*Pensi che il governo federale fosse coinvolto in quest’azione omicida o è solo opera autonoma dei servizi?
Penso che il governo fosse coinvolto e che anche all’interno della NATO se ne fosse discusso. Al tempo c’era l’unità di crisi anche negli USA, che si teneva in continuo contatto con Bonn. Loro avevano un grosso interesse che noi non ci fossimo più. Il metodo di far apparire un omicidio per un suicidio è proprio della CIA.
*Nella discussione all’interno della sinistra su Stammheim, c’è per lo meno da parte della sinistra la tendenza a non considerare importante la risposta alla domanda se si tratti di omicidio o suicidio. In ogni caso la morte dei tre è da attribuirsi allo stato che o ha provveduto direttamente o ha portato i tre a suicidarsi.
Le condizioni carcerarie erano terribili e nello sciopero della fame vennero uccisi prigionieri con la sottoalimentazione, Holger Meins per esempio. Ma è comunque una grossa differenza se qualcuno si spara, si impicca si pianta un coltello nel petto o se lo fanno gli altri. Si tratta dei fatti. Non volevamo morire, volevamo vivere.

939298bef193a4f3b991557ad9fe80d5c80c6f50572673c0e10c8f4cIl 30 settembre del 1977  Walter Rossi, militante comunista di Lotta Continua, veniva assassinato a colpi di pistola da un gruppo di fascisti usciti da una sede del MSI in viale Medaglie d’Oro, favorito dalla presenza di un blindato della polizia, che li precedeva.
Walter Rossi stava effettuando insieme ad altri compagni un volantinaggio di protesta, per le aggressioni subite nei giorni precedenti da alcuni militanti e simpatizzanti della sinistra nei quartieri del municipio ed il ferimento, la sera prima a Piazza Igea, della compagna Elena Pacinelli.

Dopo una serie di indagini bluff, come è logico aspettarsi che siano le indagini svolte dai servi dello stato, la vicenda giudiziaria fu definitivamente chiusa nel 2001 con l’incriminazione di tre compagni di Walter per falsa testimonianza.

Oggi, a quasi 40 anni da quella tragica data, che ha segnato la vita di tutti noi, che allora c’eravamo, scrivo queste righe non certo per chiedere giustizia alle istituzioni, non riconosco loro questo potere, né mi aspetto una verità che questo stato sempre più autoritario, razzista, con la sua pseudocultura neofascista, in aperta ostilità verso chiunque lotti contro l’omologazione per rivendicare una trasformazione del presente che sia contrapposta al profitto del capitale che sfrutta e specula sulle nostre vite e sui nostri territori.

Sappiamo bene che Walter fu ucciso per mano dei neofascisti del MSI, di Almirante, Fini e Alemanno, con la copertura della polizia di stato. L’assassino, Cristiano Fioravanti, vive ancora oggi sotto protezione dello stato. Furono i fascisti ad uccidere e un nome per me vale l’altro, tutti nemici tutti da eliminare.

Scrivo perché Walter continui a rimanere vivo … CHI HA COMPAGNI NON MUORE MAI
http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/2760-30-settembre-1977-i-nar-uccidono-walter-rossi

Continua la serie di interessantissimi articoli di Paolo Persichetti sul caso Moro, non sono riuscita a ribloggarli tutti ma consiglio caldamente di leggerli sul sito Insorgenze

Insorgenze

Il disegno, consegnato oggi dallo storico Marco Clementi durante la sua audizione davanti alla nuova commisssione d’inchiesta sul rapimento e la morte di Aldo Moro, risale al 2006 ed è stato raccolto nel corso della preparazione del libro Storia delle Brigate rosse, uscito nel 2007 presso Odradek.
Partendo dal basso, che poi è l’alto di via Fani, segnato con il numero 1 è indicata la posizione della militante delle Br incaricata di segnalare l’arrivo del convoglio del presidente della Democrazia cristiana. La donna con un mazzo di fiori compie un gesto e attraversa la strada all’arrivo delle vetture di Moro.
La 128 giardinetta con Moretti alla guida si mette in moto e appena il convoglio passa, la 128 indicata con il numero 2 forma il cancelletto superiore.
All’altezza dello stop Moretti rallenta. Rallenta il convoglio e cominciano gli spari, a quanto stablito dal Servizio centrale antiterorismo di recente, mentre…

View original post 301 altre parole

 Bahiano di nascita e con padre italiano, Carlos Marighella fu un esponente di spicco del Partito comunista brasiliano sin dagli anni della dittatura di Getulio Vargas (1930-1945).

Militante attivo ed agguerrito, svolse incessantemente la sua attività sia in parlamento, quando, nel breve periodo che seguì l’immediato dopoguerra, il Pcb venne legalizzato, sia in clandestinità, dopo l’allineamento del Brasile alla politica degli Stati Uniti in seguito all’avvento della guerra fredda.

Nel 1964, un colpo di Stato, appoggiato dagli Stati Uniti, instaurò in Brasile una feroce dittatura militare, che soppresse i partiti politici tradizionali, ridusse drasticamente il diritto di voto ed abolì, di fatto, tutti i diritti civili, precipitando il paese in un clima di terrore.

In questo periodo iniziarono i contrasti tra il Partito comunista brasiliano e Carlos Marighella, il quale, allineato su posizioni castriste, criticava l’incapacità del partito di realizzare un’efficace battaglia contro il regime dittatoriale e vedeva nella lotta armata l’unica soluzione per la drammatica situazione brasiliana.

I rapporti si ruppero definitivamente quando, in contrasto con la linea ufficiale del Partito comunista brasiliano, Marighella si recò all’Avana per partecipare alla Prima Conferenza dell’Olas (agosto 1967).

Le critiche che egli rivolse, in sede di congresso, all’inattività del Pcb ed il suo appoggio incondizionato alla strategia castrista, ebbero per conseguenza l’espulsione di Marighella dal partito. A Cuba, Marighella visse il clima euforico dell’imminente sconfitta delle truppe statunitensi in Vietnam, ma anche l’amara delusione, dopo avere creduto nella possibilità di creare nell’America Latina e nel terzo mondo ‘uno, due, mille Vietnam’, della cattura e dell’assassinio di Ernesto Che Guevara. Visse la profonda tristezza del popolo cubano in quelle meste giornate dell’8 e 9 ottobre 1967. Poi tornò in Brasile e dalla teoria passò all’azione. Era già un uomo maturo di 56 anni, ma non si arrendeva.

Fedele ai propri principi internazionalisti ed antimperialisti, dall’Avana Marighella inviò numerosi messaggi al popolo brasiliano ed ai rivoluzionari di tutto il continente, nei quali sosteneva la necessità, per i popoli latino-americani, di solidarizzare con la rivoluzione cubana ed attuare “la strategia globale” della guerra di guerriglia contro l’imperialismo nordamericano: “La Conferenza dell’Olas è l’appello più serio e più importante all’unità dei popoli latino-americani, che devono opporre una strategia globale alla strategia globale dell’imperialismo nord-americano. Il nostro appoggio alla Conferenza dell’Olas, significa che comprendiamo la necessità della mutua solidarietà tra i popoli latino-americani, per la lotta armata, e specialmente per la guerra di guerriglia come unica forma di giungere alla liberazione nazionale del nostro popolo”[ C. Marighella, “Dichiarazioni all’Avana”, in Discorsi e documenti politici per la guerriglia in Brasile, Milano, Jaca Book, 1969, pp. 28-29.] L’adesione, alla teoria castro-guevariana della guerriglia è chiaramente espressa nella lettera che, sempre in quei giorni, Marighella scrisse a Fidel Castro: “Il cammino che ho scelto è quello dell’incorporazione alla lotta guerrigliera, nel cuore dell’area rurale, integrandomi definitivamente alla Rivoluzione Latino-Americana, convinto come sono che la guerriglia è l’unico modo di unire i rivoluzionari brasiliani e condurre il nostro popolo alla conquista del potere”.[Ivi, p. 35]

Dopo il suo rientro in Brasile, Marighella fondò l’Azione di Liberazione Nazionale (ALN) e, pur mantenendo fermi i propri propositi di collaborazione con Cuba, si orientò verso un programma di lotta che comprendeva anche un ampio utilizzo della guerriglia urbana.

Sebbene cronologicamente successiva all’esperienza dei Tupamaros in Uruguay, più che una «svolta» vera e propria, la scelta di Marighella rappresentò il punto di transizione tra la guerriglia contadina, come era stata originariamente concepita da Castro e Guevara, e la guerriglia urbana praticata dai Tupamaros.

Il superamento della strategia fidelista, consisteva innanzi tutto nella concezione che il rivoluzionario brasiliano aveva della guerriglia, la quale non doveva essere né “cospirazione, né insurrezione immediata”, bensì “resistenza clandestina” e “lotta armata del popolo” in una “guerra prolungata”.[Ivi, pp. 94-95]

Inoltre, diversamente dai rivoluzionari cubani, Marighella, pur considerando la popolazione contadina “l’ago della bilancia” attribuì un ruolo importante alla classe operaia ed al movimento degli studenti: “Il principio strategico principale della lotta guerrigliera è che questa non può avere conseguenze e carattere decisivi nella guerra rivoluzionaria, se non si realizza e consolida l’alleanza armata degli operai e dei contadini, alla quale si devono unire gli studenti”. [C. Marighella, “Problemi e principi strategici”, in Discorsi e documenti politici, op. cit., p. 136]

La strategia di lotta guerrigliera elaborata da Carlos Marighella prevedeva tre fasi fondamentali, di durata non prevedibile: una prima fase di “pianificazione e preparazione”, caratterizzata da un rigoroso segreto, cui sarebbe seguita una fase di “avvio e sopravvivenza”, da svolgersi nell’area urbana e, infine, la “trasformazione della guerriglia in guerra di manovra” attraverso la formazione dell’esercito rivoluzionario. [C. Marighella, “Alcune questioni sulla guerriglia in Brasile” in Discorsi e documenti politici, op. cit., pp. 78-89]

Il fronte principale, quello cui spettava la funzione strategica, rimaneva quello della guerriglia rurale, mentre la città avrebbe costituito “l’area di lotta complementare in cui la guerriglia urbana svolge un ruolo tattico”. [C. Marighella, “Sull’unità dei rivoluzionari”, in Discorsi e documenti politici, op. cit., p. 108]

In altri termini, la città avrebbe dovuto fornire assistenza logistica ed essere, contemporaneamente, un teatro di lotta secondario a sostegno della guerriglia rurale ed il terreno sul quale attuare la propaganda armata.

A questo scopo, Marighella teorizzò tre fronti urbani di lotta, ognuno dei quali aveva competenze specifiche (la guerriglia vera e propria, l’organizzazione di scioperi e manifestazioni contro la dittatura ed il sostegno logistico).

Le regole ed i principi, che i tre fronti di lotta urbana dovevano seguire, sono stati accuratamente sistematizzati da Marighella nel Minimanuale del guerrigliero urbano, un opuscolo scritto nel giugno 1969 poi pubblicato e diffuso clandestinamente in tutto il mondo.

In esso, oltre a fornire una serie di regole pratiche per la realizzazione della guerriglia urbana e un elenco dei principali modi d’azione del guerrigliero (fra i quali la propaganda armata, il sequestro, il sabotaggio, le imboscate, gli espropri ecc.) il rivoluzionario brasiliano indicava anche quelle che lui riteneva dovessero essere le caratteristiche umane e psicologiche del guerrigliero urbano, richiamandosi agli stessi imperativi di coraggio moralità e coerenza, ai quali aveva fatto riferimento, nei suoi scritti Ernesto Guevara.

Nel programma elaborato da Carlos Marighella, le azioni violente ed i disordini nelle aree urbane, avrebbero provocato l’inasprimento della repressione, che, a sua volta, avrebbe generato maggiore violenza. In questo modo, il governo sarebbe stato costretto ad attuare misure sempre più aggressive e ciò gli avrebbe definitivamente alienato le masse: “…En cuanto una parte razonable de la población comienza a tomar en serio la acción del guerrillero urbano, su éxito está garantizado. … Para el gobierno no hay otra alternativa sino intensificar la represión. …La situación política en el país se transforma en situación militar, en la cual los gorilas aparecen cada vez más como los responsables de todos los desaciertos y violencias, mientras las dificultades en la vida del peublo se vuelven verdaderamente catastróficas. …Son esas circunstancias desastrosas para la dictatura las que permiten a los revolucionarios desencadenar la guerrilla rural, en medio del incremento incontrolable de la rebelión urbana”. [C. Marighella, “Minimanual del guerrillero urbano”, in C. Marighela, Acción libertadora, Paris, F. Maspero, 1970, pp. 142-143]

A livello nazionale, l’obiettivo principale di Marighella fu quello di unire i vari gruppi dissidenti dei partiti della sinistra e la componente cristiana rivoluzionaria, in un fronte unico che avrebbe rappresentato “un considerevole rafforzamento della guerra rivoluzionaria del popolo brasiliano contro i suoi nemici”. [C. Marighella, “Sull’unità dei rivoluzionari”, in Discorsi e documenti politici, op. cit., p. 107]

A causa della diversità ideologica degli aderenti all’ALN, non venne mai elaborato un programma dettagliato della rivoluzione, l’idea di Marighella era che, partendo dalla comune volontà di liberarsi dalla dittatura e dall’imperialismo nordamericano, i vari gruppi sarebbero dovuti passare immediatamente all’azione. Il vero programma rivoluzionario sarebbe stato prodotto dalla prassi: “La nostra strategia è partire immediatamente per l’azione, per la lotta armata. Il concetto teorico che ci guida è che l’azione fa l’avanguardia…Il tavolo delle discussioni non è più capace oggi di unire i rivoluzionari. Quello che unisce i rivoluzionari brasiliani è il passare all’azione; e l’azione è la guerriglia …[dalla quale] la avanguardia rivoluzionaria brasiliana … sorgerà come, quando e dove i gorilla e gli imperialisti degli USA meno se lo aspettano”. [C. Marighella, “Dichiarazione del gruppo comunista di São Paulo”, in Discorsi e documenti politici, op. cit., p. 72]

Insofferente a qualsiasi forma di burocratismo, Marighella aveva una concezione libertaria dell’organizzazione, che lo spinse a teorizzare lo “spontaneismo armato”, in base al quale veniva lasciata ai “gruppi di fuoco” completa autonomia e libera disposizione delle armi e del denaro ottenuti nel corso delle azioni.

L’organizzazione, il cui nucleo centrale era direttamente aperto verso l’esterno, era esposta ad un reclutamento senza discriminazioni né filtri, che rese agevole l’infiltrarsi nell’ALN di agenti della repressione con enorme costo di vite. Compresa quella dello stesso Marighella, trucidato in un agguato dalla polizia politica brasiliana il 4 novembre del 1969, (alle otto di mattina, al numero 806 di Alameda Casa Branca, a São Paulo. L’operazione fu coordinata dal famigerato Sérgio Paranhos Fleury), e quella del suo successore Joaquim Camara Ferreira, assassinato l’anno successivo.

L’attività del gruppo guerrigliero ALN fu molto intensa ma altrettanto breve e ciò fu dovuto sia al carattere particolarmente violento e repressivo del governo brasiliano, sia a quello ugualmente agguerrito e determinato dei rivoluzionari, che portarono, fin dall’inizio, ad un livello di scontro molto alto, al quale i guerriglieri non furono in grado di resistere.

66935_1632102571531_5078276_n

http://marxists.anu.edu.au/portugues/marighella/index.htm

http://www.desaparecidospoliticos.org.br/detalhes1.asp?id=85

http://www.facasper.com.br/cultura/site/ensaio.php?tabela=&id=80

Minimanuale del guerrigliero urbano

Gesellschaft, Extremismus, Justiz Holger Meins wird verhaftetPubblico di seguito l’ultima lettera di Holger Meins (nomi di battaglia Starbuck), scritta dal carcere di Wittlich, dove Meins era detenuto dal 1 giugno 1972 con l’accusa di «terrorismo», la lettera fu scritta il 31 ottobre1974, 9 giorni prima di morire a causa del nutrimento forzato durante uno sciopero della fame contro le condizioni annientanti dei detenuti politici.

Holger Meins era un artista, si occupava di pittura, fotografia e cinema, ma soprattutto era un guerrigliero ed un rivoluzionario e tale restò per tutta la vita. Era un bel ragazzo, alto più di un metro e novanta, al momento della sua morte (nell’immediato spacciata per un suicidio determinato dalle condizioni inumane in cui i detenuti politici erano costretti a vivere) pesava meno di 45 kg. Lo stato tedesco assassino non permise a nessun medico medico al di fuori del carcere di intervenire a controllare le sue condizioni, nonostante le ripetute richieste del suo avvocato, il quale già durante la prima conferenza stampa parlò senza mezzi termini di assassinio, documentando le sue affermazioni con esempi concreti, tra i quali la decisione sulla scia dell’insegnamento nazista del Ministro regionale della giustizia, Martin, di HOLGER MEINS2ordinare il blocco della distribuzione dell’acqua a coloro che facevano lo sciopero della fame, dichiarando che “chi non voleva mangiare non aveva diritto a bere” (decisione che provocò la cecità ad alcuni detenuti) e di ordinare il nutrimento forzato dei detenuti, per effettuare il quale il medico incaricato si servì infatti di una canula di dimensioni pari a quelle di un tubo digerente, che provocò agli imputati lesioni interne inguaribili.

Fu un assassinio, così come furono assassinii le morti di Ulrike Meinhof (il 9 maggio 1974) e di Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Jan-Carl Raspe (il 18 ottobre 1977) nel carcere speciale di Stammheim-Stoccarda, e la responsabilità di questi delitti è della socialdemocrazia di Willy Brandt e Helmut Schmidt, cancellieri dal 1969 al 1982.
598417_4887983726525_112397181_nL’unica cosa che conta è la lotta – ora, oggi, domani, che tu abbia mangiato o no. Ciò che conta è quello che tu ne fai: un balzo in avanti. Migliorare. Imparare dalle esperienze. È proprio questo che bisogna fare. Tutto il resto è merda.
La lotta continua. Ogni nuova lotta, ogni azione, ogni combattimento porta con sé espe-rienze nuove e sconosciute, ed è così che la lotta si sviluppa. Anzi si sviluppa soltanto così.
Il lato soggettivo della dialettica rivoluzione/controrivoluzione: «La cosa decisiva è saper imparare».
Attraverso la lotta per la lotta. Dalle vittorie, ma più ancora dagli errori, dagli sbanda-menti, dalle sconfitte…
Lottare, soccombere, ancora combattere, di nuovo soccombere, nuovamente combattere, e così fino alla vittoria finale – questa è la logica del popolo. (Dice il vecchio).
«Materia»: l’uomo non è altro che materia come tutte le cose. Tutto l’uomo, ciò che egli è, la sua libertà, è che la coscienza domina la materia – sé stesso e la natura esterna e soprattutto il proprio essere. La pagina di Engels: chiarissima. Ma il guerrigliero si ma-terializza nella lotta – nell’azione rivoluzionaria, e cioè: senza fine – la lotta fino alla morte e naturalmente in modo collettivo.
Ieri è passato. Un criterio, ma soprattutto una cosa concreta. Ciò che è – ora – dipende in primo luogo da te. Lo sciopero della fame è ben lontano dall’essere terminato.
E la lotta non finisce mai.
O porco o uomo
O sopravvivere ad ogni costo
O la lotta fino alla morte
O il problema o la soluzione
In mezzo non c’è nulla.
La vittoria o la morte, dicono dappertutto, ed è il linguaggio della guerriglia – anche in questa piccolissima dimensione con la vita è come con la morte: «Degli uomini (quindi noi) che si rifiutano di por fine alla lotta – o vincono o muoiono, invece di perdere o morire».
Naturalmente non so come è quando si muore o quando ne uccidono uno. Come potrei saperlo? In un attimo di verità, una mattina, un’idea mi ha attraversato la mente: allora è così (non lo sapevo ancora) e poi (davanti a un’arma puntata esattamente tra gli occhi): va bene, si tratta di questo. In ogni caso dalla parte giusta.
In fin dei conti tutti muoiono. La questione è solo come, e come tu hai vissuto, e la cosa è del tutto chiara: combattendo contro i porci in quanto uomo per la liberazione dell’uomo: come rivoluzionario, nella lotta – con tutto l’amore per la vita: disprezzando la morte. Questo è per me servire il popolo – la RAF
.
[Holger Klaus Meins (26 October 1941 – 9 November 1974)]

La leggenda dei due motociclisti che sparano e di un parabrezza che va in frantumi restano uno dei pezzi forti attorno al quale si dipana la narrazione dietrologica su via Fani.

Insorgenze

Da quei primi novanta secondi in cui, la mattina del 16 marzo 1978, le Brigate rosse riuscirono a neutralizzare la scorta e portare via il presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, il tentativo di cambiare la storia di via Fani non è mai cessato. Oggi raccontiamo la lunga storia delle parole inaffidabili dell’ingegner Alessandro Marini, da sempre ritenute una delle testimonianze più attendibili e ancora oggi utilizzate per dare corpo alle letture cospirazioniste del sequestro. La leggenda dei due motociclisti che sparano e di un parabrezza che va in frantumi restano uno dei pezzi forti attorno al quale si dipana la narrazione dietrologica.  Leggi qui le precedenti puntate (1), (2), (3)

Paolo Persichetti
Il Garantista 12 marzo 2015 (versione integrale)

13 Motorino03 copiaUna moto Honda di grossa cilindrata con due persone a bordo passò davvero in via Fani la mattina del 16 marzo 1978? Se…

View original post 1.770 altre parole

La leggenda della presenza di un colonnello del Sismi in via Fani, altro mattone nell’immaginario dietrologico del caso Moro

Insorgenze

Prosegue con la terza puntata la nostra rassegna dei falsi misteri del rapimento Moro (leggi qui la 1a e 2a puntata). Oggi raccontiamo come ha preso forma la leggenda della presenza di un colonnello del Sismi in via Fani, la mattina del 16 marzo 1978. Trentaquattro testimoni hanno assistito alle varie fasi dell’azione, solo uno di loro, Alessandro Marini, disse nel 1993, a quindici anni di distanza dai fatti, di aver intravisto una figura sospetta. Subito smentito dal diretto interessato che era un abitante della zona

Paolo Persichetti
Il Garantista 6 marzo 2015

Via Fani dal basso copiaNell’immaginario riprodotto dalle narrazioni dietrologiche la mattina del 16 marzo 1978 via Fani appare un luogo spettrale presidiato dai servizi segreti, un segmento di città privo di vita urbana dove si aggirano misteriose presenze.
Eppure la documentazione storica in nostro possesso ci dice che la realtà di quella mattina è molto diversa. Intorno alle nove, in quel…

View original post 1.367 altre parole

CASO MORO: I ROMANZETTI DI DIETROLOGIA SORGONO COME FUNGHI … VELENOSI

Insorgenze

Proprio mentre le agenzie annunciano che il prossimo 9 marzo 2015 verrà ascoltato per la prima volta davanti ad una commissione parlamentare d’inchiesta don Mennini (sembra che papa Bergoglio lo abbia autorizzato), l’attuale nunzio apostolico a Londra che fu confessore di Moro e soprattutto durante il sequestro terminale (sfuggito ai controlli della polizia) di alcune lettere e messaggi del leader democristiano, indirizzati in particolare al Vaticano e al suo entourage più stretto, prosegue il nostro ciclo di interventi con la pubblicazione della seconda puntata (leggi qui la prima)  dedicata ai lavori della nuova commissione d’inchiesta parlamentare sul rapimento e l’uccisione del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro.
In realtà don Antonio Mennini ammise già nel gennaio 1979, di fronte alla magistratura, di aver ricevuto nel corso dei 55 giorni del rapimento su segnalazione del sedicente prof. Nicolai, alias Valerio Morucci, comunicazioni telefoniche e scritti che aveva prelevato e…

View original post 1.279 altre parole