Posts contrassegnato dai tag ‘Strategia della tensione’

hqdefault

La mattina del 28 maggio 1974, la mano del fascismo assassino colpisce nuovamente. Una bomba esplode sotto i portici di piazza della Loggia a Brescia, mentre è in corso una manifestazione sindacale antifascista. È strage.Sette lavoratori restano uccisi e oltre novanta feriti.

L’ordigno era stato posto in un cestino portarifiuti e fatto esplodere con un congegno elettronico a distanza. Due istruttorie si susseguono negli anni: la prima, nel 1979, porta a processo diversi esponenti della destra radicale bresciana. In secondo grado, nel 1982, la sentenza di condanna viene annullata. L’assoluzione definitiva per tutti gli imputati arriva con la Cassazione nel 1985. La seconda istruttoria indica come imputati altri esponenti dell’estrema destra fra cui Mario Tuti. Anch’essi saranno prosciolti per insufficienza di prove (1989). Il fascicolo di una terza istruttoria è tuttora pendente presso la Procura di Brescia.th
Nell’aprile del 2007 il Corriere della Sera pubblicò la seguente notizia: “BRESCIA – Sono state depositate le richieste di rinvio a giudizio per sette persone indagate a vario titolo per la strage di Piazza della Loggia del 28 maggio 1974. Lo ha deciso la Procura di Brescia. Sono accusati di concorso in strage: Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi e Maurizio Tramonte mentre gli avvocati Gaetano Pecorella e Fausto Maniaci e il pentito Martino Siciliano dovranno rispondere di favoreggiamento e Vittorio Poggi di ricettazione. Per la strage morirono otto persone e piu’ di 100 rimasero ferite.

 

 

 

 

Non ho parole nuove per la Strage di Piazza Fontana, nulla che non sia già stato detto più e più volte, sempre con la stessa rabbia e il medesimo senso di impotenza.

Quest’anno ho deciso, quindi di lasciare la parola ai compagni di allora.

A distanza di oltre 40 anni queste analisi conservano tutta la loro validità.

 

================================================================

Da un volantino del 14 dicembre ’69:
“Dietro gli assassini di Milano non ci sono solo i fascisti veri e propri, ma ci sono, da un lato le forze borghesi più arretrate e parassite […] dall’altro l’ala avanzata e riformista della borghesia che vuole rinsaldare attorno alle istituzioni «repubblicane e democratiche» del patto costituzionale la propria unità di potere nell’oppressione e nello sfruttamento.”

========================================================================

Da un volantino del Collettivo operai-studenti del 16 dicembre 1969 dal titolo: “I soli assassini sono i padroni”
Sappiamo bene che cosa sia questa democrazia, sappiamo bene che cosa abbia dato questa Repubblica democratica fondata sul sangue dei lavoratori: 91 proletari uccisi (dal ’47 a oggi), 674 proletari feriti, 44.325 operai uccisi in fabbrica dal ’51 al ’66, uno ogni mezz’ora di lavoro. 15.677.070 operai infortunati sul lavoro. 

==================================================================

Volantino del 16 dicembre 1969

Il reichstag brucia?
 Compagni,
il movimento reale del proletariato rivoluzionario italiano lo sta conducendo verso il punto da cui sarà impossibile – per lui e per i suoi nemici – ogni ritorno al passato. Mentre si dissolvono una dopo l’altra tutte le illusioni sulla possibilità di ristabilire la “normalità” della situazione precedente, matura per entrambe le parti la necessità di rischiare il proprio presente per guadagnarsi il proprio futuro. Di fronte al montare del movimento rivoluzionario, malgrado la metodica azione di recupero dei sindacati e dei burocrati della vecchia e nuova “sinistra”, diviene fatale per il Potere rispolverare ancora una volta la vecchia commedia dell’ordine, giocando questa volta la falsa carta del terrorismo, nel tentativo di scongiurare la situazione che lo costringerà a scoprire tutto il suo gioco di fronte alla chiarezza della rivoluzione. Gli attentati anarchici del 1921, i gesti disperati dei sopravvissuti al fallimento del movimento rivoluzionario di allora, fornirono un comodo pretesto alla borghesia italiana per instaurare, con il fascismo, lo stato d’assedio su tutta la società. Forte – nella sua impotenza – della lezione del passato, la borghesia italiana del 1969 non ha bisogno di vivere la grande paura del moto rivoluzionario, né di aspettare la forza che solo dalla sconfitta di questo le può ancora derivare, per liberarsi delle proprie illusioni democratiche. Oggi essa non ha più bisogno degli errori dei vecchi anarchici per trovare un pretesto alla realizzazione politica della propria realtà totalitaria, ma tale pretesto cerca di fabbricarselo da sola, incastrando i nuovi anarchici in una montatura poliziesca, o manipolando i più sprovveduti fra loro in una grossolana provocazione. Gli anarchici, in effetti, offrono i migliori requisiti per le esigenze del potere: immagine staccata e ideologica del movimento reale, il loro “estremismo” spettacolare permette di colpire in loro l’estremismo reale del movimento.

LA BOMBA Dl MILANO E’ ESPLOSA CONTRO IL PROLETARIATO
Destinata a ferire le categorie meno radicalizzate, per allearle al potere, e a chiamare a raccolta la borghesia per la “caccia alle streghe”: non a caso la strage fra gli agricoltori (Banca Nazionale dell’Agricoltura), solo la paura tra i borghesi (Banca Commerciale). I risultati, diretti e indiretti, degli attentati, sono il loro fine. Per il passato, l’atto terroristico – come manifestazione primitiva e infantile della violenza rivoluzionaria nelle situazioni arretrate, o come violenza perduta sul terreno delle rivoluzioni sconfite – non è mai stato che un atto di rifiuto parziale, e perciò vinto in partenza: la negazione della politica sul terreno della politica stessa. Al contrario, nella situazione attuale, di fronte all’ascesa di un nuovo periodo rivoluzionario, è il Potere stesso che, nel tendere alla propria affermazione totalitaria, esprime spettacolarmente la propria negazione terroristica. In un’epoca che vede rinascere il movimento che sopprime ogni potere separato dagli individui, il Potere stesso è costretto a riscoprire, fino alla prassi cosciente, che tutto ciò che esso non uccide lo indebolisce. Ma la borghesia italiana è la più miserabile d’Europa. Incapace oggi di realizzare il proprio terrore attivo sul proletariato, non le resta che tentare di comunicare alla maggioranza della popolazione il proprio terrore passivo, la paura del proletariato. Impotente e maldestra, nel tentativo di bloccare in questo modo lo sviluppo del movimento rivoluzionario e di crearsi ad un tempo artificialmente una forza che non possiede, rischia di perdere in un sol colpo entrambe le possibilità. E’ così che le fazioni più avanzate del potere (interne o parallele – governative o d’opposizione) hanno dovuto sbagliare. L’eccesso di debolezza riporta la borghesia italiana sul terreno dell’eccesso poliziesco, essa comincia a comprendere che la sua sola possibilità uscire da un’agonia senza fine passa per il rischio della fine immediata della sua agonia. Così il Potere deve bruciare fin dall’inizio l’ultima carta politica da giocare prima della guerra civile o di un colpo di stato di cui è incapace, doppia carta del falso “pericolo anarchico” (per la destra) e del falso “pericolo fascista” (per la sinistra), allo scopo di mascherare e di rendere possibile la sua offensiva contro il vero pericolo, il proletariato. Di più, l’atto con cui oggi la borghesia tenta di scongiurare la guerra civile è in realtà il suo primo atto di guerra civile contro il proletariato. Per il proletariato dunque, non si tratta più evitarla né di incominciarla, ma di vincerla. Ed esso ha ormai incominciato a capire che non è con la violenza parziale che la può vincere, ma con l’autogestione totale della violenza rivoluzionaria e l’armamento generale dei lavoratori organizzati nei Consigli operai. Esso quindi sa ormai di dover respingere definitivamente, con la rivoluzione, l’ideologia della violenza insieme alla violenza dell’ideologia.
Compagni: non lasciatevi fermare qui: il potere e i suoi alleati hanno paura di perdere tutto; noi non dobbiamo avere paura di loro e soprattutto non dobbiamo averne di noi stessi: « non abbiamo da perdere che le nostre catene e tutto un mondo da guadagnare ».
Viva il potere assoluto dei Consigli operai!
GLI amici dell’INTERNAZIONALE

==================================================================

Da un volantino distribuito da Lotta Continua il 17 dicembre 1969 dal titolo:”No alle bombe dei padroni”
“…gli atti terroristi servono a convincere gli sfruttati che questo ordine democratico è il migliore che si possa avere e che vada preservato, facendo loro dimenticare che è proprio questo ordine democratico a esercitare la sua violenza su di loro giorno per giorno nelle fabbriche, nella scuola, nei quartieri e nelle baracche in cui vivono.”

==================================================================

“Attentati, bombe, azioni squadristiche, sparatorie contro i compagni. L’aggressione fascista sta diventando guerra civile. […] sono i padroni che l’hanno promossa, sono gli imperialisti che l’hanno voluta, è lo Stato con la sua polizia e con la sua magistratura a sostenerla.”
Brigate Rosse, Comunicato n. 2. Processo popolare contro i fascisti, 25 aprile 1971

“…questo disegno repressivo per ora si estende e mira non tanto alla liquidazione istituzionale dello Stato «democratico» come ha fatto il fascismo, quanto alla repressione più feroce del movimento rivoluzionario.” 
Brigate Rosse, Auto-intervista, settembre 1971

==================================================================

ALTRO SU PIAZZA FONTANA:

Alle ore 01:30, del 4 agosto 1974 in una notte afosa (quell’afa estenuante e oppressiva della mezza estate), il treno Italicus, partito da Roma viaggiava verso il Brennero.Ma non giunse mai a destinazione, si fermò appena fuori dalla galleria che porta ad un piccolo comune in provincia di Bologna, San Benedetto Val di Sambro. Si fermò sventrato da un’esplosione che causò dodici morti e circa 50 feriti (ma se l’esplosione fosse avvenuta solo qualche decina di metri prima le vittime sarebbero state centinaia).

Racconta un testimone della strage: «Il vagone dilaniato dall’esplosione sembra friggere, gli spruzzi degli schiumogeni vi rimbalzano su. Su tutta la zona aleggia l’odore dolciastro e nauseabondo della morte»
Altri due testimoni che hanno assistito alla sciagura raccontano: «Improvvisamente il tunnel da cui doveva sbucare il treno si è illuminato a giorno, la montagna ha tremato, poi è arrivato un boato assordante. Il convoglio, per forza di inerzia, è arrivato fin davanti a noi. Le fiamme erano altissime e abbaglianti. Nella vettura incendiata c’era gente che si muoveva. Vedevamo le loro sagome e le loro espressioni terrorizzate, ma non potevamo fare niente poiché le lamiere esterne erano incandescenti. Dentro doveva già esserci una temperatura da forno crematorio. ‘Mettetevi in salvo’, abbiamo gridato, senza renderci conto che si trattava di un suggerimento ridicolo data la situazione. Qualcuno si è buttato dal finestrino con gli abiti in fiamme. Sembravano torce. Ritto al centro della vettura un ferroviere, la pelle nera cosparsa di orribili macchie rosse, cercava di spostare qualcosa. Sotto doveva esserci una persona impigliata. ‘Vieni via da lì’, gli abbiamo gridato, ma proprio in quel momento una vampata lo ha investito facendolo cadere accartocciato al suolo».

I neofascisti non nascondono di essere gli esecutori.
Un volantino di Ordine nero proclama: «Giancarlo Esposti è stato vendicato. Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l’autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti».

Gli investigatori brancolano nel buio fino a quando un extraparlamentare di sinistra, Aurelio Fianchini, evade dal carcere di Arezzo e fa arrivare alla stampa questa rivelazione: «La bomba è stata messa sul treno dal gruppo eversivo di Mario Tuti che ha ricevuto ordini dal Fronte nazionale rivoluzionario e da Ordine nero. Materialmente hanno agito Piero Malentacchi, che ha piazzato l’esplosivo alla stazione di Santa Maria Novella a Firenze, Luciano Franci, che gli ha fatto da palo, e la donna di quest’ultimo, Margherita Luddi»
Eppure la polizia era informata da tempo che Mario Tuti era un sovversivo e una donna aveva addirittura dichiarato a un giudice che l’autore della strage era proprio lui. Risultato: la denuncia archiviata e la donna mandata in casa di cura come mitomane. Il giudice che aveva raccolto e insabbiato la dichiarazione si chiamava Mario Marsili ed era il genero di Licio Gelli, il gran venerabile della loggia massonica P2.
Si entra così nei misteri della polizia e dei governi-ombra che per alcuni anni hanno condizionato la vita italiana. Il dubbio che la P2 sia implicata nella vicenda induce il giudice bolognese Vella a diffidare del la magistratura aretina. Scrive Giampaolo Rossetti, un giornalista che si è occupato per mesi della vicenda: «Arezzo era città di protezione per i fascisti». Basti pensare alla frase strafottente pronunciata da Luciano Franci, il luogotenente di Mario Tuti, rivolgendosi a un camerata che piagnucolava dopo l’arresto: «Non preoccuparti, da queste parti siamo protetti da una setta molto potente». Una setta, ci spiegò poi il giudice Vella, che puzzava di marcio ed era al centro di un potere occulto collegato alle più oscure vicende della vita italiana. Per saperne di più il giudice Vella si rivolse anche ai Servizi segreti, ma per mesi non ottenne risposta. Protestò e allora l’ammiraglio Casardi, capo del servizio militare, gli scrisse rimproverandolo di ignorare «le norme che regolano il nostro servizio». «Le conosco anche troppo» gli rispose Vella, «ed è questo che mi preoccupa». Probabilmente se i Servizi segreti l’avessero aiutato, il giudice sarebbe subito arrivato a Tuti.

Comunque, all’inizio del ‘75 viene emesso un mandato di cattura contro Mario Tuti, il quale però riesce a sfuggire all’arresto. Aspetta che i tre carabinieri andati per arrestarlo suonino alla porta e poi spara loro addosso uccidendone due e ferendo il terzo. L’uomo riesce ad espatriare, prima ad Ajaccio e poi sulla Costa azzurra. La polizia francese lo rintraccia a Saint-Rapha‰ l dove ha luogo di nuovo uno scontro cruento, al termine del quale il terrorista viene arrestato. Al processo terrà un contegno sprezzante. Anni dopo, nel 1987, sarà lui a capeggiare una rivolta nel carcere di Porto Azzurro che terrà l’Italia con il fiato sospeso per alcuni giorni. Le indagini sull’Italicus e su piazza della Loggia hanno spezzato il fronte dell’omertà. I balordi della provincia nera parlano, ma quando il giudice Tamburrino di Padova o il giudice Arcai di Brescia chiedono conferme o aiuti ai Servizi segreti per indagare sulle alte complicità cala la serranda del «segreto di Stato». Le protezioni di cui godono i fascisti sono sfacciate. Valga questo esempio: il 19 luglio del ‘75 viene arrestato a Milano l’avvocato Adamo Degli Occhi, capo della «maggioranza silenziosa», movimento d’ordine. I carabinieri di Milano chiedono alla Questura di Brescia, che conduce le indagini sulla strage di piazza della Loggia, se devono perquisire l’alloggio dell’avvocato, ma la Questura dice che non è il caso. Intanto un giornalista fascista, Domenico Siena, è entrato nell’alloggio e ne è uscito con due valigie. Dirà che aveva preso effetti personali da far arrivare in carcere all’avvocato. Il dubbio che fossero carte compromettenti è più che lecito

========================================================================================================

4 agosto 1974. Nella notte una bomba esplode nella vettura numero 5 dell’espresso Roma-Brennero. I morti sono 12 e i feriti circa 50, ma una strage spaventosa è stata evitata per questione di secondi: se la bomba fosse esplosa nella galleria che porta a San Benedetto Val di Sambro i morti sarebbero stati centinaia. Racconta un testimone della strage: «Il vagone dilaniato dall’esplosione sembra friggere, gli spruzzi degli schiumogeni vi rimbalzano su. Su tutta la zona aleggia l’odore dolciastro e nauseabondo della morte». I due agenti di polizia che hanno assistito alla sciagura raccontano: «Improvvisamente il tunnel da cui doveva sbucare il treno si è illuminato a giorno, la montagna ha tremato, poi è arrivato un boato assordante. Il convoglio, per forza di inerzia, è arrivato fin davanti a noi. Le fiamme erano altissime e abbaglianti. Nella vettura incendiata c’era gente che si muoveva. Vedevamo le loro sagome e le loro espressioni terrorizzate, ma non potevamo fare niente poiché le lamiere esterne erano incandescenti. Dentro doveva già esserci una temperatura da forno crematorio. ‘Mettetevi in salvo’, abbiamo gridato, senza renderci conto che si trattava di un suggerimento ridicolo data la situazione. Qualcuno si è buttato dal finestrino con gli abiti in fiamme. Sembravano torce. Ritto al centro della vettura un ferroviere, la pelle nera cosparsa di orribili macchie rosse, cercava di spostare qualcosa. Sotto doveva esserci una persona impigliata. ‘Vieni via da lì’, gli abbiamo gridato, ma proprio in quel momento una vampata lo ha investito facendolo cadere accartocciato al suolo».

I neofascisti non nascondono di essere gli esecutori. Un volantino di Ordine nero proclama: «Giancarlo Esposti è stato vendicato. Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l’autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti». Gli investigatori brancolano nel buio fino a quando un extraparlamentare di sinistra, Aurelio Fianchini, evade dal carcere di Arezzo e fa arrivare alla stampa questa rivelazione: «La bomba è stata messa sul treno dal gruppo eversivo di Mario Tuti che ha ricevuto ordini dal Fronte nazionale rivoluzionario e da Ordine nero. Materialmente hanno agito Piero Malentacchi, che ha piazzato l’esplosivo alla stazione di Santa Maria Novella a Firenze, Luciano Franci, che gli ha fatto da palo, e la donna di quest’ultimo, Margherita Luddi».

Eppure la polizia era informata da tempo che Mario Tuti era un sovversivo e una donna aveva addirittura dichiarato a un giudice che l’autore della strage era proprio lui. Risultato: la denuncia archiviata e la donna mandata in casa di cura come mitomane. Il giudice che aveva raccolto e insabbiato la dichiarazione si chiamava Mario Marsili ed era il genero di Licio Gelli, il gran venerabile della loggia massonica P2.

Si entra così nei misteri della polizia e dei governi-ombra che per alcuni anni hanno condizionato la vita italiana. Il dubbio che la P2 sia implicata nella vicenda induce il giudice bolognese Vella a diffidare della magistratura aretina. Scrive Giampaolo Rossetti, un giornalista che si è occupato per mesi della vicenda: «Arezzo era città di protezione per i fascisti». Basti pensare alla frase strafottente pronunciata da Luciano Franci, il luogotenente di Mario Tuti, rivolgendosi a un camerata che piagnucolava dopo l’arresto: «Non preoccuparti, da queste parti siamo protetti da una setta molto potente». Una setta, ci spiegò poi il giudice Vella, che puzzava di marcio ed era al centro di un potere occulto collegato alle più oscure vicende della vita italiana. Per saperne di più il giudice Vella si rivolse anche ai Servizi segreti, ma per mesi non ottenne risposta. Protestò e allora l’ammiraglio Casardi, capo del servizio militare, gli scrisse rimproverandolo di ignorare «le norme che regolano il nostro servizio». «Le conosco anche troppo» gli rispose Vella, «ed è questo che mi preoccupa». Probabilmente se i Servizi segreti l’avessero aiutato, il giudice sarebbe subito arrivato a Tuti.

Comunque, all’inizio del ’75 viene emesso un mandato di cattura contro Mario Tuti, che però riesce a sfuggire all’arresto. Aspetta che i tre carabinieri andati per arrestano suonino alla porta e poi spara loro addosso uccidendone due e ferendo il terzo. L’uomo riesce ad espatriare, prima ad Ajaccio e poi sulla Costa azzurra. La polizia francese lo rintraccia a Saint-Raphael dove ha luogo di nuovo uno scontro cruento, al termine del quale il terrorista viene arrestato. Al processo terrà un contegno sprezzante. Anni dopo, nel 1987, sarà lui a capeggiare una rivolta nel carcere di Porto Azzurro che terrà l’Italia con il fiato sospeso per alcuni giorni.

Le indagini sull’Italicus e su piazza della Loggia hanno spezzato il fronte dell’omertà. I balordi della provincia nera parlano, ma quando il giudice Tamburrino di Padova o il giudice Arcai di Brescia chiedono conferme o aiuti ai Servizi segreti per indagare sulle alte complicità cala la serranda del «segreto di Stato». Le protezioni di cui godono i fascisti sono sfacciate. Valga questo esempio: il 19 luglio del ’75 viene arrestato a Milano l’avvocato Adamo Degli Occhi, capo della «maggioranza silenziosa», movimento d’ordine. I carabinieri di Milano chiedono alla Questura di Brescia, che conduce le indagini sulla strage di piazza della Loggia, se devono perquisire l’alloggio dell’avvocato, ma la Questura dice che non è il caso. Intanto un giornalista fascista, Domenico Siena, è entrato nell’alloggio e ne è uscito con due valigie. Dirà che aveva preso effetti personali da far arrivare in carcere all’avvocato. Il dubbio che fossero carte compromettenti è più che lecito.

da “Gli anni del terrorismo” di Giorgio Bocca (pagg. 291-293)

 

Agosto, Improvviso si sente
un odore di brace.
Qualcosa che brucia nel sangue
e non ti lascia in pace,
un pugno di rabbia che ha il suono tremendo
di un vecchio boato:
qualcosa che crolla, che esplode,
qualcosa che urla.
Un treno è saltato.
Agosto. Che caldo, che fumo,
che odore di brace.
Non ci vuole molto a capire
che è stata una strage,
non ci vuole molto a capire che niente,
niente è cambiato
da quel quarto piano in questura,
da quella finestra.
Un treno è saltato.
Agosto. Si muore di caldo
e di sudore.
Si muore ancora di guerra
non certo d’amore,
si muore di bombe, di muore di stragi
più o meno di stato,
si muore, si crolla, si esplode,
si piange, si urla.
Un treno è saltato.
“AGOSTO” [C. LOLLI]

38776_1531193648871_8263239_n“Con l’espressione «strategia della tensione» si intende normalmente fare riferimento ad una ipotesi di strategia di condizionamento materiale e psicologico dei processi dinamici e delle interazioni tra sistema politico e ambiente sociale, che giunge ad utilizzare persino il delitto «politico» e la strage, tendendo però ad occultarsi agli occhi dell’opinione pubblica. … Questo disegno viene concepito e gestito da centri di potere insediati nel cuore dello stato, i quali da una parte utilizzano degli intermediari per i compiti operativi e dall’altra li proteggono ostacolando le indagini giudiziarie” (Estratto dalla Sentenza istruttoria sulla strage di Peteano)

E’ ora di smettere di commemorare, facciamo tacere questo stato coccodrillo, ora dobbiamo solo  rivelare una volta per tutte le verità e, con la giusta rabbia di chi sempre sta “dalla parte del torto” ricominciare a lottare.

 

BOLOGNA 2 agosto 1980

Alle ore 10.25 del 2 agosto 1980, i neofascisti dei NAR assoldati dallo stato ed aiutati dai servizi segreti misero una bomba alla stazione centrale di Bologna, causando 85 morti e 200 feriti.
Sono trascorsi 31 anni da quel torrido mattino e, nel corso del tempo, i depistaggi di stato e l’omertà di stato (dei governi sia di centrodestra sia di centrosinistra) hanno impedito di accertare i mandanti e di conoscere pienamente la verità.
Ogni anno, il palco delle commemorazioni è gremito quasi esclusivamente di divise militari, fasce tricolori, abiti impeccabili di politici, burocrati, sottosegretari. Nell’agosto 1980 il sindaco di Bologna Zangheri non si fece trovare per un mese intero (era in crociera sul Mar Nero), ma al ritorno fece poi il suo bel discorso dal palco. Nessuno dei sindaci che si sono susseguiti ha perso l’occasione di dire fandonie e parole inutili.

In una strage di stato, lo stato non ha alcun diritto di parlare in piazza. Uno stato ha intralciato e intralcia la verità, non ha il diritto di parlare né di commemorare.
Ogni anno da quel palco vogliono farci credere che il terrorismo sia qualcosa che viene sempre e soltanto da lontano, senza rapporti con lo stato e con le sue strategie.
Vogliono farci dimenticare che il nemico si trova “sempre alla nostra testa”, ben visibile, dinnanzi a noi: il nemico è la violenza “legale” degli apparati militari e di polizia, sono lo sfruttamento e la flessibilizzazione del lavoro, è la rapina dalle tasche dei lavoratori per finanziare eserciti e servizi segreti, è il taglio delle pensioni e dei diritti sociali, è il caro affitti, sono le leggi razziste sull’immigrazione, è la sempre maggiore compressione delle libertà di associazione e di espressione, è il carcere per chi si ribella e le bombe sui civili.
Nel corso degli anni i tentativi di sciacallaggio e depistaggio si sono susseguiti con uno zelo degno delle migliori tradizioni statuali. pubblico di seguito un articolo di Paolo Persichetti ed una serie di links che riguardano il tentativo (fallito) di coinvolgere e rendere funzionale all’assurdo teorema della pista palestinese una delle vittime della strage, Mauro di Vittorio, un compagno, un ragazzo ventiquattrenne romano originario del popolare quartiere di Torpignattara.

Strage di Bologna: la vera storia di Mauro Di Vittorio. Crolla il castello di menzogne messo in piedi da Enzo Raisi

L’inchiesta/prima parte – L’ultimo depistaggio sulla bomba esplosa alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980 tira in ballo una delle vittime dell’eccidio: Mauro Di Vittorio, ventiquattrenne romano originario del popolare quartiere di Torpignattara. Pur di renderlo funzionale al teorema della pista palestinese i suoi accusatori non hanno esitato a riscrivere cinicamente il suo passato. Il grossolano tentativo di modificare quanto era già emerso 32 anni fa, nei giorni immediatamente successivi all’esplosione, fallisce clamorosamente di fronte alle testimonianze dei familiari di Di Vittorio e alla mole di materiali documentali esistenti

Paolo Persichetti
il manifesto 18 ottobre 2012

«Prendo un passaggio da un ragazzo tedesco che come salgo mi offre di accendere una pipetta di fumo mi tranquillizza un po’, ma alla seconda pipa nella quale c’erano minimo due grammi di nero mi sconvolgo in modo veramente pauroso. Con la terza la tensione è salita di molto e mi sento male, molto male. Ho un trip violentissimo e delle visioni allucinanti, e per fortuna sono molto stanco per cui mi metto a dormire. Quando il tipo mi sveglia sto meglio e ho fatto molta strada. La sera dopo un passaggio di un belga molto simpatico arrivo a Liegi. Sono contento perché la strada da fare è poca, per cui penso di arrivare il giorno dopo». (Leggi il testo integrale).

L’Europa in autostop
È il 30 luglio 1980, Mauro Di Vittorio sta attraversando l’Europa in autostop diretto a Londra, inconsapevole di avere pochi giorni di vita davanti a sé. Giunto a Dover gli inglesi lo rimandano indietro perché non ha con sé sufficienti garanzie di reddito. Costretto a rientrare in Italia, tre giorni più tardi salta in aria insieme ad altre 300persone (85 morirono) nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna. Oltre venti chili di gelatinato e compound b, una micidiale miscela nascosta molto probabilmente in una valigia, mettono fine per sempre al suo ritorno.
Il racconto degli ultimi giorni di vita di Mauro è in un quaderno in cui sono annotate le tappe e gli incontri del viaggio, probabilmente scritto durante il rientro. Dopo 30 anni le pagine di questo diario sono diventate un affaire di Stato, un presunto mistero – secondo il parlamentare Enzo Raisi, già membro della commissione Mitrokhin – che sulla loro veridicità solleva dubbi insinuando che dietro vi sia una manipolazione per nascondere la responsabilità diretta, anche se involontaria, dello stesso Di Vittorio nella strage.

La fabbrica delle patacche ispirata dalla trama di un romanzo
Per il parlamentare di Fli, che sulla vicenda ha depositato un’interpellanza parlamentare urgente annunciando anche la prossima uscita di un libro, il giovane sarebbe stato un appartenente «all’area di Roma sud dell’Autonomia Operaia», incaricato di trasportare per conto di un gruppo palestinese, l’Fplp di George Habash in contatto con Carlos, la valigia poi esplosa per un incidente o forse addirittura per una trappola architettata all’insaputa del giovane. Episodio che, sempre secondo Raisi, andrebbe iscritto tra i retroscena del lodo Moro (l’accordo segreto tra Sismi e guerriglia palestinese per salvaguardare l’Italia da attentati in cambio del transito di armi), come un incidente di percorso o come una rappresaglia per la sua violazione l’anno precedente, quando davanti al porto di Ortona furono arrestati, perché trovati in possesso di un lanciamissili destinato alle forze palestinesi, tre esponenti dell’Autonomia romana e successivamente Abu Anzeh Saleh, responsabile dell’Fplp in Italia.
Raisi fonda i suoi sospetti sul fatto che nel fascicolo delle indagini, «non sembrerebbe risultare verbalizzato alcun rinvenimento di documento d’identità o agenda del Di Vittorio». Non è affatto vero ma al parlamentare non interessa al punto da sollevare ombre anche sulla scheda biografica presente nel sito web dell’Associazione familiari vittime del 2 agosto 1980, nella quale sono riportati alcuni brani virgolettati del diario.
A rafforzare i dubbi di Raisi ci sarebbero delle nuove testimonianze che riferiscono lo strano comportamento di una ragazza e di un uomo dalle sembianze mediorientali che avrebbero realizzato una ricognizione del cadavere di Di Vittorio all’obitorio di Bologna, fuggendo intimoriti prima che «il primario e il maresciallo presenti sul posto riuscissero a raggiungerli per identificarli».
Sarà soltanto una coincidenza ma il castello di sospetti avanzato da Raisi ricalca senza molta originalità la fantasiosa trama del romanzoStrage, di Loriano Machiavelli (circostanza segnalata dal sempre attento Ugo Maria Tassinari nel suo sito FascinAzione.info), uscito sotto pseudonimo e tra mille polemiche nel 1990 per Rizzoli e ripubblicato due anni fa da Einaudi, nel quale si narra la storia di una coppia di giovani che gravitano nell’area dell’Autonomia, si riforniscono di armi tra Parigi e la Cecoslovacchia fino a quando uno dei due salta in aria alla stazione di Bologna con una valigia di esplosivo attivata a sua insaputa da un sofisticato congegno trasportato da un’emissaria dei “poteri occulti”. Guarda caso anche qui la ragazza si reca all’obitorio con altri compagni.

Una forzatura di troppo
Il deputato post-missino, citando una testimonianza rilasciata 26 anni dopo i fatti dalla sorella maggiore di Di Vittorio, Anna, a Giovanni Fasanella e Antonella Grippo nel libro “I silenzi degli innocenti” (Bur, 2006), lascia intendere che la «strana telefonata» che informò i familiari del rinvenimento a Bologna della carta d’identità di Mauro, non proveniva dalla questura ma da probabili complici del giovane. Sempre Anna, alcuni anni fa concesse il perdono a Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, membri dei Nar condannati per la strage, con una lettera che facilitò l’accesso della Mambro alla liberazione condizionale. Lo scorso 2 agosto, come se nulla fosse, anche Fioravanti, ormai libero, ha ipotizzato in un articolo apparso sul Giornale un ruolo dell’«autonomo» Di Vittorio nella strage. Ma su questo argomento, Anna Di Vittorio e suo marito Gian Carlo Calidori, anche lui colpito negli affetti dalla strage, non hanno intenzione di scendere in polemica. Ritengono che ognuno debba rispondere alla propria coscienza: «Chi siamo noi due per giudicare gli altri?». In realtà, come ci ha spiegato Anna Di Vittorio, «non è mai esistita nessuna telefonata misteriosa». D’altronde quanto riportato nel libro non trova riscontro nelle dichiarazioni rilasciate dagli altri familiari il giorno del riconoscimento ufficiale della salma di Mauro. Luciana Sica di Paese sera, in una cronaca apparsa il 13 agosto 1980, racconta le ore passate nella casa di via Anassimandro, nel quartiere romano di Torpignattara. Descrive il clima attonito di una famiglia che per dieci lunghi giorni non ha voluto credere ai ripetuti segnali che annunciavano la tragica fine del loro congiunto, come la telefonata della questura felsinea del 3 agosto che – forse per un eccesso di cautela – riferiva soltanto del generico ritrovamento della sua carta d’identità in città. La cronista raccoglie le prime dichiarazioni del fratello più piccolo, Marcello, e quelle della zia che ancora non riescono a capacitarsi di quella rimozione. Riferisce dell’interessamento dei vicini che invece hanno sentito in televisione la descrizione dei corpi ancora non identificati ed hanno subito capito; finalmente Anna dopo una telefona all’obitorio decide di partire verso la capitale emiliana insieme a due amici. E’ lunedì 11 agosto, giunta all’istituto di medicina legale entra, sono le nove di sera e all’interno c’è poca luce, i suoi amici non resistono all’odore, tutt’intorno ci sono resti di cadaveri, Anna «vede il corpo del fratello, esce e dice di non averlo riconosciuto». Chiama Marcello a Roma per sapere se Mauro avesse dei pantaloni di velluto grigio. La risposta non offre scampo: «E’ lui».

Il mistero inesistente del diario
A chiarire invece il mistero del diario ci pensa Lotta continua che il 21 agosto 1980 ne pubblica il testo integrale insieme a una lettera firmata «I compagni di Mauro». Nel resoconto del viaggio Di Vittorio racconta di essere partito da Roma in automobile insieme a un amico di nome Peppe,probabilmente il 28 luglio. Due giorni dopo alla frontiera di Friburgo i doganieri tedeschi trattengono la macchina di Peppe perché due anni prima era stato trovato senza biglietto sulla metropolitana di Monaco e non ha ancora pagato la multa. Mauro gli lascia tutti i suoi soldi e prosegue solo, in autostop, con la speranza di arrivare rapidamente a Londra, nello squat di Brixton dove viveva, per trovare altro denaro da inviare a Peppe. I numerosi dettagli riportati offrono facili possibilità di riscontro sulla veridicità intrinseca del racconto e se ancora non bastasse c’è l’importo del biglietto del treno non pagato da Mauro durante il viaggio di ritorno che arrivò alla famiglia, quasi come una beffa, dopo la morte. Ancora più interessante è la lettera dei suoi compagni, dalla quale si capisce che Mauro non era un militante e non era mai stato vicino all’Autonomia. Gli autori del testo sono ex di Lotta continua del circolo di Torpignattara, ancora aperto nel 1980 – come accadde anche per altre sedi del gruppo – punto di riferimento per una parte di quella fragorosa comunità politico-esistenziale che non si era rassegnata allo scioglimento dell’organizzazione quattro anni prima. Mauro, che dopo la morte prematura del padre aveva lasciato la scuola per aiutare la famiglia, era molto conosciuto, amato e stimato. I suoi compagni lo descrivono come «Una persona, un compagno inestimabile che sapeva dare tutto a tutti. Capace di dare se stesso in qualsiasi momento. La persona che tutti avrebbero voluto vicino per qualsiasi cosa: per un viaggio, per parlare di se stessi, della vita, delle contraddizioni e dei problemi che ci si presentano quotidianamente».

Un indiano metropolitano a Londra
La domenica successiva, sempre su Lotta Continua, appare un’altra lettera che è quasi una seduta pubblica d’autocoscienza. In polemica con i toni ritenuti troppo politici della prima, i suoi autori che si firmano «Alcuni amici di Mauro» sostengono che «per Mauro la parola compagno era diventata vuota e priva di senso come lo è diventata per noi, perché questa maturazione l’avevamo vissuta insieme e insieme avevamo smesso di illuderci e insieme avevamo visto crollare miti, ideologie e propositi rivoluzionari. Quindi, oggi, il minimo che possiamo fare è rispettare il suo modo di vedere, le sue disillusioni. Evitare quindi cose che suonano speculative, evitare analisi che lui non avrebbe fatto, evitare termini in cui non si riconosceva più, evitare inni alla rivolta di cui tutti conosciamo la falsità e la vuotezza».
C’è l’intera parabola di quel che accadde in un pezzo del movimento del 77 in queste frasi che annunciano l’epoca del grande riflusso, dove le grandi narrazioni cedono spazio a traiettorie più intimistiche e personali, in ogni caso situate a una distanza siderale dall’immagine del giovane dalla doppia vita con la valigia piena di esplosivo suggerita da Enzo Raisi. Mauro Di Vittorio con i suoi lunghi capelli neri che sembrano anticipare la moda dei dread, la barba folta e l’aspetto freak, era un’altra persona. Chi lo descrive oggi come l’autore della strage di Bologna lo ha ucciso una seconda volta.
«Quest’accusa – replica Gian Carlo Calidori – ci sta facendo vivere un’esperienza sgradevole, ma nonostante ciò continuiamo a confidare, come sempre, nelle Istituzioni della Repubblica Italiana».
E Anna aggiunge: «Nell’agosto del 1980 sono andata a Bologna. Ho visto il cadavere di mio fratello Mauro: era intatto; non carbonizzato; con una sola ferita, mortale, nel costato. Poi, ho incontrato la Polizia Ferroviaria che, molto umanamente, mi ha consegnato gli effetti personali di mio fratello, tra cui il diario di Mauro».
http://insorgenze.wordpress.com/2012/10/18/strage-di-bologna-la-vera-storia-di-mauro-di-vittorio-crolla-il-castello-di-menzogne-messo-in-piedi-da-enzo-raisi/

 

Link
“Vi diciamo noi chi era Mauro Di Vittorio”, le parole dei compagni e degli amici su Lotta continua dell’agosto 1980
Strage di Bologna, il diario di viaggio di Mauro Di Vittorio
Stazione di Bologna 2 agosto 1980, una strage di depistaggi
Strage di Bologna, la storia di Mauro Di Vittorio che Enzo Raisi e Giusva Fioravanti vorrebbero trasformare in carnefice
Strage di Bologna, in arrivo un nuovo depistaggio. Enzo Rais, Fli, tira in ballo una delle vittime nel disperato tentativo di puntellare la sgangherata pista palestinese
Daniele Pifano sbugiarda il deputato Fli Enzo Raisi: Mauro Di Vittorio non ha mai fatto parte del Collettivo del Policlinico o dei Comitati autonomi operai di via dei Volsci
 http://www.ilmanifestobologna.it/wp/2012/11/strage-di-bologna-tra-misteri-frutto-di-ignoranza-e-spiegazioni-che-si-preferisce-non-vedere/

 

Chi controlla il passato controlla il futuro… Chi controlla il presente controlla il passato.” (G. Orwell)

Nel dicembre 1969 avevo 8 anni, i miei ricordi su piazza fontana sono dei filmati in bianco e nero, e le frasi che mio nonno, anarchico reduce della guerra di spagna ripeteva in continuazione: “stato assassino” e “ci hanno dichiarato guerra”.
Siccome non vedevo né divise né carri armati, come nei film, non riuscivo a capire cosa fosse successo … ma poi ho capito

Perché poi sono arrivate le altre bombe. Stessa matrice, uguali complicità e stessa versione ufficiale: non si sa chi è stato. Sono arrivati
-Gli attentati alle linee ferroviarie a Gioia Tauro nel luglio 1970.
-Le quattro bombe a mano di Catanzaro, lanciate contro un corteo antifascista.
-Poi Peteano, nel 1972 e l’anno dopo alla Questura di Milano.
-E poi il cestino dei rifiuti che esplode in Piazza della Loggia a Brescia seminando morte in una manifestazione sindacale nel maggio 1974
-e pochi mesi dopo, ad agosto l’Italicus.
Poi nel 1980 la stazione di Bologna.
-E nel dicembre 1984 l’attentato al treno 904

Otto stragi in 15 anni La mia generazione le ricorda tutte. Memoria di anni passati e lontani.
44 anni.
Sono un lasso di tempo di tempo sufficientemente lungo per storicizzare un accadimento, ma diventa difficile quando una serie impressionante di processi e depistaggi porta sempre tutto al punto di partenza quando tutte le ricerche e le inchieste sono puntualmente zittite da una verità ufficiale pronta all’azzeramento che preferisce nascondere, seppellire la verità sotto una montagna di omissis.
E se comprendere e conoscere questi fatti è già difficile per chi ne ha la memoria storica, diventa quasi impossibile per i più giovani, che a scuola, è già molto se arrivano a Giolitti, altro che storia recente.
Così capita di leggere che nei questionari e sondaggi svolti nelle scuole, la gran parte dei ragazzi è convinta che la strage di Piazza Fontana sia stata opera delle Brigate Rosse.
E così arriviamo alla farsa e realizziamo che disinformazione e cattiva memoria, sono riuscite ad addossare quella strage alla sinistra rivoluzionaria meglio di tutti i tentativi della destra eversiva e dei servizi segreti più o meno deviati.
Oggi la strage di Piazza Fontana è ormai una ricorrenza vuota di significato, buona solo per riempire un paio d’ore in un palinsesto televisivo una volta all’anno o a produrre opere ignobili, tra cui le più recenti sono il libro di Cucchiarelli l’altrettanto ignobile film di Marco Tullio Giordana.
Se chiediamo fuori, nelle piazze, alla gente comune, cosa fu Piazza Fontana ci diranno che Piazza Fontana fu una bomba esplosa in una banca affollata di gente sotto Natale.
Pochi si ricorderanno di un anarchico ucciso innocente in una stanza della questura di Milano. Ancora meno di Valpreda rinchiuso in carcere a scontare una pena non commessa e quasi nessuno si ricorderà di Saverio Saltarelli morto assassinato colpito al cuore da un candelotto di lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo esattamente un anno dopo, mentre manifestava a Milano per chiedere la verità su quell’attentato.
Ecco perché è importante, anno dopo anno, continuare a ricostruire la memoria storica esatta di quel che successe, perché se la verità giudiziaria non è stata né probabilmente mai sarà raggiunta, la verità storica esiste a dispetto della volontà di annegare tutto nel silenzio o dietro a concetti mistificanti come “anni di piombo” o “terrorismo” o “Italia dei misteri”. I fatti sono e rimangono fatti storicamente accaduti e acclarati e noi dobbiamo analizzarli per capire come lo stato agisce quando sente messo in pericolo l’ordine sociale capitalistico.

COMINCIAMO QUINDI AD ELIMINARE 2 LUOGHI COMUNI:
Nella ricostruzione storica ufficiale, la strage di Piazza Fontana, quelle successive, e i tentativi di golpe sono definiti, nella migliore delle ipotesi, come un mistero, una pagina oscura nella storia della repubblica. Addossando ogni responsabilità alla destra eversiva ed alla presenza di servizi deviati, nel cuore dello stato borghese.
Come a dire che ciò che è successo fosse qualcosa di anomalo, uno scostamento dalla norma.
Ma quale anomalia!
Le stragi sono i momenti emergenti di un fenomeno più esteso: la STRATEGIA DELLA TENSIONE attuata dal potere per MANTENERE L’ORDINE SOCIALE CAPITALISTICO AD OGNI COSTO E CON QUALSIASI MEZZO.
Piazza Fontana non fu un evento straordinario fu la risposta delle istituzioni di fronte a un movimento che stava ponendo il problema della trasformazione sociale e che agiva per realizzarla. Fu una dichiarazione di guerra per la conservazione del potere. Una guerra che non voleva fare prigionieri e della quale tutti noi siamo stati le vittime necessarie.
E la storia non è cambiata, ora non serve una strage, ma ci sono le denunce, le perquisizioni i fermi di polizia che si abbattono su chiunque cerchi di contrastare il disegno politico economico del potere. La storia non cambia perché questa è la funzione dello Stato. Penso ai no tav, ai no muos, agli operai della logistica ai ferrotranvieri, che stanno combattendo in questi giorni.
Il secondo luogo comune riguarda la vicenda giudiziaria: in sede processuale la verità su Piazza Fontana non è mai stata raggiunta e anche questo fatto è presentato come un’eccezione nella storia italiana.
Ma non è assolutamente così. In realtà questa è la “regola” di funzionamento dello stato borghese
Ogni qual volta lo stato opera nei fatti in un modo che è diverso da quelle che sono le regole costituzionali “dichiarate”, la verità processuale non deve necessariamente essere realizzata.
E che è così lo dimostrano i fatti di Genova nel 2001, l’assassinio di Carlo Giuliani di Aldrovandi, le manganellate alla nuca dei manifestanti, gli abusi ai danni dei militanti e tutti i morti assassinati in carcere
Il polverone e le “nebbie” che si alzano in questi casi sono strumentali, servono solo a proteggere i “veri” meccanismi di funzionamento dello stato dal rischio che si faccia largo l’idea che “la legge possa davvero essere uguale per tutti”
Perché la legge NON è uguale per tutti, il principio di uguaglianza per lo stato non vale: e lo abbiamo visto nei fatti, ce lo hanno sparato in faccia che “la divisa non si processa” e che “il cuore dello stato è al di sopra della legge”.

Chiarito questo andiamo alla vicenda e cerchiamo di riannodare i fili di quegli avvenimenti ormai lontani:

Siamo a Milano, è il 1969.
È l’anno degli scioperi, dei cortei …operai e studenti che scendono in piazza.
Dell’autunno caldo, delle rivendicazioni di salario garantito e di un lavoro per tutti di diritto allo studio.
E nel il triangolo industriale, Torino, Milano, Genova, le lotte sono più calde: con 7milioni507mila persone coinvolte in conflitti di lavoro per 302milioni597mila ore di produzione perdute a causa di scioperi
Ma il clima è incandescente ovunque, e le repressioni sono feroci: Il 2 dicembre ’68, ad Avola, la polizia apre il fuoco contro una manifestazione di braccianti, due manifestanti rimangono uccisi e centocinquanta subiscono denunce.
Il 9 aprile ’69, a Battipaglia, in provincia di Salerno, la polizia di stato spara sui manifestanti durante uno sciopero generale 2 morti, 200 feriti e 119 persone arrestate. Su richiesta del prefetto erano stati inviati a Battipaglia 120 carabinieri e 160 agenti di Ps; alla fine della giornata i carabinieri erano 300 e gli agenti 700. Il giorno dopo ci saranno manifestazioni in tutta Italia, accompagnate da violenti scontri con la polizia. Il commissariato di Battipaglia è dato alle fiamme.
L’11 aprile ’69 scoppia una rivolta all’interno del carcere Le Nuove. I detenuti chiedevano l’abolizione del regolamento penitenziario del periodo fascista, Ps e carabinieri stroncano la protesta con una violenza bestiale.
Il 12 maggio ’69 a Torino la polizia aggredisce una manifestazione a Torino contro il caro, affitti, arresta una trentina di persone e ne fersce più di 70.
Il 27 Ottobre. A Pisa, durante una manifestazione contro i colonnelli greci la polizia carica i manifestanti uccidendo con un candelotto lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo uno studente Cesare Pardini; e ferendo molti altri manifestanti
Due settimane prima della strage, il 28 novembre ’69, con cinque treni speciali e centinaia di pullman arrivano a Roma 150.000 metalmeccanici. Le tute blu riempiono tutta piazza del Popolo con la volontà di inasprire la lotta per contrastare l’arroganza confindustriale. La tensione si taglia col coltello, Roma era sotto assedio. Non mancarono naturalmente provocazioni da parte delle forze dell’ordine.
Negli ultimi tre mesi del ’69 furono denunciate oltre 13.000 persone. Il 19nov, a Milano, manifestaz. per la casa, due camionette si scontrano; muore Annaruma. Il fatto fu utilizzato per parlare della violenza dei manifestanti
E’ l’anno delle bombe.
Dal 3 gennaio al 12 dicembre se ne conteranno 145, una ogni tre giorni. Per 96 la responsabilità accertata è dell’estrema destra. Il 15 aprile ne scoppia una nell’ufficio del Rettore dell’Università di Padova. Il 25 aprile, alla Fiera di Milano,un ordigno ad alto potenziale provoca il ferimento di venti persone. Il 25 luglio a Milano scoppia una bomba al Palazzo di giustizia. In agosto vengono piazzati dieci ordigni sui treni:otto di questi esplodono e colpiscono dodici passeggeri.
Si è appena insediato il secondo governo Rumor. Il suo vice è Paolo Emilio Taviani. Ministro degli Esteri Aldo Moro,agli Interni Franco Restivo. Un monocolore Dc.
Capo del Sid è l’ammiraglio Eugenio Henke. Al vertice della polizia c’è Angelo Vicari. Presidente della Repubblica è Giuseppe Saragat. Il Pci è il più forte partito comunista occidentale. La Cgil è il sindacato meglio organizzato.
Il prefetto di Milano è Libero Mazza, il questore Marcello Guida, lo stesso che nel 1942 era direttore del confino politico cui venivano condannati gli antifascisti a Ventotene e figura controversa ereditata dal ventennio è anche il capo dell’ufficio politico Antonino Allegra.
Nel 1969, lo stipendio di un operaio specializzato era di 110mila lire al mese.
L’affitto medio di un appartamento a Milano e Roma ammontava a 35 mila lire al mese.
La Fiat 500 costava 525 mila lire.
Una tazza di caffè al bar costava 50 lire.
Un litro di benzina 75 lire.
Allora come oggi arrivare a fine mese era un miraggio.

Questa era l’Italia del 12 dicembre 1969.

Quel giorno 5 ordigni esplosivi furono collocati in 5 posti differenti: 2 a Milano e 3 a Roma, programmati per esplodere nel breve arco di 40 minuti.
Delle due bombe di Milano, la prima non esplode, probabilmente per un difetto del “timer”. Era stata messa in una borsa abbandonata nella sede della Banca Commerciale Italiana in Piazza della Scala. Il peso eccessivo e la vista della cassetta di metallo fanno scattare l’allarme, così alle 16:25 la bomba viene interrata e, in seguito, sarà fatta esplodere … inspiegabilmente o forse assai comprensibilmente.
L’altra è quella della strage. Quella di Piazza Fontana (a poche centinaia di metri da Piazza della Scala.). Questa invece esplode … alle 16:37 e quell’esplosione provoca 17 morti e 88 feriti.
Pochi minuti dopo esplodono altri tre ordigni, questa volta a Roma con un bilancio approssimativo di 17 feriti.
Il primo alle 16:55 nella Banca Nazionale del Lavoro, vicino a via Veneto. Il secondo alle 17:16 sulla seconda terrazza dell’Altare della Patria, dalla parte di via dei Fori Imperiali. Il terzo otto minuti dopo, ancora sulla seconda terrazza ma dalla parte della scalinata dell’Ara Coeli.
È proprio alla luce della strage appena compiuta, e delle altre esplosioni che prima ho commentato la stranezza della decisione di far brillare l’unica bomba rimasta inesplosa. Quella bomba avrebbe dovuto essere considerata una bella fortuna per gli investigatori della polizia … se avessero avuto l’intenzione di far luce sulla verità dei fatti.
Ma è chiaro che la verità non interessava nessuno, perciò la cassetta fu fatta esplodere in tutta fretta dagli artificieri e con essa andarono distrutti preziosissimi indizi e, forse addirittura la firma certa degli attentatori.
Rimasero solo la borsa ed il timer di fabbricazione tedesca uguali a quelli di Piazza Fontana, e la certezza che la cassetta metallica contenente l’esplosivo era anch’essa dello stesso tipo di quella usata per la bomba della strage.
Una distruzione inspiegabile di indizi che non ci stupisce, dato che i responsabili erano già stati scelti.
Nelle ore che seguirono gli attentati, partì immediatamente una massiccia opera di propaganda contro le organizzazioni dell’estrema sinistra in generale ma i colpevoli erano già stati designati.
Gli anarchici, i senzadio, i bombaroli, i più disorganizzati ed isolati dell’estrema sinistra furono immediatamente eletti a capro espiatorio.

Lo dice chiaramente il messaggio diramato dal Viminale nelle prime ore dopo l’attentato: “In questo momento non possediamo alcuna indicazione utile sui possibili autori del massacro, ma indirizziamo i nostri sospetti verso i circoli anarchici”
Dall’ondata di perquisizioni a tutte le sedi anarchiche effettuate immediatamente dopo l’attentato scaturirono una decina di arresti.
Tra di loro c’era: Giuseppe Pinelli, un ferroviere di 41 anni.
La sera stessa iniziano gli interrogatori. Progressivamente tutti i fermati vengono mandati al carcere di San Vittore, Pinelli invece è trattenuto in questura per tre giorni. Trattenuto illegalmente perché il fermo di polizia scade dopo 48 ore e non essendoci stato alcun mandato della magistratura per trasferirlo a San Vittore Pinelli avrebbe dovuto essere rilasciato.

Ad interrogarlo è il commissario Calabresi che guida l’inchiesta sulla strage.

Fermiamoci un attimo e cerchiamo di conoscere almeno un poco Giuseppe Pinelli, per liberarlo dalla costrizione della cronaca che ce lo presenta come l’anarchico che vola dalla finestra. Questo, credo, gli sia dovuto.
Giuseppe Pinelli era nato a Milano, a Porta Ticinese, nel 1928. Non frequentò alcuna scuola perché finite le elementari fu costretto ad andare a lavorare come garzone. Era esperantista convinto e formò la sua cultura (un’ottima cultura sia detto per inciso) da autodidatta, attraverso la lettura di centinaia e centinaia di libri.
Nel 44/’45 partecipò alla Resistenza antifascista come staffetta delle Brigate Bruzzi e Malatesta e dopo la fine della guerra, contribuì attivamente alla crescita del movimento anarchico a Milano.
A metà degli anni 50 vinse un concorso ed entrò nelle ferrovie come manovratore.
Legato ai giovani anarchici della gioventù Libertaria, fondò il circolo “Sacco e Vanzetti” e, quando questo fu chiuso a causa di uno sfratto, Pinelli fu tra i fondatori del nuovo circolo “Ponte della Ghisolfa”, era il 1° maggio 1968.
Qui si organizzavano cicli di conferenze e assemblee dei primi comitati di base unitari, i CUB, che segnarono la prima ondata di sindacalismo ad azione diretta, al di fuori delle organizzazioni sindacali ufficiali.
Pinelli fu tra i promotori della ricostruzione della sezione dell’Unione Sindacale Italiana (USI), un’organizzazione di ispirazione sindacalista-rivoluzionaria e libertaria.
Dopo gli assurdi arresti degli anarchici per le bombe esplose il 25 aprile 1969 alla stazione centrale e alla fiera campionaria di Milano, (questi compagni saranno assolti solo nel giugno 1971), Pinelli si impegnò instancabilmente per raccogliere pacchi di cibo, vestiario e libri da inviare ai compagni in carcere. E nell’ambito della Croce Nera Anarchica, si impegnò nella costruzione di una rete di solidarietà e di controinformazione, che potesse servire anche in altri casi simili.
Quel 12 dicembre 1969, dopo la strage di Piazza Fontana, Pinelli fu invitato a seguire i poliziotti in questura, anzi a precederli col motorino. Tre giorni dopo, il suo corpo veniva scaraventato giù dalla finestra di una stanza dell’ufficio politico, al quarto piano della questura. È morto senza riprendere conoscenza in una stanza d’ospedale piantonata dalla polizia che non lasciava entrare nessuno, neppure la moglie e la madre.


Cosa accadde nella notte tra il 15 e il 16 dicembre?
Sono passati tre giorni dal fermo, tre giorni di interrogatorio e a Pinelli non è contestata nessuna imputazione ma non viene comunque rilasciato.
Pinelli era intercettato, pedinato, da tempo sospettato. Alla Questura viene privato del sonno. Si voleva incastrarlo anche degli attentati del 25 aprile alla Fiera di Milano e dell’8 agosto a un convoglio ferroviario. Gran parte dell’interrogatorio di Calabresi verteva proprio su questo.
La versione ufficiale parla di suicidio, il questore Guida sostiene che fosse fortemente indiziato e che, vedendo dissolversi il suo alibi, si fosse ucciso in uno slancio di disperazione … i poliziotti che stavano conducendo l’interrogatorio parlano di “uno scatto felino” verso la finestra.
Colpisce il fatto che l’orario della tragedia viene cambiato nel corso degli anni e delle inchieste. All’inizio si parla di mezzanotte, un gesto inconsulto compiuto dopo la frase trabocchetto di Calabresi (“Valpreda ha parlato”). Ma questa versione confermerebbe la presenza di Calabresi nella stanza mentre Pinelli veniva buttato giù, quindi l’ora viene cambiata più volte: fino ad arrivare alle 19,30.
Ma non è vero, non c’è nulla di vero, né la storia dell’alibi dissolto, né lo scatto felino, Pinelli è stato ammazzato, e poi gettato dalla finestra lo dimostra il fatto che il suo corpo è precipitato nel vuoto senza un grido e urtando i due cornicioni della facciata del palazzo, chiaro segno che non c’è stato nessuno slancio, nessun tuffo.
Qui si può vedere la testimonianza di Paquale Valitutti, un compagno anarchico arrestato con Pinelli la sera del 12.

Valitutti avrebbe dovuto essere l’ultimo interrogato. Pinelli era il penultimo. Nei giorni di fermo aveva parlato più volte con Pinelli, che gli aveva confessato la sua stanchezza per la veglia forzata cui lo avevano sottoposto e la sua preoccupazione perché il suo alibi non era creduto.
Racconta di essere stato rinchiuso in una stanza attigua a quella in cui stavano interrogando Pinelli. Racconta che se Calabresi fosse uscito durante l’interrogatorio avrebbe dovuto necessariamente passare davanti a lui e che non passò nessuno. Racconta di aver sentito dei forti rumori come di una rissa e poi il silenzio. Dopo di che fu prelevato da 2 agenti che gli dissero che Pinelli si era buttato dalla finestra, portato a San Vittore e rilasciato il giorno dopo senza essere interrogato.
Da decenni Pasquale fornisce la sua versione di quella sera, senza mai cambiare una parola. Le sue parole sono pesanti come un macigno e degne di tutto il nostro rispetto, soprattutto in un momento politico come questo, caratterizzato dal revisionismo, dalla revanche fascista e da uno stato che uccide sempre più impunemente:
Questo è quello che Valitutti dice e scrive ogni volta che gli viene data la possibilità di raccontare la verità: “il compagno Giuseppe Pinelli è stato materialmente assassinato dai signori: Calabresi, Lograno, Panessa, Muccilli, Mainardi e Caracuta su mandato degli alti vertici di polizia e governo. Se qualcuno si sente calunniato sporga denuncia e ci si dia la possibilità di un nuovo processo. Io continuo a chiedere giustizia e verità per il nostro compagno Giuseppe Pinelli. Si aprano gli armadi, si rimuova il segreto di Stato sulle stragi e si dica la verità su tutto quel periodo”.
I quattro poliziotti e il capitano dei carabinieri, che erano presenti nella stanza dell’interrogatorio saranno oggetto di un’inchiesta per omicidio colposo. Verrà poi aperto nei loro confronti un procedimento penale per omicidio volontario.
Nei confronti del Commissario Calabresi, che aveva detto di non essere nella stanza al momento del delitto, si procederà per omicidio colposo.

Calabresi seguirà poi il suo destino e gli imputati rimasti saranno infine prosciolti dal giudice D’Ambrosio nel 1975, perché “il fatto non sussiste” e Pinelli sarà ucciso una seconda volta dalla grottesca e vigliacca tesi di questo giudice, che per l’occasione ha coniato un neologismo: il malore attivo.
Secondo questa vergognosa sentenza, che sarà alla base dell’assoluzione degli assassini, Pinelli stanco, stressato … si era poi avvicinato alla finestra per prendere una boccata d’aria, ma invece di tirarsi indietro si è piegato in avanti in stato quasi d’incoscienza, così il suo corpo, ruotando sulla ringhiera è precipitato nel vuoto.
Ecco fatto, i poliziotti sono salvi perché testimoni innocenti e Pinelli, che non poteva più logicamente essere usato come mostro, viene ridotto ad un automa che si butta inconsapevolmente da un quarto piano, con buona pace di tutte le controinchieste, dei fatti, delle verità accertate, delle testimonianze e della rabbia e del dolore di chi vedeva morire assassinato un altro compagno.
Personalmente vorrei chiedere a Licia Pinelli perchè è andata al Quirinale anzichè continuare a lottare perché sia riconosciuta pubblicamente la verità, tutta la verità su un uomo fermato come testimone e non imputato, tenuto illegalmente in un luogo (la Questura) dove le anime candide credono che gli onesti dovrebbero sentirsi al sicuro.

Morto un indiziato, se ne fa un altro. Questo lo hanno trovato a Roma. La polizia aveva bisogno di fare in fretta, doveva trovare un altro capro espiatorio da gettare in pasto alla stampa e all’opinione pubblica, per far dimenticare la faccenda di Pinelli.
Il telegiornale del 16 dicembre è significativo ed inquietante, dalla notizia dell’accidentale volo del ferroviere anarchico si passa all’ambigua faccia di Bruno Vespa che annuncia l’arresto del colpevole della strage Pietro Valpreda anarchico del gruppo 22 marzo.
Valpreda fu accusato di essere l’esecutore materiale della strage a causa della testimonianza di un tassista (Rolandi), che racconta di averlo portato il 12 dicembre a Piazza Fontana e che lo riconosce in un confronto diretto in questura il giorno dopo averlo visto in una foto che opportunamente i carabinieri gli avevano mostrato.
A incastrare Pietro Valpreda non è stata solo la testimonianza del tassista, ci sono state anche le informazioni passate da 3 infiltrati nel gruppo «22 marzo»: Il compagno Andrea che in realtà era un poliziotto infiltrato di nome Ippoliti, un informatore del Sid di nome Serpieri e Mario Merlino un neofascista di avanguardia nazionale, legato a Stefano delle Chiaie e infiltrato dai servizi segreti.

(Merlino è ora professore di filosofia al liceo San Francesco d’Assisi a Roma. Ha scritto un libro di memorie dall’inquietante titolo “E venne Valle Giulia. Un ragazzaccio in camicia nera racconta” (le edizioni sono naturalmente ‘Settimo Sigillo’), libro che è stato presentato con tutti gli onori in una sala del Comune di Roma)

Per tornare ai fatti, con questo bel castello di prove e testimonianze che gli avevano costruito intorno, il mostro Valpreda fu imprigionato in carcere, fino al 1972, e fu assolto definitivamente solo nel 1985.


Anche se continuavano a dar la colpa agli anarchici, già dai primi giorni erano però emersi consistenti indizi che portavano verso la destra neonazista[1]. I primi neofascisti ad essere individuati come coinvolti nell’attentato sono Franco Freda e Giovanni Ventura.
Freda: è un procuratore legale di Padova, convintissimo sostenitore della superiorità della razza ariana legato all’organizzazione Ordine Nuovo guidata da Pino Rauti.
Ventura: è di Treviso, milita nell’Azione cattolica e poi nell’Msi. È amico di Freda e come lui ha una formazione ideologica di stampo neonazista[2]. Esfiltrato dal SID da anni vive in Argentina dove gestisce una catena di ristoranti di lusso

I magistrati scoprono anche che ci sono state delle riunioni periodiche di un gruppo neonazista a Padova, in una delle quali, il 18 aprile 69, si preparò la strategia che doveva portare agli attentati di dicembre e all’organizzazione dei “campi paramilitari” di addestramento alla controrivoluzione e scoprono che, oltre a Freda e Ventura a queste partecipavano, anche Guido Giannettini e Pino Rauti.

Guido Giannettini è un giornalista romano esperto di tecniche militari e dei metodi di guerriglia controrivoluzionaria.
È sul libro paga del Sid, con il nome “agente Zeta”. Nel 1962 era stato invitato dalla marina militare americana, ad Annapolis, per tenere un corso sul tema “tecniche e possibilità di un colpo di stato in Europa”.
Nell’aprile 1973 quando le indagini sugli attentati si stavano avvicinando troppo a lui, il Sid, nelle persone di Maletti e Labruna, lo fece fuggire in Francia, continuando a pagargli lo stipendio. (Nel gergo dei servizi segreti questa si chiama ESFILTRAZIONE)[3]

Per quanto riguarda Pino Rauti. Vale la pena spendere due parole su questo losco individuo che per anni ha avvelenato la nostra storia.
Rauti fu da sempre uomo dei servizi. Legato al SIFAR e poi al SID, non ha mai fatto mistero delle sue convinzioni naziste.
La storia politica di Pino Rauti si è sovrapposta, quasi aderendovi, ai percorsi della “strategia della tensione”:
Nel 1954 diede vita ad “Ordine Nuovo”, rifacendosi apertamente alle teorie hitleriane sul progetto di un “nuovo ordine europeo” da instaurare contro quello che definiva “putridume democratico”. (“Ordine Nuovo”fu denominato così in omaggio alla Neue Ordnung sognata da Hitler)
– Era tra i relatori al Convegno dell’Istituto Pollio tenuto tra militari e fascisti nel ’65 a Roma
– partecipò al viaggio in Grecia con 51 “giovani camerati” (fra cui Merlino) per un “corso di addestramento” da parte dei colonnelli greci
– Era alla famosa riunione del 18 aprile 1969 a Padova.
E’ Rauti a tenere i rapporti con l’ Aginter-Press: la succursale della CIA a livello europeo, una centrale della provocazione, in quegli anni, guidata da un ex-Waffen-SS come Guérin Sérac.
E sono proprio gli uomini della Aginter-Press a istruire i neofascisti italiani all’uso degli esplosivi, tenendo corsi a Roma nella sede di Avanguardia Nazionale.
Pino Rauti fu incriminato e arrestato nell’ambito delle attività eversive di Freda e Ventura. L’incriminazione si estenderà poi anche alla strage alla di Piazza Fontana. In tutti i processi è sempre stato indicato, da chi aveva militato con lui in “Ordine Nuovo”, come la “mente”, il “capo” a cui spettavano le decisioni finali. Nonostante ciò alla fine è stato prosciolto da ogni accusa
Nel 2004, ha fondato il Movimento Idea Sociale che è rimasto nell’orbita della Casa delle Libertà fino ai primi mesi del 2006. Nel 2008 non essendo riuscito a trovare un accordo con la coalizione di Centrodestra, come invece fecero Alternativa Sociale e Fiamma Tricolore, il MIS di Rauti ha partecipato alle elezioni politiche nazionali sotto il simbolo del partito di Roberto Fiore (Forza Nuova). Nel 2012 questo losco figuro è morto, ma sempre troppo tardi e purtroppo in tutta la tranquillità di una stanza d’ospedale.


Pista nera e pista anarchica.è così che inizia e procede per anni la storia processuale di Piazza Fontana. Tra ipotesi che cadono e altre che si fanno largo sarà un susseguirsi di nuove inchieste, nuovi rinvii a giudizio, nuovi dibattimenti e nuove sentenze.
Persone sempre diverse prenderanno il volto degli imputati. Si creerà la più fitta ed impenetrabile rete di complicità, reticenze e deviazioni che la storia conosca.
Una strategia dell’occultamento di cui fanno parte la frammentazione dei processi e il ricorso agli omissis
Dal 23 febbraio 1972 si avranno ben 10 processi ai primi dei quali si vedranno imputati contemporaneamente neofascisti, SID e anarchici.
Nel corso delle indagini compariranno i nomi di Delfo Zorzi come capo delle operazioni militari della cellula veneta di Ordine Nuovo e come responsabile materiale della bomba di Piazza Fontana. E di Licio Gelli ritenuto lo stratega dei progetti golpisti che avrebbero fatto da sfondo alle stragi di quegli anni. Contro nessuno dei due si è però potuto procedere
Delfo Zorzi dal 1974 è fuggito in Giappone, mai estradato in Italia, vive ancora lì con il passaporto giapponese e con il nuovo nome di Roi Hagen.
Oggi un miliardario proprietario della “Oxus”, una ditta specializzata in pelletteria con sede a Tokyo che possiede due negozi anche in Italia: a Roma e in galleria Vittorio Emanuele a Milano, non molto lontano…da Piazza Fontana. In Italia la “Oxus”produce principalmente borse, sia con un marchio proprio sia come licenziataria di marche più famose, tra le quali Laura Biagiotti, Luciano Soprani e Gianmarco Venturi.

Dal 2001 Licio Gelli è in detenzione domiciliare nella sua villa Wanda di Arezzo, ubicata sulla collina di Santa Maria delle Grazie a ridosso del centro storico, dove sconta la pena di 12 anni per la bancarotta fraudolenta dell’Ambrosiano e dove vive tranquillo scrivendo poesie. Villa Wanda è stata sequestrata dallo Stato ma, dopo varie aste andate deserte è stata affidata a Licio Gelli come custode giudiziario
Nel 2008 ha condotto un ciclo di nove puntate dedicato alla storia italiana del Novecento su Odeon TV in un programma dall’inquietante titolo “venerabile Italia” e i primi suoi ospiti sono stati quel Marcello Dell’Utri e quel Giulio Andreotti che hanno sempre negato di conoscerlo direttamente. Ma questa è un’altra vergogna dello Stato Italiano che qui non abbiamo tempo di affrontare
Licio Gelli era in ottimi rapporti con i generali argentini Roberto Eduardo Viola (che fu successore di Videla)e Emilio Massera, durante il periodo della dittatura (aveva pure un passaporto diplomatico dell’Argentina). Durante questo periodo che va dal 1976 al 1983 ci furono 2.300 omicidi politici, oltre 30.000 persone furono uccise o diventarono desaparecidos e molte altre migliaia furono imprigionate e torturate.
Massera, il capo supremo dell’Esma, il più grande centro di detenzione clandestina, scrisse a Gelli pochi giorni dopo il golpe, nel marzo 1976, per esprimere “la sua sincera allegria per come tutto si fosse sviluppato secondo i piani prestabiliti” e augurargli “un governo forte e fermo sulle sue posizioni e nei suoi propositi che sappia soffocare l’insurrezione dei dilaganti movimenti di ispirazione marxista”. I rapporti con i militari continueranno dopo il ritorno della democrazia in Argentina, nel 1983.

Guerra Sucia (24/28 marzo1976) organizzato e condotto, nel periodo tra il 1976 ed il 1983 dalla Giunta militare argentina, capeggiata da Jorge Rafael Videla e dai suoi successori Roberto Eduardo Viola, Leopoldo Galtieri e Reynaldo Bignone.

Tra mancate estradizioni, esfiltrazioni, deviazioni e inceppamenti arriviamo alla beffa finale:
28 aprile 2005 la seconda sezione penale della Cassazione ha posto la parola ‘fine’ alla vicenda di Piazza Fontana e ha respinto il ricorso presentato dalla procura di Milano e dalle parti civili contro le assoluzioni dei tre neofascisti, Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, che erano stati condannati nel 2001 all’ ergastolo in primo grado per la strage di Piazza Fontana. Inoltre, la Cassazione ha condannato le parti civili – tra le quali i familiari delle vittime, la Provincia di Milano e Lodi e il Comune di Milano – al pagamento delle spese processuali.
Solo una verità storica è sopravvissuta alle sentenze di assoluzione. Le responsabilità di Franco Freda e Giovanni Ventura, ritenuti anche dalla Corte di Cassazione tra gli esecutori della strage di piazza Fontana, ma non più giudicabili dopo l’assoluzione definitiva nel gennaio del 1987.
Il 30 settembre scorso, il gip di Milano, Fabrizio D’Arcangelo, ha accolto la richiesta di archiviazione dell’ultimo capitolo giudiziario sulla strage di piazza Fontana presentata dai pm Maurizio Romanelli e Grazia Pradella, ponendo una definitiva pietra tombale sulla ricerca della verità giudiziaria.
A questa mazzata si aggiunge la mancata rimozione del segreto politico militare, grazie alla connivenza del Parlamento e di tutte le forze politiche.
– “Il fatto che, a distanza di oltre 40 anni da quel tragico 12 dicembre 1969, e dopo la celebrazione di vari processi, la strage di piazza Fontana non abbia visto alcun colpevole punito non puo’ che determinare una generale insoddisfazione, sia sul piano giuridico che su quello sociale”. La considerazione e’ firmata dal gip di Milano Fabrizio D’Arcangelo nella motivazione del provvedimento col quale ha archiviato l’ultima inchiesta su piazza Fontana.”Si tratta di uno stato d’animo – osserva il gip – e di un rilievo non certo attenuati dal fatto che Carlo Digilio sia stato riconosciuto in via definitiva colpevole della strage e che di Freda e Ventura, pur in precedenza definitivamente assolti, si parli in motivazioni di sentenze successive come responsabili della strage”. Digilio e’ stato prosciolto per prescrizione il 30 giugno 2011 e per il fatto che – constata il gip – questa sentenza “non e’ stata impugnata da Digilio ed e’ quindi divenuta definitiva, si puo’ dire che la sua responsabilita’ e’ stata accertata”

Questa la vicenda. La domanda ora è PERCHÉ? La risposta la conosciamo tutti e sta in tre parole  STRATEGIA DELLA TENSIONE.

Ma che cos’è la strategia della tensione?
La definizione più giusta mi sembra quella contenuta nella sentenza istruttoria della strage di Peteano:
“Con l’espressione «strategia della tensione» si intende normalmente fare riferimento ad una ipotesi di strategia di condizionamento materiale e psicologico dei processi dinamici e delle interazioni tra sistema politico e ambiente sociale, che giunge ad utilizzare persino il delitto «politico» e la strage, tendendo però ad occultarsi agli occhi dell’opinione pubblica. … Questo disegno viene concepito e gestito da centri di potere insediati nel cuore dello stato, i quali da una parte utilizzano degli intermediari per i compiti operativi e dall’altra li proteggono ostacolando le indagini giudiziarie”. G. De Lutiis, “Il sistema eversivo”, in C. Schaerf [et al.], 20 anni di violenza politica in Italia, op. cit., p. 16.

Dal 1969 ad agosto 1984 ci sono state otto stragi in Italia
Milano (12 dicembre 1969),
Gioia Tauro (22 luglio 1970),
Peteano (31 maggio 1972),
Questura di Milano (17 maggio 1973),
Brescia (28 maggio 1974),
ltalicus (4 agosto 1974),
stazione di Bologna (2 agosto 1980),
treno 904 (23 dicembre 1984)
Dopo ogni strage ci sono state delle imponenti manifestazioni politiche promesse di un grande impegno dalla polizia e dai magistrati. Ma non si è mai raggiunta una verità giudiziaria.
Non si è mai potuta raggiungere o non si è mai voluto?
Chiunque può collocare una bomba in un treno e riuscire magari per anni a restare insospettato e insospettabile. Ma se le stragi sono otto e per trentanove anni i responsabili restano impuniti il problema assume, evidentemente, una dimensione diversa.

Oggi noi sappiamo che le forze dietro tutte queste stragi erano di natura internazionale, che gli ordini erano venuti da oltre Atlantico, che su tutte le istruttorie che ci sono state (circa venti) sono intervenuti i servizi segreti portando all’estero i possibili autori delle stragi, facendo nascere dei testimoni falsi, facendo scomparire testimoni veri e facendo scomparire anche oggetti che erano prove dell’istruttoria.
Libero Gualtieri presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi nel novembre 1988 , nella relazione introduttiva della commissione stessa scrive:
«Una ipotesi più volte avanzata, anche in sede processuale, è che il terrorismo nero sia stato soprattutto un terrorismo «di servizio», impiegato da settori dell’apparato dello Stato per contrastare la contestazione operaia e studentesca e per bloccare e spinte a sinistra dell’elettorato italiano […] Il problema, a questo punto è di vedere se il terrorismo di destra […] sia mai rientrato nei piani di stabilizzazione e di controllo di settori «moderati» della classe politica e, per questa via, di settori «disponibili» degli apparati dello Stato»

L’attentato di strage entra quindi stabilmente nella vita politica italiana nel 1969 e vi resta come una componente costante per quasi 16 anni.
Il modo più corretto per cercare di capire cosa sia successo è dunque quello di esaminare i fatti nella loro globalità.
E per fare questo dobbiamo fare un bel passo indietro e guardare la politica degli industriali negli anni del dopoguerra e alla risposta operaia e sociale.

Siamo nell’Italia di Valletta, il famigerato ingegnere Fiat. L’attacco al movimento operaio è diretto e feroce: divisione degli operai, forte limitazione del diritto di sciopero, ricatto sulla garanzia del posto di lavoro, sistematica discriminazione nei confronti delle avanguardie sindacali più attive, cacciata dei comunisti promozione dei sindacati gialli e tribunali di fabbrica, con la funzione di giudicare i lavoratori indisciplinati e applicare la pena del licenziamento.
Sul piano sociale, questi sono gli anni del miracolo economico, di quella che sarà definita la “repubblica delle cambiali: dilatazione del credito alle aziende, vendite rateali ai lavoratori e il circuito dei mass media che contribuisce largamente a creare un’immagine di società del benessere che incrementa i bisogni indotti.
In queste condizioni, nella primavera del 1960 si formò il governo Tambroni, il primo governo di centro-destra italiano, nato con l’appoggio esterno del MSI e della Confindustria.
Nel luglio dello stesso anno, Tambroni autorizzò il MSI a svolgere il proprio congresso nazionale a Genova, città di forti tradizioni operaie e di sinistra. L’autorizzazione data ai fascisti se in parte fu una forma di ringraziamento del governo per l’appoggio esterno, soprattutto, fu un tentativo da parte della maggioranza di governo di misurare la temperatura dell’Italia per verificare la possibilità di un’apertura all’estrema destra: Genova, la città rossa medaglia d’oro della Resistenza era infatti un importante campione e la sua reazione avrebbe permesso di misurare il comportamento delle masse di tutto il Paese.
Ma erano passati pochi anni dalla guerra, gli ideali della Resistenza non si erano ancora appannati e la risposta di Genova fu chiara ed espressa nei termini di una rivolta popolare che durò tre giorni e si estese in molte città d’Italia. Le manifestazioni antigovernative, furono ferocemente represse e la violenta risposta dalla polizia, provocò 11 morti: 5 a Reggio Emilia e 6 in Sicilia. Allarmata per la sua immagine di “partito popolare ed antifascista” la Dc dovette quindi sconfessare Tambroni, il cui governo cadde.
A questo punto in una situazione critica e resa incontrollabile dal tentativo di aprire alle forze di destra, si rese necessario giocare la carta del riformismo e della socialdemocrazia per mandare in letargo la conflittualità sociale[4].
Iniziano così i governi di centrosinistra con i socialisti nella “stanza dei bottoni”.
Ma lo sperato letargo sociale non arriva e, nel 1962 in occasione dei rinnovi dei contratti, scoppiano le lotte di Piazza Statuto. Quattro giorni di scontri durissimi e repressioni feroci.
Queste lotte sono particolarmente importanti perché, al di là degli aumenti salariali, le rivendicazioni si concentravano sulla qualità della vita in fabbrica: revisione delle norme disciplinari, orario, ritmi e tempi di lavoro.
L’alterazione del clima sociale e la fortissima avanzata del Pci alle elezioni dell’aprile 1963 spaventarono i settori dell’Industria e gran parte della Dc, che preoccupati di bloccare in qualsiasi modo l’avanzata popolare nelle fabbriche e nella società giocarono l’ultima carta per riprendere il controllo della situazione: la minaccia di colpo di stato con l’avvallo USA.
Siamo al “rumor di sciabole”, al cosiddetto PIANO SOLO (14-15-16 luglio 1964).
Un piano di mobilitazione, che prevedeva l’utilizzo della sola Arma dei carabinieri, gruppi di civili, ex parà e repubblichini di Salò, addestrati nella base segreta di Gladio di Capomarrangiu e reclutati dal SIFAR, per preparare un’azione di forza militare da realizzare contro l’incedere dell’ondata progressista. La Confindustria e alcuni circoli militari, legati all’ex ministro della Difesa Pacciardi, avrebbero finanziato le formazioni paramilitari[5].
Organizzatore del piano fu il generale De Lorenzo, capo del SIFAR (Servizio Informazioni delle Forze Armate) e capo dell’Ufficio degli Affari Riservati del Ministero dell’Interno.
De Lorenzo è stato l’artefice della schedatura dei cittadini: negli anni 1963-64 esistevano 157mila fascicoli con documentazioni fotografiche segnalazione di orientamenti politici attività economiche e finanziarie, relazioni extraconiugali, consuetudini sessuali e via dicendo.
(Dicono che Il fuoco dell’inceneritore di Fiumicino li abbia distrutti. Così ha riferito la stampa. ma la notizia è falsa. Un’identica fascicolazione fu istituita presso il Ministero degli Interni, per ordine di Taviani … Ed è ancora là, regolarmente aggiornata.)
Il golpe rientrò … non è accertato se lo si volesse portare realmente fino in fondo, ma è certo che il messaggio fu chiaramente recepito: non si doveva aprire alla sinistra al governo. Seguì infatti un quadriennio di totale immobilismo politico e sociale con Aldo Moro, presidente del Consiglio per l’intero periodo.
Tutto ciò rese superfluo il ricorso a nuove minacce golpiste.
Arriva, però, il ’68 studentesco e arrivano le lotte dell’autunno caldo operaio. La società mostra di non accettare più la sonnolenta politica morotea democristiana e il centro-sinistra si era ormai dimostrato una formula esaurita e inadeguata a contenere le nuove spinte della società.
E così tanta gente scende in piazza per rivendicare diritti, per poter dire come gestire scuole, fabbriche, vita quotidiana, tempo libero, costumi ed abitudini. E qui inizia il vero problema.
Perché finché la questione è un po’ più di salario, questo può andare: si inserisce nel meccanismo del consumo, si vendono più lavatrici, più macchine … si fanno più cambiali … Ma per più potere no. Il neocapitalismo italiano a quel punto dice: “no calmi, qualche cambiamento va bene, ma la gestione politico istituzionale non si tocca …. Se ci provate vi sbarriamo la strada.
E l’hanno sbarrata eccome la strada … con delle bombe che dicevano : “fermi tutti, tornate indietro o non ce n’è per nessuno”.

Ecco che la bomba a Piazza Fontana comincia ad essere meno misteriosa, almeno in parte: a livello nazionale c’era bisogno di un intervento contenitivo nei confronti della spinta verso sinistra che veniva da un ampio strato della popolazione.
Un intervento che facesse paura e che bloccasse il passo.
E questo intervento era già stato preparato dai servizi segreti alcuni anni prima.
Fin dal 1965 con il convegno dell’istituto di studi militari Alberto Pollio a Roma.
A questo convegno, possiamo far risalire le basi teoriche della “strategia della tensione” come piano inserito nella più ampia operazione internazionale nota come “Operazione CHAOS” e volta a contrastare l’avanzata del comunismo nel mondo.
Il convegno, che fu finanziato dal SIFAR (e quindi con denaro pubblico) è il primo consistente indizio che attribuisca ai servizi segreti la responsabilità della svolta operata in Italia nel 1969 dall’estremismo di destra[6]. Fu presieduto da 2 alti ufficiali dell’esercito.
Fra i relatori troviamo i nomi di Guido Giannettini e Pino Rauti, inoltre parteciparono personalità del mondo imprenditoriale e, come dice la relazione introduttiva, “venti studenti universitari che l’istituto ha pregato – dopo una selezione di merito – di prendere parte ai lavori”. Tra questi studenti è stata accertata la presenza di Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino.
Il tema del convegno, la guerra rivoluzionaria, era basato sulla constatazione che il crescente potere del PCI costituisse un concreto pericolo per la politica italiana, nel senso che avrebbe potuto influenzarne le scelte sul piano internazionale e sociale.
Occorreva quindi che la destra si facesse carico del dovere di contrastare la crescita del pericolo comunista, affiancandosi in questa attività ad apparati dello stato particolarmente “sensibili” per usare un loro termine: ossia uomini dei servizi segreti, corpo dei carabinieri e militari di fede neofascista.
I contenuti culturali del convegno sono perfettamente in linea con i dettami della dottrina Truman e della politica estera statunitense a questa ispirata[7] e le relazioni rivestono uno straordinario interesse per una corretta analisi delle origini della strategia delle stragi. Vediamone i titoli
Vittorio De Biase: “Necessità di una azione concreta contro la penetrazione comunista”
Giorgio Pisanò: “Guerra rivoluzionaria in Italia 1943-1945”
Giano Accame: “La controrivoluzione degli ufficiali greci”
Guido Giannettini: “La varietà delle tecniche nella condotta della guerra rivoluzionaria”
Pino Rauti: “La tattica della penetrazione comunista in Italia”
Dal 1947 al 1965 il mondo era cambiato e, a partire dal XX Congresso del PCUS, passando per la presidenza di Kennedy e per il papato di Giovanni XXIII, si articolava, pur se tra alti e bassi, la sempre più diffusa speranza di una distensione dei rapporti tra i due blocchi internazionali contrapposti.
Dagli atti del convegno traspare che tutto ciò determina allarme e rafforza l’idea dell’imminenza di un pericolo, con specifico riferimento alla situazione italiana.
Paura dell’espansione comunista, volontà di contrastare la tendenza culturale e politica in atto verso la distensione, necessità di una azione concreta contro la penetrazione comunista da attuarsi con qualsiasi mezzo.
Così, ad esempio, Beltrametti dice: “Prevenire significa preparare uno strumento militare adeguato […] di gruppi permanenti di autodifesa che non esitino ad accettare la lotta nelle condizioni meno ortodosse con l’energia e la spregiudicatezza necessaria [per] portare l’offensiva nelle zone controllate dal nemico”.
È facile collegare quello “strumento militare adeguato” con la struttura Gladio, che nel 1965 era già stata costituita da circa un decennio.
infatti nel corso del convegno si fa riferimento a delle “liste di mobilitazione” nelle quali includere quei cittadini che diano sicuro affidamento in vista della formazione di gruppi di autodifesa. Il tutto coordinato da “Stati maggiori misti, assistiti anche da civili”.
È da notare che il convegno si svolse appena otto mesi dopo il mancato tentativo di colpo di Stato del giugno-luglio 1964, quindi è legittimo ipotizzare che esso sia stato organizzato dopo aver preso atto della estrema difficoltà, di attuare in Italia un colpo di Stato di tipo tradizionale.
Non potendo utilizzare la forma del golpe L’intervento delle forze armate e dei gruppi collegati poteva essere previsto solo come un atto legittimo di “guerra controrivoluzionaria”, nella previsione che presto vi sarebbero state le basi per questo intervento.
Anzi, per meglio dire, nella certezza che tali basi sarebbero state create.
Lo dice chiaramente Pino Rauti nella relazione di chiusura: “Non si pensi che questo convegno esaurisca la sua importanza nel dar vita al documento conclusivo. […] Spetterà poi ad altri organi, in senso militare, in senso politico generale, trarre da tutto questo le conseguenze concrete […] e far si che […] segua l’elaborazione completa della tattica controrivoluzionaria e della difesa”.

Ecco la strategia della tensione.
Questa è una verità, ormai accertata sia a livello storico che giudiziario e da tempo confermata da alcuni degli stessi imputati.
Vincenzo Vinciguerra, responsabile confesso della strage di Peteano, ha affermato: “Il fine politico che attraverso le stragi si è tentato di raggiungere è molto chiaro: attraverso gravi «provocazioni», innescare una risposta popolare di rabbia da utilizzare poi per una successiva repressione; […] il fine massimo era quello di giungere alla promulgazione di leggi eccezionali o alla dichiarazione dello stato di emergenza. In tale modo si sarebbe realizzata quella operazione di rafforzamento del potere che di volta in volta sentiva vacillare il proprio dominio. Il tutto ovviamente inserito in un contesto internazionale nel quadro dell’inserimento italiano nel sistema delle alleanze occidentali”.

A livello nazionale, dunque Volontà dei detentori del potere di bloccare definitivamente qualsiasi spinta da sinistra e, attraverso l’arma della strage, proclamare lo stato di emergenza, premessa necessaria per la creazione di un regime autoritario di centro destra.

Ma dal punto di vista internazionale quali sono le ragioni dell’appoggio americano a questa operazione?

È vero che era da anni era in corso il confronto Russia – Stati uniti, comunismo e cosiddetto “mondo libero” ma in Europa, si trattava di un conflitto di carattere economico, politico, propagandistico mentre lo scontro militare era lontano, era in Asia.
Se la propaganda urlava al “pericolo comunista” i vertici politici e militari sapevano perfettamente che il pericolo non proveniva né dalle mire sovietiche sulla Germania né da quelle jugoslave su Trieste e Gorizia.
Quello che veramente preoccupava gli Stati maggiori della Difesa, italiani, ed atlantici era la penetrazione sovietica nel Mediterraneo, che si stava allargando:
a livello politico con gli aiuti economici e militari agli Stati arabi,
a livello militare con la massiccia presenza della flotta russa nei porti del Mediterraneo che poteva contare sulle basi navali nel Mediterraneo, fornite dai paesi arabi..
Questa era la minaccia da sventare e neutralizzare ad ogni costo.
La politica degli Stati uniti in Medio oriente, si era sempre più sbilanciata in difesa dello Stato di Israele inimicandosi i paesi arabi, consapevoli che solo la protezione americana permetteva a Israele di mettere a ferro e fuoco la Palestina.
E la guerra dei sei giorni, iniziata il 5 giugno 67, era la prova evidente, che gli Stati uniti in Medio oriente contavano su un solo alleato ed amico: Israele. E che lo sostenevano per rafforzarlo e potenziarlo, a spese dei paesi confinanti, per creare una gigantesca base militare a difesa dei propri interessi nel controllo delle risorse energetiche dell’intera regione.
Ma Israele non bastava, servivano basi d’appoggio anche sull’altra sponda del Mediterraneo e queste potevano essere solo la Grecia e l’Italia, con le loro posizioni geografiche privilegiate.
Il 21 aprile 1967, due mesi e mezzo prima dell’inizio della guerra dei sei giorni, in Grecia c’era stato il colpo di stato e le forze armate greche avevano assunto il potere, da quel lato la Nato era ormai tranquilla.
Ma in Italia, lo abbiamo visto, l’arma del colpo di Stato non funziona, come evitare quindi che il Partito comunista italiano, strumento passivo della politica estera sovietica, potesse condizionare in senso neutralistico la politica dei governi italiani, che non erano abbastanza filoisraeliani?
Bisognava frenare l’influenza del Pci e per farlo, occorreva creare un regime autoritario, dotato di quegli strumenti normativi che consentono di tacitare l’opposizione, vietare le manifestazioni pubbliche, mettere fuori legge partiti e movimenti contrari alla sua politica
In sostanza, come trasformare una democrazia parlamentare in una democrazia autoritaria, in presenza di forze politiche avverse troppo forti per essere battute elettoralmente e senza ricorrere al colpo di stato come in Grecia?
Serviva qualcosa che potesse destabilizzare l’ordine pubblico per stabilizzare quello politico, e quel qualcosa è la strategia della tensione.

Dice Orwell: “C’è da qualche parte un luogo, un mondo di oggetti solidi, dove il passato sta ancora avvenendo?
La risposta sempre di Orwell è: “Nei documenti. Vi è registrato”. “Nei documenti. E… nella mente. Nella memoria degli uomini”.

Con queste righe ho cercato di recuperare i documenti e la memoria, per dimostrare che dietro l’esplosione di Piazza Fontana non c’è nulla di oscuro e misterioso.

Chi mise la bomba? Lo sappiamo bene, furono i fascisti. Anzi, “l’apparato militare poliziesco della Nato, con la manovalanza estremista di segno fascista, coperta dalla burocrazia italiana militare poliziesca e giudiziaria legata alla Cia”.
La strage, le stragi di allora, sono state coltellate alla schiena, vigliacche ma non inaspettate. Quello Stato e tutti i suoi apparati effettivi, non deviati, tra una bomba e l’altra non stavano con le mani in mano: “… tra settembre e dicembre 1969 nei conflitti del lavoro si sono avute: 8396 denunce, di cui 3325 per occupazione illegale di azienda, terreni o edifici pubblici; 1712 per violenza privata; 1610 per occupazione di binari ferroviari; 1376 per interruzione servizio pubblico,…”
È facile capire che non si trattò solo di bombe e stragi, Il potere economico, quello finanziario, militare, ecclesiastico, giudiziario, quello familiare … il potere ad ogni livello non accetta di essere messo in discussione. È logico
E quel grande movimento che rifiutando la collaborazione di classe voleva trasformare il sistema sociale esistente, che cominciava a cambiare i rapporti di forza tra le classi e prospettava un cambiamento dei rapporti di produzione andava fermato con ogni mezzo e così fu fatto I mezzi li hanno usati tutti: Bombe, stragi, arresti, fucilazioni per strada e dentro le case; processi speciali e carceri speciali, condanne speciali e torture per il pentimento, pestaggi e lusinghe per la dissociazione, e pene infinite per gli altri.

Due ultime questioni vorrei porre:

  • La strategia della tensione fu “stabilizzante” o “destabilizzante”?

  • A distanza di 40 anni ha ottenuto i suoi scopi o no?

ALLA PRIMA DOMANDA NON È SEMPLICE RISPONDERE.
In ultima analisi attraverso la Strategia della Tensione si voleva “stabilizzare” l’ordine borghese, ma questo rischiò di provocare reazioni che in alcuni momenti lo “destabilizzarono” ancora di più, perché la reazione “democratica”, da un certo momento in poi, fu ampia
E’ anche possibile che i promotori della strategia (settori Nato, servizi segreti, destra della DC) volessero “destabilizzare” quella parte della DC che stava seppur debolmente aprendo a sinistra per ottenere una “stabilizzazione” a destra, magari “provocando” l’intervento delle forze armate
In ogni caso il punto certo è che tutta la classe dominante “usò” direttamente o indirettamente la strategia della tensione contro l’ascesa delle lotte operaie e dei movimenti e in qualche modo anche il PCI la usò indirettamente, pur denunciandola come rivolta contro di sé, per convincere la base alla moderazione e alla necessità del “compromesso storico” con la DC e con le classi dominanti…

PER QUANTO RIGUARDA IL RAGGIUNGIMENTO DEGLI SCOPI PREFISSATI:
No, se ci riferiamo a ciò che si proponevano i settori che attuarono le stragi i quali probabilmente volevano subito una svolta autoritaria garantita dai militari, se non una vera e propria svolta fascista.
Ma purtroppo sì, se vediamo come è andata a finire: l’ascesa rivoluzionaria venne interrotta e dopo un’effimera stagione in cui sembrò che il compromesso storico fosse sul punto di concretizzarsi, il potere borghese si stabilizzò su basi moderate.
E dopo la crisi della prima repubblica (1992-93), con l’ascesa di Berlusconi, con le varie riforme elettorali (e anche grazie alla politica delle direzioni maggioritarie del movimento operaio nel corso degli anni settanta e ottanta, che collaborarono a disperdere una grande forza sociale e a preservare l’intangibilità dello stato borghese), si è ormai quasi compiuto il “programma di rinascita nazionale” che Gelli aveva previsto
esecutivo forte, maggioritario, controllo dell’esecutivo sulla Tv e sulla magistratura, scuola privata, emarginazione del dissenso politico.

Vorrei concludere con le parole di un volantino apparso il 19 dicembre 1969 sui muri di Milano, firmato dai situazionisti e intitolato “Il Reichstag brucia”:

così il potere deve bruciare fin dall’inizio l’ultima carta politica da giocare prima della guerra civile o di un colpo di stato di cui è incapace, la doppia carta del falso “pericolo anarchico” (per la destra) e del falso “pericolo fascista” (per la sinistra), allo scopo di mascherare e di rendere possibile la sua offensiva contro il vero pericolo, il proletariato. Di più; l’atto con cui oggi la borghesia tenta di scongiurare la guerra civile è in realtà il suo primo atto di guerra civile contro il proletariato
[1] Soprattutto grazie alla testimonianza di un professore di Treviso, un certo Lorenzon, che riferisce al giudice Calogero che il suo amico (Giovanni Ventura) gli aveva confidato di aver preso parte agli attentati dinamitardi che nel 1969 avevano preceduto le bombe di dicembre: utilizzate per contenere l’esplosivo erano stata acquistate a Padova e che il timer dell’ordigno proveniva da quello del 25 aprile alla fiera campionaria e le dieci bombe messe sui treni nella notte fra l’8 e il 9 agosto (anche per questi attentati si era seguita la pista anarchica).
Dalla testimonianza e dalla scoperta che le borse Treviso, si arriverà dopo più di un anno ad indagare anche negli ambienti dell’eversione nera del Veneto.
La testimonianza del negoziante che aveva venduto le borse fu resa immediatamente dopo la strage, ma fu fatta sparire e nell’ottobre 1972 furono fatti pervenire 3 avvisi a procedere , per omissione di atti d’ufficio nelle indagini sulla strage di piazza Fontana, sono inviati a Elvio Catenacci, dirigente degli affari riservati del Ministero degli interni, al questore di Roma Bonaventura Provenza e al capo dell’ufficio politico della questura di Milano Antonino Allegra.

[2] Nel 1971, mentre Valpreda è ancora in carcere, si scopre per caso un arsenale di munizioni NATO presso l’abitazione di un esponente veneto di Ordine Nuovo. Tra le armi ritrovate sono presenti delle cassette identiche a quelle utilizzate per contenere l’ordigno di Piazza Fontana. Quell’arsenale era stato nascosto da Giovanni Ventura dopo il 12 dicembre.

[3] Nel 1972 il Sid era già intervenuto per far espatriare in Spagna, fornito di un passaporto falso, Pozzan, (il custode dell’Istituto per ciechi dove si tenevano le riunioni a Padova) latitante dal giugno dello stesso anno, quando fu emesso nei suoi confronti un mandato di cattura per concorso nell’attentato di piazza Fontana, e fece evadere Ventura (incarcerato in seguito al processo del febbraio 1972), che ora vive in Argentina dove gestisce una catena di ristoranti di lusso.

[4] Nel 1962 si formò un nuovo governo Fanfani, concordato con i socialisti, che si impegnarono a dare il loro appoggio ai singoli progetto legislativi. si registrò. Fu in questa fase che la politica di centrosinistra conseguì i suoi risultati più avanzati: fu avanzata da nazionalizzazione dell’energia elettrica, istituita la scuola media unica. Per contro, le Regioni, istituti prevista dalla Costituzione, non videro ancora la luce del loro ordinamento, per il timore della DC di un rafforzamento delle sinistre a livello locale.

[5] In un elenco, rinvenuto negli archivi della CIA di Roma, c’erano i nomi di circa duemila anticomunisti che si dichiaravano pronti a compiere anche atti terroristici. Il “Piano Solo” prevedeva la cattura degli “enucleandi”, cioè di dirigenti comunisti, socialisti, e di sindacalisti; e l’occupazione armata delle sedi dei partiti di sinistra, le redazioni dell’Unità, le sedi della Rai e le prefetture.
Lo scandalo delle schedature e del “Piano Solo” furono rivelati, solo tre anni dopo, con una campagna di stampa condotta dai giornalisti Lino Jannuzzi ed Eugenio Scalfari.
Secondo ricostruzioni che vanno guadagnando crescente credito, lo scoop de L’Espresso, sarebbe stato favorito dal KGB sovietico che, avendovi ovvio interesse, fornì ai giornalisti materiale sul “Piano Solo”. Leonid Kolosov, capo della struttura italiana del Servizio di Mosca, avrebbe poi ammesso nel 1992 di aver favorito la diffusione di queste notizie, raccolte in tempo reale nel ’64 grazie ad una talpa nel Sifar.
Il Generale a riposo querelò il direttore de “L’Espresso” Eugenio Scalfari e l’autore degli articoli, Lino Jannuzzi. I due giornalisti vennero condannati in primo grado a diciassette mesi per diffamazione a mezzo stampa (anche se poi vi fu la remissione di querela).
In sede processuale Jannuzzi affermò che oltre ad Anderlini, a fornire informazioni erano stati anche Ferruccio Parri ed i Generali Beolchini, Gaspari e Manes.
Nel 1968 De Lorenzo fu eletto alla Camera dei Deputati tra le file del Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica. Successivamente avrebbe militato per il Movimento Sociale Italiano fino alla morte 1973.

[6] e in particolare dall’Ufficio REI, un ufficio creato formalmente per occuparsi del controspionaggio industriale, sostanzialmente per gestire, in nome del partito di governo, i traffici politico-finanziari diretti ad espandere il potere democristiano.

[7] Con Dottrina Truman si intende quella dottrina formulata dall’allora presidente degli Stati Uniti d’America Harry S. Truman il 12 marzo 1947 all’indomani della seconda guerra mondiale, in un discorso tenuto alle camere in seduta comune, che prendeva spunto dai casi di Grecia e Turchia, i quali avevano lasciato intravedere la possibilità dell’espansionismo sovietico. Questa dottrina si proponeva di combattere l’espansionismo comunista in Europa e in Asia. È importante sottolineare come l’Unione Sovietica fosse chiaramente al centro dei pensieri di Truman, anche se nel suo discorso la nazione non venne mai direttamente menzionata.
Storia: Harry S. Truman, supportato dal senatore Arthur H. Vandenberg, promulgò la dottrina dopo un incontro con il Presidente Greco. Il presidente americano sosteneva che per la sicurezza interna gli Stati Uniti non potevano rimanere insensibili e indifferenti di fronte a casi in cui l’indipendenza e la sovranità di popoli liberi venisse messa in pericolo da tentativi di sovversione interna o da pressioni esterne. In tal caso gli Stati Uniti avrebbero supportato i popoli liberi a resistere ai tentativi di assoggettamento da parte di minoranze armate o da pressioni esterne.
La dottrina trova esplicazione nella teoria del contenimento, di George F. Kennan secondo la quale ad ogni atto teso a destabilizzare l’ordine mondiale sarebbe stato opposto un atto uguale e contrario.
La dottrina ebbe conseguenze anche in Europa. I governi dell’Europa occidentale con potenti movimenti comunisti come Italia e Francia vennero incoraggiati di tenere i gruppi comunisti fuori dal governo. Queste mosse furono compiute in risposta a quelle dell’Unione Sovietica che volevano mandare gruppi di opposizione nell’Europa dell’Est.