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CARLO GIULIANI“Gli sbirri hanno ammazzato un ragazzo in Piazza Alimonda!” Questa frase, che incombeva come un mantello nero su noi che eravamo in Piazzale Kennedy in quel maledetto torrido pomeriggio di venerdì 20 luglio 2001, avrebbe dovuto essere un orrore già sufficiente per i nostri cuori … avrebbe dovuto … invece era solo l’inizio, perché Carlo è stato ucciso ancora più e più volte, con le calunnie, con le menzogne, con gli abusi sul suo corpo inerme, con le frasi del cazzo pronunciate dalla ” gente perbene”, quella che ama ordine e disciplina: “Sì, è triste che sia morto un ragazzo, ma in fondo stava per lanciare un estintore…”, “il padre e la madre mi fanno pena ma il loro figliolo non era un santo, era un teppista aveva il passamontagna”.

L’orrore dei giorni di Genova non ha trovato il suo apice nell’assassinio di Carlo, ancora più atroce è stato il complice accettare (magari anche criticamente ma che conta?) le versioni ufficiali della camionetta isolata e  del teppista con l’estintore come fossero verità. Una complicità trasversale che alimenta l’ignoranza e che da un lato seda l’indignazione delle “anime belle” (in fondo un teppista morto e dei poveri sbirri indifesi che sparano per paura sono quasi accettabili no?) e dall’altro contribuisce a costruire quel recinto di ignoranza con cui il regime ci sta intrappolando giorno dopo giorno in una politica condotta sull’orlo dell’annientamento, la cui “soluzione finale” non è Auschwitz ma la resa definitiva del pensiero, della speranza, della rabbia, della rivolta.

Allora il miglior modo per ricordare Carlo oggi è ricordare a tutti la verità sulla sua morte, svelare tutto ciò che gli hanno fatto quando era ancora vivo, dopo che la camionetta lo aveva investito; svelare  L’orrore in Piazza Alimonda (leggi). Guardare «La trappola», il documentario prodotto nel 2006 da il Comitato “Piazza Carlo Giuliani”, che, detto con le parole di chi lo ha prodotto, “ricostruisce l’uccisione di Carlo e le violenze efferate compiute sul suo corpo, partendo da tutto ciò che deve essere considerato causa e premessa dell’omicidio

Guardiamolo tutto, senza chiudere gli occhi e poi andiamo a rispondere a chi domani andrà alla manifestazione promossa dal Coisp in tutta Italia per chiedere la rimozione della targa in ricordo di Carlo in Piazza Alimonda, pardon in PIAZZA CARLO GIULIANI.

 

vedi anche: GIAP: “Tu che straparli di Carlo Giuliani, conosci l’orrore di Piazza Alimonda?” (un consiglio: non limitatevi a leggere l’articolo, proseguite a leggere i commenti)

 

 

Mercoledì 2 ottobre 1968, Città del Messico

Nt-tlatelolco-massacre

L’oscurità genera la violenza
e la violenza ha bisogno di oscurità
per diventare crimine.
Per questo il due di ottobre attese la sera
perchè nessuno vedesse la mano che impugnava
l’arma, ma solo i colpi che sparò.
[Memorial de Tlatelolco di Rosario Castellanos]

La “Noche Triste” iniziò con un lancio di bengala. Quando la loro luce illuminò la notte, diecimila persone alzarono lo sguardo spaventate e cominciarono a correre.
Erano soprattutto studenti e, con loro, operai, lavoratori, uomini e donne, madri con i bambini in braccio, ragazzini ed anziani, tutti seduti a terra per partecipare all’assemblea indetta dagli studenti, che davano voce alla loro protesta. C’erano poi i venditori ambulanti, coloro che in piazza ci abitavano e quelli che, per curiosità, erano andati a “dare un’occhiata”.
Fino a quel momento l’atmosfera era stata abbastanza tranquilla, nonostante la massiccia presenza della polizia, dell’esercito e delle unità antiguerriglia urbana, che avevano organizzato un massiccio spiegamento di forze.
Gli interventi si stavano succedendo dalle 5 e mezzo del pomeriggio, il contingente operaio dei ferrocarrileros, con gli striscioni in appoggio alla lotta del Movimento Studentesco, era già entrato nella piazza fra gli applausi della folla e ormai si era fatto buio. Sul palco c’era Vega, uno studente dell’Istituto Politecnico nazionale, che comunicava indicazioni organizzative sulla marcia di protesta, che si sarebbe tenuta il giorno successivo, quando la notte divenne giorno. Un giorno cattivo e crudo alla luce dei bengala.
fr-sabra-et-shatilaLa gente spaventata aveva appena iniziato a correre, quando esplosero i primi spari. Una corsa inutile, perché tutte le uscite dalla piazza erano presidiate dalle forze armate. Il fuoco intensificò la sua potenza e, per 29 lunghissimi minuti fu l’inferno: fuoco serrato da tutti i lati e dall’alto di un edificio della Unidad de Tlatelolco, raffiche ininterrotte di mitragliatrici dai carri armati e dai blindati, che avanzavano impietosamente sulla piazza.
L’«Excélsior» di giovedì 3 ottobre 1968 scrisse: “nessuno vide da dove partirono i primi spari. Però la maggioranza dei manifestanti assicurano che i soldati iniziarono a sparare senza alcun preavviso[…]” e prosegue “Si calcola che parteciparono almeno 5000 soldati e molti agenti di polizia, quasi tutti in baiti civili. Come contrassegno avevano un fazzoletto avvolto nella mano destra. Così si identificavano l’un l’altro per non spararsi a vicenda […] il fuoco intenso durò 29 minuti. Poi gli spari decrebbero, senza però cessare […] l’esercito impedì di fotografare i corpi delle vittime rimaste sulla piazza”
Il massacro fu giustificato da tutti i settori governamentali, i più beceri con eclatanti dichiarazioni pubbliche, gli altri con un profondo silenzio complice. Nessuna voce ufficiale di protesta si levò contro la strage di Tlatelolco. I documenti ufficiali parlarono di 39 morti ma sulla piazza si seccò il sangue calpestato di centinaia di persone: studenti, uomini, donne bambini e anziani. Eduardo Galeano ha scritto: “il 2 ottobre 1968 a Tlatelolco le scarpe lasciavano impronte di sangue sul suolo”.
Su quel sangue nacque il gruppo armato “Liga 23 septiembre” e i movimenti guerriglieri che poi si rifugiarono nelle montagne del sud est. Il leader più conosciuto di quest’epoca fu Lucio Cabanas che con il suo gruppo sequestrò il governatore dello Stato del Guerrero. Uno dei primi rapimenti politici, fu risolto brutalmente dall’esercito nel 1974.
L’eco della strage fu enorme in tutto il mondo. Innumerevoli manifestazioni studentesche furono organizzate in Europa e negli Usa in solidarietà con gli studenti messicani.
1342083708385smith___carlosmediaMa gli echi internazionali del massacro, l’indignazione, le proteste, le manifestazioni in tutto il mondo non impedirono comunque la regolare apertura dei giochi olimpici, che iniziarono a Città del Messico il 12 ottobre 1968, dieci giorni dopo la strage di Tlatelolco.
Furono le olimpiadi più politicizate della storia, agli echi del massacro si unì la lotta dei neri americani, il cui momento più significativo fu il pugno alzato guantato di nero (simbolo della lotta delle Black Panters) di Tommie Smith e John Carlos immobili sul podio dei vincitori.