L’intero mondo, intorno a me, esplose e il mio piccolo mondo mi crollò addosso. Non dovevo aspettare che la TV raccontasse la storia perché ora era davanti al mio uscio. Belfast bruciava … (Bobby Sands)

Belfast ti accoglie con il fascino di Cary Grant. Ti invita ammiccante e scanzonata nel traffico cittadino e dello shopping, ti mostra i suoi gioielli: il verde delle colline e in lontananza i cantieri nautici, dove fu costruito il Titanic, orgoglio e rammarico di questa terra. Ti sorride, ma sotto il vestito impeccabile della moderna City, che ha dato i natali a Van Morrison e a George Best, si nascondono ancora le cicatrici di un conflitto … Belfast non si visita, a Belfast si fa esperienza.
Belfast è una delle quattro “B” (con Beirut, Baghdad e Bosnia) che, in tempi non lontani, ai viaggiatori era consigliato di evitare.
Belfast è una guerra che da oltre trent’anni continua a segnare i destini del Nord Irlanda e che prosegue anche oggi, seppur in maniera subdola e silenziosa, come fuoco sotto la cenere.
Per definirla sono state usati termini come “cattolici” e “protestanti”, nel tentativo (riuscito) di ridurre ad una natura settaria un conflitto, le cui radici affondano invece nel colonialismo, nel prevalere del più forte sul più debole, nelle lotte per i diritti civili.
È concettualmente difficile immaginarsi il colonialismo come qualcosa che può essere contestualizzato nel proprio continente: le colonizzazioni, infatti, sono sempre intese come un movimento, che si sviluppa secondo direttrici che portano i popoli europei ad occupare terre lontane; ma se proviamo a immaginarci che colonizzatori e colonizzati si trovino a meno di 400km di distanza gli uni dagli altri allora ecco la storia della Gran Bretagna e dell’Irlanda del Nord.
Quelle radici partono già dal XVII secolo e tutto è iniziato, sin da subito, come una guerra anti-coloniale e non come un conflitto di religioni: durante il regno di Giacomo I, tutti i possedimenti dei regnanti irlandesi, delle potenti dinastie O’Neill ed O’Donnell, così come di coloro che li avevano supportati, furono confiscate e riassegnate ai nuovi coloni/colonizzatori. I “governatori britannici”, così venivano chiamati i colonizzatori, che erano in gran maggioranza inglesi e scozzesi. Le terre espropriate raggiungevano la ragguardevole cifra di circa duemila chilometri quadrati. Gli insediamenti di coloni Inglesi in suolo irlandese si chiamarono Plantations e la Plantation of Ulster fu la maggiore di tutte. Lo scopo di tale operazione fu di prevenire ogni successiva ribellione, dato che il Nord era stata l’area dell’isola irlandese, che più aveva contrastato il dominio inglese nel secolo precedente.
Belfast è “The Troubles”: qualcuno continua a chiamarli disordini quei 30 anni di guerra tra protestanti e cattolici, un modo per definirla una guerra a bassa intensità, nonostante vi siano morte 3.700 persone di entrambe le parti, con una media agghiacciante di due morti a settimana. Agli inizi degli anni ’60, Belfast era una città fantasma, dove si poteva morire per poco; per il semplice fatto di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Una violenza cieca che poteva, davvero, colpire chiunque. Uno dei luoghi chiave degli scontri fu Bombay Street. I troubles esplosero proprio qui, nel 1969, quando le squadre degli lealisti attaccarono e distrussero le case degli indipendentisti. In questi vicoli segnati oggi da un reticolato alto nove metri, ogni pietra ricorda come ogni casa si trasformò allora in una trincea.
Le forze paramilitari lealiste, con la complicità dell’esercito inglese, attaccavano in modo sistematico non solo i membri dell’IRA, ma anche semplici cittadini colpevoli solo di essere cattolici o repubblicani. In particolare, a metà anni Settanta, divenne noto il gruppo degli “Shankill Butchers” – I Macellai di Shankill – un’unità dell’UVF (Ulster Volunteer Force )di Shankill Road che, sotto la guida del famigerato Lenny Murphy (in seguito ucciso dall’IRA), rapiva e uccideva cittadini cattolici tagliando loro la gola dopo averli orribilmente torturati e mutilati. Alla violenza settaria degli estremisti protestanti rispondeva l’IRA, i cui militanti, in quegli anni, ingaggiavano quasi tutti i giorni scontri a fuoco contro l’esercito britannico nelle strade di Belfast e Derry e colpivano i loro cosiddetti «obiettivi economici» con bombe. Nell’insieme, oltre 1.500 persone furono uccise per violenza politica e religiosa a Belfast tra il 1969 e il 2001.
Belfast è 40 anni di Muri. Il primo muro fu costruito a soli otto anni dalla costruzione di quello di Berlino. I muri sono parte integrante della città, uno dei suoi simboli; si ergono immutati i muri, parenti stretti di quelli di Gaza e della Cisgiordania; muri di campi di concentramento, coperti di graffiti in onore dei lealisti incappucciati dell’Ulster o dei martiri repubblicani dell’Ira.
Così come tendiamo a proiettare lontano da noi il colonialismo, allo stesso modo non ci immaginiamo che una città come Belfast possa essere divisa da un muro e da cancelli. Il muro è quello della pace, (ce ne sono 88 in Irlanda del Nord e il loro compito è di dividere indipendentisti da lealisti: i loro quartieri, le loro chiese, le loro scuole); a West Belfast lungo la “Peace Line”, che si distende per quattro chilometri, ci sono sei cancelli, che si alzano per sei metri, ogni entrata/uscita è composta da due cancelli separati da qualche metro di terra di nessuno, servono a separare Shankill Road, quartiere lealista, da Falls Road, il quartiere a maggioranza repubblicana e indipendentista: Il cancello attraverso il quale siamo passati noi, chiude ogni sera alle 19:30, quello da cui siamo tornati in Falls Road chiude invece alle 21:30, sapere che ogni maledetta notte si attua questo coprifuoco ci riempie di una rabbia sorda e ringhiante.
Belfast è il taxi nero, che ci trasporta lungo la Peace line, cupe cancellate alte fino a dieci metri, meta di un turismo della memoria, di cui anche noi oggi facciamo parte, con la volontà di entrare dentro questo pezzo di storia, così recente da non essere studiata, così imbarazzante da non essere insegnata, così importante da non poter essere ignorata.
Durante i Troubles, era stata vietata la circolazione dei classici bus nella zona indipendentista, dopo che alcuni combattenti li avevano usati come barricate bloccando le strade, facendone veri e propri posti di blocco dietro cui nascondersi dai proiettili dalle forze dell’ordine e lanciare pietre; gli abitanti di quelle strade sarebbero stati costretti a prendere il bus nella zona lealista, correndo gravi pericoli, fu così che decisero di acquistare alcuni black taxi, che divennero l’unico mezzo di trasporto collettivo per tornare a casa dal centro (omologati per sei passeggeri, ne trasportavano fino a 12). Il sorriso triste ma allo stesso tempo orgoglioso di Paul, il nostro tassista, mentre ci mostra il lasciapassare blu del suo taxi, sopravvissuto ai Troubles, e ci racconta dei rischi che gli autisti correvano mentre accompagnavano a casa i lavoratori è coinvolgente al punto da essere straziante.
Belfast è il miglio verde della collina di Crumlin Road. La prigione di Crumlin Road (gli irlandesi la chiamano Crumlin Road Gaol) fu costruita in epoca vittoriana, progettata per essere un vero simbolo di potere ed ordine. È un luogo in cui il dolore e le sofferenze inflitti hanno tolto il fiato alla libertà e alla felicità. Nei suoi 150 di attività ha visto tra le sue mura assassini, ladri e poveracci, bambini e malati mentali. Negli anni ’70 e ’80 si è riempita di prigionieri legati ai Troubles, ma anche di persone trascinate in carcere da sospetti e dicerie. Nel Crum furono impiccate 17 persone, 15 delle quali sepolte in tombe anonime fra le sue mura.
Belfast È la lotta per conservare lo status di prigioniero politico nelle prigioni di Long Kesh e di Maze, dentro ai famigerati blocchi H, contro la strategia di criminalizzazione del movimento repubblicano, attuata dal governo britannico, che mirava a presentare i detenuti repubblicani dell’IRA e dell’INLA come dei criminali comuni privi di qualsiasi motivazione politica.
Nel 1976 i detenuti repubblicani, che furono trasferiti negli H-Blocks e ai quali fu imposto di indossare l’uniforme carceraria prevista per i criminali comuni, si opposero a questo nuovo regime e, rifiutandosi di indossare la divisa, si coprirono solo con una coperta, dando vita alla blanket protest, affrontando i rigori del freddo e il divieto ad incontrare i familiari (senza divisa non era permesso accedere alle visite dall’esterno); nel 1978, per protestare contro la brutalità dei secondini, che li assalivano quando si recavano ai bagni, i prigionieri si rifiutarono di svuotare i propri buglioli, spalmando i propri escrementi sui muri delle celle e buttando l’urina sotto la fessura delle porte, dando inizio così alla dirty protest; quando, nonostante le pressioni provenienti da molti ambienti europei e di oltre atlantico, il governo britannico guidato da Margaret Thatcher si rifiutò ostinatamente di arrivare ad un qualsiasi compromesso con i detenuti, dopo più di 4 anni vissuti nudi con solo una coperta addosso e in mezzo ai propri escrementi, questi decisero di risolvere la questione drasticamente e annunciarono uno sciopero della fame. Il 27 ottobre cominciarono lo sciopero che durò fino al 18 dicembre quando, dopo 53 giorni di digiuno, ormai in fin di vita, decisero terminare lo sciopero sulla base di un confuso documento fatto arrivare attraverso intermediari dal governo britannico.
Nel 1981; i prigionieri decisero di cominciare un nuovo sciopero della fame, avanzando cinque richieste, che divennero note come Five Demands tese a sottolineare lo stato di prigioniero politico:
– Diritto di indossare i propri vestiti e non la divisa carceraria.
– Diritto di non svolgere il lavoro carcerario.
– Diritto di libera associazione con gli altri detenuti durante le ore d’aria.
– Diritto di avere reintegrata la remissione di metà della pena, (che avevano perduto in conseguenza delle proteste).
– Diritto di ricevere pacchi settimanali, posta e di poter usufruire di attività ricreative.
A differenza del primo sciopero della fame non avrebbero cominciato il digiuno in gruppo ma singolarmente, a intervalli regolari, per prolungare l’impatto sull’opinione pubblica e per mantenere alta la pressione sul governo britannico.
Il primo a rifiutare il cibo, il 1º marzo 1981, fu Bobby Sands, seguito, il 15 marzo da Francis Hughes, e una settimana dopo da Raymond McCreesh e da Patsy O’Hara. Sands morì il 5 maggio 1981, dopo 66 giorni di digiuno e fu sostituito nel digiuno da Joe McDonnell. Il 12 maggio morì Francis Hughes e il 21 maggio, morirono a poche ore di distanza l’uno dall’altro McCreesh e O’Hara; Tutti furono sostituiti da altri detenuti. Al dolore delle famiglie di aver perso i loro cari, si aggiunse la rabbia nel momento in cui gli vennero restituiti i corpi, che presentavano i segni di percosse ricevute quando erano già privi di vita.
Belfast è Brendan Hughes, Tommy McKearney, Sean McKenna, Leo Green, Raymond McCartney, Tom McFeeley, John Nixon, Mairéad Farrell, Mary Doyle e Mairéad Nugent.
Belfast è Bobby Sands, Francis Hughes, Raymond McCreesh, Patsy O’Hara, Joe McDonnell, Martin Hurson, Kevin Lynch, Kieran Doherty, Thomas McElwee, Mickey Devine.
Belfast è ogni uomo e ogni donna che, in qualsiasi parte del mondo, ha messo la propria vita in secondo piano rispetto alla lotta per la libertà.
Belfast è una città duplice e doppia, come lo era Berlino un tempo. Una città che divide coscienze politiche e opinioni morali. Odio, scontri, lotte dure sono meno visibili oggi, rispetto agli anni 70’ e 80’, gli anni di Bobby Sands e dei suoi compagni di lotta, gli anni in cui un Bono meno corrotto (o forse meno sputtanato?) cantava “How long, How long must we sing that song”. Eppure uscendo dalla stazione di Belfast, oggi 23 febbraio 2019, i miei occhi hanno visto quella città tanto letta e tanto vista nei film: hanno visto le scuole avvolte nel filo spinato con le entrate divise tra ragazze e ragazzi, i blindati e gli elicotteri che in quegli anni infestavano la città. Hanno visto una città che non c’è più, perché da allora, Belfast si è frammentata sempre di più, anno dopo anno, seguendo il tracciato dei cingolati militari. Ogni volta la città ha cambiato la sua morfologia, prendendo la forma di un labirinto che, come un tubo flessibile, modifica il suo percorso.
Fino ad una quindicina di anni fa, in Falls Road era pericoloso anche solamente camminare, perché gli “squadroni della morte” protestanti sceglievano le vittime a caso, fra i passanti, spesso sparando da auto in corsa. Oggi è un luogo più tranquillo, un museo a cielo aperto, dove però le auto della polizia sono ancora Land Rover blindati … dove abbattere i muri fa ancora paura e dove, al calar del buio, le auto non vanno più da una parte all’altra. Chi si chiama Patrick resterà a Falls road, chi George a Shankill road.
Belfast è la città che ha dato i natali a George Best e in cui, nel 2010, il Belfast City Council , come parte del progetto Peace III per contrastare il settarismo, aveva pagato 1.500 sterline dei contribuenti per i materiali da utilizzare in un murales in memoria di George Best nella zona protestante.
Belfast è la città in cui una domenica di settembre del 2013 (nel 50° anniversario della prima partita di George Best con il Manchester United), quel murales scomparve, per essere definitivamente sostituito da un paramilitare armato dell’UVF; accanto al bandito incappucciato spicca con macabro cinismo la citazione di Martin Luther King che recita: “La libertà non è mai concessa liberamente dall’oppressore, deve essere richiesta dagli oppressi”.
Belfast è il raggio di sole che disegna arabeschi tra le nuvole del cielo d’Irlanda in un sabato di febbraio. Belfast è il mio compleanno in questo 2019

 

“Ora mi trovo nel Blocco H, dove mi rifiuto di cambiare per adeguarmi a coloro che mi opprimono, mi torturano, mi tengono prigioniero e vogliono disumanizzarmi. Al pari dell’allodola non ho alcun bisogno di cambiare. È la mia ideologia politica e i miei principi che i miei carcerieri vogliono mutare. Hanno distrutto il mio corpo e attentato alla mia dignità. Se fossi un prigioniero comune mi presterebbero pochissima, o addirittura nessuna attenzione, ben sapendo che mi conformerei ai loro capricci istituzionali. Ho perso oltre due anni di condono. Non me ne importa nulla. Sono stato privato dei miei vestiti e rinchiuso in una cella fetida e vuota, dove mi hanno fatto patire la fame, picchiato e torturato. Come l’allodola, anch’io ho paura che alla fine possano uccidermi. Ma, oso dirlo, allo stesso modo della mia piccola amica possiedo lo spirito di libertà, che non può essere soppresso neppure con il più orrendo dei maltrattamenti. Certamente posso essere ucciso, ma, fintantoché rimango vivo, resto quel che sono, un prigioniero politico di guerra, e nessuno può cambiare questo.“

(Bobby Sands)

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  1. […] 09/03/2019 kleovis Pubblicato-Δημοσιεύτηκε: 03/05/2019 in Crimini dell’imperialismo, Lotta Armata, Politica Internazionale, Storia,Vivo spettinata Tag:Belfast, blanket protest, Bobby Sands, dirty protest, Falls road, Five Demands, Francis Hughes, George Best, IRA, Irlanda, Joe McDonnell, Kevin Lynch, Kieran Doherty, Martin Hurson,Mickey Devine, Patsy O’Hara, Peace Line, Raymond McCreesh, Shankill Butchers, Shankill road,Thomas McElwee, Troubles, Ulster, UVF (Ulster Volunteer Force ) 0 […]

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  2. […] ho già scritto: “Belfast non si visita, a Belfast si vive la storia”; certo ora non è più la città fantasma degli inizi anni ’60, una delle quattro “B” […]

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