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Margherita Cagol (Mara), fondatrice delle Brigate Rosse, è stata assassinata il 5 giugno 1975 alla Cascina Spiotta, sulle colline di Acqui Terme, durante il sequestro dell’industriale Vallarino Gancia. Era sul prato, seduta e con le mani alzate, ferita in modo lieve, quando un carabiniere ha sparato a bruciapelo sotto il braccio sinistro il proiettile che ha fermato il suo respiro.

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…una raffica
inchiodò
alla terra
il tenero sorriso…
l’erba di giugno
carezzò il suo viso
capelli sparsi
giocarono col vento…
(Agrippino Costa, Mara, 1991)

“Margherita per due anni è stata il dirigente più autorevole della colonna di Torino, composta di operai, e chi conosce gli operai della Fiat sa che ci vuole qualcosa di più che due occhi verdi, bellissimi fra l’altro, per farsi rispettare da loro” (M. Moretti)

 

BRIGATE ROSSE: Volantino di Commemorazione del 6 Giugno 1975

“Ai compagni dell’organizzazione, alle forze sinceramente
rivoluzionarie, a tutti i proletari. È caduta combattendo Margherita Cagol, “Mara”, dirigente comunista e membro del Comitato esecutivo delle Brigate Rosse.

La sua vita e la sua morte so
no un esempio che nessun combattente per la libertà potrà dimenticare. Fondatrice della nostra organizzazione, “Mara” ha dato un inestimabile contributo di intelligenza, di abnegazione, di umanità, alla nascita dell’autonomia operaia e della lotta armata per il comunismo. Comandante politico-militare di colonna, “Mara” ha saputo guidare vittoriosamente alcune fra le più importanti operazioni dell’organizzazione. Valga per tutte la liberazione di un nostro compagno dal carcere di Casale Monferrato. Non possiamo permetterci di versare lacrime sui nostri caduti, ma dobbiamo impararne la lezione di lealtà, coerenza, coraggio ed eroismo! È la guerra che decide in ultima analisi della questione del potere: la guerra di classe rivoluzionaria. E questa guerra ha un prezzo: un prezzo alto certamente, ma non così alto da farci preferire la schiavitù del lavoro salariato, la dittatura della borghesia nelle sue varianti fasciste o socialdemocratiche. Non è il voto che decide la conquista del potere; non è con una scheda che si conquista la libertà. Che tutti i sinceri rivoluzionari onorino la memoria di “Mara” meditando l’insegnamento politico che ha saputo dare con la sua scelta, con il suo lavoro, con la sua vita. Che mille braccia si protendano per raccogliere il suo fucile!
Noi, come ultimo saluto, le diciamo: “Mara”, un fiore è sbocciato, e questo fiore di libertà le Brigate Rosse continueranno a coltivarlo fino alla vittoria! Lotta armata per il comunismo”

Tonino Loris Paroli, Testimonianza al Progetto Memoria, Reggio Emilia 1995.

br_marac“[…] Mara era una dirigente comunista, una delle prime donne emancipate dell’epoca moderna e credeva alla donna come uno dei poli della societa’; determinante per l’emancipazione di tutti gli altri. Un giorno manifestando a lei le mie perplessità sulla poca presenza femminile nella nostra organizzazione, anche in relazione alla durezza del vivere clandestini tra soli maschi, mi disse di essere certa che la componente donna nell’arco di pochi anni sarebbe aumentata enormemente. Aveva avuto ragione. Infatti in pochi anni quasi tutte le organizzazioni armate erano dirette da una elevata componente femminile. E questo è uno degli aspetti più profondi della nostra storia, mai messo in luce da colo i quali hanno riversato su centinaia di libri tutti quei tentativi manipolati e disperati nel volerla spiegare.
Mara era una compagna vera e concreta e sapeva costruire relazioni semplici e complesse con tutti i compagni. Con lei non vedevi mai la rottura tra le discussioni politiche e il momento in cui si poteva suonare la chitarra e cantare, scherzare o ridere, o quando si cucinava o si era a tavola. Il tempo era per lei tutto dentro una scelta di vita e con dolcezza sapeva sempre armonizzare i momenti belli con quelli stressanti e angosciosi.
Sul piano personale è la compagna che mi aspetta all’imbocco dell’autostrada di Reggio Emilia, nel lontano ’74, quando faccio la scelta della clandestinità. Ed è lei che fin dal primo momento sa leggermi dentro e capire quanto per me questa scelta fosse anche una scelta sofferta, dato che avevo lasciato gli affetti personali, soprattutto quelli del figlio.
Questa sua comprensione era importante, per me era liberatoria, non mi costringeva, rispetto a certe persone tutte d’un blocco, a essere quello che non ero…
Sul piano politico sono molti i momenti cruciali dove Mara è esageratamente attiva, propulsiva e stimolante nei confronti di tutti nei della colonna di Torino. Un particolare importante: quando l’esecutivo decide di far entrare ‘Frate Mitra’ nelle BR, lei si oppone, politicamente condivideva il metodo di farlo entrare trasversalmente; asseriva che lui doveva inserirsi nel mondo di lavoro e solo in seguito a verifiche… avremmo valutato se e come farlo entrare nell’organizzazione. Nessuno la ascoltò. Frate Mitra si rivelò una spia facendo arrestare Curcio e Franceschini.
Ma il momento più rivelante, ricco e nel contempo lacerante è quello dei primi mesi del ’75, quando noi di Torino proponemmo di affrontare il problema dei nostri compagni prigionieri. Periodo ricco perché dopo tanti compagni arrestati avevamo rimesso assieme le forze in grado di riprendere l’iniziativa teorica e pratica della propaganda guerrigliera. Lacerante in quanto la proposta di Torino non era condivisa da molti compagni di altre colonne. Infatti alla proposta  operativa di liberare Curcio da Casale Monferrato, due compagni scelsero di uscire dall’organizzazione. Altri compagni sospettarono Mara di personalismo, in quanto moglie di Renato (ma se vi fosse stato in lei anche una quota di personalismo affettuoso verso il compagno da liberare era una cosa così grave?) il che non era assolutamente vero: noi di Torino stavamo lavorando da tempo anche su altre prigioni dove erano rinchiusi dei nostri compagni. Solo che proponemmo Casale dove le nostre inchieste avevano individuato dei punti vulnerabili più che altrove.
Alla fine di una serie di dibattiti riuscimmo a far passare la proposta e facemmo l’intervento alla prigione. La cosa riuscì: fu una delle più belle azioni guerrigliere delle BR, attorno alla quale il consenso e l’entusiasmo si manifestarono a livello di massa. Il giorno prima di quell’azione io e Mara ci appartammo in macchina in un viottolo per attendere il momento di fare un sopralluogo al passaggio a livello… E, in attesa che calassero le sbarre, ricordo quel tempo durato circa un’ora di totale mutismo tra me e lei, mentre ascoltavamo Bob Dylan. […] Di certo avevamo la consapevolezza del fatto che all’indomani dovevamo affrontare per la prima volta un attacco ad una struttura militare dello Stato. E benché il nostro intento fosse quello di fare tutto il possibile per evitare sparatorie, non sapevamo se era realizzabile: potevamo lasciarci anche la pelle. La paura è sempre in relazione a ciò che non sei in grado di prevedere, a ciò che non conosci esaurientemente e temi di non saper affrontare i problemi che ti pone.
Mentre parlo di Mara mi accorgo di avere il pensiero fisso alla cascina Spiotta su quel maledetto lenzuolo bianco che sovrasta il suo corpo. Quello è stato uno dei primi sipari calati sulla nostra storia. Ma la cascina Spiotta di Mara non è solo quel finale. Lei in quella nostra vare con diversi ettari di terra era molto attiva e coltivava di tutto, dalle verdure ai frutti e mi parlava spesso di ogni sorta di piante. Simpaticamente, con gesti rassomiglianti ai contadini, l’ho vista irrorare il vigneto su quella dolce rupe delle Langhe, dove il sole si confondeva sul sorriso del suo viso biondo trentino. Lei era una poetessa della vita, nella vita, per la vita; per cui manifestava sempre quella generosità nel suo essere compagna che oltrepassava tutti i limiti, fino a quello di vent’anni fa dove morimmo un po’ tutti sotto quel lenzuolo bianco, ma anche dove rinascemmo un po’ tutti.”

Da una lettera di Mara ai genitori
“Cari genitori, vi scrivo per dirvi che non dovete preoccuparmi troppo per me. Ora tocca a me e ai tanti compagni che vogliono combattere questo potere borghese ormai marcio continuare la lotta. Non pensate per favore che io sia un’incosciente. Grazie a voi sono cresciuta istruita, intelligente e soprattutto forte. E questa forza in questo momento me la sento tutta. È giusto e sacrosanto quello che sto facendo, la storia mi dà ragione come l’ha data alla Resistenza nel ’45. Ma voi direte, sono questi i mezzi da usare? Credetemi non ce ne sono altri. Questo stato di polizia si regge sulla forza delle armi e chi lo vuol combattere si deve mettere sullo stesso piano.”

La liberazione di Curcio dal carcere di Casale Monferrato.
A Mara. Un ricordo di vita, di lotta.

mara218 febbraio 1975. È giorno di colloqui nel carcere di Casale Monferrato. L’unico scadenzato refolo di vitalità che interrompe la grigia monotonia della piccola struttura. Poco più di quaranta detenuti e meno della metà di guardie carcerarie. Cinque uomini e una donna bionda fermano due macchine vicino all’ingresso. Nulla di strano. Lei suona e chiede di consegnare un pacco al marito. Il piantone apre. Il gesto è quasi automatico, il cambio di scena repentino. D’improvviso i suoi occhi vedono solo il mitra che la giovane dal bel volto e dal sorriso luminoso gli punta contro. Alla mente giunge quasi surreale l’intimazione di una voce femminile decisa: «Stai buono o sei un uomo morto». Parole ferme, non cupe. Due, forse tre uomini con la tuta blu degli operai della Sip staccano i fili del telefono. In mano scala e mitra. Mara e un compagno arrivano al corridoio dove sono le celle: «Renato… dove sei?»

 Lo sconforto dura un attimo. Curcio scende veloce dal piano di sopra e subito la loro macchina parte in direzione Alassio. Gli altri fanno perdere le loro tracce. Una ventina di brigatisti mobilitati per un’azione perfetta. Mara si toglie la parrucca bionda. Torna con i suoi capelli neri e occhi che si intuiscono verdi anche nella foto tessera in bianco e nero della sua patente falsa. Dove l’ovale regolare e allungato è incorniciato dalla pettinatura cotonata e ripiegata all’insù delle presentatrici televisive dell’epoca.

Le prigioni di Stato sono state violate. Una vittoria politica per l’organizzazione, un’azione dal forte simbolismo che colpisce e libera l’immaginario romantico. Un nucleo armato delle Brigate Rosse ha assaltato e occupato il carcere di Casale Monferrato liberando il compagno Renato Curcio. Questa operazione si inquadra nella guerra di resistenza al fascio di forze della controrivoluzione che oggi nel nostro paese sta attuando un vero e proprio “golpe bianco” seguendo le istruzioni dei superpadroni imperialisti Ford e Kissinger. […] Compito dell’avanguardia rivoluzionaria oggi è quello di combattere a partire dalle fabbriche, il golpismo bianco in tutte le sue manifestazioni, battere nello stesso tempo la repressione armata dello stato e il neocorporativismo dell’accordo sindacale. La liberazione dei detenuti politici fa parte di questo programma.
Liberiamo e organizziamo tutte le forze rivoluzionarie per la resistenza al golpe bianco.

Le polemiche fioccano, il generale Dalla Chiesa tuona contro chi ha lasciato il capo delle Brigate Rosse in un carcere «di cartapesta».

[…] Milano è per me una grande esperienza. Questa grande città che in un primo momento mi è parsa luminosa, piena di attrattive, mi appare sempre di più come un mostro feroce che divora tutto ciò che di naturale, di umano e di essenziale c’è nella vita. Milano è la barbarie, la vera faccia della società in cui viviamo. […] Questa società, che violenta ogni minuto tutti noi, togliendoci ogni cosa che possa in qualche modo emanciparci o farci sentire veramente quello che siamo (ci toglie la possibilità di coltivare la famiglia, di coltivare noi stessi, le nostre esigenze, i nostri bisogni, ci reprime a livello psicologico, fisiologico, etico, ci manipola nei bisogni, nell’informazione, ecc. ecc.) ha estremo bisogno di essere trasformata da un profondo processo rivoluzionario. […] Ebbene se pensiamo che tutto questo potrebbe essere eliminato benissimo (ti ricordi quando l’anno scorso ti dicevo che utilizzando al massimo tutti i progetti tecnologici studiati ed impiegandoli nel processo produttivo sarebbe possibile mantenere 10 miliardi di persone al livello del reddito medio attuale americano?) ma che questo non è possibile fin quando esisteranno sistemi politici come quello europeo o americano attuali. Tuttavia esistono moltissime condizioni oggi per trasformare questa società e sarebbe criminale (verso l’umanità) non sfruttarle. Tutto ciò che è possibile fare per combattere questo sistema è dovere farlo, perché questo io credo sia il senso profondo della nostra vita. […] La vita è una cosa troppo importante.” (Margherita – Mara – Cagol)

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Renato Guttuso: Portella della Ginestra

Nta lu chianu dâ Purtedda chiusa a ‘n menzu a ddu’ muntagni
c’è ‘na petra supra l’erba pi ricordu a li compagni.
A l’addritta nni ‘sta petra a lu tempu di li Fasci
un apostulu parrava di lu beni pi cu nasci.
E di tannu finu a ora a Purtedda dâ Ginestra
quannu veni ‘u primu maggiu ‘i cumpagni fannu festa…

E Giulianu lu sapìa ch’era ‘a festa di li poveri,
‘Na jurnata tutta suli doppu tantu tempu a chiòviri
Cu ballava, cu cantava, cu accurdava li canzuni
E li tavuli cunzati di nuciddi e di turrùni!

Ogni asta di bannera, era zappa, vrazza e manu
Era terra siminata, pani càudu, furnu e granu.

La spiranza d’un dumani chi fa ‘u munnu ‘na famigghia
La vidèvunu vicinu e cuntavunu li migghia,
l’uraturi di ddu jornu jera Japicu Schirò,
dissi: « Viva ‘u primu maggiu », e la lingua ci siccô.

Di lu munti ‘i la Pizzuta ch’è l’artura cchiù vicina
Giulianu e la so banna scatinô ‘a carneficina.

A tappitu e a vintagghiu,
mitragghiavunu la genti
Comi fauci chi meti
cu lu focu ‘ntra li denti,
c’è cu cianci spavintatu,
c’è cu scappa e grida ajutu,
c’è cu jetta ‘i vrazza a l’aria
a difìsa comu scutu..

E li matri cu lu ciatu,
cu lu ciatu – senza ciatu:
– Figghiu miu, corpu e vrazza
comu ‘nchiommur’ aggruppatu!

Doppu un quartu di ddu ‘nfernu, vita, morti e passioni,
‘i briganti si nni jeru senza cchiù munizioni,
arristàr a menzu ô saŋŋu e ‘ntà l’erba di lu chianu,
vinti morti, puvireddi, chi vulìanu un munnu umanu..
E ‘nta l’erba li ciancèru matri e patri agginucchiati,
cu li lacrimi li facci ci lavàvunu a vasàti.

Epifania Barbatu, cu lu figghiu mortu ‘nterra dici:
« A li poveri, puru ccà, ci fannu a guerra… »
Mentri Margarita la Glisceri, ch’era ddà cu cincu fìgghi
arristô morta ammazzata, e ‘nto ventri avea ‘u sestu figghiu…

‘A ‘ddu jornu, fu a Purtedda, cu ci va doppu tant’anni,
vidi morti ‘n carni e ossa, testa, facci, corpa e jammi,
vivi ancora, ancora vivi e ‘na vuci ‘n celu e ‘n terra,
e ‘na vuci ‘n celu e ‘n terra: O justizia, quannu arrivi?
O giustizia, quannu arrivi?!!

[Ignazio Buttitta]

Fausto e Jaio: chi ha compagni non muore mai!

compagno Graber

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L’esecuzione
Milano, 18 marzo 1978. Tardo pomeriggio. Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci detto Iaio, diciannove anni, sono due amici  inseparabili: due ragazzi impegnati a sinistra,frequentano il centro sociale Leoncavallo. Negli ultimi mesi fanno parte di un gruppo di giovani che lavorano ad un dossier sullo spaccio di eroina a Milano. Non sono militanti di partiti politici. Spesso di sabato si recano a casa di Fausto dove la madre Danila prepara la cena. L’appuntamento è alle 19,30 alla Crota piemunteisa di via Leoncavallo, proprio davanti al centro sociale. Fausto raggiunge il locale intorno alle 19. Nella sala biliardo sono presenti tre giovani mai visti prima. Lo confermano alcuni testimoni. Lorenzo arriva alle 19,35, in ritardo di pochi minuti. Alle 19,45, Fausto e Lorenzo escono dal locale, attraversano la strada e a piedi si incamminano lungo via Lambrate. Il tragitto è breve, trecento metri. I due ragazzi si trovano ora in piazza…

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image002LA DANZA DELLE BOMBE

Amici, grandina la mitraglia
avanti tutti! Voliamo! Voliamo!
Su di noi ringhia
il tuon della battaglia…Cantiamo amici!
Salve Versailles, salve Montmartre.
Guai a voi! Ecco i leoni!
La madre delle rivoluzioni
nella sua piena vi travolgerà.

Avanti, avanti sotto le rosse bandiere!
Vita o tombe!
Oggi son tutti belli gli orizzonti.
Confiderem, fratelli, le madri nostre
a coloro che ci seguiranno.

Su di noi niente lacrime amare!
Noi canterem morendo.
Così nell’immensa lotta,
Montmartre amo i tuoi figli.
La fiamma è nei loro occhi ardenti
e sono all’agio lor nella tormenta.

Avanti, avanti sotto le rosse bandiere!
Vita o tombe!
Oggi son tutti belli gli orizzonti.
E’ uno splendente sorgere di stelle.
Sì, tutto oggi dice: Speranza!
Il diciotto marzo gonfia le vele.
O fiore, digli: a rivederci ancora!

comune Parigi.preview“Meravigliosa, in verità fu la trasformazione operata dalla Comune di Parigi! Sparita ogni traccia della depravata Parigi del secondo Impero. Parigi non fu più il ritrovo dei grandi proprietari fondiari inglesi, dei latifondisti assenteisti irlandesi, degli ex-negrieri e affaristi americani, degli ex-proprietari di servi russi e boiardi valacchi. Non più cadaveri alla “morgue”, non più rapine e scassi notturni, quasi spariti i furti. Invero per la prima volta dopo le giornate del febbraio 1848, le vie di Parigi furono sicure, e questo senza nessuna vigilanza di polizia.
“Non sentiamo più parlare – diceva un membro della Comune – di assassinii, furti, aggressioni. Si direbbe veramente che la polizia ha trascinato con sé a Versailles tutta la sua clientela conservatrice.
“Le cocottes avevano seguito le orme dei loro protettori – gli scomparsi campioni della famiglia, della religione e, al di sopra di tutto, della proprietà. Al loro posto ricomparvero le vere donne di Parigi, eroiche, nobili e risolute come le donne dell’antichità. Una Parigi che lavorava, pensava, combatteva, dava il proprio sangue, quasi dimentica, nella gestazione di una società nuova, raggiante nell’entusiasmo della sua iniziativa storica, che i cannibali erano alle sue porte!”
Karl Marx, La Guerra Civile in Francia, 1871 (il testo completo: qui)

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Barricade_Paris_1871_by_Pierre-Ambrose_Richebourg6L’INTERNAZIONALE [Pottier-Degeyter]

Debout, les damnés de la terre!
Debout, les forçats de la faim!
La raison tonne en son cratère, C’est l’éruption de la fin
Du passé
faisons table rase
Foule esclave, debout! debout!
Le monde va changer de base
Nous ne sommes rien,
soyons tout!
C’est la lutte finale
Groupons-nous, et demain
L’Internationale
Sera le genre humain
Il n’est pas de sauveurs suprêmes
Ni Dieu, ni César, ni tribun
Producteurs, sauvons-nous nous-mêmes!
Décrétons le salut commun!
Pour que le voleur rende gorge
Pour tirer l’esprit du cachot,
Soufflons nous-mêmes notre forge
Battons le fer quand il est chaud!
L’Etat comprime et la Loi triche,
L’impôt saigne le malheureux
Nul devoir ne s’impose au riche paris-commune

Le droit du pauvre est un mot creux.
C’est assez languir en tutelle
L’Egalité veut d’autres lois
Pas de droits sans devoir, dit-elle
Egaux, pas de devoirs sans droits!
Hideux dans leur apothéose
Les rois de la mine et du rail
Ont-ils jamais fait autre chose
Que dévaliser le travail?
Dans les coffres-forts de la bande
Ce qu’il a créé s’est fondu
En décrétant qu’on le lui rende
Le peuple ne veut que son du
Les rois nous saoulaient de fumées
Paix entre nous, guerre aux tyrans!
Appliquons la grève aux armées
petroleuse_1871Crosse en l’air et rompons les rangs!
S’ils s’obstinent, ces cannibales
A faire de nous des héros
Ils sauront bientôt que nos balles
Sont pour nos propres généraux!
Ouvriers, paysans, nous sommes!
Le grand parti des travailleurs
La terre n’appartient qu’aux hommes
L’oisif ira loger ailleurs
Combien de nos chairs se repaissent
Mais si les corbeaux, les vautours
Un de ces matins disparaissent
Le soleil brillera toujours

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imagesC’était le dix-huit mars dix-huit-cent-soixante-onze…
Ils s’étaient tus soudain tous ces monstres de bronze
Que la guerre avait fait serviteurs de la mort !
Ces canons qui, de poudre, étaient tous noirs encor
Trahi ! Livré ! Paris ne voulait plus de honte…
En vain les généraux Clément Thomas, Lecomte,
Commandent à Montmartre et ténébreusement,
L’assassinat du peuple et son désarmement
Mais, grâce à son courage, après tant d’infortune,
Ces lâches sont punis, ce jour de Liberté ;
Bientôt on va pouvoir proclamer la Commune,
A la face de tous, au cri d’Egalité

Soldat ! en ce grand jour tu comprends et t’arrêtes…
Dégoûté de carnage et lassé de conquêtes,
Tu comprends maintenant qu’on ne trompe que toi ;
Qu’il te la faut briser cette exécrable loi
Qui te fait l’assassin, – aveuglement extrême –
Du Peuple, et que c’est toi le Peuple, oui, toi-même
Quand viendra donc le jour où nul ne combattra
L’instant où sur nous tous la lumière luira
Qu’il ne faudra plus, ô Justice, défendre
Que le bonheur humain par le sang acheté,
Tous nos vils oppresseurs seront réduits en cendre
Et que ce monde, enfin, aura l’Egalité.

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Commune_de_Paris_Appel_aux_ouvrières_18_mai_1871

Talvolta vorrei ripercorrere le strade del mio quartiere e ritrovare vorrei quella generazione che si formò sul testamento di Julius Fucik colui che sotto la forca scrisse a noi per noi la generazione che correva compatta da papà Cervi a consolarlo a consolarsi quella generazione che disarmata raccolse la bandiera della Resistenza prima che la borghesia l’agitasse oscena vorrei ritrovarmi con gli operai perseguitati da Scelba e da Valletta quelli dell’Officina Stella Rossa i licenziati che seppero tenere e ricordare qui vorrei gli anni Cinquanta tutti uno per uno giorno dopo giorno ricordare gli affanni ricordare la fame ricordare il freddo il carbone comprato a cinque chili per volta e il baracchino con la pasta scotta e null’altro poi gli scontri luglio ’60 e gli struggenti ragazzotti di piazza Statuto col selciato tra le mani ripercorrere vorrei tutta via Cuneo attraversare la Stura, la Dora e tutto il quartiere mio guardare vorrei per una volta ancora la vecchia casa col cesso sul ballatoio ritrovare per un attimo solo i vent’anni miei colui che per primo mi chiamò terrone e m’insegnò poi che fare il crumiro era il crimine più grande in ultimo vorrei chinarmi assorto sull’elenco angoscioso di chi non c’è più e nascondermi vorrei in via Chiusella la più brutta delle strade del quartiere mio ricordare anche l’addio violento, feroce, l’ira ma pure ritrovare le radici in questo quartiere piatto come l’anima vasto come l’orgoglio amato e vissuto da quella generazione la più infelice la più dura la più cara.
Assalti Frontali
Terra di nessuno

La Resistenza tradita, la Memoria torturata

Augusto Murer – Partigiano

Sono la maggioranza coloro che, nel nuovo medioevo che stiamo vivendo, fanno a gara nel dichiararsi non-ideologici, anti-ideologici, post-ideologici, tanto che professare una ideologia sembra essere diventato il reato più grave, la madre di tutte le colpe.

L’ideologia è il mondo della memoria. è l’Idea, che indica la meta finale e conclusiva dell’emancipazione umana, l’anti-ideologia è, invece, per sua indole, il mondo dell’oblio, del qualunquismo senza nessuna direzione.

La politica senza ideologia, in cui tutto si consuma di giorno in giorno in una banalità vissuta ed immediatamente dimenticata, fa parte della logica culturale del tardo-capitalismo, imperante da alcuni decenni, che ha contribuito a banalizzare la Storia distorcendola per convenienza ed opportunismo.

La Storia è diventata il discount della politica anti-ideologica che, abbandonato ogni senso di continuità e memoria, ha sviluppato un’incredibile capacità di saccheggiare la Storia stessa.

E sono proprio questi gli obiettivi che il potere politico ha perseguito negli ultimi anni, in una instancabile rivisitazione falsificata della storia, che fa a pugni col buonsenso: si ricordi, ad esempio, la proposta di legge, il decreto 1360, che chiedeva di mettere sullo stesso piano morale i partigiani della liberazione con i nefasti manipoli di Salò, mercenari e al servizio dei nazisti per la continuità dello schiavismo e del genocidio di razza.

Ricordare il 25 aprile per chi è materialista storico, significa innanzitutto dover restituire alla Storia la sua complessità, utilizzandola come laboratorio sociale e non certo come un supermarket dell’idea ad uso e consumo dell’attualità.

Perché il mito-menzogna degli “italiani brava gente” si è fatto strada?

Perché si avviato un progetto di delegittimazione dei partigiani?

Questi interrogativi sono tutti riconducibili ad un comune denominatore: il recupero di politiche espansioniste e imperialiste da parte dello Stato italiano (indipendentemente dal colore politico dei governi al comando); perché, è evidente, se la memoria collettiva rimuove i crimini precedenti, diventa più facile spacciare la teoria della guerra “umanitaria”.

La delegittimazione dei partigiani è legata allo stesso percorso mentale: se la guerra “umanitaria” si trova ad occupare un territorio per “liberarlo”, è ovvio che ci si imbatterà in oppositori, e questi oppositori sono per l’appunto i partigiani.

È evidente quindi che il partigiano non può essere considerato come un liberatore (in tutte le sue varianti), ma deve essere descritto dalla meta-narrazione imperialista come un “terrorista”.

Sia chiaro, non si tratta di denunciare un disegno occulto, o trame complottiste; si tratta semplicemente di prendere atto di un dato ineluttabile e facilmente visibile: è stata cancellata la memoria e distorta la realtà storica.

Chi sono i responsabili di questa situazione? Non solo la destra erede del fascismo (oggi ormai sdoganata e al governo con tanto di ministri) ma anche i vari esponenti politici di centrosinistra sono responsabili e complici di questo processo di banalizzazione storica al servizio della pacificazione nazionale.

Possiamo affermare, in tutta onestà, le responsabilità profonde, possono essere individuate sin dal 1945. Questo percorso è stato possibile, infatti, perché all’indomani della liberazione si è spacciato il mito della Resistenza come esperienza nazionale condivisa. Si è spacciata per buona l’idea che la Repubblica italiana fosse nata dalla Resistenza. È vero invece il contrario, ed è necessario dirlo senza mezzi termini, la Repubblica (borghese) italiana è nata nonostante la Resistenza.

All’indomani della liberazione si è assistito ad un’autentica continuità fra lo stato fascista e la democrazia repubblicana. Questo è necessario sottolinearlo sia per amor di verità per ricordare coloro che hanno combattuto per una società diversa ma anche e soprattutto per apprendere una grandiosa lezione dal passato: bisogna quindi guardarci da chi vuole modificare la storia per affermare nel presente un nuovo autoritarismo fatto di razzismo e discriminazioni nei confronti di ogni “diversità”, di negazione dei diritti dei lavoratori, di repressione poliziesca del dissenso, di annientamento di ogni garanzia sociale.

Annamaria Ludmann

Annamaria Ludmann

Lorenzo Betassa

Lorenzo Betassa

Riccardo Dura

Riccardo Dura

Piero Panciarelli

Piero Panciarelli

Voci soffocate
occhi torbidi
pugni chiusi
Niente luce
Lampi da qualche parte
dentro i cuori
ma di luce non ne esce
tuoni singhiozzi
Fuoco si accenderà
verrà il tempo
da carne e sangue
nasce la luce
[Alekos Panagulis Agosto 1971]

Alle 2.42 di quel maledetto 28 marzo 1980 Lorenzo Betassa, Riccardo Dura, Annamaria Ludmann e Piero Panciarelli stavano dormendo all’interno 1 del civico 12 di via Fracchia, quando i carabinieri del nucleo speciale antiterrorismo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa fecero irruzione sfondando la porta dell’appartamento.
I quattro compagni trucidati costituivano la colonna genovese delle Brigate Rosse ed i mercenari di Dalla Chiesa scoprirono il loro covo in seguito alle informazioni fornite al giudice Gian Carlo Caselli e a Dalla Chiesa da Patrizio Peci (ex militante pentito delle BR), dopo che questo si era ufficialmente rivolto al comandante dei servizi segreti Incandela di Cuneo, mentre era ancora nell’isolamento successivo all’arresto “coperto” da due mesi.
Erano gli anni in cui il pentitismo (e ancor peggio la dissociazione) mietevano tante vittime fra i compagni, alimentando un clima persecutorio, che era fondato spesso su accuse giudiziarie infondate e su teoremi inquisitori il cui scopo era terrorizzare e distruggere il movimento antagonista. Sul fronte della lotta di classe, le delazioni portarono all’arresto, alla tortura ed al massacro di molti militanti ad opera dei corpi speciali dei carabinieri dell’antiterrorismo, comandati da un generale senza scrupoli, Carlo Alberto Dalla Chiesa, orrida figura degna solo di essere paragonata ad un Pinochet.Corridoio_via_Fracchia

Quella di via Fracchia non fu un’operazione di polizia, fu un eccidio, una mattanza: non ci furono arresti. solo esecuzioni.
Il comunicato ufficiale dei carabinieri parlò genericamente di conflitto a fuoco, ma l’ingresso nell’abitazione, dopo “l’operazione”, fu vietato alla stampa e alla televisione per diversi giorni.
Anche i giornalisti furono ammessi per la prima volta nell’appartamento il giorno 8 aprile. La “visita” permessa poteva durare solo tre minuti, i giornalisti poterono entrare uno solo alla volta, accompagnati da un ufficiale dell’arma. Molti di loro rilevarono che non tutte le cose riferite in forma ufficiale dai carabinieri combaciavano con ciò che i loro occhi poterono vedere.
Il 30 marzo con una telefonata all’ANSA, le BR avevano fatto trovare il volantino di commemorazione, datato sabato 29 marzo 1980.
Copie del volantino furono diffuse, nello stesso giorno, nelle maggiori città e, nei giorni successivi, a Genova, nell’Oregina, in via Napoli, a Granarolo e a Sampierdarena.
In un reparto dell’officina 76 dello stabilimento Fiat di Mirafiori, a Torino, nei giorni successivi la strage, comparve una stella a cinque punte con la scritta rossa: “Onore ai compagni caduti a Genova”.
I compagni assassinati erano:
– Annamaria Ludmann, nata a Chiavari (GE), 32 anni , di professione segretaria( in quanto intestataria dell’appartamento fu la prima ad essere identificata). Nel volantino commemorativo i compagni la ricordano col nome di battaglia “Cecilia”. La colonna veneta delle BR prese il suo nome: “Colonna Annamaria Ludmann”.
– Lorenzo Betassa, nato a Torino, 28 anni, di professione operaio. Nel volantino viene ricordato col nome di battaglia “Antonio”.
– Piero Panciarelli, “Pasquale”, nato a Torino, 25 anni, faceva l’operaio alla Lancia. Fu il penultimo dei quattro militanti uccisi in via Fracchia ad essere identificato.
-Riccardo Dura, “Roberto”, era nato a Roccalumera (ME), 30 anni, faceva anche lui l’operaio. Non fu identificato per molti giorni, e furono le Brigate Rosse, il 3 aprile 1980, con una telefonata all’Ansa, a dare pubblicamente il suo nome. Il 5 aprile ad accompagnare Riccardo Dura nel cimitero di Staglieno c’era soltanto la madre.

A PUGNO CHIUSO COMPAGNI. LA TERRA VI SIA LIEVE, QUANTO A NOI, NOI CHE SIAMO RIMASTI, NON DIMENTICHEREMO E NON PERDONEREMO FINO AL GIORNO DEL RISCATTO.

“Volantino di commemorazione dei quattro militanti uccisi in Via Fracchia a Genova”

Venerdì 28 marzo 1980 quattro compagni delle Brigate Rosse sono stati uccisi dai mercenari di Dalla Chiesa. Dopo aver combattuto, e trovandosi nell’impossibilità di rompere l’accerchiamento, dopo essersi arresi, sono stati trucidati. Sono caduti sotto le raffiche di mitra della sbirraglia prezzolata di regime i compagni:
* Roberto: operaio marittimo, militante rivoluzionario praticamente da sempre, membro della direzione strategica della nostra organizzazione. Impareggiabile è stato il suo contributo nelle guerra di classe che i proletari in questi anni hanno sviluppato a Genova. Dirigente dell’organizzazione dall’inizio della costruzione della colonna che oggi è intitolata alla memoria di Francesco Berardi, con generosità e dedizione totale ha saputo fornire a tutti i compagni che hanno avuto il privilegio di averlo accanto nella lotta un esempio di militanza rivoluzionaria fatta di intelligenza politica, sensibilità, solidarietà , vera umanità, che le vigliacche pallottole dei carabinieri non potranno distruggere.
*Cecilia: si guadagnava da vivere facendo la segretaria. Come tutte le donne proletarie la borghesia aveva destinato una vita doppiamente sfruttata, doppiamente subalterna e meschina. Non ha accettato questo ruolo aderendo e militando nella nostra organizzazione, dando con tutte le sue forze un enorme contributo per costruire una società diversa, dove la parola donna e la parola proletario non significano sfruttamento.
*Pasquale: operaio della Lancia di Chivasso.
*Antonio: operaio Fiat e dirigente della nostra organizzazione.
Sempre alla testa delle lotte della fabbrica e dei quartieri nei quali vivevano. Li hanno conosciuti tutti quegli operai e proletari che non si sono piegati all’attacco scatenato dalla multinazionale di Agnelli e dal suo Stato. Proprio perché  vere avanguardie avevano capito che lottare per uscire dalla miseria, dalla cassa integrazione, dai ritmi, dai cottimi, dal lavoro salariato, vuol dire imbracciare il fucile e organizzare il potere proletario che sappia liberare le forze per una società comunista. Imbracciare il fucile e combattere. Questi compagni erano consapevoli che decidendo di combattere avrebbero affrontato la furia omicida della borghesia e che avrebbero potuto essere uccisi. Ma la certezza per combattere per la vita, per la libertà in una posizione d’avanguardia, in prima fila, è un compito che i figli migliori, più consapevoli, del popolo devono assumere su di sé  per poter rompere gli argini da cui il movimento proletario spezzerà via la società voluta dai padroni. Per loro, come per molti altri operai, la scelta è stata precisa: combattere e vincere con la possibilità  di morire; anziché subire e morire a poco a poco da servi e da strumenti usati da un pugno di sciacalli per accumulare profitti. Oggi Roberto, Pasquale, Cecilia, Antonio, sono caduti combattendo. E’ grande il dolore per la loro morte, non riusciamo ad esprimere come vorremmo quel che sentiamo perché li hanno uccisi e non li avremo più tra noi. Ma nessuno di noi ha pianto, come sempre quando ammazzano dei nostri fratelli, e la ragione è una sola: altri hanno già occupato il loro posto nella battaglia. Proprio mentre ci tocca lo strazio della loro scomparsa e onoriamo la loro memoria, si rinsalda in noi la convinzione che non sono caduti invano come non sono morti invano tutti i compagni che per il comunismo hanno dato la vita.
Alla fine niente resterà impunito.
Brigate Rosse
29 Marzo 1980

 

 

“Rischiavano la strada e per un uomo ci vuole pure un senso a sopportare di poter sanguinare e il senso non dev’essere rischiare ma forse non voler più sopportare” (Fabrizio De Andrè )

COPIO E INCOLLO DA INFOAUT: http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/2610-16-settembre-1956-nasce-walter-alasia

  • sdc 16 sett
  • Il 16 Settembre 1956 nasce a Sesto San Giovanni Walter Alasia. Nato da padre e madre operai, crebbe nell’ambiente della cultura operaia e comunista di Sesto, dove venne ucciso per mano dei carabinieri il 15 Dicembre 1976, all’età di vent’anni.

Frequentò l’Itis di Sesto per due anni, per poi continuare gli studi in una scuola serale. Diventò poi operaio meccanico alla Farem, dalla quale si licenziò. Lavorò poi in un officina come installatore di apparecchiature telefoniche e infine alla stazione centrale di Milano, come scaricatore di pacchi postali. Iniziò a militare in Lotta Continua, per poi passare alla lotta clandestina nelle Brigate Rosse. Fu probabilmente uno tra gli appartenenti alle BR di cui più si parlò, sia per la sua tragica fine e la sua giovane età, sia per lo straordinario carattere e impegno che genitori, amici e compagni descrissero.Morì in casa della madre, che aveva peraltro dato indiretto appoggio alle azioni portate avanti dal figlio, nascondendo armi e documenti, dopo aver resistito all’arresto e aver aperto fuoco sui carabinieri, uccidendone due.Da subito la sua figura e quella della sua famiglia fu vittima di una campagna mediatica con cui lo si voleva per forza descrivere come un mostro, un assassino. In questa campagna di diffamazione, col quale si cercò di stravolgere, portare al negativo ogni frammento della sua vita, si distinse in maniera particolare Leo Valiani, giornalista del Corriere della Sera, che scrisse un articolo in cui si augurava che venissero identificati ed arrestati tutti i partecipanti al funerale di Walter. A quei funerali però partecipò Sesto San Giovanni, dai giovani agli anziani, dagli operai agli studenti. Questo perché, come dichiarò la sua fidanzata Ivana Cucco, “Walter non era figlio di nessuna variabile impazzita. Era figlio del suo tempo e di Sesto San Giovanni, la rossa Sesto […]. Sono gli anni delle grandi lotte operaie, delle stragi di stato, delle rivolte studentesche, del Cile, del Portogallo, dell’antifascismo militante, dei gruppi extraparlamentari, delle occupazioni di case. Tutte esperienze che Walter ha attraversato fino alla scelta e alla militanza nella lotta armata, che era comunque una scelta di vita e non di morte. Una scelta ed un bisogno di liberazione tanto forte e irrinunciabile da arrivare anche a giocarsi la vita.” Vogliamo ricordarlo riportando delle righe scritte di suo pugno

Non è neanche immergendosi nello studio e nei ‘lavori di casa’ che ti liberi e ti realizzi diversamente. Le cose che si vogliono bisogna prendersele […]. Io sono uno dei tanti che pensano di cambiare qualcosa – e non ritengo di essere un utopista come dice mio padre – quelli che dicono così vogliono nascondere la loro paura e il loro egoismo. Quindi pensa che la tua libertà te la devi costruire – questo l’unico consiglio, anche se troppo generico che posso dare.”