Venerdì 26 Luglio 2019 inizia a diffondersi la notizia di “un carabiniere ucciso a Roma a coltellate da due nordafricani”.

Del carabiniere ucciso sinceramente non mi interessa, e non capisco i commenti di certi compagni, che sui social se ne dispiacciono. Per me i carabinieri sono quelli dei macellai Bava Beccaris e Carlo Alberto Dalla Chiesa. Due secoli di crimini e nefandezze li contraddistinguono: dagli orrendi delitti, stragi, stupri, massacri che sono sommariamente stati descritti come “lotta al brigantaggio”, alla strage di Milano del 1898, in cui presero a cannonate la folla ridotta in miseria ed alla fame; dai massacri nel Corno d’Africa alla costruzione dei primi campi di sterminio.
Primi nella storia ad usare i gas contro le popolazioni civili, hanno giurato fedeltà al re e poi al fascismo  e hanno partecipato alla persecuzione ebraica agendo da supporto nell’applicazione delle leggi razziali e nella schedatura.
Sono stati i principali alleati della mafia, che hanno affiancato e supportato in tutto per ragioni di stabilità politica anticomunista, fino all’ultimo decennio del ventesimo secolo.
Non hanno mai cessato la loro opera di spionaggio e schedatura sul territorio nazionale e sono stati i principali fautori nell’organizzazione di golpe (ad esempio Borghese), di associazioni militari golpiste come la Gladio, di logge massoniche (P2). Sono i principali attori della strategia della tensione e il motore dello stragismo di stato e dei successivi depistaggi. Sono i portatori di pace … e di morte sui vari teatri di guerra.
Pattugliano e controllano basi militari Usa, caserme, tribunali, prefetture, procure, carceri, redazioni, televisione, costituiscono il grosso delle scorte dei politici. Sono il vero potere occulto che controlla lo stato.
placaLi vediamo quotidianamente con il mitra spianato in assetto di guerra sulle strade, li abbiamo visti quando hanno assaltato la Diaz, in Piazza Alimonda, quando hanno assassinato Carlo e gli sono passati sopra con la camionetta,  sono gli autori della strage di via Fracchia, sono gli stessi che hanno giustiziato Mara Cagol, che hanno sparato alla schiena di Francesco Lorusso e qui mi fermo perché la lista è troppo lunga.
I fatti di Roma sono a mio parere un regolamento di conti tra infami, che in effetti non mi colpisce e non mi riguarda. Le mie lacrime e la mia rabbia sono indirizzate verso i nostri morti, non ne spreco per il nemico.
Quello che, invece, mi fa incazzare è l’improvviso silenzio che ha seguito i commenti di fuoco vomitati dai soliti imbecilli al governo e dai loro accoliti, contro “l’assassino nordafricano, alto 1.80, con la parrucca bionda”; non appena è emerso che ad accoltellare il carabiniere sono stati due strafatti ragazzotti nordamericani, di razza caucasica e di origine probabilmente benestante (considerato l’hotel in cui alloggiavano) nessuno più ha scritto o commentato nulla.
Questi extracomunitari di lusso che ammazzano uno sbirro non indignano nessuno? Non sono “animali che approdano” nel nostro bel paese, che devono essere espulsi o condannati ai “lavori forzati” ( a proposito, qualcuno dovrebbe avvisare Salvini che i lavori forzati sono stati aboliti agli inizi del secolo scorso)?
In realtà non mi incazzo più di tanto per i vari Salvini, Meloni, Di Majo e per i loro lacchè giornalisti, hanno già il mio odio, l’incazzatura  sarebbe un inutile spreco di energie; quello che realmente mi fa incazzare e inorridire è la vox populi , l’imbecillità ingombrante e spaventosa di questi nostri tempi bui.
Gli anni di piombo fanno ormai parte della storia, per quanto tempo dovremo ancora sopportare l’orrendo fetore di questi anni di merda?

 

Aggiungo questo link che mi è appena stato segnalato: https://www.wired.it/attualita/politica/2019/07/27/bufala-nordafricani-carabiniere-forze-ordine/

 

 

 

 

 

 

Andrea Camilleri (Porto Empedocle, 6 settembre 1925 – Roma, 17 luglio 2019)

“Alla nascita ti danno il ticket in cui è compreso tutto: la malattia, la giovinezza, la maturità e anche la vecchiaia e la morte. Non puoi rifiutarti di morire perché è compreso nel biglietto. O l’accetti serenamente e te ne fai una ragione o sei un povero coglione!”

 

 

Con la tua matita hai saputo parlar d’amore e al contempo attaccare il potere.

Que la tierra sea ligera para ti

Banksy-Parigi

Il risultato elettorale di ieri vede la lega come il partito vincente, con più del 34 per cento delle adesioni tra i votanti (56,09% degli aventi diritto).
Chi compone questa misera maggioranza? Non i padroni, non l’alta borghesia; è nei quartieri più degradati delle nostre città, dove regnano l’ignoranza e l’anomia, che il fascismo, l’intolleranza e il razzismo sono più presenti.
Chi ha letto la storia della Comune di Parigi ricorda che i comunardi furono sconfitti e assassinati anche da quella accozzaglia di delinquenti, ladruncoli, truffatori, che costituiva il Lumpenproletariat, che furono assoldati dalla borghesia, per marciare contro la parte più sana del popolo francese: gli operai.
Ricordo che Karl Marx sosteneva al riguardo: “Il sottoproletariato è anch’egli come la borghesia un nemico pericoloso della classe operaia”.
Lenin con altre parole sosteneva: “Per abbattere i padroni, prima bisogna eliminare i loro servi, cioè quella massa di gente senza idee e senza principi”.
Al lumpenproletariat si unisce l’uomo qualunque, il borghese piccolo piccolo, il pensatore monodimensionale, che pensa quello che i media gli comandano di pensare, quello che ama “ordine e disciplina” ed ha paura/orrore del diverso da sé.
Se permettiamo all’ignoranza e al qualunquismo di sopravvivere i ducetti come salvini (la minuscola non è un refuso) hanno vita facile.
“La scheda o il fucile” diceva MalcomX nel 1964, se non sono tempi per il fucile, certo non ci serve la scheda elettorale. Torniamo nelle strade, nelle fabbriche, nelle scuole a dialogare con la gente contro ogni forma di razzismo, xenofobia, sessismo, contro ogni forma di fascismo. Pratichiamo l’autodifesa con i fatti e con le parole. La bellezza è nelle strade.

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Addio a Nanni Balestrini

Pubblicato: 05/20/2019 in Compagni
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Ciao Nanni, guarda le nostre fiaccole che ti salutano

“Abbiamo fatto i buchi in tutte le reti e poi abbiamo fatto le fiaccole. le fiaccole si facevano con pezzi di lenzuoli legati stretti e poi imbevuti d’olio e allora anche lì all’ora stabilita nel mezzo della notte tutti accendevano l’olio delle fiaccole e infilavano questi fuochi nel buchi delle grate ma anche li non c’era nessuno che li vedeva, le fiaccole bruciavano a lungo doveva essere un bello spettacolo da fuori tutti quei fuochi tremolanti sul muro nero del carcere in mezzo a quella distesa sconfinata ma gli unici che potevano vedere la fiaccolata erano i pochi automobilisti che sfrecciavano piccoli lontanissimi sul nastro nero dell’autostrada a qualche chilometro dal carcere, o forse un aeroplano, che passa su in alto, ma quelli volano altissimi lassù nel cielo nero silenzioso e non vedono niente” (Nanni Balestrini -Gli invisibili-)

“Finché ancora tempo,mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
vorrei una notte di maggio
una di queste notti
sul lungosenna Voltaire
baciarti sulla bocca
e andando poi a Notre-Dame
contempleremmo il suo rosone
e a un tratto serrandoti a me
di gioia paura stupore
piangeresti silenziosamente
e le stelle piangerebbero
mischiate alla pioggia fine.” (Nazim Hikmet )

15 aprile 2019, ore 18.50: un terribile incendio è scoppiato nella cattedrale di Notre-Dame, ci sono volute più di 9 ore di furioso combattimento da parte di quasi 400 pompieri per domare la forza delle fiamme; la flèche (la grande guglia) e due terzi del tetto sono bruciati, all’interno è crollata parte della volta. Mentre scrivo ancora sono in corso le indagini per valutare quali siano i reali danni alla struttura e le origini dell’incendio.

Che sia stato errore umano o fatalità poco importa, un patrimonio dell’umanità è scomparso per sempre e nessuna ricostruzione potrà mai compensare la perdita, solo la nostra memoria lo preserverà e allora affido la mia a queste magnifiche parole:

 

Estratti da “Notre Dame de Paris” – Victor Hugo 1831

Notre Dame Cathedral at dusk in Paris, France

“L’immensa chiesa di Notre-Dame stagliando contro il cielo stellato la sagoma nera delle sue due torri, dei suoi fianchi di pietra e della sua groppa mostruosa, sembrava un’enorme sfinge a due teste seduta al centro della città. […]

Vasta sinfonia di pietra, per così dire; opera colossale di un uomo e di un popolo, unica e al tempo stesso complessa come l’Iliade e i Romanceros di cui è sorella; prodotto prodigioso del contributo di tutte le energie di un’epoca, ove su ogni pietra si vede impressa in cento modi diversi la fantasia dell’operaio disciplinata dal genio dell’artista; sorta di creazione umana, in poche parole, potente e feconda come la creazione divina a cui sembra aver strappato il suo duplice carattere: la varietà e l’eternità. […]

Ogni faccia, ogni pietra del venerabile monumento è una pagina non solo della storia del paese, ma anche della storia della scienza e dell’arte. […]

I grandi edifici, come le grandi montagne, sono opera dei secoli. […] L’uomo, l’artista, l’individuo svaniscono su queste grandi masse senza nome d’autore; l’intelligenza umana vi si riassume e vi si totalizza. Il tempo è l’architetto, il popolo è il muratore. […]

La chiesa di Notre-Dame di Parigi è certamente ancora oggi un maestoso e sublime edificio. Ma, per quanto bella si sia conservata col passare del tempo, è difficile non sospirare e non indignarsi di fronte alla degradazione e alle innumerevoli mutilazioni che il tempo e gli uomini alternativamente hanno inferto al venerabile monumento, senza rispetto per Carlomagno che ne aveva posto la prima pietra, né per Filippo Augusto che ne aveva posto l’ultima, […]

Sul volto di questa vecchia regina delle nostre cattedrali, accanto ad una ruga si trova sempre una cicatrice. Tempus edax, homo edacior, espressione che tradurrei volentieri così: il tempo è cieco, l’uomo è stupido. […]

Notre-Dame di Parigi non è per niente quel che si può dire un monumento completo, definito, classificato. Non è più una chiesa romanica, non è ancora una chiesa gotica. Questo edificio non è un tipo esemplare di architettura. Notre-Dame di Parigi non ha per nulla, come l’abbazia di Tournus, la grave e massiccia quadratura, la volta ampia e rotonda, la glaciale nudità, la semplicità maestosa degli edifici che hanno l’arco a tutto sesto come principio generatore. Non è, come la cattedrale di Bruges, il prodotto magnifico, leggero, multiforme, ridondante, denso, lussureggiante dell’ogiva. Impossibile classificarla in quell’antica famiglia di chiese tetre, misteriose, basse e come schiacciate dall’arco a tutto sesto. […]

Notre-Dame è un edificio della transizione. L’architetto sassone aveva appena eretto i primi pilastri della navata, quando l’ogiva che arrivava dalla crociata è venuta a posarsi da conquistatrice su quei larghi capitelli romanici che avrebbero dovuto sostenere solo archi a tutto sesto. L’ogiva, padrona da quel momento, ha costruito il resto della chiesa. Tuttavia, all’inizio inesperta e timida, essa si svasa, si allarga, si contiene, e non osa ancora slanciarsi in guglie e pinnacoli come farà più tardi in tante meravigliose cattedrali. Sembra risentire della vicinanza delle pesanti colonne romaniche. […]

Esistono sicuramente poche pagine architettoniche più belle di questa facciata sulla quale, successivamente e insieme, i tre portali incavati ad ogiva, il cordone ricamato fiancheggiato dalle sue due finestre laterali come il prete dal diacono e dal sottodiacono, l’alta e fragile loggia di archi trilobati che sostiene una pesante piattaforma sulle sue sottili colonnette, infine le due nere e massicce torri con le loro tettoie di ardesia, parti armoniose di un magnifico insieme, sovrapposte in cinque giganteschi piani, si sviluppano sotto lo sguardo, in gran numero ma ordinatamente, con i loro multiformi particolari di statuaria, di scultura e di cesellatura, potentemente armonizzati alla tranquilla grandezza dell’insieme. […]

C’è un’ora precisa in cui bisogna ammirare il portale di Notre-Dame. È il momento in cui il sole, che si appresta a tramontare, guarda quasi in faccia la cattedrale. I suoi raggi, sempre più orizzontali, si ritirano lentamente dal selciato della piazza e risalgono lungo lo strapiombo della facciata sulla quale fanno risaltare in un gioco di chiaroscuro le mille rientranze della scultura, mentre il grande rosone centrale fiammeggia come un occhio di ciclope infiammato dai riverberi della fucina.”

 

“lavorato per 13 anni nell’alta ristorazione: ho fatto il cameriere, il sommelier, il cuoco. Mi sono avvicinato alla causa curda – ricordava Orsetti – perché mi convincevano gli ideali che la ispirano, vogliono costruire una società più giusta e più equa. L’emancipazione della donna, la cooperazione sociale, l’ecologia sociale e, naturalmente, la democrazia. Per questi ideali sarei stato pronto a combattere anche altrove, in altri contesti. Poi è scoppiato il caos ad Afrin e ho deciso di venire qui per aiutare la popolazione civile a difendersi … Io non ho nessuna remora morale, sto facendo la cosa giusta, sono a posto con la mia coscienza. Siamo qua e qua resteremo fino all’ultimo. Un po’ perché non c’è nient’altro da fare, un po’ perché è la cosa giusta da fare. Combattiamo”. Lorenzo Orsetti (da un’intervista rilasciata al Corriere Fiorentino)

Ciao, se state leggendo questo messaggio è segno che non sono più a questo mondo.
Beh non rattristatevi più di tanto, mi sta bene così; non ho rimpianti, sono morto facendo quello che ritenevo più giusto, difendendo i più deboli e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, uguaglianza e libertà. Quindi nonostante questa prematura dipartita, la mia vita resta comunque un successo e sono quasi certo che me ne sono andato con il sorriso sulle labbra. Non avrei potuto chiedere di meglio.
Vi auguro tutto il bene possibile e spero che anche voi un giorno (se non l’avete già fatto) decidiate di dare la vita per il prossimo, perché solo così si cambia il mondo. Solo sconfiggendo l’individualismo e l’egoismo in ciascuno di noi si può fare la differenza. Sono tempi difficili, lo so, ma non cedete alla rassegnazione, non abbandonate la speranza; mai! neppure un attimo.
Anche quando tutto sembra perduto, e i mali che affliggono l’uomo e la terra sembrano insormontabili, cercate di trovare la forza, di infonderla nei vostri compagni.
È proprio nei momenti più bui che la vostra luce serve.
E ricordate sempre che ‘ogni tempesta comincia con una singola goccia’. Cercate di essere voi quella goccia.
Vi amo tutti spero farete tesoro di queste parole. Serkeftin!
Orso,
Tekoser,
Lorenzo

Lorenzo Orsetti, detto Orso, “”, 33 anni di Firenze , combattente internazionale delle YPG è caduto durante uno scontro a fuoco in un’imboscata tesa dai miliziani di Daesh nella zona di Baghuz, nel nord-est della Siria dove le forze rivoluzionarie stanno completando l’annientamento dell’Isis.
(La lettera è stata pubblicata da Claudio Locatelli, gestore della pagina Facebook “Il giornalista combattente” https://www.facebook.com/Claudio-Locatelli-Il-giornalista-combattente-1918536748367010/)

L’intero mondo, intorno a me, esplose e il mio piccolo mondo mi crollò addosso. Non dovevo aspettare che la TV raccontasse la storia perché ora era davanti al mio uscio. Belfast bruciava … (Bobby Sands)

Belfast ti accoglie con il fascino di Cary Grant. Ti invita ammiccante e scanzonata nel traffico cittadino e dello shopping, ti mostra i suoi gioielli: il verde delle colline e in lontananza i cantieri nautici, dove fu costruito il Titanic, orgoglio e rammarico di questa terra. Ti sorride, ma sotto il vestito impeccabile della moderna City, che ha dato i natali a Van Morrison e a George Best, si nascondono ancora le cicatrici di un conflitto … Belfast non si visita, a Belfast si fa esperienza.
Belfast è una delle quattro “B” (con Beirut, Baghdad e Bosnia) che, in tempi non lontani, ai viaggiatori era consigliato di evitare.
Belfast è una guerra che da oltre trent’anni continua a segnare i destini del Nord Irlanda e che prosegue anche oggi, seppur in maniera subdola e silenziosa, come fuoco sotto la cenere.
Per definirla sono state usati termini come “cattolici” e “protestanti”, nel tentativo (riuscito) di ridurre ad una natura settaria un conflitto, le cui radici affondano invece nel colonialismo, nel prevalere del più forte sul più debole, nelle lotte per i diritti civili.
È concettualmente difficile immaginarsi il colonialismo come qualcosa che può essere contestualizzato nel proprio continente: le colonizzazioni, infatti, sono sempre intese come un movimento, che si sviluppa secondo direttrici che portano i popoli europei ad occupare terre lontane; ma se proviamo a immaginarci che colonizzatori e colonizzati si trovino a meno di 400km di distanza gli uni dagli altri allora ecco la storia della Gran Bretagna e dell’Irlanda del Nord.
Quelle radici partono già dal XVII secolo e tutto è iniziato, sin da subito, come una guerra anti-coloniale e non come un conflitto di religioni: durante il regno di Giacomo I, tutti i possedimenti dei regnanti irlandesi, delle potenti dinastie O’Neill ed O’Donnell, così come di coloro che li avevano supportati, furono confiscate e riassegnate ai nuovi coloni/colonizzatori. I “governatori britannici”, così venivano chiamati i colonizzatori, che erano in gran maggioranza inglesi e scozzesi. Le terre espropriate raggiungevano la ragguardevole cifra di circa duemila chilometri quadrati. Gli insediamenti di coloni Inglesi in suolo irlandese si chiamarono Plantations e la Plantation of Ulster fu la maggiore di tutte. Lo scopo di tale operazione fu di prevenire ogni successiva ribellione, dato che il Nord era stata l’area dell’isola irlandese, che più aveva contrastato il dominio inglese nel secolo precedente.
Belfast è “The Troubles”: qualcuno continua a chiamarli disordini quei 30 anni di guerra tra protestanti e cattolici, un modo per definirla una guerra a bassa intensità, nonostante vi siano morte 3.700 persone di entrambe le parti, con una media agghiacciante di due morti a settimana. Agli inizi degli anni ’60, Belfast era una città fantasma, dove si poteva morire per poco; per il semplice fatto di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Una violenza cieca che poteva, davvero, colpire chiunque. Uno dei luoghi chiave degli scontri fu Bombay Street. I troubles esplosero proprio qui, nel 1969, quando le squadre degli lealisti attaccarono e distrussero le case degli indipendentisti. In questi vicoli segnati oggi da un reticolato alto nove metri, ogni pietra ricorda come ogni casa si trasformò allora in una trincea.
Le forze paramilitari lealiste, con la complicità dell’esercito inglese, attaccavano in modo sistematico non solo i membri dell’IRA, ma anche semplici cittadini colpevoli solo di essere cattolici o repubblicani. In particolare, a metà anni Settanta, divenne noto il gruppo degli “Shankill Butchers” – I Macellai di Shankill – un’unità dell’UVF (Ulster Volunteer Force )di Shankill Road che, sotto la guida del famigerato Lenny Murphy (in seguito ucciso dall’IRA), rapiva e uccideva cittadini cattolici tagliando loro la gola dopo averli orribilmente torturati e mutilati. Alla violenza settaria degli estremisti protestanti rispondeva l’IRA, i cui militanti, in quegli anni, ingaggiavano quasi tutti i giorni scontri a fuoco contro l’esercito britannico nelle strade di Belfast e Derry e colpivano i loro cosiddetti «obiettivi economici» con bombe. Nell’insieme, oltre 1.500 persone furono uccise per violenza politica e religiosa a Belfast tra il 1969 e il 2001.
Belfast è 40 anni di Muri. Il primo muro fu costruito a soli otto anni dalla costruzione di quello di Berlino. I muri sono parte integrante della città, uno dei suoi simboli; si ergono immutati i muri, parenti stretti di quelli di Gaza e della Cisgiordania; muri di campi di concentramento, coperti di graffiti in onore dei lealisti incappucciati dell’Ulster o dei martiri repubblicani dell’Ira.
Così come tendiamo a proiettare lontano da noi il colonialismo, allo stesso modo non ci immaginiamo che una città come Belfast possa essere divisa da un muro e da cancelli. Il muro è quello della pace, (ce ne sono 88 in Irlanda del Nord e il loro compito è di dividere indipendentisti da lealisti: i loro quartieri, le loro chiese, le loro scuole); a West Belfast lungo la “Peace Line”, che si distende per quattro chilometri, ci sono sei cancelli, che si alzano per sei metri, ogni entrata/uscita è composta da due cancelli separati da qualche metro di terra di nessuno, servono a separare Shankill Road, quartiere lealista, da Falls Road, il quartiere a maggioranza repubblicana e indipendentista: Il cancello attraverso il quale siamo passati noi, chiude ogni sera alle 19:30, quello da cui siamo tornati in Falls Road chiude invece alle 21:30, sapere che ogni maledetta notte si attua questo coprifuoco ci riempie di una rabbia sorda e ringhiante.
Belfast è il taxi nero, che ci trasporta lungo la Peace line, cupe cancellate alte fino a dieci metri, meta di un turismo della memoria, di cui anche noi oggi facciamo parte, con la volontà di entrare dentro questo pezzo di storia, così recente da non essere studiata, così imbarazzante da non essere insegnata, così importante da non poter essere ignorata.
Durante i Troubles, era stata vietata la circolazione dei classici bus nella zona indipendentista, dopo che alcuni combattenti li avevano usati come barricate bloccando le strade, facendone veri e propri posti di blocco dietro cui nascondersi dai proiettili dalle forze dell’ordine e lanciare pietre; gli abitanti di quelle strade sarebbero stati costretti a prendere il bus nella zona lealista, correndo gravi pericoli, fu così che decisero di acquistare alcuni black taxi, che divennero l’unico mezzo di trasporto collettivo per tornare a casa dal centro (omologati per sei passeggeri, ne trasportavano fino a 12). Il sorriso triste ma allo stesso tempo orgoglioso di Paul, il nostro tassista, mentre ci mostra il lasciapassare blu del suo taxi, sopravvissuto ai Troubles, e ci racconta dei rischi che gli autisti correvano mentre accompagnavano a casa i lavoratori è coinvolgente al punto da essere straziante.
Belfast è il miglio verde della collina di Crumlin Road. La prigione di Crumlin Road (gli irlandesi la chiamano Crumlin Road Gaol) fu costruita in epoca vittoriana, progettata per essere un vero simbolo di potere ed ordine. È un luogo in cui il dolore e le sofferenze inflitti hanno tolto il fiato alla libertà e alla felicità. Nei suoi 150 di attività ha visto tra le sue mura assassini, ladri e poveracci, bambini e malati mentali. Negli anni ’70 e ’80 si è riempita di prigionieri legati ai Troubles, ma anche di persone trascinate in carcere da sospetti e dicerie. Nel Crum furono impiccate 17 persone, 15 delle quali sepolte in tombe anonime fra le sue mura.
Belfast È la lotta per conservare lo status di prigioniero politico nelle prigioni di Long Kesh e di Maze, dentro ai famigerati blocchi H, contro la strategia di criminalizzazione del movimento repubblicano, attuata dal governo britannico, che mirava a presentare i detenuti repubblicani dell’IRA e dell’INLA come dei criminali comuni privi di qualsiasi motivazione politica.
Nel 1976 i detenuti repubblicani, che furono trasferiti negli H-Blocks e ai quali fu imposto di indossare l’uniforme carceraria prevista per i criminali comuni, si opposero a questo nuovo regime e, rifiutandosi di indossare la divisa, si coprirono solo con una coperta, dando vita alla blanket protest, affrontando i rigori del freddo e il divieto ad incontrare i familiari (senza divisa non era permesso accedere alle visite dall’esterno); nel 1978, per protestare contro la brutalità dei secondini, che li assalivano quando si recavano ai bagni, i prigionieri si rifiutarono di svuotare i propri buglioli, spalmando i propri escrementi sui muri delle celle e buttando l’urina sotto la fessura delle porte, dando inizio così alla dirty protest; quando, nonostante le pressioni provenienti da molti ambienti europei e di oltre atlantico, il governo britannico guidato da Margaret Thatcher si rifiutò ostinatamente di arrivare ad un qualsiasi compromesso con i detenuti, dopo più di 4 anni vissuti nudi con solo una coperta addosso e in mezzo ai propri escrementi, questi decisero di risolvere la questione drasticamente e annunciarono uno sciopero della fame. Il 27 ottobre cominciarono lo sciopero che durò fino al 18 dicembre quando, dopo 53 giorni di digiuno, ormai in fin di vita, decisero terminare lo sciopero sulla base di un confuso documento fatto arrivare attraverso intermediari dal governo britannico.
Nel 1981; i prigionieri decisero di cominciare un nuovo sciopero della fame, avanzando cinque richieste, che divennero note come Five Demands tese a sottolineare lo stato di prigioniero politico:
– Diritto di indossare i propri vestiti e non la divisa carceraria.
– Diritto di non svolgere il lavoro carcerario.
– Diritto di libera associazione con gli altri detenuti durante le ore d’aria.
– Diritto di avere reintegrata la remissione di metà della pena, (che avevano perduto in conseguenza delle proteste).
– Diritto di ricevere pacchi settimanali, posta e di poter usufruire di attività ricreative.
A differenza del primo sciopero della fame non avrebbero cominciato il digiuno in gruppo ma singolarmente, a intervalli regolari, per prolungare l’impatto sull’opinione pubblica e per mantenere alta la pressione sul governo britannico.
Il primo a rifiutare il cibo, il 1º marzo 1981, fu Bobby Sands, seguito, il 15 marzo da Francis Hughes, e una settimana dopo da Raymond McCreesh e da Patsy O’Hara. Sands morì il 5 maggio 1981, dopo 66 giorni di digiuno e fu sostituito nel digiuno da Joe McDonnell. Il 12 maggio morì Francis Hughes e il 21 maggio, morirono a poche ore di distanza l’uno dall’altro McCreesh e O’Hara; Tutti furono sostituiti da altri detenuti. Al dolore delle famiglie di aver perso i loro cari, si aggiunse la rabbia nel momento in cui gli vennero restituiti i corpi, che presentavano i segni di percosse ricevute quando erano già privi di vita.
Belfast è Brendan Hughes, Tommy McKearney, Sean McKenna, Leo Green, Raymond McCartney, Tom McFeeley, John Nixon, Mairéad Farrell, Mary Doyle e Mairéad Nugent.
Belfast è Bobby Sands, Francis Hughes, Raymond McCreesh, Patsy O’Hara, Joe McDonnell, Martin Hurson, Kevin Lynch, Kieran Doherty, Thomas McElwee, Mickey Devine.
Belfast è ogni uomo e ogni donna che, in qualsiasi parte del mondo, ha messo la propria vita in secondo piano rispetto alla lotta per la libertà.
Belfast è una città duplice e doppia, come lo era Berlino un tempo. Una città che divide coscienze politiche e opinioni morali. Odio, scontri, lotte dure sono meno visibili oggi, rispetto agli anni 70’ e 80’, gli anni di Bobby Sands e dei suoi compagni di lotta, gli anni in cui un Bono meno corrotto (o forse meno sputtanato?) cantava “How long, How long must we sing that song”. Eppure uscendo dalla stazione di Belfast, oggi 23 febbraio 2019, i miei occhi hanno visto quella città tanto letta e tanto vista nei film: hanno visto le scuole avvolte nel filo spinato con le entrate divise tra ragazze e ragazzi, i blindati e gli elicotteri che in quegli anni infestavano la città. Hanno visto una città che non c’è più, perché da allora, Belfast si è frammentata sempre di più, anno dopo anno, seguendo il tracciato dei cingolati militari. Ogni volta la città ha cambiato la sua morfologia, prendendo la forma di un labirinto che, come un tubo flessibile, modifica il suo percorso.
Fino ad una quindicina di anni fa, in Falls Road era pericoloso anche solamente camminare, perché gli “squadroni della morte” protestanti sceglievano le vittime a caso, fra i passanti, spesso sparando da auto in corsa. Oggi è un luogo più tranquillo, un museo a cielo aperto, dove però le auto della polizia sono ancora Land Rover blindati … dove abbattere i muri fa ancora paura e dove, al calar del buio, le auto non vanno più da una parte all’altra. Chi si chiama Patrick resterà a Falls road, chi George a Shankill road.
Belfast è la città che ha dato i natali a George Best e in cui, nel 2010, il Belfast City Council , come parte del progetto Peace III per contrastare il settarismo, aveva pagato 1.500 sterline dei contribuenti per i materiali da utilizzare in un murales in memoria di George Best nella zona protestante.
Belfast è la città in cui una domenica di settembre del 2013 (nel 50° anniversario della prima partita di George Best con il Manchester United), quel murales scomparve, per essere definitivamente sostituito da un paramilitare armato dell’UVF; accanto al bandito incappucciato spicca con macabro cinismo la citazione di Martin Luther King che recita: “La libertà non è mai concessa liberamente dall’oppressore, deve essere richiesta dagli oppressi”.
Belfast è il raggio di sole che disegna arabeschi tra le nuvole del cielo d’Irlanda in un sabato di febbraio. Belfast è il mio compleanno in questo 2019

 

“Ora mi trovo nel Blocco H, dove mi rifiuto di cambiare per adeguarmi a coloro che mi opprimono, mi torturano, mi tengono prigioniero e vogliono disumanizzarmi. Al pari dell’allodola non ho alcun bisogno di cambiare. È la mia ideologia politica e i miei principi che i miei carcerieri vogliono mutare. Hanno distrutto il mio corpo e attentato alla mia dignità. Se fossi un prigioniero comune mi presterebbero pochissima, o addirittura nessuna attenzione, ben sapendo che mi conformerei ai loro capricci istituzionali. Ho perso oltre due anni di condono. Non me ne importa nulla. Sono stato privato dei miei vestiti e rinchiuso in una cella fetida e vuota, dove mi hanno fatto patire la fame, picchiato e torturato. Come l’allodola, anch’io ho paura che alla fine possano uccidermi. Ma, oso dirlo, allo stesso modo della mia piccola amica possiedo lo spirito di libertà, che non può essere soppresso neppure con il più orrendo dei maltrattamenti. Certamente posso essere ucciso, ma, fintantoché rimango vivo, resto quel che sono, un prigioniero politico di guerra, e nessuno può cambiare questo.“

(Bobby Sands)

lolli905Quelli come noi, extraterrestri che sono precipitati in un mondo estraneo al loro cuore, si guardano intorno spaesati, a volte, incazzati, spesso, e si domandano: chi è  il pazzo? Io o tutti loro? Lottano, combattono a morsi per costruire una vita, che sia degna di questo nome: un’Isola Verde. Non ho mai inteso l’Isola Verde come follia, ho sempre pensato che fosse quel mondo migliore che da sempre cerchiamo di costruire e che gli altri, la moltitudine a una dimensione che popola questa marcia società, ciechi e sordi alla vita vera, non riescono a vedere. Mi piace pensare che Claudio non sia morto, che sia partito e ora sia lì a godersi la Vita, la Terra, la Luna e l’Abbondanza.

Vivere costa fatica, quando la vita è tutti i giorni uguale

Vivere costa fatica, quando dai giorni non nasce nient’altro che male
Ditemi come si fa, a vivere tutta la vita in questa città
Di giorno sudore d’attrezzi, di notte cercar nelle strade le donne coi prezzi
Arriva un mattino improvviso, una luce strana che entra da una finestra
E sotto è sparito il cortile, c’è un’isola verde che tinge i miei occhi di festa
Nessuno avrebbe esitato, a volare felice incontro ad un sogno così
E l’aria riempie il palato, la terra raccoglie le ossa di un uomo impazzito
Mi chiamano pazzo perché, ho sempre in mente di andarmene dalla città
Di andarmene a vivere là, nell’isola verde della mia felicità
Laggiù mi aspetta Maria, la donna che ho sempre sognato e non è stata mia
Mi aspetta dentro una casa, piena di luci, di fiori, dipinta di rosa
Laggiù mi aspettano giorni, pieni di sole, colore e di allegria
Laggiù saprei dimenticare, i muri guardiani che oggi mi fan compagnia
Ma, non vogliono ch’io viva là, nell’isola verde della mia felicità
Vogliono che viva qui, vestito di bianco e costretto a rispondere si
Aggiungo in coda un bell’articolo di Girolamo De Michele:
http://www.euronomade.info/?p=10976

“Prendere a calci un fascista è stata la cosa migliore che ho fatto in tutta la mia carriera […]avrei dovuto calciare più forte. Non posso pentirmi. Mi sono sentito benissimo. Ho imparato molto da questo episodio e credo che anche lui “.
Eric Cantona

Eric Cantona nasce a Les Caillols, un sobborgo di Marsiglia il 24 maggio 1966. Les Caillols è un posto speciale, abbarbicato sulle rocce. Città in fuga da se stessa, alberi e profumi di Provenza. A Les Caillols, negli anni Cinquanta, si innamorano i genitori di Cantona. Lui si chiama Albert e ha origini sarde. Lei Eleonore Raurich ed è figlia di rifugiati catalani, Pedro e Paquita. Pedro Raurich, nonno materno di Eric, ha combattuto contro i fascisti di Franco nella guerra civile spagnola degli anni Trenta. Ferito al fegato, è stato internato in un campo. Rilasciato, ha vagato per la Francia, fino a Marsiglia, ultimo approdo. Sardegna più Catalogna e Barcellona. Radici forti, che spiegano i come e i perché dell’Eric che verrà

25 gennaio 1995, durante la partita Crystal Palace e Manchester United, Eric Cantona, che è appena stato espulso, si dirige verso gli spogliatoi; nell’uscire dal terreno, i tifosi del Palace lo insultano. Uno più di altri, Matthew Simmons, ventenne di Thornton Heath, South London. Simmons non ha un passato limpido. Simpatizzante di estrema destra, è stato accusato di aver percosso un benzinaio dello Sri Lanka. Simmons insulta Eric: «Francese figlio di puttana». E Cantona, preoccupato per le condizioni di salute del padre, quel papà che a Les Caillols nei giorni felici dell’infanzia gli ripeteva: «Nella lotta chi colpisce per primo colpisce due volte», stende Simmons con un un calcio volante – subito ribattezzato “colpo di kung fu” – e un pugno che tirato mentre si rialzava. L’episodio fa il giro delle tv del mondo, dall’Alaska all’Australia.

Cantona fu squalificato per 8 mesi dalla Federazione inglese (venne anche rinviato a giudizio e condannato a 120 ore di servizio civile), mentre il tifoso si beccò sette giorni di carcere, gli fu ritirato l’abbonamento al Palace e fu bandito da Selhurst Park.

Ne “Il mio amico Eric” (film del 2009 diretto da Ken Loach) ha interpretato se stesso, nella parte dell’amico invisibile di uno sfigato postino di Manchester, che a un certo punto gli chiede: «Che cosa hai fatto dopo il colpo di kung fu?». Risposta: «La tromba. Ho imparato a suonare la tromba». E via con una dimostrazione pratica, sulle note della Marsigliese.

« Quando i gabbiani seguono il peschereccio è perché pensano che verranno gettate in mare delle sardine. » (Éric Cantona)