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Chi sono? Chi li ha mandati? Dove hanno preso le armi? Da chi e dove sono stati addestrati? Chi ha indicato loro il luogo della strage? Chi ha loro fornito l’aiuto logistico per arrivare lì e per andarsene?
Non leggo risposte a queste domande e, cosa ancor peggiore, non leggo da nessuna parte queste domande … d’altra parte non ho letto neppure “chi è … cosa è, Charlie Hebdo?” domanda che in centinaia di migliaia avrebbero dovuto porre perchè pochissimi sapevano dell’esistenza di quella rivista.

Ma pensare può essere difficoltoso se non ci si è abituati ed, ovviamente, per i codini è più facile gridare alla crociata contro lo straniero, il barbaro, l’eretico; è più facile chiedere ottusamente la dissociazione al “Islam moderato” (solo a questo perchè i non islamici, moderati o meno che siano, non si devono dissociare dal massacro…). Eccoli allora ad esprimere una solidarietà non reale con chi in realtà hanno sempre sentito nemica: “la satira” ed a scagliarsi contro il pericolo islamico, senza avere la seppur minima idea di cosa sia l’islam … ma questo non importa perchè dalla tv gli pare di aver capito che sia una cosa brutta e poco importa se in realtà stanno fomentando un odio che ci condurrà in un baratro di cui difficilmente vedremo la fine.

A tutti questi “Charlie Hebdo”, che si riempiono la bocca con parole di cui ignorano il significato, come solidarietà, libertà, pace, ai quali il kebab fa la stessa paura del Jihad dico: vergognatevi! Infilatevele nel culo le vostre matite. Se voi siete Charlie Hebdo allora certo non lo sono io.

Alle vittime dedico questa bellissima vignetta di Vauro: Vauro Charlie Hebdo

Alle ore 01:30, del 4 agosto 1974 in una notte afosa (quell’afa estenuante e oppressiva della mezza estate), il treno Italicus, partito da Roma viaggiava verso il Brennero.Ma non giunse mai a destinazione, si fermò appena fuori dalla galleria che porta ad un piccolo comune in provincia di Bologna, San Benedetto Val di Sambro. Si fermò sventrato da un’esplosione che causò dodici morti e circa 50 feriti (ma se l’esplosione fosse avvenuta solo qualche decina di metri prima le vittime sarebbero state centinaia).

Racconta un testimone della strage: «Il vagone dilaniato dall’esplosione sembra friggere, gli spruzzi degli schiumogeni vi rimbalzano su. Su tutta la zona aleggia l’odore dolciastro e nauseabondo della morte»
Altri due testimoni che hanno assistito alla sciagura raccontano: «Improvvisamente il tunnel da cui doveva sbucare il treno si è illuminato a giorno, la montagna ha tremato, poi è arrivato un boato assordante. Il convoglio, per forza di inerzia, è arrivato fin davanti a noi. Le fiamme erano altissime e abbaglianti. Nella vettura incendiata c’era gente che si muoveva. Vedevamo le loro sagome e le loro espressioni terrorizzate, ma non potevamo fare niente poiché le lamiere esterne erano incandescenti. Dentro doveva già esserci una temperatura da forno crematorio. ‘Mettetevi in salvo’, abbiamo gridato, senza renderci conto che si trattava di un suggerimento ridicolo data la situazione. Qualcuno si è buttato dal finestrino con gli abiti in fiamme. Sembravano torce. Ritto al centro della vettura un ferroviere, la pelle nera cosparsa di orribili macchie rosse, cercava di spostare qualcosa. Sotto doveva esserci una persona impigliata. ‘Vieni via da lì’, gli abbiamo gridato, ma proprio in quel momento una vampata lo ha investito facendolo cadere accartocciato al suolo».

I neofascisti non nascondono di essere gli esecutori.
Un volantino di Ordine nero proclama: «Giancarlo Esposti è stato vendicato. Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l’autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti».

Gli investigatori brancolano nel buio fino a quando un extraparlamentare di sinistra, Aurelio Fianchini, evade dal carcere di Arezzo e fa arrivare alla stampa questa rivelazione: «La bomba è stata messa sul treno dal gruppo eversivo di Mario Tuti che ha ricevuto ordini dal Fronte nazionale rivoluzionario e da Ordine nero. Materialmente hanno agito Piero Malentacchi, che ha piazzato l’esplosivo alla stazione di Santa Maria Novella a Firenze, Luciano Franci, che gli ha fatto da palo, e la donna di quest’ultimo, Margherita Luddi»
Eppure la polizia era informata da tempo che Mario Tuti era un sovversivo e una donna aveva addirittura dichiarato a un giudice che l’autore della strage era proprio lui. Risultato: la denuncia archiviata e la donna mandata in casa di cura come mitomane. Il giudice che aveva raccolto e insabbiato la dichiarazione si chiamava Mario Marsili ed era il genero di Licio Gelli, il gran venerabile della loggia massonica P2.
Si entra così nei misteri della polizia e dei governi-ombra che per alcuni anni hanno condizionato la vita italiana. Il dubbio che la P2 sia implicata nella vicenda induce il giudice bolognese Vella a diffidare del la magistratura aretina. Scrive Giampaolo Rossetti, un giornalista che si è occupato per mesi della vicenda: «Arezzo era città di protezione per i fascisti». Basti pensare alla frase strafottente pronunciata da Luciano Franci, il luogotenente di Mario Tuti, rivolgendosi a un camerata che piagnucolava dopo l’arresto: «Non preoccuparti, da queste parti siamo protetti da una setta molto potente». Una setta, ci spiegò poi il giudice Vella, che puzzava di marcio ed era al centro di un potere occulto collegato alle più oscure vicende della vita italiana. Per saperne di più il giudice Vella si rivolse anche ai Servizi segreti, ma per mesi non ottenne risposta. Protestò e allora l’ammiraglio Casardi, capo del servizio militare, gli scrisse rimproverandolo di ignorare «le norme che regolano il nostro servizio». «Le conosco anche troppo» gli rispose Vella, «ed è questo che mi preoccupa». Probabilmente se i Servizi segreti l’avessero aiutato, il giudice sarebbe subito arrivato a Tuti.

Comunque, all’inizio del ‘75 viene emesso un mandato di cattura contro Mario Tuti, il quale però riesce a sfuggire all’arresto. Aspetta che i tre carabinieri andati per arrestarlo suonino alla porta e poi spara loro addosso uccidendone due e ferendo il terzo. L’uomo riesce ad espatriare, prima ad Ajaccio e poi sulla Costa azzurra. La polizia francese lo rintraccia a Saint-Rapha‰ l dove ha luogo di nuovo uno scontro cruento, al termine del quale il terrorista viene arrestato. Al processo terrà un contegno sprezzante. Anni dopo, nel 1987, sarà lui a capeggiare una rivolta nel carcere di Porto Azzurro che terrà l’Italia con il fiato sospeso per alcuni giorni. Le indagini sull’Italicus e su piazza della Loggia hanno spezzato il fronte dell’omertà. I balordi della provincia nera parlano, ma quando il giudice Tamburrino di Padova o il giudice Arcai di Brescia chiedono conferme o aiuti ai Servizi segreti per indagare sulle alte complicità cala la serranda del «segreto di Stato». Le protezioni di cui godono i fascisti sono sfacciate. Valga questo esempio: il 19 luglio del ‘75 viene arrestato a Milano l’avvocato Adamo Degli Occhi, capo della «maggioranza silenziosa», movimento d’ordine. I carabinieri di Milano chiedono alla Questura di Brescia, che conduce le indagini sulla strage di piazza della Loggia, se devono perquisire l’alloggio dell’avvocato, ma la Questura dice che non è il caso. Intanto un giornalista fascista, Domenico Siena, è entrato nell’alloggio e ne è uscito con due valigie. Dirà che aveva preso effetti personali da far arrivare in carcere all’avvocato. Il dubbio che fossero carte compromettenti è più che lecito

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4 agosto 1974. Nella notte una bomba esplode nella vettura numero 5 dell’espresso Roma-Brennero. I morti sono 12 e i feriti circa 50, ma una strage spaventosa è stata evitata per questione di secondi: se la bomba fosse esplosa nella galleria che porta a San Benedetto Val di Sambro i morti sarebbero stati centinaia. Racconta un testimone della strage: «Il vagone dilaniato dall’esplosione sembra friggere, gli spruzzi degli schiumogeni vi rimbalzano su. Su tutta la zona aleggia l’odore dolciastro e nauseabondo della morte». I due agenti di polizia che hanno assistito alla sciagura raccontano: «Improvvisamente il tunnel da cui doveva sbucare il treno si è illuminato a giorno, la montagna ha tremato, poi è arrivato un boato assordante. Il convoglio, per forza di inerzia, è arrivato fin davanti a noi. Le fiamme erano altissime e abbaglianti. Nella vettura incendiata c’era gente che si muoveva. Vedevamo le loro sagome e le loro espressioni terrorizzate, ma non potevamo fare niente poiché le lamiere esterne erano incandescenti. Dentro doveva già esserci una temperatura da forno crematorio. ‘Mettetevi in salvo’, abbiamo gridato, senza renderci conto che si trattava di un suggerimento ridicolo data la situazione. Qualcuno si è buttato dal finestrino con gli abiti in fiamme. Sembravano torce. Ritto al centro della vettura un ferroviere, la pelle nera cosparsa di orribili macchie rosse, cercava di spostare qualcosa. Sotto doveva esserci una persona impigliata. ‘Vieni via da lì’, gli abbiamo gridato, ma proprio in quel momento una vampata lo ha investito facendolo cadere accartocciato al suolo».

I neofascisti non nascondono di essere gli esecutori. Un volantino di Ordine nero proclama: «Giancarlo Esposti è stato vendicato. Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l’autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti». Gli investigatori brancolano nel buio fino a quando un extraparlamentare di sinistra, Aurelio Fianchini, evade dal carcere di Arezzo e fa arrivare alla stampa questa rivelazione: «La bomba è stata messa sul treno dal gruppo eversivo di Mario Tuti che ha ricevuto ordini dal Fronte nazionale rivoluzionario e da Ordine nero. Materialmente hanno agito Piero Malentacchi, che ha piazzato l’esplosivo alla stazione di Santa Maria Novella a Firenze, Luciano Franci, che gli ha fatto da palo, e la donna di quest’ultimo, Margherita Luddi».

Eppure la polizia era informata da tempo che Mario Tuti era un sovversivo e una donna aveva addirittura dichiarato a un giudice che l’autore della strage era proprio lui. Risultato: la denuncia archiviata e la donna mandata in casa di cura come mitomane. Il giudice che aveva raccolto e insabbiato la dichiarazione si chiamava Mario Marsili ed era il genero di Licio Gelli, il gran venerabile della loggia massonica P2.

Si entra così nei misteri della polizia e dei governi-ombra che per alcuni anni hanno condizionato la vita italiana. Il dubbio che la P2 sia implicata nella vicenda induce il giudice bolognese Vella a diffidare della magistratura aretina. Scrive Giampaolo Rossetti, un giornalista che si è occupato per mesi della vicenda: «Arezzo era città di protezione per i fascisti». Basti pensare alla frase strafottente pronunciata da Luciano Franci, il luogotenente di Mario Tuti, rivolgendosi a un camerata che piagnucolava dopo l’arresto: «Non preoccuparti, da queste parti siamo protetti da una setta molto potente». Una setta, ci spiegò poi il giudice Vella, che puzzava di marcio ed era al centro di un potere occulto collegato alle più oscure vicende della vita italiana. Per saperne di più il giudice Vella si rivolse anche ai Servizi segreti, ma per mesi non ottenne risposta. Protestò e allora l’ammiraglio Casardi, capo del servizio militare, gli scrisse rimproverandolo di ignorare «le norme che regolano il nostro servizio». «Le conosco anche troppo» gli rispose Vella, «ed è questo che mi preoccupa». Probabilmente se i Servizi segreti l’avessero aiutato, il giudice sarebbe subito arrivato a Tuti.

Comunque, all’inizio del ’75 viene emesso un mandato di cattura contro Mario Tuti, che però riesce a sfuggire all’arresto. Aspetta che i tre carabinieri andati per arrestano suonino alla porta e poi spara loro addosso uccidendone due e ferendo il terzo. L’uomo riesce ad espatriare, prima ad Ajaccio e poi sulla Costa azzurra. La polizia francese lo rintraccia a Saint-Raphael dove ha luogo di nuovo uno scontro cruento, al termine del quale il terrorista viene arrestato. Al processo terrà un contegno sprezzante. Anni dopo, nel 1987, sarà lui a capeggiare una rivolta nel carcere di Porto Azzurro che terrà l’Italia con il fiato sospeso per alcuni giorni.

Le indagini sull’Italicus e su piazza della Loggia hanno spezzato il fronte dell’omertà. I balordi della provincia nera parlano, ma quando il giudice Tamburrino di Padova o il giudice Arcai di Brescia chiedono conferme o aiuti ai Servizi segreti per indagare sulle alte complicità cala la serranda del «segreto di Stato». Le protezioni di cui godono i fascisti sono sfacciate. Valga questo esempio: il 19 luglio del ’75 viene arrestato a Milano l’avvocato Adamo Degli Occhi, capo della «maggioranza silenziosa», movimento d’ordine. I carabinieri di Milano chiedono alla Questura di Brescia, che conduce le indagini sulla strage di piazza della Loggia, se devono perquisire l’alloggio dell’avvocato, ma la Questura dice che non è il caso. Intanto un giornalista fascista, Domenico Siena, è entrato nell’alloggio e ne è uscito con due valigie. Dirà che aveva preso effetti personali da far arrivare in carcere all’avvocato. Il dubbio che fossero carte compromettenti è più che lecito.

da “Gli anni del terrorismo” di Giorgio Bocca (pagg. 291-293)

 

Agosto, Improvviso si sente
un odore di brace.
Qualcosa che brucia nel sangue
e non ti lascia in pace,
un pugno di rabbia che ha il suono tremendo
di un vecchio boato:
qualcosa che crolla, che esplode,
qualcosa che urla.
Un treno è saltato.
Agosto. Che caldo, che fumo,
che odore di brace.
Non ci vuole molto a capire
che è stata una strage,
non ci vuole molto a capire che niente,
niente è cambiato
da quel quarto piano in questura,
da quella finestra.
Un treno è saltato.
Agosto. Si muore di caldo
e di sudore.
Si muore ancora di guerra
non certo d’amore,
si muore di bombe, di muore di stragi
più o meno di stato,
si muore, si crolla, si esplode,
si piange, si urla.
Un treno è saltato.
“AGOSTO” [C. LOLLI]

38776_1531193648871_8263239_n“Con l’espressione «strategia della tensione» si intende normalmente fare riferimento ad una ipotesi di strategia di condizionamento materiale e psicologico dei processi dinamici e delle interazioni tra sistema politico e ambiente sociale, che giunge ad utilizzare persino il delitto «politico» e la strage, tendendo però ad occultarsi agli occhi dell’opinione pubblica. … Questo disegno viene concepito e gestito da centri di potere insediati nel cuore dello stato, i quali da una parte utilizzano degli intermediari per i compiti operativi e dall’altra li proteggono ostacolando le indagini giudiziarie” (Estratto dalla Sentenza istruttoria sulla strage di Peteano)

E’ ora di smettere di commemorare, facciamo tacere questo stato coccodrillo, ora dobbiamo solo  rivelare una volta per tutte le verità e, con la giusta rabbia di chi sempre sta “dalla parte del torto” ricominciare a lottare.

 

BOLOGNA 2 agosto 1980

Alle ore 10.25 del 2 agosto 1980, i neofascisti dei NAR assoldati dallo stato ed aiutati dai servizi segreti misero una bomba alla stazione centrale di Bologna, causando 85 morti e 200 feriti.
Sono trascorsi 31 anni da quel torrido mattino e, nel corso del tempo, i depistaggi di stato e l’omertà di stato (dei governi sia di centrodestra sia di centrosinistra) hanno impedito di accertare i mandanti e di conoscere pienamente la verità.
Ogni anno, il palco delle commemorazioni è gremito quasi esclusivamente di divise militari, fasce tricolori, abiti impeccabili di politici, burocrati, sottosegretari. Nell’agosto 1980 il sindaco di Bologna Zangheri non si fece trovare per un mese intero (era in crociera sul Mar Nero), ma al ritorno fece poi il suo bel discorso dal palco. Nessuno dei sindaci che si sono susseguiti ha perso l’occasione di dire fandonie e parole inutili.

In una strage di stato, lo stato non ha alcun diritto di parlare in piazza. Uno stato ha intralciato e intralcia la verità, non ha il diritto di parlare né di commemorare.
Ogni anno da quel palco vogliono farci credere che il terrorismo sia qualcosa che viene sempre e soltanto da lontano, senza rapporti con lo stato e con le sue strategie.
Vogliono farci dimenticare che il nemico si trova “sempre alla nostra testa”, ben visibile, dinnanzi a noi: il nemico è la violenza “legale” degli apparati militari e di polizia, sono lo sfruttamento e la flessibilizzazione del lavoro, è la rapina dalle tasche dei lavoratori per finanziare eserciti e servizi segreti, è il taglio delle pensioni e dei diritti sociali, è il caro affitti, sono le leggi razziste sull’immigrazione, è la sempre maggiore compressione delle libertà di associazione e di espressione, è il carcere per chi si ribella e le bombe sui civili.
Nel corso degli anni i tentativi di sciacallaggio e depistaggio si sono susseguiti con uno zelo degno delle migliori tradizioni statuali. pubblico di seguito un articolo di Paolo Persichetti ed una serie di links che riguardano il tentativo (fallito) di coinvolgere e rendere funzionale all’assurdo teorema della pista palestinese una delle vittime della strage, Mauro di Vittorio, un compagno, un ragazzo ventiquattrenne romano originario del popolare quartiere di Torpignattara.

Strage di Bologna: la vera storia di Mauro Di Vittorio. Crolla il castello di menzogne messo in piedi da Enzo Raisi

L’inchiesta/prima parte – L’ultimo depistaggio sulla bomba esplosa alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980 tira in ballo una delle vittime dell’eccidio: Mauro Di Vittorio, ventiquattrenne romano originario del popolare quartiere di Torpignattara. Pur di renderlo funzionale al teorema della pista palestinese i suoi accusatori non hanno esitato a riscrivere cinicamente il suo passato. Il grossolano tentativo di modificare quanto era già emerso 32 anni fa, nei giorni immediatamente successivi all’esplosione, fallisce clamorosamente di fronte alle testimonianze dei familiari di Di Vittorio e alla mole di materiali documentali esistenti

Paolo Persichetti
il manifesto 18 ottobre 2012

«Prendo un passaggio da un ragazzo tedesco che come salgo mi offre di accendere una pipetta di fumo mi tranquillizza un po’, ma alla seconda pipa nella quale c’erano minimo due grammi di nero mi sconvolgo in modo veramente pauroso. Con la terza la tensione è salita di molto e mi sento male, molto male. Ho un trip violentissimo e delle visioni allucinanti, e per fortuna sono molto stanco per cui mi metto a dormire. Quando il tipo mi sveglia sto meglio e ho fatto molta strada. La sera dopo un passaggio di un belga molto simpatico arrivo a Liegi. Sono contento perché la strada da fare è poca, per cui penso di arrivare il giorno dopo». (Leggi il testo integrale).

L’Europa in autostop
È il 30 luglio 1980, Mauro Di Vittorio sta attraversando l’Europa in autostop diretto a Londra, inconsapevole di avere pochi giorni di vita davanti a sé. Giunto a Dover gli inglesi lo rimandano indietro perché non ha con sé sufficienti garanzie di reddito. Costretto a rientrare in Italia, tre giorni più tardi salta in aria insieme ad altre 300persone (85 morirono) nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna. Oltre venti chili di gelatinato e compound b, una micidiale miscela nascosta molto probabilmente in una valigia, mettono fine per sempre al suo ritorno.
Il racconto degli ultimi giorni di vita di Mauro è in un quaderno in cui sono annotate le tappe e gli incontri del viaggio, probabilmente scritto durante il rientro. Dopo 30 anni le pagine di questo diario sono diventate un affaire di Stato, un presunto mistero – secondo il parlamentare Enzo Raisi, già membro della commissione Mitrokhin – che sulla loro veridicità solleva dubbi insinuando che dietro vi sia una manipolazione per nascondere la responsabilità diretta, anche se involontaria, dello stesso Di Vittorio nella strage.

La fabbrica delle patacche ispirata dalla trama di un romanzo
Per il parlamentare di Fli, che sulla vicenda ha depositato un’interpellanza parlamentare urgente annunciando anche la prossima uscita di un libro, il giovane sarebbe stato un appartenente «all’area di Roma sud dell’Autonomia Operaia», incaricato di trasportare per conto di un gruppo palestinese, l’Fplp di George Habash in contatto con Carlos, la valigia poi esplosa per un incidente o forse addirittura per una trappola architettata all’insaputa del giovane. Episodio che, sempre secondo Raisi, andrebbe iscritto tra i retroscena del lodo Moro (l’accordo segreto tra Sismi e guerriglia palestinese per salvaguardare l’Italia da attentati in cambio del transito di armi), come un incidente di percorso o come una rappresaglia per la sua violazione l’anno precedente, quando davanti al porto di Ortona furono arrestati, perché trovati in possesso di un lanciamissili destinato alle forze palestinesi, tre esponenti dell’Autonomia romana e successivamente Abu Anzeh Saleh, responsabile dell’Fplp in Italia.
Raisi fonda i suoi sospetti sul fatto che nel fascicolo delle indagini, «non sembrerebbe risultare verbalizzato alcun rinvenimento di documento d’identità o agenda del Di Vittorio». Non è affatto vero ma al parlamentare non interessa al punto da sollevare ombre anche sulla scheda biografica presente nel sito web dell’Associazione familiari vittime del 2 agosto 1980, nella quale sono riportati alcuni brani virgolettati del diario.
A rafforzare i dubbi di Raisi ci sarebbero delle nuove testimonianze che riferiscono lo strano comportamento di una ragazza e di un uomo dalle sembianze mediorientali che avrebbero realizzato una ricognizione del cadavere di Di Vittorio all’obitorio di Bologna, fuggendo intimoriti prima che «il primario e il maresciallo presenti sul posto riuscissero a raggiungerli per identificarli».
Sarà soltanto una coincidenza ma il castello di sospetti avanzato da Raisi ricalca senza molta originalità la fantasiosa trama del romanzoStrage, di Loriano Machiavelli (circostanza segnalata dal sempre attento Ugo Maria Tassinari nel suo sito FascinAzione.info), uscito sotto pseudonimo e tra mille polemiche nel 1990 per Rizzoli e ripubblicato due anni fa da Einaudi, nel quale si narra la storia di una coppia di giovani che gravitano nell’area dell’Autonomia, si riforniscono di armi tra Parigi e la Cecoslovacchia fino a quando uno dei due salta in aria alla stazione di Bologna con una valigia di esplosivo attivata a sua insaputa da un sofisticato congegno trasportato da un’emissaria dei “poteri occulti”. Guarda caso anche qui la ragazza si reca all’obitorio con altri compagni.

Una forzatura di troppo
Il deputato post-missino, citando una testimonianza rilasciata 26 anni dopo i fatti dalla sorella maggiore di Di Vittorio, Anna, a Giovanni Fasanella e Antonella Grippo nel libro “I silenzi degli innocenti” (Bur, 2006), lascia intendere che la «strana telefonata» che informò i familiari del rinvenimento a Bologna della carta d’identità di Mauro, non proveniva dalla questura ma da probabili complici del giovane. Sempre Anna, alcuni anni fa concesse il perdono a Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, membri dei Nar condannati per la strage, con una lettera che facilitò l’accesso della Mambro alla liberazione condizionale. Lo scorso 2 agosto, come se nulla fosse, anche Fioravanti, ormai libero, ha ipotizzato in un articolo apparso sul Giornale un ruolo dell’«autonomo» Di Vittorio nella strage. Ma su questo argomento, Anna Di Vittorio e suo marito Gian Carlo Calidori, anche lui colpito negli affetti dalla strage, non hanno intenzione di scendere in polemica. Ritengono che ognuno debba rispondere alla propria coscienza: «Chi siamo noi due per giudicare gli altri?». In realtà, come ci ha spiegato Anna Di Vittorio, «non è mai esistita nessuna telefonata misteriosa». D’altronde quanto riportato nel libro non trova riscontro nelle dichiarazioni rilasciate dagli altri familiari il giorno del riconoscimento ufficiale della salma di Mauro. Luciana Sica di Paese sera, in una cronaca apparsa il 13 agosto 1980, racconta le ore passate nella casa di via Anassimandro, nel quartiere romano di Torpignattara. Descrive il clima attonito di una famiglia che per dieci lunghi giorni non ha voluto credere ai ripetuti segnali che annunciavano la tragica fine del loro congiunto, come la telefonata della questura felsinea del 3 agosto che – forse per un eccesso di cautela – riferiva soltanto del generico ritrovamento della sua carta d’identità in città. La cronista raccoglie le prime dichiarazioni del fratello più piccolo, Marcello, e quelle della zia che ancora non riescono a capacitarsi di quella rimozione. Riferisce dell’interessamento dei vicini che invece hanno sentito in televisione la descrizione dei corpi ancora non identificati ed hanno subito capito; finalmente Anna dopo una telefona all’obitorio decide di partire verso la capitale emiliana insieme a due amici. E’ lunedì 11 agosto, giunta all’istituto di medicina legale entra, sono le nove di sera e all’interno c’è poca luce, i suoi amici non resistono all’odore, tutt’intorno ci sono resti di cadaveri, Anna «vede il corpo del fratello, esce e dice di non averlo riconosciuto». Chiama Marcello a Roma per sapere se Mauro avesse dei pantaloni di velluto grigio. La risposta non offre scampo: «E’ lui».

Il mistero inesistente del diario
A chiarire invece il mistero del diario ci pensa Lotta continua che il 21 agosto 1980 ne pubblica il testo integrale insieme a una lettera firmata «I compagni di Mauro». Nel resoconto del viaggio Di Vittorio racconta di essere partito da Roma in automobile insieme a un amico di nome Peppe,probabilmente il 28 luglio. Due giorni dopo alla frontiera di Friburgo i doganieri tedeschi trattengono la macchina di Peppe perché due anni prima era stato trovato senza biglietto sulla metropolitana di Monaco e non ha ancora pagato la multa. Mauro gli lascia tutti i suoi soldi e prosegue solo, in autostop, con la speranza di arrivare rapidamente a Londra, nello squat di Brixton dove viveva, per trovare altro denaro da inviare a Peppe. I numerosi dettagli riportati offrono facili possibilità di riscontro sulla veridicità intrinseca del racconto e se ancora non bastasse c’è l’importo del biglietto del treno non pagato da Mauro durante il viaggio di ritorno che arrivò alla famiglia, quasi come una beffa, dopo la morte. Ancora più interessante è la lettera dei suoi compagni, dalla quale si capisce che Mauro non era un militante e non era mai stato vicino all’Autonomia. Gli autori del testo sono ex di Lotta continua del circolo di Torpignattara, ancora aperto nel 1980 – come accadde anche per altre sedi del gruppo – punto di riferimento per una parte di quella fragorosa comunità politico-esistenziale che non si era rassegnata allo scioglimento dell’organizzazione quattro anni prima. Mauro, che dopo la morte prematura del padre aveva lasciato la scuola per aiutare la famiglia, era molto conosciuto, amato e stimato. I suoi compagni lo descrivono come «Una persona, un compagno inestimabile che sapeva dare tutto a tutti. Capace di dare se stesso in qualsiasi momento. La persona che tutti avrebbero voluto vicino per qualsiasi cosa: per un viaggio, per parlare di se stessi, della vita, delle contraddizioni e dei problemi che ci si presentano quotidianamente».

Un indiano metropolitano a Londra
La domenica successiva, sempre su Lotta Continua, appare un’altra lettera che è quasi una seduta pubblica d’autocoscienza. In polemica con i toni ritenuti troppo politici della prima, i suoi autori che si firmano «Alcuni amici di Mauro» sostengono che «per Mauro la parola compagno era diventata vuota e priva di senso come lo è diventata per noi, perché questa maturazione l’avevamo vissuta insieme e insieme avevamo smesso di illuderci e insieme avevamo visto crollare miti, ideologie e propositi rivoluzionari. Quindi, oggi, il minimo che possiamo fare è rispettare il suo modo di vedere, le sue disillusioni. Evitare quindi cose che suonano speculative, evitare analisi che lui non avrebbe fatto, evitare termini in cui non si riconosceva più, evitare inni alla rivolta di cui tutti conosciamo la falsità e la vuotezza».
C’è l’intera parabola di quel che accadde in un pezzo del movimento del 77 in queste frasi che annunciano l’epoca del grande riflusso, dove le grandi narrazioni cedono spazio a traiettorie più intimistiche e personali, in ogni caso situate a una distanza siderale dall’immagine del giovane dalla doppia vita con la valigia piena di esplosivo suggerita da Enzo Raisi. Mauro Di Vittorio con i suoi lunghi capelli neri che sembrano anticipare la moda dei dread, la barba folta e l’aspetto freak, era un’altra persona. Chi lo descrive oggi come l’autore della strage di Bologna lo ha ucciso una seconda volta.
«Quest’accusa – replica Gian Carlo Calidori – ci sta facendo vivere un’esperienza sgradevole, ma nonostante ciò continuiamo a confidare, come sempre, nelle Istituzioni della Repubblica Italiana».
E Anna aggiunge: «Nell’agosto del 1980 sono andata a Bologna. Ho visto il cadavere di mio fratello Mauro: era intatto; non carbonizzato; con una sola ferita, mortale, nel costato. Poi, ho incontrato la Polizia Ferroviaria che, molto umanamente, mi ha consegnato gli effetti personali di mio fratello, tra cui il diario di Mauro».
http://insorgenze.wordpress.com/2012/10/18/strage-di-bologna-la-vera-storia-di-mauro-di-vittorio-crolla-il-castello-di-menzogne-messo-in-piedi-da-enzo-raisi/

 

Link
“Vi diciamo noi chi era Mauro Di Vittorio”, le parole dei compagni e degli amici su Lotta continua dell’agosto 1980
Strage di Bologna, il diario di viaggio di Mauro Di Vittorio
Stazione di Bologna 2 agosto 1980, una strage di depistaggi
Strage di Bologna, la storia di Mauro Di Vittorio che Enzo Raisi e Giusva Fioravanti vorrebbero trasformare in carnefice
Strage di Bologna, in arrivo un nuovo depistaggio. Enzo Rais, Fli, tira in ballo una delle vittime nel disperato tentativo di puntellare la sgangherata pista palestinese
Daniele Pifano sbugiarda il deputato Fli Enzo Raisi: Mauro Di Vittorio non ha mai fatto parte del Collettivo del Policlinico o dei Comitati autonomi operai di via dei Volsci
 http://www.ilmanifestobologna.it/wp/2012/11/strage-di-bologna-tra-misteri-frutto-di-ignoranza-e-spiegazioni-che-si-preferisce-non-vedere/

 

in_trappola_a_dividersi_l_ossigeno_la_tragica_fine_dei_minatori_di_soma-0-0-402243A LOS MINEROS DE BOLIVIA
En un 9 de abril

Es el trueno y se desboca
con inimitable fragor.
Cien y mil truenos estallan,
y es profunda su canción.Son los mineros que llegan,
son los mineros del pueblo,
los hombres que se encandilan
cuando salen al sol,
y que dominan el trueno
y aman su recio fragor.

¿Que la metralla los siega
y la dinamita
estalla
y sus cuerpos se disfunden
en partículas de horror,
cuando llega alguna bala
hasta el ígneo cinturón?

¡Qué importa!
Es el trueno y se desboca
con inimitable fragor.
Cien mil truenos estallan,
y es profunda su canción.
Por la boca del trueno
se oye volar el valor.
Son los mineros de acero,
son el pueblo y su dolor.

Salen de una caverna
colgada en la montaña.
Son enjambres de topos
que llegan a morir
sin miedo a la metralla.
Morir, tal la palabra
que es norte de sus días;
morir despedazado,
morir de silicosis,
morir anemizado,
morir lenta agonía
en la cueva derrumbada.

[Ernesto Che Guevara]

“Uccidere la dirigenza politica palestinese.
Uccidere gli istigatori palestinesi e i loro finanziatori.
Uccidere i palestinesi che agivano contro gli ebrei.
Uccidere gli ufficiali e i funzionari palestinesi [ del sistema mandatario ]
Danneggiare i trasporti palestinesi.
Danneggiare le fonti di sussistenza palestinesi: pozzi d’acqua, mulini, etc
Attaccare i villaggi palestinesi vicini che avrebbero potuto partecipare ad attacchi futuri.
Attaccare i club, i caffè, i ritrovi palestinesi etc.”
_Piano C o Piano “Gimel” 1947_

 “Si possono effettuare queste operazioni nella maniera seguente: distruggere i villaggi (dandogli fuoco, facendoli saltare in aria e minandone le macerie) e specialmente quei centri popolati difficili da controllare con continuità; oppure attraverso operazioni di rastrellamento e controllo, con le seguenti linee guida: circondare i villaggi e fare retate all’interno. In caso di resistenza si devono eliminare le forze armate e la popolazione deve essere espulsa fuori dai confini dello Stato”
_Piano D “Dalet”, 10 marzo 1948_

 “C’è bisogno ora di una reazione forte e brutale. Dobbiamo essere precisi nei tempi, nei luoghi e nei bersagli. Se accusiamo una famiglia, dobbiamo colpire tutti senza pietà, comprese le donne e i bambini. Altrimenti non sarà una reazione efficace. Durante l’operazione non c’è alcun bisogno di distinguere tra chi è colpevole e chi non lo è.”
_Ben Gurion, 1 gennaio 1948_

“ogni attacco dovrà terminare con l’occupazione, la distruzione e l’espulsione”
_Ben Gurion, citato da Danin, testimonianza per Bar-Zohar, pag.680_

fr-sabra-et-shatilaTra il 16 ed il 18 settembre 1982, avvenne uno dei più orrendi crimini contro l’umanità nella storia: i sanguinosi massacri dei campi profughi di Sabra e Chatila a Beirut, in Libano.

A Sabra e Chatila, abitavano migliaia di rifugiati palestinesi cacciati dalla Palestina nel 1948 durante l’occupazione Sionista delle loro case e delle loro terre. Il 16 settembre 1982,  durante l’aggressione Sionista e l’occupazione di Beirut, le forze Sioniste e le forze libanesi (una milizia di falangisti di destra con stretti legami con gli occupanti Sionisti, e l’Esercito del Libano del Sud, manovrato dell’entità Sionista in Libano sono entrate a Sabra e Chatila), sotto il comando di Ariel Sharon hanno prima accerchiato e poi assaltato i campi ormai svuotati dai combattenti della resistenza e abitati soprattutto da donne e bambini palestinesi. Per i due giorni che sono seguiti, aiutati dall’illuminazione dei razzi notturni e da altri appoggi dell’esercito Sionista che circondava i campi, queste milizie torturarono, stuprarono ed assassinarono migliaia di rifugiati palestinesi, con la piena approvazione ed appoggio degli invasori Sionisti.

Il massacro di Sabra e Chatila fu la più atroce tappa del piano sionista di devastazione e occupazione della terra di Palestina, un piano ben definito, iniziato più di 65 anni fa, come si può leggere dalla piccola carrellata di citazioni all’inizio di questo articolo nella quale ogni parola mette chiaramente in evidenza il punto centrale su cui si fonda lo stato di Israele: nient’altro che la pulizia etnica, l’espulsione del popolo presente, per insediarsi manu militari su una tabula rasa.

Ben Gurion, il fondatore dello stato di Israele, fu la mente di questa strategia genocitaria, che ha caratterizzato lo stato sionista sin dai suoi primi anni di vita ed ha, conseguentemente, segnato l’inizio della tragedia palestinese, ricordiamo le sue parole: “ogni attacco dovrà terminare con l’occupazione, la distruzione e l’espulsione” e ancora: “Durante l’operazione non c’è alcun bisogno di distinguere tra chi è colpevole e chi non lo è

Una strategia di devastazione mai terminata e ancora oggi perseguita con lucida determinazione; perché di “allievi eccellenti” Ben Gurion ne ha avuti tanti, ed ognuno ha aggiunto un suo personale, sadico apporto di crudeltà nell’occupazione militare; fino ad Ariel Sharon.

Dopo Sabra e Chatila, tante stragi sono seguite: ricordiamo Deir Yassin; a Safsaf, Lydda, Tantura e Kufr Qasem; a Qibya, Qana, Jenin, Nablus, Rafah, lo smantellamento della seconda Intifada nel 2002 in tutta la Palestina occupata; tutta un’impalcatura della colonizzazione dei Territori Occupati (e non solo), che a partire dall’istituzione del commando speciale Unità 101 (la cui attività principale fu il massacro di civili nei villaggi e nei campi profughi, facendo scempio del concetto di frontiera) per arrivare al suo primo piano di difesa post-1967, tra avamposti, costruzione della rete stradale, ed installazioni militari, altro non fu se non una prima fase di addomesticamento dei Territori, che trova il suo culmine nel muro dell’attuale colonizzazione, il feroce monumento all’apartheid mediterraneo.

La sola esistenza dell’entità Sionista in Palestina è un crimine di guerra; è basata sul massacro continuo e sull’espropriazione dei Palestinesi, la rapina e lo sfruttamento continuo delle loro risorse, e la colonizzazione continua della loro terra. Una strage infinita, che non si è mai fermata, che continua tutt’oggi e continuerà fino a quando non sarà realizzata la vera giustizia e la liberazione per tutti i rifugiati palestinesi con il riconoscimento del diritto a ritornare nelle proprie case e terre, e finché non verranno realizzati i diritti alla liberazione nazionale, alla sovranità e all’autodeterminazione.

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Ma una corretta analisi non può prescindere dal fatto che la strategia criminale sionista, in quanto progetto di insediamento coloniale, fa parte dei crimini commessi dall’imperialismo degli Stati Uniti nella nazione Araba ed in tutto il mondo. Sabra e Chatila, Guatemala, El Salvador, Nicaragua, Angola, Mozambico, Cambogia e molte altre nazioni rientrano in un piano globale imperialista di conquista di potere, controllo e risorse. Israele riceve miliardi di dollari ogni anno dal governo degli USA, e continua la sua aggressione furiosa contro il popolo palestinese col patrocinio dell’imperialismo USA.

Ad ogni nuova notizia di bombardamenti aerei, di artiglieria pesante e di missili terra-aria siamo “allucinati, indignati, addolorati, impotenti…”, scriviamo, protestiamo sotto le ambasciate. Non è possibile restare indifferenti a tutto questo, ma come agire? Come aiutare il popolo palestinese? Sappiamo bene che non saranno le risoluzioni Onu e neppure colloqui al Cairo a mettere fine a questo orrendo genocidio e tantomeno a disattivare il piano di sterminio sionista. Sappiamo bene che il motto dei democratici e dei riformisti “Due popoli, due Stati” è una misera favoletta, raccontata per riempire sterili manifesti elettorali.

L’unica soluzione resta lo smantellamento dello Stato sionista una soluzione che non potrà mai venire dal mondo imperialista, ma solo da noi, il popolo internazionale unito in una prospettiva rivoluzionaria che distruggendo l’esistente ponga le basi per un nuovo mondo socialista. Per ora il nostro dovere è informare, anzi contro-informare su cosa sia realmente Israele, il sionismo e quali sono i suoi obiettivi e boicottare in ogni modo possibile questo stato assassino ed i suoi alleati.

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Mahmud Darwish, il poeta della resistenza palestinese, ha scritto: “Io sto aspettando il momento in cui sarò capace di dire – all’inferno la Palestina , ma questo non accadrà prima che la Palestina torni libera. Io non posso ottenere la mia libertà personale senza la libertà del mio paese: quando la Palestina sarà libera, saro’ libero anche io”.

Quando la Palestina sarà libera saremo liberi tutti noi.

 

 

 

 

*Tutte le citazioni all’inizio del post sono tratte da “La pulizia etnica della Palestina” Ilan Pappe. Fazi Editore 2008